Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni

Non è che si stia parlando di un film bellissimissimo, però ha i suoi gran begli argomenti…

In primis la compattezza fiabesca del costrutto totale: gli sceneggiatori (Ashleigh Powell, praticamente un esordiente, unico a ottenere il credit, e l’espertissimo Tom McCarthy di UpSpotlightGoodnight and Good Luck, e del telefilm Law and Order) hanno seguito le regole come si deve, senza sbavature:
la crescita personale che si ottiene guardando se stessi (la chiave finale si capisce guardandosi allo specchio, come in Gli ultimi Jedi), tra simbolismi sempre bene accetti (le classiche uova/vita: da La forma dell’acqua a Ready Player One allegoria a questo punto primigenia del cinema infantile odierno);
il conoscersi e conoscere (gli esperimenti di fisica) aiutano la crescita, in una adventure che ricorda anche troppo la Storia infinita di Ende come, soprattutto, il Return to Oz di Walter Murch (1985) e il supersonico Labyrinth di Jim Henson (1986);
il riflettere sulla natura metacinematografica ma anche metarappresentativa del crescere: lo *spettacolo*  (la danza dei regni come la fiera di Helen Mirren), è visto sia come Storia sia come specchio, ancora, in cui guardare e comprendere le situazioni, e finisce che la realtà stessa è vista anch’essa come spettacolo e danza (il ballo natalizio che è anche ballo del ricordo), con le paure e i capricci che tornano e sussistere solo come semplice giocattolo, come sarebbero dovuti sempre essere…
Un finale che, oltre a essere quasi alla Tron (di Steve Lisberger, 1982), glorifica la componente creativa e fondante delle STORIE, delle narratives, nel percorso personale di ognuno, come dicono Bettelheim, Sondheim e Zipes (A mille ce n’è) e come già Steven Spielberg aveva fatto vedere nei pezzi buoni di BFG… Spettacolarizzarsi e raccontarsi: essere creativi e leggere il “creato” altrui: intripparsi in scene costumi e luci: fondersi con la magia di vicende e rappresentazioni: essere consapevoli che finché non la si *racconta*, finché non la si *rappresenta*, la realtà forse non esiste, e quindi il teatro come il cinema, come tutta l’Arte, forse non sono altro che l’esistenza che si materializza davanti a noi per essere compresa, indagata, somatizzata (vedi anche quanto avviene in Jesus Christ Superstar, la cui ultima sequenza ricorda in qualche modo l’uso delle narratives fatto qui; e anche i discorsi fatti in Murder on the Orient Express)…

In secundis, la prontezza della messa in scena visiva: dopo il puttanaio che Bill Condon e David Yates hanno fatto in Beauty and the Beast e in Animali Fantastici è una gioia vedere due registi esperti che sanno gestire bene scenografie ed effetti speciali…
Se Lasse Hallström l’ho sempre visto quasi sempre abbonato alla cacchiatella, Joe Johnston è un super-esperto dell’interazione tra attori ed effetti, e la trama ricorda molto più da vicino le sue storie che quelle dello svedese (‘sto Schiaccianoci rimastica Honey, I Shrunk the KidsPagemasterJumanji e perfino Rocketeer)… è davvero strano constatare come nella storia della lavorazione ufficiale venga dichiarato che il “capo” è stato Hallström, mentre si dice che Johnston sia intervenuto a cose quasi tutte già fatte… Mi piace pensare che abbiano fatto tutto Johnston e McCarthy, con Hallström e Powell lì ad assentire e a riconoscere il miglior lavoro fatto dai sostituti… Oppure no: magari Hallström non aspettava altro che fare una fiaba invece che le ciofeche che gli fanno sfornare, e ci s’è buttato a capo fitto forse chiedendo consiglio agli esperti (Johnston e McCarthy)… boh!
come con Bohemian Rhapsody sono cose che forse sapremo solo tra molti anni…

I punti deboli riguardano la natura industriale di questo film, che realizza in toto tutti gli incubi di civiltà delle corporations paventati da Naomi Klein…
Nello Schiaccianoci la Disney si glorifica e si promuove: la apparentemente innocente comparsata di Gustavo Dudamel insieme omaggia Stokowski in Fantasia e insieme funziona da spot della registrazione dello Schiaccianoci čajkovskiano effettuata dal direttore e la Los Angeles Philharmonic nel Walt Disney Concert Hall, costruito da Frank Owen Gehry proprio con soldi della major cinematografica…
Il sogno russo-ortodosso costruito da Guy Hendrix Dyas (senz’altro uno dei talenti scenografici più potenti del cinema odierno), dai toni affascinanti ma anche velatamente spaventevole, diviso in “zone dell’avventura”, rispecchia in qualche modo Disneyland, facendo del film una colossale réclame per i parchi a tema della major…
Come reagire a tutto ciò?

Potremmo reagire con disprezzo e rifiutarsi di guardare il film…
Ma se optiamo per guardare alla cosa con ragionevolezza, vedremo che l’impianto narrativo fiabesco dello Schiaccianoci, pur nella indubbia confezione promozional-pubblicitario-imperialista, ha degli elementi tutt’altro che cattivi, quali invece si trovano in altre operazioni disneyane:
è un film antimilitarista, per esempio, al contrario dei merdAvengers e della Marvel, continuamente guerrafondaia…
non inneggia ad alcuna divinità stramba, come invece ha fatto e purtroppo continuerà a fare Narnia (lo stesso Johnston pare essere a lavoro sull’ennesimo capitolo della nefasta saga)…
parla di crescita e di responsabilizzazione, e non è una semplice scacciapensierata come i Pirates of Caribbean

Per cui c’è da andarci cauti nel criticare Schiaccianoci come bimbettata inutile di imperialismo disneyano e poi andare a vedere entusiasti l’ennesimo merdAvenger… se il mondo, anche quello del cinema, va a ramengo – occorrerà un giorno farsene una ragione – sarà a causa del berlusconismo di Iron Man (che funziona solo quando annullato in fiaba anch’esso, vedi Spider-Man: Homecoming) invece che del fiabesco dello Schiaccianoci…
ma comprenderete benissimo che la mia è solo idiosincrasia personale, e i più storici sanno che il rischio che finisca tutto in maniera “adorniana” (con la dodecafonia nata nazista poi glorificata come antinazista) è davvero altissimo…

E a proposito di idiosincrasie, sono purtroppo costretto ad ammettere che il da me tanto odiato Linus Sandgren ha fatto un lavoro eccellentissimo: le sue oscurità di colori tagliati con l’accetta si sono applicate benissimo alle scenografie di Dyas, e tutti quanti, grazie a lui, sono bellissimissimi (in primis una Mackenzie Foy davvero carinissima, anche se si vede essere stata molto meno brava rispetto a Interstellar)…
A meno che non si scopra, un giorno, che Johnston ha lavorato con dop diverso non accreditato… con il montaggio lo ha fatto: è stato certamente Johnston a chiedere alla leggenda Paul Hirsch di affiancare il pur esperto Stuart Levy nel maneggiare un materiale che, con due registi, deve essere stato difficilerrimo da ordinare in un tutto…

La performance di Keira Knightley è purtroppo ingiudicabile perché completamente coperta da quella di Federica De Bortoli, che Maura Vespini, nel doppiaggio, ha lasciato a briglia sciolta… Si sa che De Bortoli doppia ogni cosa allo stesso modo (che sia Yukino Miyazawa o Excel Saga, Kagome Higurashi o Rachel McAdams, la De Bortoli risolve sempre tutto con la medesima forma sovracuto-pucciosa), e la Vespini l’ha usata per rendere quella che è la prestazione più assurda della Knightley, che però si mette in gioco con una passione tale da risultare quasi più efficace di altri suoi lavori odierni e dimenticabili (dalla floscia Anna Karenina all’inesistente Collateral Beauty)… un doppiaggio, comunque, standard, che lascia un certo amaro in bocca: di solito, dalla Vespini, sento fare meglio…
anche se so che cambierò idea dopo averlo visto in inglese!

Tra le note negative c’è da sottolineare, un po’ come si fece per Moana, che ‘sto Schiaccianoci è un film carino e con tante cose adorabili e nutrienti, ma passa anche un po’ insapore… bellino, costruttivo, per bimbi, ma anche un po’ “indifferente”, senza quel graffio che altri film Disney hanno…

Il rapporto tra Disney e Čajkovskij è molto duraturo: convivono (anche se con qualche problema di copyright: un deficiente della Disney, forse Walt stesso, decise di registrare alla SIAE americana il nome “Princess Aurora” mettendo a rischio molte riprese del balletto Spjaščaja Krasavica composto 60 anni prima dell’incauta decisione) da quando, nel 1958, Walt Disney decise di accompagnare Sleeping Beauty con la musica del balletto invece che con una musica composta apposta: il povero George Bruns si mise ad adattare la partitura del compositore russo per il cinema, in un’impresa ancora non del tutto glorificata…
Nel 1959, Disney produsse anche quello che è forse il primo biopic di Čajkovskij, nell’episodio 5.16 della serie Disneyland [discreto, ma se si vuole un biopic vero è bene guardare il ben più muscoloso The Music Lovers di Ken Russell, 1970]…

Nei titoli si accredita la storia di Ščelkunčik al grande coreografo Marius Petipa, e si sa che Čajkovskij seguì alla lettera le sue indicazioni: ma non c’è da pensare che l’abbia fatto in maniera così pedissequa: anche Ivan Vsevolovžskij contribuì moltissimo alla riuscita del balletto e spronò un Čajkovskij non così contento di lavorarci (è evidente che la musica fastosa e virtuosistica dello Schiaccianoci, per un’orchestra più grande rispetto agli altri due balletti, nasconde un core di lucida professionalità più che di caldo coinvolgimento, quello che invece si sente nella Bella addormentata: ma rimane il balletto più famoso dei tre)

Si sono misurati cinematograficamente col balletto anche Andrej Končalovskij (in modo abbastanza tetro nel 2010) ed Emile Ardolino (in una ripresa scolastica del 1993 della sgargiante coreografia di George Balanchine; direttore d’orchestra, al New York City Ballet, era David Zinman)… e molto sensational sono state alcune riprese televisive o cinematografiche “derivate”: quella del 1985 di Caroll Ballard, immortalante la coreografia di Kent Stowell (scenografata da Maurice Sendak; direttore d’orchestra, la London Symphony, era Charles Mackerras) per l’Opera Center di Seattle; e, soprattutto, quella che nel 1977 effettuò Tony Charmoli della coreografia di Michail Baryšnikov, che lo vedeva protagonista con Gelsey Kirkland (Kenneth Schermerhorn vi dirigeva la National Philharmonic Orchestra di Londra): quella che forse è la perfomance di balletto più vista di tutti i tempi, dato che in America viene riproposta ogni Natale: è forse per via di questa ripresa che Lo Schiaccianoci è, nel bene e nel male, il balletto top dei top, non solo natalizio…

Note conclusive:
Uno: è un film da confrontare con The Company of Wolves di Neil Jordan (1984), e con Coraline di Henry Selick (da Neil Gaiman, 2009)…
Due: Johnston ha goduto di una attenzione/adorazione molto considerevole da parte di quella che fu la redazione della rivista Filmcritica: mi ricordo che Andrea Pastor, quando ci insegnava all’università, ormai 15 anni fa, in un modulo che analizzava filmoni di Ozu, Dreyer e Bresson, ci additò, sorprendentemente, Johnston come uno dei più grandi registi viventi e quasi ci obbligò ad andare a vedere Hidalgo, considerato un capolavoro degli anni 2000, minacciandoci di chiedercelo all’esame… Non so però se adesso, dopo tanti anni e dopo Capitan America, sono rimasti dello stesso parere…
Tre: la musica di Čajkovskij è stata trattatta da James Newton Howard in modo intelligente ma non così coinvolgente… George Bruns in Sleeping Beauty e Clint Mansell in Black Swan di Aronofsky hanno fatto scelte più affascinanti… con questo però non voglio dire che la resa, massicciamente narrativa, di Newton Howard sia da gettare: affatto… di sicuro inutili, però, gli apporti di Lang Lang (quasi inudibile in un del tutto pleonastico raddoppio melodico al pianoforte nella suite iniziale) e Andrea Bocelli (col figlio coinvolto in una brodaglia di canzone finale)…

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