Scala di Milano: «Schiaccianoci» (apertura stagione di balletto)

Indubbiamente La Scala è superiore… anche superiore al Mariinskij (e dobbiamo vedere ancora quanto è superiore al Bol’šoj: i post di Mosca arriveranno probabilmente ad anno nuovo)…

La Scala è superiore per servizio reso (moltissime le maschere coinvolte), per ben più fornito shopping center (c’è da concedersi un po’ di frivolezza: al Mariinskij sono pochissimissimi i ninnoli comperabili), per lusso esposto che non si estende ai generi alimentari (il Nationaltheater di München potrebbe essere paragonato in quanto ad arredi, ma alla Scala l’acqua non costa 7 euro), per visibilità (sono davvero pochi i posti da cui effettivamente non vedi)…
La cosa vera ed effettiva (più della Bayerische Staatsoper e del Bol’šoj) è che La Scala è CARISSIMA… a mia esperienza è uno dei teatri più costosi del mondo…
Ovviamente sono stato scemo io a scegliere di andare, dopo una vita, a visitarla proprio prendendo i biglietti per una prima inaugurale (della stagione di balletto), cosa che effettivamente aumenta i prezzi, ma, guardando, anche altre repliche (pochi giorni fa guardavo per vedere una delle ultime recite di Elektra) non presentano prezzi per nulla “ridotti”: non è facile spendere meno di 150 euro per qualsiasi ordine di posto e rappresentazione… E la “domanda” è così intensa che, tra abbonamenti vari e acquisti di massa tramite associazioni (vedi i loggionisti), scovare posti sul sito online è molto difficile: si deve per forza acquattarsi già alla mezzanotte o alla prima mattina del giorno iniziale di prevendita online per riuscire a comprare un biglietto decente ai prezzi meno proibitivi…

Fatto sta che, per pura follia e fortuna, ci s’è fatta a entrare in questo “tempio” musicale italiano, leggendario e “montato” ad arte per esserlo…
Una leggenda, dicevo, che risulta per certi versi superiore agli altri teatri da me visti per un discorso complesso: La Scala è davvero l’unico teatro italiano in grado di gareggiare con l’Europa, poiché gli altri enti lirici, compreso il Maggio Musicale, sono relegati dalle istituzioni a un’agonia assurda dettata dal motto di Tremonti «con la cultura non si mangia»: un motto che, a livello meramente “bocconiano”, fa puntare lo Stato italiano a due sole istituzioni musicali, La Scala e Santa Cecilia, con buona pace dei miliardi di altri presenti in Italia, “statualmente” condannati alla morte e al boccheggio in acqua bassa [solo La Fenice di Venezia, tramite ottime campagne di sponsorizzazione private, riesce a nuotare leggermente meglio degli altri], con maestranze e musicisti spesso non all’altezza in quanto non pagati adeguatamente…
La Scala quindi è superiore perché davvero rivaleggia bene con l’Europa, e dicevo, per certi versi, è anche meglio del Mariinskij, ma a livello “quantitativo” e organizzativo, ha numeri che però possono stupire solo l’Italia…
la grandezza qualitativa, così eccezionale, spesso ci fa dimenticare che altri teatri magari hanno un rendimento sì non superiore ma neanche peggiore (sono quindi uguali) spalmato su taaaaaaaanti spettacoli in più…
Per capirsi: il Mariinskij forse non è migliore della Scala, ma fa 2000 opere e concerti in più della Scala e costa meno…

Detto questo:
siamo andati a vedere George Balanchine’s Nutcracker, la coreografia super mainstream del coreografo russo-americano, fatta proprio per unire qualità e quantità al New York City Ballet, che, dopo di lei (realizzata negli anni ’50), si è trasformato da compagnia avanguardistica di nicchia a supersonica compagnia quasi nazionale, un must dell’intrattenimento sia colto sia di massa…
Una coreografia con dozzine di bambini coinvolti, scenotecnica esibita stupefacente, colori pastello rassicuranti e felicioni, contentezza suprema, abbracci caldi e contentoni, arlecchini e colombine, giocattoli e caramelle in scena…
Molti critici videro tutta questa evasione priva di gravitas come un insulto alla cultura, un ripudio della funzione “impegnata” nell’art pour l’art che aveva visto in Balanchine un paladino (con i numerosi balletti creati con Igor’ Stravinskij, già di suo sempre accusato di reazionarità per il suo rifiuto della serialità, ma spesso “riscattato” proprio dalla tecnica ballettistica di Balanchine, sempre innovativa: negli anni ’30-’40 Balanchine restituiva a Stravinskij quell’avanguardia che i critici adorniani sempre gli negarono, e con il Nutcracker degli anni ’50 proprio Balanchine dismetteva i panni avanguardisti con uno spettacolo di bimbi e caramelle), e cominciarono a parlare malissimo del Nutcracker: melassa natalizia per piccolo borghesi, puro ninnolo privo di senso, scemenza nazionalpopolare di sola stupefazione dei sensi degli incolti…
La prova dell’inconsistenza culturale del Balanchine’s Nutcracker era proprio la sua diffusione di massa: lo Schiaccianoci è oggi il balletto natalizio per eccellenza anche un po’ per via di questa coreografia (anche se, come dicevamo a proposito dell’odierno film Disney, gran parte della diffusione di oggi è dovuta all’allestimento di Baryšnikov teleripreso nel 1977), ed è spesso un tripudio di giuggiole proprio per via di Balanchine…
Tutto questo è cultura o è mera golosità consumistica natalizia?

Tali problemi di coincidenza tra etica ed estetica sono terribili, perché spesso dimenticano che una scenografia d’effetto e di presa sul pubblico va comunque fatta, richiede cioè tecnica, e la tecnica e il saper fare, il know how, sono elementi in ogni caso “rivoluzionari”…
E il trattare il disimpegno e l’evasione come interessi reazionari e conformistici potrà essere senz’altro pertinente, ma se si osserva l’evasione conformistica «dannosa» (i canti di guerra, o i canti sessisti, o le chansons à boire) e il Balanchine’s Nutcracker (simile, per certi versi, alle serie di Cristina D’Avena e Francesco Vicario degli anni ’80, da Teneramente Licia ad Arriva Cristina) non si può non notare una certa differenza: il Nutcracker fa vedere bambini che non sono vestiti da militari, ma sono bimbi che si amano, crescono e giocano senza far male a nessuno, immersi in una musica sì frivola ma così tecnicamente intraprendente, e, con una nuance così malinconica (non dimentichiamo che Čajkovskij scrisse Ščelkunčik durante il lutto per la morte dell’amata sorella: e lui stesso sarebbe morto, di un colera forse “cercato”, l’anno dopo la prima del balletto) da non poter essere tacciata né di conformismo né di mancanza di riflessione (non dimentichiamo la famosa triade dei paradossi: solo tre compositori sono riusciti a comporre musica tecnicamente prodigiosa capace di attrarre le masse: Frédéric Chopin, Pëtr Čajkovskij e Giacomo Puccini)… Poiché l’evasione e la leggerezza, come naturalmente fa notare Italo Calvino, sono anche strumenti di efficace lotta contro l’altro tipo di conformismo, quello guerresco (e qui torna Stravinskij, che al fascismo reagiva con un balletto, popolato da carte da gioco, in cui vincono i cuori, o Strauss e Prokof’ev, che si rifugiavano nella fiaba per scappare dai totalitarismi: vedi Evgraf Andreevič Živago e Eine Alpensinfonie)…

La prontezza della compagnia di balletto della scala, diretta da Frédéric Olivieri e sotto la guida di Sandra Jennings del Balanchine Trust (il balletto era la prima italiana della coreografia e segnava gli 80 anni dalla prima italiana “assoluta” dello Schiaccianoci, avvenuta proprio alla Scala), è stata naturalmente impagabile, e i bambini dell’Accademia della Scala sono stati tutti una gioia…
La scenotecnica del teatro (con scene e costumi costruiti dalla larger than life Margherita Palli) ha garantito lo strabilio di Balanchine molto facilmente (anche se il pubblico, non si sa perché, s’è molto sorpreso, applaudendo a qualunque trasformazione di scenario: come se la macchina scenica della Scala non fosse in grado di reggere dei complessi, ma comunque vecchi di 50 anni, cambi scena)…
Sul podio, Michail Jurovskij (da me già visto a Firenze molte volte, vedi qui e qui), che da giovane era solito suonare il pianoforte a quattro mani con Šostakovič, ha fatto la parte del leone con la magnifica orchestra, imprimendo un’esattezza di stile goduriosissima, con tempi musicali fantasticamente equilibrati tra la velocità di esecuzione (di gente tipo Pletnëv) e la passionalità dell’emozione (riscontrabile in Svetlanov), regalandoci lo Schiaccianoci migliore che si potesse sentire (N.B.: subito prima della battaglia con i topi, Balanchine ha incorporato il pezzo violinistico della Bella Addormentata per ottenere una “sequenza di raccordo”)

Per cui, che dire?
Una serata che meglio non si poteva,
arricchita da un weekend pre-natalizio a Milano che mi ha fatto vedere, per la prima volta nella vita, i capolavori della Pinacoteca di Brera, il commoventissimo Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, e le discutibili ma sgargianti meraviglie architettoniche di Piazza Gae Aulenti (gioie che fanno concludere, in me gattaro, quanto la vita dovrebbe essere prevalentemente Music, Museums and Meows)…
Sicché, certo, «meglio disoccupati all’Ardenza che ingegneri a Milano», ma, cavoli, giorni così sono giorni da godersi al massimo! 
Yeah!

Come già detto per il film Disney, la coreografia di Balanchine fu portata al cinema da Emile Ardolino nel 1993 (direttore d’orchestra David Zinman)… inutile dire che vederlo dal vivo è meglio!

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