La mia vita con John F. Donovan

Xavier Dolan decide di fare la sua personale versione di Velvet Goldmine e tira fuori un meccano combinatorio di fabula (fatta di drammi edipici e di drammi dell’autorappresentazione) e intreccio (con la fantasticamente strumentale [e stupendamente efficace, là dove è del tutto inutile] »scena madre« di riconciliazione) da connettere con una scrittura visiva del tutto impegnata a dire a noi pubblico che tutto quello che stiamo vedendo è proprio quel meccano combinatorio di trama, in una mise en abyme tra “scritto” e “visto” che ricorda (esattamente come Velvet Goldmine) gli anni ’70 (le costruzioni di trama di John Boorman, tipo Zardoz), e l’avanguardia, sia quella passata (In the Mouth of Madness di Carpenter: i personaggi che si lamentano che le loro scene sono virate in blu!) sia quella più odierna e sfacciata (Refn e Neon Demon)…

La trama di The Death and Life of John F. Donovan è l’essenza stessa della finzione narrativa connaturata (e necessaria) all’essere umano, e il suo rendersi evidente ai nostri occhi… è un film meta-narrativo (prima che meta-cinematografico), che parla della strutturazione vitalizzante delle storie, storie intese anche come bugie o come imprescindibili istanze autoformanti, antropopoietiche: storie auto-inventate sulle quali si costruisce e si plasma (volontariamente o ineluttabilmente) un carattere, una personalità, una vita e un’esistenza… un’esistenza, peraltro (vedi Elogio di EVA), già di per sé implicata nel fasullo necessario, nello stupeficio impossibile di una irreggimentazione in uno script che sembra subito, anche se elusivamente, ben definito…

Un film, quindi, che dalle narrazioni parte per parlare della grande narrazione della vita: casuale, raffazzonata, ma sempre apparentemente guidata, costellata di input errabondi che appaiono però anche destinati, ordinati, composti, da fati, destini, demiurghi…

Un film che, come spesso fa Malick, sembra raccontare una storiella precisa e prevedibilissima, strappalacrime da romanzo rosa (e anche fin troppo identica sia a Mommy sia a È solo la fine del mondo), a cui però si sovrappone un universo visivo di polisemie, di tripli o quadrupli sensi da dare a sguardi, implicazioni, battute, dialoghi, similitudini, shots sfocati o mossi (ed è forse uno dei film in cui Dolan è più mobile con la macchina, quasi vertiginoso e quasi ai limiti, effettivamente, del “casuale”), suggerenti tutti la natura “posticcia”, costruita, menzognera, organizzata, strutturale, intrecciata, finta di quella trama, e tutti lì per implicare quanto tutto quello che stiamo percependo e categorizzando col cervello (la trama da romanzo rosa) non c’è, o sta per qualcos’altro… forse per la necessità stessa di categorizzare in «trama» quello che non si riesce a categorizzare altrimenti, insinuando che il nostro cervello funziona solo con storie di cui è secondaria la componente reale… un cervello che ragiona solo grazie a storie tra le quali però non distingue quali sono “vere” e quali “inventate”… un cervello, peraltro, a cui importa anche pochissimo di questa differenza…

come importa pochissimo anche a Dolan e al film, che si conclude magicamente senza farci comprendere se quello per cui abbiamo pianto e sospirato (quasi per forza, con una concatenazione di eventi emozionatissima e sistemata così bene che non potrà non toccare i sentimentali) è vero, finto, inventato o sognato… non si sa…
noi si rimane “col cerino in mano” a raccattare i cocci di una miriade di indizi, atti a smascherare l’irreale (le inquadrature dall’alto a simboleggiare un demiurgo narratore che forse appare nelle fattezze di Michael Gambon, o forse è esso stesso immaginato in sequenze oniriche, in cui gli occhi dei personaggi guardano estatici ciò che forse stanno solo pensando, in fantasie forse del tutto disperate di un ragazzino che ha bisogno di crearsi gli eroi per sfuggire a una realtà di bullismo e di indifferenza, o magari è tutto invece sì sogno ma sogno di una giornalista di guerra che ha capito che nel mondo di reality show non si sensibilizza contro la guerra con cronache e fatti ma con vicende, personaggi esagitati e psicotici, e appunto con finzioni)…
quell’irreale che ci ha comunque attanagliato per 2h, nella sua ridondanza, nella sua erraticità del tutto casuale, dietro la quale però si scorge una “scintilla” di pensato e di lavorato: 2h del tutto somiglianti alla vita stessa, sempre senza senso e sempre vagamente “organizzata” nel suo caos, o almeno così sembra…

Un film effettivamente vitalistico, in cui l’esistenza è ben metaforizzata…

Naturalmente, però, in superficie c’è solo una bella trama strappalacrime, e seguire il deflusso degli sguardi e degli shots polisemici è molto difficile: chi accuserà questo film di aria fritta (come faccio sempre io con i film di Luca Guadagnino e Ferzan Ozpetek) secondo me non l’ha capito, ma è in realtà del tutto legittimato a farlo!

Nel doppiaggio di Rodolfo Bianchi, Daniele Giuliani fa bene su Harrington, ma a mio avviso arriva col fiatone; Claudia Catani sembra aver avuto poco tempo per “entrare” su Thandie Newton; e Federica De Bortoli su Natalie Portman continua a essere una scelta del tutto banalizzante

3 risposte a "La mia vita con John F. Donovan"

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  1. Ecco forse un problema di Dolan è che tende a raccontare una storia molto identica ai suoi film precedenti. Non parlo di tematiche ma proprio di trama. Ammetto che questo è un po’ un difetto per me anche se come regista se la cava molto bene, crea ottime inquadrature e ottime scene.

    1. Occorre in effetti un equilibrio tra istanze autorali (quelle che quasi impongono a un autore “tematiche dominanti” della sua produzione tanto da poterlo accusare di «fare sempre lo stesso film»: vedi Woody Allen, grande autore ma rimasticatore di sue stesse trame almeno dal 1992) e versatilità (che se hai in quantità troppo grande rischi di non sembrare più un «autore»)… Dolan è giovanissimo e spero riesca a trovare quell’equilibrio… a te piace?

      1. E’ una domanda un po’ difficile. Mi incuriosisce come regista, i suoi lavori non sono per niente male e si vede che ci sa fare però ancora nessuno dei suoi lavori è riuscito a farmi provare veramente qualcosa. Ha un enorme potenziale ma non riesce a utilizzarlo al meglio.

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