Un po’ di William Golding

Quello che è uno degli scrittori a cui torno più volte è inglese, del Cornwall, molto fissato con l’antichità (greci, romani, egizi, Neanderthal)…

Era nato nel 1911, come Nino Rota… e ha coltivato la musica sempre, fin dall’infanzia… ma mai a livello più che amatoriale…

Cercò di studiare chimica, poi ripiegò sulla letteratura… a Oxford…

Riuscì a pubblicare le prime poesie nel ’34…

Ha contatti con una ragazza che intende sposare, Molly Evans, ma qualcosa va storto: conosce un’altra, Ann Brookfield, ed è con questa che si sposa, nel 1939…

Trovò lavoro come insegnante nel ’35-’37, ma per insegnare “davvero” prese una sorta di laurea magistrale, ancora a Oxford e trovò lavoro prima a Maidstone, poi a Salisbury, nel 1940…

ma intanto era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale…

Lo arruolarono nella marina e visse la guerra nei sottomarini prima di prendere parte allo Sbarco in Normandia (6 giugno ’44) e poi essere “posizionato” in imbarcazioni stanziate nel mare di Walcheren, in Olanda, dove affondò 10 navi naziste…

dal 1945 riprese il suo posto di insegnante a Salisbury: inglese, filosofia, greco antico e teatro…

Nel ’48 tenta di scrivere qualcosa di autobiografico sulla sua esperienza dello Sbarco in Normandia, ma non lo completa… ma di roba ne scrive parecchia e la spedisce dappertutto… e sembra che nessuno se lo fili…

Nel 1951 scrisse un’altra “cosa”, naturalmente bocciata dagli editori, finché non arrivò a Charles Monteith, neoacquisto della Faber and Faber di Londra, che riplasma la “cosa” e la pubblica nel 1954…

quella “cosa” è Lord of the Flies, Il signore delle mosche

Da allora, Golding e Monteith svilupperanno un’amicizia durata tutta la vita, sempre e solo vissuta alla Faber and Faber… una roba come il rapporto di Primo Levi con la Einaudi, o Giacomo Puccini e Giuseppe Verdi con Ricordi…

questo nonostante Golding bevesse…
…e non poco…

Lord of the Flies è un successone, immenso… e quasi improvviso…
Golding ha già più di 40 anni… le sue tematiche sono quindi “adulte”, serie, dei macigni di concetto…
e Monteith lo “coltiva” rifinendo ciò che aveva già scritto, costruendo uno scrittore da un romanzo all’anno… roba grossa…
Dal 1954 al 1962, Golding va come un treno…
ma l’alcool è lì…

1954
LORD OF THE FLIES
in italiano: Il signore delle mosche, Milano, Aldo Martello, 1958, trad. Filippo Donini…
poi Milano, Mondadori, 2017, trad. Laura De Palma…
Tutti i romanzi di Golding pubblicati da Martello uscirono nella collana La Piramide, serie verde…
Martello fallisce nel 1973 e da allora Il signore delle mosche, da buon bestseller, viene riproposto da tutti quanti, in primis da Mondadori (e quindi La Biblioteca di Repubblica, De Agostini, Famiglia Cristiana ecc.), ma, che io sappia, sempre nella traduzione di Donini, che viene rimpiazzata da Mondadori solo nel 2017, quando il romanzo passa dalla collana Oscar classici moderni agli Oscar moderni
Nel 1987 viene incluso nel volume dedicato ai Premi Nobel della UTET…


Mia nonna fuma lo odia, mentre per me è stato fondante, come 1984 e come Tolstoj…
Golding parte con quello che è uno dei suoi romanzi migliori, nel cui successo inaspettato (con anche i diritti filmici venduti) è forse rimasto un po’ prigioniero… [anche il film, diretto da Peter Brook, un interessante regista morto in questi giorni, ebbe lavorazione difficile: era pronto già nel ’61, ma la sua durata di 4h impose un nuovo montaggio apposta per partecipare a Cannes nel ’63, e il doppiaggio fu infernale perché i ragazzi protagonisti, nel frattempo, erano cresciuti e passati dalla muta della voce; ci fu una distribuzione vera e propria solo nel ’64… Golding però supportò molto il lavoro di Brook… lavoro che nel 1990 ebbe un remake americano di Harry Hook]
Per molti, Golding è un po’ come Rossini e Mascagni: autori di un’unica opera… tutti ignorano che Mascagni di opere ne ha fatte 16, Rossini ne ha fatte più di 40, e Golding di romanzi ne ha scritti 12…

La focalizzazione bassissima, caratteristica di tutti i romanzi di Golding, c’è già nel Lord of the Flies, così come la convinzione che tutto ciò che l’uomo produce, in termini di società, vada a ramengo… una convinzione che è costante in tutti i lavori successivi…
Un gruppetto di ragazzini, che si capisce essere tutti di ottima famiglia, è vittima di un incidente aereo e finisce su un’isola deserta (è evidente che Lost parte tutto da Lord of the Flies)…
Quello più sveglio sembra essere Ralph, che però pare avere certi problemi di concentrazione e di percezione (nel romanzo si dice che ha una finestrella nel cervello, che ogni tanto si chiude): lui e un altro ragazzino, Piggy, cercano di mettere ordine nell’orda di ragazzetti sinistrati (ce ne sono diversi: quello che agguanta di più l’attenzione è l’introverso Sam), ma non c’è verso: soprattutto nei ragazzini più piccoli si sviluppa molto presto un’ancestrale paura di una “bestia”, inestinguibile, imbattibile con qualsiasi razionalità… una paura che viene cavalcata da un altro ragazzo “grande”, rivale di Ralph, di nome Jack…
E la paura si giustifica anche dal fatto che, si comprende, l’incidente aereo non è stato granché un incidente: c’è in corso una guerra… e altri aerei cadono sull’isola…
i ragazzini isolani non riescono a fare un cacchio da soli, smascherando quanto la loro volontà sia debolissima senza una guida adulta: si stufano di fare tutto: decidono di costruire delle casette, ma le costruiscono solo finché «è divertente», cioè ne fanno due e poi basta: e a quelle due non fanno manutenzione e quindi crollano ben presto… il cibo tropicale dell’isola si scopre non essere granché commestibile, ma loro non riescono a escogitare nulla per “arrangiarsi”…
Ralph, con le sue finestrelle che si chiudono, non trova argomenti adatti a razionalizzare alcunché, mentre Jack sembra proprio nel suo spazio: selvaggio, bruto, nerboruto, sposa a mille la paura della “bestia”, si trova perfettamente a suo agio ad appiccare fuochi, ad andare a caccia e fornire cibo ai più piccoli, si esalta degli osanna che questo gli procura, e, istintivamente, si abbandona alla barbarie facendosi trasportare da una sorta di «corrente antropologica ferina» che fa virare tutto quanto verso idoli deistici da adorare (il signore delle mosche del titolo, cioè una testa di maiale cacciato da Jack e sacralizzata), verso i sacrifici umani e poi fa finire col dare fuoco a tutto…

Golding (con James Matthew Barrie, che agì 40 anni prima) sancisce la fine dell’ideologia ottocentesca del fanciullino, del bambino come essere perfetto pre-societario, tutto agglutinato verso il bene (ideologia innescata da Rousseau nel Settecento), e presenta il bambino NON come qualcosa che la società corrompe, ma come agente lui stesso della corruzione: è il bambino, in quanto essere umano, a generare la società corrotta: è il bambino che produce barbarie…
e la produce in una Natura anch’essa rovesciata rispetto all’Ottocento: una Natura che non è regolata né fonte di sublime ispirazione migliorativa nell’uomo… l’uomo, per Golding, è una peste, da subito, fin da bambino, ed è una delle tante pesti che si trovano in Natura, una Natura che non fa altro che fare da ambiente per roghi psichici, superstizioni e irrazionalità completa…
Per Golding, la Natura e l’umanità sono qualcosa di consustanziale che non hanno come segno il positivo del sublime, come pensavano i romantici, ma sono del tutto negative, sfociano solo nello sfacelo, proprio perché l’entropia del caos è insita nell’esistenza e quindi anche nell’uomo e nella Natura… non ci si può fare nulla…
civilizzazione, società, cultura… tutte queste cose sono toppe che riparano malamente un abito strappato e sbrindellato, o dita sottili che cercano di tappare il buco in una diga…

Tutto questo Golding ce lo dice con il primo romanzo…
e negli altri esplorerà anche quanto le società già costruite siano un crogiolo di purulenza votate anche loro all’entropia del caos, poiché basate sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo…

Lord of the Flies è dedicato ai genitori di Golding…

1955
THE INHERITORS
in italiano: Uomini nudi, Milano, Aldo Martello, 1958, trad. Giorgio Monicelli…
poi Il destino degli eredi, Milano, Mondadori, 2021 (la traduzione è sempre quella di Monicelli)…
Al fallimento di Martello, Uomini nudi rimane un pochino sguarnito, per via delle minori copie vendute…
Anche lui è acquisito da Mondadori, che lo propone nella collana Interno Giallo solo nel ’91…
Data la omonimia del titolo con altri lavori (per esempio di Alicia Giménez-Bartlett, 2015), Mondadori lo ripresenta, finalmente negli Oscar Moderni (là dove aveva pubblicato Lord of the Flies) nel 2021, ma con un nuovo titolo, Il destino degli eredi


Nelle interviste, Golding diceva essere The Inheritors il suo romanzo preferito…
Ed è senza dubbio quello tecnicamente più ardito…
La focalizzazione è così bassa che si stenta veramente a capire quello che sta succedendo, ma nel contempo, quella focalizzazione peculiare, agita da personaggi di comprendonio limitato e dalle prospettive sulla vita diversissime da quelle del lettore, fornisce delle descrizioni del mondo così vivide e così alternative, soprattutto per oggetti al contrario quotidiani (erba, alberi, fiumi, montagne), da rendere il libro una sorta di esperienza percettiva, una messa in discussione dello sguardo dell’umano occidentale, assai stimolante…

Il libro è visto da un Neanderthal, il più giovane del suo gruppo…
Noi vediamo il mondo solo come lo vede lui, e lui non ha le stesse parole nostre con cui designare le cose e i fatti… finisce che il mondo viene descritto con resoconti di percezioni dal lessico non immediato… un albero può essere «un alto cumulo di legno con protuberanze», e una montagna è una «distesa di roccia, alta e aguzza»…

The Inheritors comincia con i Neanderthal che tornano al loro covo estivo, dopo il “letargo” invernale [non mi ricordo: forse è il contrario: forse stanno tornando al covo invernale dopo l’estate!]… ma un albero che devono scalare per raggiungere il covo è stato “manomesso”: l’arrivo al covo è quindi assai difficile…
Manomesso da chi? Da un animale?
La narrazione è difficile poiché, oltre che i fatti, Golding descrive, con il lessico non immediato dei Neanderthal, anche la loro vita religiosa, basata su un accostamento con la Natura molto “permeabile” (come se i Neanderthal si considerassero essi stessi parte della Natura), e su un rudimentale sistema di ciò che sembra una connessione mentale, psichica, forse telepatica, che unisce tutti i membri del gruppo…
Si scopre che chi ha manomesso l’albero ha anche occupato una delle radure di raccolta di cibo dei Neanderthal… e insegue i Neanderthal, quasi dando loro la caccia, su per le montagne!
E questi altri finiscono per rapire i Neanderthal o, peggio, ucciderli uno a uno…
Cosa sono questi altri?
Sono i Cro-Magnon, i Sapiens come siamo noi…
L’ultimo capitolo è narrato dal punto di vista dei Cro-Magnon (anche se, badiamo bene, Neanderthal e Cro-Magnon sono designazioni che nel romanzo non compaiono mai!), per i quali i Neanderthal sono quasi cuccioli con cui giocare, animaletti da tenere perfino per “compagnia” (uno dei Neanderthal rapiti è tenuto come un cagnolino, quasi al guinzaglio)… i Cro-Magnon descrivono le cose con termini più vicini ai nostri, capiamo quello che dicono, e non serbano nessuna delle connessioni mentali tra di loro, come avevano i Neanderthal, né alcuna permeabilità con la Natura…

Si legge malissimo, ma è tra i romanzi di Golding che fa pensare di più…
La sua scelta di parole, così inusuale, è di quelle che apre la mente, e stimola assai nel suo arzigogolo…
Praticamente tutti i romanzi successivi avranno un sistema descrittivo simile…
E la morale dell’uomo che uccide altri uomini, considerati inferiori, mette i brividi ancora oggi…
Considerando quando è stato scritto, cioè prima di roba come The Twilight Zone (che comincia nel ’59) e in contemporanea ad altri capolavori simili di fantascienza (la Sentinella, cioè la Sentry, di Frederic Brown è solo di un anno prima; e occhio che gli autografi di The Inheritors sono datati, di mano di Golding, al novembre ’54), la sua fortuna, anche non dichiarata, è davvero ragguardevole…
Speriamo che la ristampa del 2021 lo faccia riscoprire…
prima di quella ristampa era quasi impossibile trovare, in italiano, in commercio, le copie di Interno Giallo
più facile trovare la prima edizione Martello sul mercato dell’usato…

The Inheritors è dedicato alla moglie, Ann…

1956
ENVOY EXTRAORDINARY
in italiano: L’inviato dell’imperatore, Milano, Edizioni dello Scorpione, 1966, trad. Gianluigi Gonano…
poi Milano, De Carlo, 1983, stessa traduzione…

L’edizione dello Scorpione era un libro di antologia di racconti di “fantascienza”, della collana Gamma…
De Carlo lo pubblica nella collana Curiosa…


In Italia non ha avuto successo, ma in Inghilterra questo raccontino (forse l’unico che Golding non ha lavorato con Monteith per Faber and Faber: fu scritto per una rivista) è diventato un radiodramma della BBC, nel 1957, adattato apposta da Golding col titolo The Brass Butterfly… e dal radiodramma, Golding ne ha tratto una pièce teatrale (rappresentata nel ’58 e pubblicata da Golding con Faber and Faber) che ha girato parecchietto anche in USA e in Australia (dove ne hanno tratto una puntata televisiva di uno show di riduzioni teatrali, nel 1967)…
Nel 1971, Golding ripubblica il raccontino (non la pièce) con Faber and Faber nella raccolta The Scorpion God

Rispetto ai precedenti, questo è un raccontino quasi umoristico, ma è il primo in cui la fascinazione per l’antichità “classica” è davvero corposa…

Siamo nell’impero romano, ma non si sa a quale effettiva altezza cronologica, non sembra però che si sia nella tardissima antichità: l’imperatore è un vecchio e ha un nipote, Mamilio, troppo emotivo… così emotivo che forse sarebbe meglio mandarlo in un posto sconosciuto, mitico, a Oriente: la Cina… un posto con cui Roma sta iniziando ad avere solide relazioni commerciali… magari là Mamilio si «dà una calmata», anche perché, per arrivare là, il viaggio sarebbe davvero “eterno”…
Andare in Cina sarebbe un diversivo giusto per sfuggire dalla noia!
Poiché l’impero è davvero noioso: la sua burocrazia è stancante, e le novità non ci sono più…
Un tale, però, un bibliotecario greco, Fanocle, riesce ad avere udienza dall’imperatore, insieme alla sorella Eufrosine… quando arriva, Eufrosine ha il volto coperto, ma sorprende tutti lo stesso per la sua incomparabile bellezza…
e la bellezza della sorella fa un po’ passare in secondo piano ciò che Fanocle è effettivamente giunto a far vedere all’imperatore: cioè il modellino di una nave che “va da sola” grazie alla forza del vapore!
Golding è ellittico nel narrare la storia…
Si sa che l’imperatore e Mamilio stanno dietro a Fanocle solo per scoparsi Eufrosine, la quale però è misteriosa, poiché non si fa mai vedere a volto scoperto…
Si sa anche che l’apparecchio inventato da Fanocle potrebbe avere diverse applicazioni: potrebbe far muovere le navi da guerra senza i rematori… potrebbe far cuocere le pietanze in poco tempo… potrebbe essere alla base di macchine da guerra micidiali, molto più mortali delle frecce e delle spade…
Ma si sa anche che i primi tentativi di realizzazione di queste applicazioni non vengono fuori così bene: viene detto che una “pentola a pressione” di Fanocle scoppia e distrugge tutta un’ala della villa imperiale… e le voci di nuove macchine di guerra progettate mettono in sospetto Postumo, il figlio dell’imperatore, che si immagina il padre impegnato nell’ucciderlo così da dare il trono a Mamilio!
Sono forse i sicari di Postumo che tentano di uccidere Mamilio mentre è sul ponte, con Fanocle, della nuova nave da guerra coi cannoni progettata da Fanocle… un attentato che si fa proprio quando Postumo arriva a vederci chiaro, in persona… e la nave da guerra, lasciata senza guida dopo l’attentato, dà diversi grattacapi alla flotta di Postumo che giunge nel porto…
Postumo crede davvero, allora, che il padre lo voglia uccidere!
L’imperatore riesce a calmarlo, ma quando Postumo sta per salpare di nuovo, la nave di guerra di Fanocle, in modi non chiari (la solita descrizione a focalizzazione zero di Golding che ci fa capire poco e niente), fa effettivamente esplodere tutta la flotta di Postumo, e Postumo muore!
L’imperatore, però, non sembra preoccupato, anzi: gli affari imperiali mettono finalmente fine alla noia di Mamilio… e Mamilio potrebbe sposare la bella Eufrosine, ma l’imperatore non vuole, perché ha capito il perché ella si presenti sempre coperta: ha il labbro leporino… e quindi non potrà andare in sposa all’erede al trono… però potrà essere tranquillamente la sposa del vecchio imperatore uscente!
Fanocle è ben disposto verso tale soluzione e propone all’imperatore un’altra sua invenzione: un sistema di replicazione dei caratteri alfabetici all’infinito, la «stampa»…
L’imperatore, però, riflette: i rematori confessano che l’attentato a Mamilio non era opera di Postumo: erano stati loro a fare l’attentato, e non contro Mamilio ma contro lo stesso Fanocle, poiché la sua invenzione della nave senza remi li avrebbe resi disoccupati! E la nave da guerra che ha ucciso Postumo (si rivela recante la “polvere da sparo”) è incontrollabile… e adesso la «stampa», che sembra così innocente, renderà la gente capace di scrivere lamentele eterne verso l’impero!
Troppo complesso, troppo pericoloso, troppo assurdo…
L’imperatore decide allora di sbarazzarsi di Fanocle mandandolo nella lontana Cina… e difatti è in Cina che poi la Storia registrerà le invenzioni della stampa, del motore a vapore e della polvere da sparo… solo perché è andato a portarcele Fanocle!

Envoy Extraordinary è un raccontino breve, e i motivi di risate sono tanti (Mamilio è un personaggio assai comico), ma il sottotesto delle invenzioni geniali, mal digerite dalla società romana ma adatte alla più duttile (e forse meno socialmente “organizzata”) Cina antica (così, almeno, sostiene Golding), fa riflettere sul logos di Golding dell’impossibilità di «fare del bene»…
I sotterfugi (Fanocle che usa la bellezza della sorella per vendere le sue invenzioni), gli inganni del potere (l’imperatore arruffone e machiavellico), dimostrano che la società può solo peggiorare e la Cina, lì per lì ritenuta meno evoluta di Roma, è forse vista come società “migliore” proprio perché, nella sua condizione meno “evoluta”, ha appunto meno sotterfugi e inganni: la Cina, secondo Golding, forse è come la civiltà dei Neanderthal in The Inheritors: magari meno “complessa”, ma forse per questo ancora priva della speculazione “cattiva” che, per Golding, arriva con lo sviluppo della “civiltà”: come se l’organizzazione e l'”avanzamento” della società significasse soltanto una montagna di negativo

In The Brass Butterfly, Golding palesa che il tutto è ambientato a Capri nel III sec. d.C.; elimina il labbro leporino di Eufrosine, ma rende Eufrosine e Fanocle dei cristiani, con Mamilio che si converte al cristianesimo e riesce a sposare Eufrosine…
La pièce, quindi, è molto più rosea rispetto al racconto…

1956
«PINCHER» MARTIN
in italiano: La folgore nera, Milano, Aldo Martello, 1963, trad. Giorgio Monicelli…
Non fu acquistato da nessun altro dopo il fallimento di Martello… ed è rimasto lì da allora, con nessun’altra edizione italiana… per cui, o lo si compra nel mercato dell’usato, o lo si trova in biblioteca…
oppure si compra in inglese da Faber and Faber, ovviamente, che, al contrario degli editori italiani, ristampa i romanzi di Golding quasi tutti gli anni in tutte le salse possibili, anche in ebook…


Come Lord of the Flies, Pincher Martin è l’archetipo di un sacco di cose, e di nuovo di Lost (le cui dicotomie tra i sinistrati dell’aereo e gli altri richiamano molto quelle tra i Neanderthal e gli altri descritte in The Inheritors: J. J. Abrams ha semplicemente fatto un sunto di Golding)…

Un tale, Christopher Martin, detto Pincher, marinaio, ha fatto naufragio… il romanzo comincia in medias res, con Martin che sta nuotando, riesce a liberarsi degli stivali che lo intralciano, e si dirige verso un’isola, o uno scoglio, per salvarsi…
ma lo scoglio non ha superfici adatte alla sopravvivenza…
i giorni di Martin sono quindi contati…
molti fan di Golding hanno pensato che l’isola di Pincher Martin sia Rockall, al largo della Scozia…
Ma Golding ovviamente descrive lo scoglio in termini immaginosi e inconsci, ancora con il suo lessico da focalizzazione zero… non si sa se Martin sta descrivendo uccelli o sogni, laghi o simboli, rocce o metafore…
Anche perché Martin non sembra per niente lucido: nel delirio della mancanza di cibo, e nella disperazione di stare lentamente morendo, Martin si ricorda tutta la sua vita…
Si ricorda di quando non era proprio un “bravo ragazzo” nell’infanzia (per vincere una semplice gara tra ragazzini in bicicletta non ha esitato a barare, e a intralciare le ruote dell’avversario: l’avversario, non lo sappiamo, potrebbe perfino essere morto a causa della sua mossa scorretta!), e si ricorda, con rimorso ma non troppo, delle voglie di possessione che ha avuto verso una donna, Mary Lovell, che lo rifiutò!
Martin confessa di aver voluto uccidere Mary, anche se alla fine non la amava: la loro relazione si capisce essere stata ai limiti dello stalking!
Martin è quindi uno stronzone, che sullo scoglio fa i conti con se stesso e con le sue immagini mentali, tutte aventi a che fare con l’inconscio dell’acqua, simbolo di within universale…
Nell’ultimo capitolo, come quello di The Inheritors recante un cambio di punto di vista, si scopre che Martin è morto nel naufragio e non ce l’ha fatta neanche a togliersi gli stivali per salvarsi!

Pincher Martin è una lettura abbastanza pesantina, ma è di quei romanzi che ti plasmano: capirci qualcosa, navigare tra i suoi simboli, stare dietro al montaggio mentale di flashback, sono cose che intrippano… e il finale, considerato quando è stato concepito, con quel twist formidabile, va in tasca a tutti i Nolan del mondo!

1959
FREE FALL
in italiano: Caduta libera, Milano, Aldo Martello, 1963, trad. Olga Ceretti Borsini…
Anche questo, come Pincher Martin, non ha trovato acquirenti dopo la “morte” di Aldo Martello… quindi lo si trova solo nell’usato e in biblioteca… o da Faber and Faber…


Golding lo scrive dopo la messa a punto di The Brass Butterfly… ed è il primo in cui dimostra voglie autobiografiche…
Era già nei Libri e librini

Ha un montaggio non lineare: comincia con il protagonista, il pittore Sammy Mountjoy, che, prigioniero della Gestapo, pensa a quando ha «perso la libertà»…
Le Gestapo sembra torturarlo in modo psicologico, per esempio lasciandolo nella cella da solo al buio… nell’oscurità, vissuta male (e descritta con la solita focalizzazione bassa di Golding, con metafore strane), Mountjoy rievoca la sua vita…
Lì lì sembra andare cronologicamente, ma si scopre ben presto che non è vero…
Racconta della sua infanzia tra i preti non proprio onestissimi: uno sembra picchiarlo, ma le descrizioni a focalizzazione bassa di Golding rendono tutto indistinto: Mountjoy racconta solo le sue percezioni di bambino, quindi non dice «il prete mi dette uno schiaffo sull’orecchio», ma dice roba come «sentii il fuoco vicino al mio orecchio»…
Racconta della sua fascinazione per Beatrice e di quanto volesse fare di tutto per stare con lei: si fidanzano pure, ma insieme non sono felici… allora Mountjoy la lascia e si sposa con Taffy…
Però poi si scopre che Mountjoy ritiene che è stato proprio il momento in cui si è innamorato di Beatrice quello in cui «ha perso la libertà» e ce lo fa sapere con un drammatico flashback non cronologico, fuori posto, che ci arriva quasi alla fine del romanzo… ma è un momento super, preparato da tutte le metafore del romanzo: quasi tutti gli episodi si concludono con la domanda di Mountjoy «è qui?» «No, non è qui», nel senso di «è qui che ho perso la libertà?» «no, non è qui», mentre quell’episodio chiude con «sì, è qui!»… non solo: all’inizio Mountjoy parla del senso di libertà come qualcosa di indicibile, di innato, indescrivibile, come il sapore delle patate, inintelligibile e incomunicabile a chi non l’ha presente… e quando Mountjoy ci comunica di aver perso la libertà al momento dell’innamoramento di Beatrice ce lo sottolinea proprio dicendo di sentire in bocca il sapore delle patate… quel momento è un attimo ipersonico del romanzo, quasi “musicale”, paragonabile a quando Wagner o Janáček o Mahler ricompongono, alla fine dell’opera/sinfonia, del materiale intervallare che avevano usato, “nascosto”, per tutte le scene/parti precedenti dell’opera/sinfonia: un tema, un Leitmotiv sempre presente ma che si annuncia in toto solo alla fine! Ma tu lo riconosci e lo senti pressante su di te, come se ti piombasse addosso tutto insieme tutto in una volta, anche se sai bene che è familiare, che è stato sempre con te!
E da questo momento top si capisce che Mountjoy ha vissuto con Beatrice una relazione estremamente tossica, di possessività e dominazione, e Mountjoy non ha fatto tutto questo “per caso”, o perché Beatrice avesse delle colpe, ma lo ha fatto volontariamente, anche se forse inconsciamente, per *vendicarsi* di Beatrice, rea di averlo fatto innamorare, e quindi rea di avergli fatto pensare a qualcosa oltre se stesso, e quindi a qualcosa di estraneo al self, che lo ha reso non più libero
Si capisce che Mountjoy, con il suo comportamento passivo-aggressivo, con torture psicologiche e con tradimenti, ha portato Beatrice alla follia (si sa che Beatrice è finita in un manicomio)… per pura vendetta
Quando Mountjoy, attraverso la sua riflessione che è il romanzo, arriva ad ammettere questo, allora la Gestapo lo scagiona, e lo libera dalla prigione…

Dopo i capitoli finali di disvelamento del twist, caratteristica dei precedenti romanzi, Free Fall arriva al twist interno alla trama, senza capitoli «esterni» e senza un cambio di prospettiva: il twist è inconscio “interno” allo stesso narratore;
dopo Pincher Martin, Free Fall è il primo con un protagonista palesemente inattendibile, e non per metafora, ma proprio per diegesi: forse Ralph del Lord of the Flies, con le sue finestrelle mentali chiuse, potrebbe considerarsi un precedente, ma Mountjoy è più “cattivo” di tutti questi (soprattutto del povero Ralph) perché incarna in sé il fallimento della società forse più degli altri…
poiché se Pincher Martin arriva a raccontarci di essere una merda nel limbo della morte, Mountjoy ammette il suo inconscio malvagio e vendicativo mentre è prigioniero dei nazisti, nazisti che si rendono conto che lui è un sodale, un sadico stronzissimo pur inconscio! (e difatti lo rilasciano appena Mountjoy ammette con se stesso di essere stato un prevaricante)
Come a dire che la società tutta, dato che è fatta di uomini inconsciamente sadici, è nazista, intimamente, intrinsecamente!
Dopo Mountjoy anche Jocelin di The Spire e lo scrittore di The Paper Men saranno così…
Anche Beatrice (dopo Mary Lovell di Pincher Martin, che però non conosciamo direttamente) è la prima donna evanescente di Golding che sembra una cosa ma è un’altra, sembra un’agente consapevole invece è vittima (seguirà Evie Babbacombe in The Pyramid, anche se sarà assai più attiva; e seguirà Toni Stanhope di Darkness Visible, che è un contrario di Beatrice: sembra buona invece è “cattiva”)

È uno dei romanzi più ampi di Golding, in cui i ricordi di Mountjoy coincidono quasi con i suoi: l’ambientino nella periferia britannica, la descrizione dei nuclei familiari, delle istanze sociali degli anni ’30 e ’40, i dettagliatissimi resoconti dei sentimenti, e delle emozioni, sia positive che negative: sono tutte cose quasi da bere da quanto sono interessanti!
Dopo le isole deserte, le pianure preistoriche, l’antica Roma e le rocce psicanalitiche, Free Fall è la prima storia di Golding ambientata in quella che è la realtà di tutti i giorni, e critica quella realtà dal di dentro, quasi fuori di metafora, nonostante simbolizzi perfettamente la condizione universale della società…
Free Fall è una spettacolare rendicontazione dell’universale partendo dal particolare dell’esperienza singola… ed è una rendicontazione ancora lucidissima, prima che l’alcool renda davvero i pensieri di Golding meno sicuri…

1964
THE SPIRE
in italiano: La guglia, Milano, Aldo Martello, 1965, trad. Raffaella Lotteri
poi Milano, Mondadori, 1967…
Da questo romanzo si vede che già nel ’65 Martello non se la passava benissimo, visto che già nel ’67 “presta” The Spire a Mondadori, per gli Oscar!


Dopo la mitraglietta di un romanzo all’anno, a Golding succede qualcosa intorno al 1962… chissà se la lavorazione non lineare del film di Brook su Lord of the Flies, tra ’61 e ’64 (un film che da 4h si riduce a 95 minuti), c’è entrata qualcosa… Fatto sta che smette di insegnare a Salisbury, per esempio… e il bere diventa davvero un problema…
The Spire non ha una scrittura sicura e lesta come i precedenti, passa tra tante versioni: Monteith racconta di una certa paranoia di Golding verso le critiche avverse, cosa che lo porta a limare e rifare il romanzo per molto tempo… per finirlo richiede viaggi di studio in Grecia (a spese di Faber and Faber), che si trasformano in loschi momenti off di cervello distrutto da litri e litri di alcool…

Dopo Free Fall, in The Spire la “realtà” c’è, ma siamo in contesti storici, di una Storia più vicina rispetto all’antichità e alla preistoria… siamo nel Medioevo…
Dato che Golding ha dichiarato che la prima idea di The Spire gli è venuta osservando la guglia della cattedrale di Salisbury, visibile dalla classe dove insegnava, si ipotizza che il romanzo si ambienti nel primo ventennio del ‘300, quando quella guglia fu eretta… ma che il protagonista si chiami Jocelin ha fatto sospettare agli studiosi una retrodatazione al secondo quarantennio del XII sec., quando ci fu un Jocelin priore di Salisbury!

Questo Jocelin è tutto contento, perché ha ottenuto dal clero il permesso di edificare una guglia al centro della cattedrale…
Ma è l’unico a essere contento…
Il sagrestano storpio Pangall ha paura perché i lavoratori edili che affolleranno la chiesa per costruire la guglia lo prenderanno sicuramente in giro, e forse insidieranno la sua bellissima moglie Goody…
Roger Mason, il capomastro direttore dei lavori, è sicuro che la guglia non potrà reggere e crollerà, causando danni e morte: il terreno su cui dovrebbe poggiare non è solido…
Anche gli altri chierici che stanno dietro a Jocelin fanno spallucce varie sull’effettiva edificazione della guglia..
Ma Jocelin è sicuro di farcela, perché vede un angelo che gli fa cenni vari che lui interpreta come segni di dio indicanti la volontà divina di edificare la guglia…
L’angelo spesso sta dietro Jocelin, premendogli sulla schiena, e ciò gli causa un dolore strano, forse anche fastidioso, che però Jocelin interpreta come un dolore divino…
Golding descrive questo dolore con le sue solite metafore di percezione, ma stavolta smaschera quasi subito il simbolo: Jocelin ha problemi alla schiena, seri, forse artriti: e Golding usa gli accostamenti tra la schiena malata di Jocelin e la precaria guglia in edificazione un sacco di volte…
Essendo uno che vede gli angeli, questo Jocelin non è il narratore più attendibile del mondo…
anche lui ravana, mentalmente, suggestionato da ciò che vede mentre la guglia si alza, nel suo passato…
Fu Jocelin a combinare il matrimonio tra Goody e lo storpio Pangall…
perché?
non si sa… Golding ci dà solo suggestioni e indizi… dai quali i mangiapreti possono interpretare che Jocelin, anche lui inconsciamente e senza confessarselo, come Mountjoy, aveva una relazione “malata” con la bella Goody… Goody, come sempre succede nell’immaginario bacchettone, ha i capelli rossi, ovvio simbolo del diavolo (e qui, Golding non ha inventato niente, basti pensare alla Jane Eyre di Charlotte Brontë che è del 1847; però viene prima del Profumo di Süskind, che è dell”85), e quando la vede, Jocelin va quasi sempre in una catalessi che si intuisce essere di natura sessuale sado-masochistica, classica nelle rappresentazione dei preti lussuriosi… probabilmente Jocelin fece sposare Goody e Pangall o per rimediare a chissà quali indizi (tra cui la non verginità della ragazza) o per allontanare una tentazione, boh…
Il dramma è che gli operai edili medievali arrivano davvero a prendere in giro il povero Pangall… e la guglia si alza, ma trema a mille! Quando Mason guarda il terreno su cui fare le fondamenta lo vede muoversi come se non fosse terreno, ma fossero serpenti!
Questa è la prima volta che un personaggio di Golding guarda un qualcosa di informe e ci vede un’immagine di inconscio melmoso (accadrà anche Close Quarters, quasi 30 anni dopo)…
A un certo punto Pangall non si trova più… sparisce…
E Jocelin trova un frutto di mirtillo sulle fondamenta tremolanti della guglia…
Jocelin è molto turbato da questo particolare, che ispira in lui immagini di una guglia lordata da riti pagani, che cresce come uno storto albero di mirtillo invece che come sacra architettura gotica… e, di conseguenza simbolica, anche la sua schiena soffre di queste ibridazioni pagane…
Questo simbolo, Jocelin ce lo spiegherà solo alla fine del libro…
Dalla scomparsa di Pangall, Jocelin sospetta che Goody si conceda sessualmente a Roger Mason! Li vede avvolti da una tenda, una sorta di tenda da campeggio, solo loro!
Mason è sposato con l’insopportabile Rachel, che invece non sembra sospettare di nulla, oppure sapere ma senza scandalizzarsi…
Noi lettori pensiamo che Jocelin si stia immaginando tutto, anche quando vede effettivamente insieme Goody e Mason…
Invece la relazione pare esserci davvero: Goody rimane perfino incinta! e tutti sanno che il bambino è di Mason!
Rachel, in effetti, insulta la ragazza incinta, ma la gravidanza viene portata avanti, con diverse scene che descrivono Goody che si aggira per la chiesa col pancione!
Al momento del parto, Golding fa una delle descrizioni delle sue, piena di metafore oracolari, agite dallo sguardo di Jocelin, cioè di uno che vede gli angeli…
Jocelin descrive il parto come un sacrificio umano, che occorre con una serie di coltellate, col sangue che zampilla, sangue che coinvolge anche il neonato…
Nelle scene successive si dà per assodato che Goody è morta di parto, e anche il bimbo è morto…
La critica riassume sempre il romanzo descrivendo una Goody che abortisce spontaneamente…
io invece l’ho capita che è Jocelin a uccidere Goody e il bimbo a coltellate!
Dopo questo cruento fatto, Jocelin si abbrutisce sempre di più, col mal di schiena sempre più atroce, ma continua a spendere per la guglia… Mason la tira su sotto ricatto, poiché Jocelin, mellifluamente, gli fa capire che non troverà lavoro né stipendio altrove se si dimette… finisce che Mason comincia a bere fortissimamente (come Golding!)
Siccome Jocelin è rimbecillito, il clero comincia un’ispezione e chiama la zia di Jocelin, Lady Alison…
Quando arriva lei si capisce che nessuno contraddice Jocelin non tanto perché lui è il priore, ma perché è nipote di una nobile, della famiglia reale, e non solo, è nipote di una delle cortigiane più influenti della corte, amante di tutti i conti e marchesi che contano!
Lady Alison chiarisce molto del passato di Jocelin, bambino prepotentino già da piccino (come Pincher Martin), a cui solo lei, con il sesso e i soldi, garantì l’ordinazione a sacerdote e il priorato! Era Lady Alison che faceva fare carriera a Jocelin corrompendo, con soldi e sesso, il clero!
Alla fine Jocelin viene praticamente rinchiuso dagli ispettori del clero, ma riesce a scappare per andare da Mason, a convincerlo di continuare, nonostante tutto, a tirare su la guglia… guglia che comincia a far crollare tutto il resto della chiesa!
È a Mason che Jocelin rivela il suo sospetto sul frutto di mirtillo: Jocelin è convinto che gli operai, e Mason, abbiano fatto un sacrificio umano: abbiano sacrificato, in un rito paganista (a cui allude il mirtillo), Pangall, gettandolo nelle fondamenta della guglia, per propiziarsi una costruzione serena… ma col loro spregevole rito hanno invece insozzato la sacra guglia!
Mason, nonostante sia convinto delle follie di Jocelin, si sente comunque in colpa (segno che forse è vero che Pangall è stato murato nelle fondamenta della guglia dagli operai!), e si impicca…
In un delirio panico ma non troppo mistico (l’angelo non si vede, anche se le rocce gli dicono di «credere»), muore anche Jocelin, sconvolto dal mal di schiena…

Come i ragazzini di Lord of the Flies e come faranno i marinai di Rites of Passages, anche i personaggi medievali di The Spire vengono attratti dal paganesimo, dallo ctonio, da una barbarie primordiale…
Dopo The Inheritors, Golding comincia a plasmare la sua tematica che il dominio dell’uomo sull’uomo, la divisione in classi sociali, la gerarchia del potere, implica un richiamo del selvaggio, del misterico inconscio, in cui l’essere umano cade con tutte le scarpe…

The Spire è dedicato alla figlia Judy…

Ricopio quanto scrissi su Instagram quando l’ho riletto:

«
un […] novello Frollo hughiano, che nel consueto campionario di immagini medievaleggianti (le donne coi capelli rossi simbolo del demonio; la sessualità praticata ma sempre inconsciamente negata dal sacerdote; tutti gli archetipi biblici), smaschera le “comuni radici cristiane dell’Europa” (sintagma che spesso si sente pronunciare dai dementi) come una sequela di purulente superstizioni […], ennesimo espediente di potere dell’uomo sull’uomo basato su denaro (nel clero vanno avanti solo i ricchi di nascita, o chi è favorito dai ricchi di nascita), menzogne e psicopatologia egosintonica chiamata “fede” (il prete, bello prepotententino e superbo già dalla giovinezza […], “trasferisce” la sua superbia nel credere di essere stato scelto da dio per costruire una guglia della chiesa: peccato che la guglia non possa stare in piedi perché non si possono costruire fondamenta solide per via di ineliminabili problemi geologici, ma lui se ne frega e costringe tutti a costituire, fregandosene dei pericoli), le cui vittime sono ovviamente le donne (la moglie del sagrestano), i poveracci che lavorano al soldo di ‘st’imbecilli di padroni a cui non riescono a opporsi perché significherebbe perdere il lavoro (il capomastro), e i più deboli (il sagrestano disabile). Il tutto nella consueta maniera di narrare di Golding, quella con una focalizzazione così bassa da rendere ostica qualsiasi descrizione e ambiguo qualunque significato; una maniera, per fortuna, qui meno faticosa di altre volte. Il prete diabolico era già allora (nel 1964) un topos un po’ ritrito, e il romanzo non è esente da una certa ridondanza, ma vale ugualmente la pena, perché indica davvero con precisione quanto sia l’uomo stesso una guglia franante costruita su una fanghiglia per nulla solida
»

1965
THE HOT GATES
mai tradotti in italiano…

The Spire è andato male… e le critiche sono negative!
Golding è terrorizzato dalle critiche negative…
Monteith riesce a “consolarlo” pubblicando i saggi da lui scritti a partire dal ’57 per diverse riviste in una raccolta intitolata The Hot Gates… sono saggi in cui Golding parla del Lord of the Flies, dell’antica Grecia, di Leonida, delle favole…

1967
THE PYRAMID
in italiano: La piramide, Milano, Rizzoli, 1968, trad. Corrado Pavolini (collana La scala)
Martello è ancora in vita, ma La guglia rimane l’ultimo libro che Golding tratta con lui… sarebbe stato curioso, però, vedere se anche un romanzo intitolato La piramide sarebbe stato collocato da Martello in una collana che si chiamava La piramide!
Rizzoli ristampa The Pyramid, ancora in La scala, nel 1983, dopo il Nobel…
poi più nulla…


Le stroncature di The Spire segnano molto Golding… già abbastanza ubriaco da dopo Free Fall, i suoi progetti si diradano sempre di più…
Dopo The Pyramid scriverà solo due racconti per The Scorpion God, nel ’71 (e in Scorpion God c’è anche il già pubblicato Envoy Extraordinary) e poi ci vorranno 8 lunghi anni prima che riesca a sfornare Darkness Visibile… e Darkness Visible è un marasma, quasi privo di senso…
Ma, intanto, in The Pyramid, Golding ha ancora la lucidità di regalarci un capolavorino!
Ed è un capolavorino, dopo Free Fall, che sugge dall’autobiografia: con, di nuovo, il paesello inglese opprimente, le emozioni adolescenziali, la musica coltivata da dilettante ma costantemente con insegnanti noiosi e ampollosi, le donne angelicate ma inconsistenti e le donne vere, belle e “disponibili”, che però così ci sembrano solo perché siamo uomini e “predatori”, che considerano la donna una “proprietà” a portata di mano proprio perché così si vede fare nel paesello bacchettone dove viviamo…
è una lettura di quelle che ti intrigano assai!
Nella release 2013 di Faber and Faber, in ebook, Penelope Lively scrive nella prefazione: «There are some excoriating moments—swift changes of direction that wrong-foot the reader: what you thought is not so, a sudden explanation startles, and negates what has gone before. These sleights of hand are owed to the economy of Golding’s narrative, the way in which he can set up a situation in a line or two, and then undermine it a few pages later with an added twist»

The Pyramid è dedicato al figlio, David…

Come saranno Darkness Visible e Close Quarters, The Pyramid è narrato in tre episodioni…
Una breve sinossi del primo episodione è già in Libri contro la violenza di genere
Rispetto a The Inheritors e a Pincher Martin, dove Golding inseguiva la impossibile visualizzazione a focalizzazione zero di persone del tutto altre, in Free Fall e in The Spire la cosa si era in qualche modo “duttilizzata”: non sempre si comprendevano le ostiche metafore, soprattutto quelle di natura diegetica, vedi il parto di Goody in The Spire, ma per il resto Free Fall e The Spire erano romanzi alla portata di un lettore “classico”… The Pyramid lo è ancora di più! È forse il romanzo di Golding più “leggibile”, per certi versi più “facile”…
Certo, anche The Pyramid ha le sue metafore ostiche, per esempio quelle che definiscono gli orgasmi e i rapporti sessuali (e il traduttore Corrado Pavolini qualche volta si “vergonga” a tradurre cock con cazzo), ma sono proprio quelle che sono necessarie a delineare il grande twist del primo episodione, cioè lo scorprire che i rapporti che per il protagonista sono consensuali, la controparte femminile invece li ha considerati stupri!
Dopo il primo episodione, con tutta la storia di Evie Babbacombe, nella quale noi lettori più che altro intendiamo appunto il twist tra sesso consensuale e stupro, Golding sviluppa un sacco di aspetti che nel primo episodione erano accennati…
Non solo Evie è donna e quindi subisce la società maschilista, ma la subisce ancor di più perché è povera…
Nel secondo episodione, assai interlocutorio, il protagonista si rende conto che quella che era l’amore della sua vita in realtà era una sempliciotta poco sopportabile: dietro alla sua bellezza angelicata non si nascondeva nulla: cosette simili a quanto Golding dice della povera Beatrice in Free Fall e di Toni Stanhope in Darkness Visible: ma in quelle due occasioni ci sono twist percettivi coinvolti, mentre qui in The Pyramid la cosa passa quasi gratuitamente…
Sempre nel secondo episodione, il protagonista viene a conoscenza dei vari problemi che, nella vita del suo paesotto anni ’20, occorrono a una persona omosessuale: non pochi…
Il terzo episodione di The Pyramid è quello in cui appunto la “piramide” sociale è denunciata…
è un episodio lunghissimo e pesante, ma calza a pennello nella denuncia…
racconta di un personaggio già ampiamente visto negli episodi precedenti, di cui però solo nel terzo si conoscono i dettagli di personalità e biografia…
tale personaggio è il meccanico e commerciante del paesotto anni ’20, che arriva a possedere un’officina, e dopo una compravendita di automobili, solo grazie ai favori che riesce a propiziarsi da parte di una riccona locale, cioè l’insegnante di musica del protagonista…
In questo terzo episodio, come sempre, tutto è visto dalla focalizzazione bassa del protagonista che va, fin da bambino, a imparare musica e quindi vede solo con la coda dell’occhio l’insegnante e il meccanico che, forse, si scambiano “attenzioni”… attenzioni che non cessano neanche quando si comprende che il meccanico è sposato con un’altra donna e ha dei figli… moglie e figli che l’insegnante di musica accetta comunque in casa propria pur di avere le “attenzioni” da parte del meccanico…
Si capisce che, coi soldi di una sempre più sfiorita e triste musicista, il meccanico prospera, e amerà molto di più il denaro di tutto il resto, anche della moglie… e la musicista finisce per odiare anche la musica da quanto è delusa dal mondo: un odio per la musica che traduce nel trattare male i suoi allievi, anche il protagonista!
Golding descrive fantasticamente tutti i problemi che affliggono i giovani musicisti discenti: dal fastidio innaturale per la posizione da tenere per suonare il violino, al tedio della tecnica pianistica, e il vero discorso sociale lo lascia sullo sfondo, appunto come è sullo sfondo dell’ottica dell’inconsapevole protagonista…
Ma dopo averci ben “rosolato sulla graticola” con Evie Babbacombe, anche nella storia dell’insegnante di musica e del meccanico ci descrive quanto sia odiosa la società capitalistica, che ti regala solo dolori, sia che tu i soldi li ottenga sia che tu non li ottenga… dolori che affliggono i ricchi di famiglia, gli arruffoni che finiscono per abbrutirsi al denaro, e anche chi cerca di tirare a campare con le briciole…
E Golding è attento a non andare di nostalgico, dicendo che comunque, si faccia arrampicamento sociale come il meccanico, sfruttando una disperata, o si rimanga come si è, comunque si finisce sempre in balia della Pyramid, a sopportare i capricci del potente (l’insegnante di musica era ricca perché aveva un insopportabile padre latifondista che la trattava da schifo!)

Se gli ultimi due episodioni stentano a non cadere nel noioso, solo la prima parte con Evie Babbacombe merita di sostare insieme ai grossi risultati di Golding, tra le cose più interessanti che abbia mai scritto!

1971
THE SCORPION GOD
non è mai stato tradotto in italiano… è una raccolta di 3 racconti, di cui uno è il già pubblicato Envoy Extraordinary
ho tentato di leggerlo in inglese, ma qui Golding torna alle sue metafore complesse, e quindi non ci ho capito nulla!
So però che è una riflessione sulla fine della civiltà “antica”…
il primo racconto, The Scorpion God è sull’antico Egitto, a quanto sembra quando quest’entità “storica” sembra ibridarsi con altre culture, meno superstiziosamente legate alle pratiche di procreazione tra consanguinei e meno attratte da un al di là condiviso: un servo del faraone si rifiuta di morire con lui, come da tradizione, e propone una fuga d’amore con la principessina… è un servo che ha visto la neve e il ghiaccio, cose considerate bugie dai compatrioti, tanto che chiamano quel servo “il bugiardo”, ma sono cose che il servo sa che esistono, perché sa che possono esistere anche altre società oltre a quella egizia…

il secondo, Clonk Clonk è una sorta di versione più benigna di The Inheritors: narra di una società preistorica matriarcale, in cui le donne trattano gli uomini con la stessa sufficienza con cui gli uomini, oggi, trattano le donne…
è molto divertente e sarebbe davvero bene tradurlo oggi in italiano!

1979
DARKNESS VISIBLE
in italiano: L’oscuro visibile, Milano, Longanesi, 1984 (nella Gaja Scienza, la splendida collana in cui, nell”81, è stato pubblicato per la prima in italiano La storia infinita di Ende), trad. Delfina Vezzoli
poi Milano, Mondadori, 2022, con introduzione coltissima di Carlo Pagetti (Oscar moderni)…


Da questo momento in poi l’editore italiano di Golding diventa Longanesi… Una Longanesi che dal ’77 è parte del Gruppo Mauri Spagnol, e che punta parecchio sugli autori “premiati”…
con The Scorpion God non ancora tradotto, dispiace che Mondadori, attuale detentore dei diritti, riproponga proprio i libri più ostici di Golding, The Inheritors e Darkness Visible

Scritto più volte con Monteith, in un alcolismo sempre più disperato, Darkness Visible arriva dopo ben 8 anni di silenzio editoriale di Golding…
Durante la sua gestazione, Golding, già compilatore di un diario “normale” comincia a stilare anche un diario dei suoi sogni (la prima entry è del 1971, l’ultima del 1993, del giorno prima della sua morte)…
L’alcolismo porta anche al blocco dello scrittore, che Golding cerca di superare avvicinandosi alla psicanalisi di Jung, e andando spesso in “isolamento” sui monti in Svizzera…
Ne esce Darkness Visible, che è una liberazione per Golding, che riesce a portare a compimento qualcosa, dopo 8 anni…
…ma è una delle sue prove peggiori…

Come The Pyramid e The Scorpion God, è diviso in tre parti…
nella prima si seguono le vicende di Matty…
in una prima scena meravigliosa, degna del miglior Golding, Matty, bambino, viene salvato dai soldati durante un bombardamento in una cittadina inglese, nella Seconda Guerra Mondiale…
i soldati lo tirano fuori da un palazzo in fiamme, e le deformità delle ustioni, tutte su un solo lato del suo corpo, incluso il viso, gli segnano tutta la vita…
Dopo l’orfanotrofio, Matty va in un collegio dove, per caso, è testimone oculare delle “operazioni” di un insegnante pedofilo, tale Pedigree… Matty vede Pedigree portarsi un bimbo biondo in studio e lo va a dire al preside… il preside sembrava già consapevole del pedofilo, ma cercava di tenere le cose nascoste… Matty non ha intenzioni malevoli, né, essendo bambino, capisce quello che sta succedendo: dice soltanto, candidamente, che un bimbo biondo è entrato nello studio di Pedigree… il preside è costretto a intervenire, interrompendo quella che sembra una vera violenza sessuale…
Pedigree viene arrestato e portato via e il bimbo biondo, per la vergogna, si suicida…
Mentre Pedigree sta uscendo ammanettato dalla scuola ce la fa a maledire il piccolo Matty dicendogli che è stata tutta colpa sua!
Come per il Rigoletto di Verdi, la “maledizione” peserà su Matty tutta la vita…
Viene espulso dal collegio… trova lavoro in una ferramenta, ma si trova ad avere pensieri ormonali per tutte le ragazze carine con cui ha a che fare… questo gli fa fallire tutti i lavori che trova… anche in Australia, dove emigra intorno ai 20 anni di età…
Dopo un ennesimo lavoro fallito, Matty ha una crisi esistenziale, e comincia a leggere la bibbia… nel delirio mistico si perde nel deserto australiano e viene quasi evirato da un aborigeno…
allora torna in Inghilterra, dove riesce a trovare lavoro come inserviente in una scuola di ricconi…
a quel punto comincia a vedere 3 angeli (e riecco Jocelin di The Spire)… che gli parlano di come dio lo abbia prescelto per scovare, tra i ricconi che frequentano la sua scuola, un novello messia…
tra un lavoro e l’altro, Matty frequenta un po’ anche la cittadina e davanti a una libreria antiquaria vede che Pedigree continua ad adescare fanciulli nel parco, e nota due ragazzine, Toni e Sophy Stanhope, bellissime… Matty si mette a immaginare che Toni e Sophy potrebbero essere il nuovo messia profetizzato dagli angeli!
Per un attimo osserviamo la storia dal punto di Pedigree, che adesca fanciulli nel parco, ma ha anche alcune relazioni con un vecchio insegnante del collegio, Edwin Bell, anche lui ritenuto attratto dai bambini…
Cambia totalmente scenario, e il “narratore” diventa Sophy Stanhope, la quale, nonostante il parere di tutti, non ama granché sua sorella Toni, che lei ritiene vuota e svampita…
La parte descritta da Sophy è lunga: comincia che Sophy è una bambina, fin troppo attratta dalla “violenza”: si scopre a provare divertimento a colpire le paperelle con i sassi, per esempio…
Il padre delle bambine lo si descrive come un uomo che porta a casa infinite donne, che ha un certo “patrimonio”: viene descritta la sua grande casa, piena di altane e di ali separate lungo il fiume…
ma è un padre assente, del tutto indifferente a tutto ciò che fanno le bambine…
e le bimbe crescono “male”…
Toni, descritta come bellissima ma senza “niente dentro” (come l’ideale innamorata del protagonista di The Pyramid e come la povera Beatrice di Free Fall) scappa via e si unisce a una imprecisata organizzazione criminale…
e Sophy, dopo aver fantasticato di incesti con il padre, si va a prostituire lungo il fiume, poi cerca di fare un matrimonio “buono” con il rampollo di una famiglia ricca, e infine finisce con un rapinatore di negozietti di nome Gerry…
Con Gerry e un loro scagnozzo, Bill, rapinano diversi negozi, ma i soldi non bastano mai… tentano di arruolare un altro “sodale”, Fido: Gerry, Bill e Fido hanno tutti dei trascorsi nell’esercito…
Fido lavora come insegnante di educazione fisica in un scuola per ricconi: è ovviamente la stessa scuola per ricconi di Matty!
allora Sophy decide che sarebbe molto più fruttuoso rapire un figlio di riccone e chiedere il riscatto invece di restare a contare spiccioli rapinando negozietti!
Sophy mette in atto questo piano: seduce Fido per racimolare informazioni sulla scuola… vede Matty, ogni tanto, ma non ci fa caso…
il dramma è che non c’è modo di rapire un ragazzino della scuola senza che nessuno se ne accorga… allora Sophy pensa di far esplodere una bomba nella scuola come “diversivo”, e nel fuggi fuggi generale rapire un bambino!
e allora, per ottenere la bomba, coinvolge nel piano Toni, sua sorella terrorista!
A questo punto, la narrazione passa a due comprimari: il proprietario della libreria antiquaria, Sim Goodchild, e il professore forse pedofilo Edwin Bell…
Da loro sappiamo che tutta la cittadina ha paura del pedofilo Pedigree, ma nessuno sa come agire contro di lui…
Ma sappiamo anche che Goodchild e Bell stanno seguendo uno strano santone, che si è messo in testa di “redimere” Pedigree… il santone è ovviamente Matty!
Goodchild, Bell e Matty cominciano a fare mistiche “sedute spiritiche” in una stanza gentilmente loro concessa da Stanhope, il padre di Sophy e Toni!
Il narratore cambia di nuovo, torna a essere Sophy… il piano della bomba si fa, ma ci sono intoppi: nella stanza designata per tenere il rapito ci si insediano Goodchild e Bell, in attesa di Matty, per le sedute mistiche! Allora Sophy decide di mettere il rapito nell’ala della casa separata lungo il fiume…
Sophy vede che il rapito è con lei: e Sophy sembra provare piacere anche a torturarlo…
ma invece se lo sta solo sognando…
la bomba è esplosa alla scuola e ha ucciso Matty…
ma il bimbo non sono riusciti a rapirlo… oppure lo hanno rapito, ma Gerry e Bill lo hanno portato a Toni e non a Sophy!
Sophy si ritrova tradita da quella merda di sorella che l’ha ammorbata di “nulla” per tutta la vita: e decide di denunciarla!
E nella denuncia ci finiscono anche Goodchild e Bell, che la polizia trova, in attesa di Matty, nella casa dove, nizzole e nazzole, si è svolto un tentativo di rapimento di un minore!
Goodchild e Bell rimangono coinvolti nel processo, con un profluvio di malelingue che spettegolano sulle loro sedute spiritiche, che vengono accostate a lubriche riunioni di pedofili (ricordiamoci che anche su Bell, in passato, c’erano state ciance sparse su possibili attrazioni per minori)!: avranno una vita triste…
Ma il romanzo decide di concludersi con Pedigree, lì nel parco ad adescare fanciulli: lui si era sempre sottratto a Matty e alle sue sedute spiritiche con Goodchild e Bell… e ha continuato a dare fastidio ai bambini…
Stavolta, però, Pedigree si sdraia su una panchina del parco e vede Matty che, piano piano, lo conduce in una sorta di “paradiso”… ma si sa che è tutta un’illusione…

Darkness Visible è un’accozzaglia… Golding è bravo nel descrivere tutto quanto in termini sgradevoli (la vita sempre più squalificante di Sophy è ben costruita nel suo gorgo sempre più basso di degrado), e magari voleva fare un apologo sul caos e sul caso, entità che producono sempre cose negative… producono “male”… e questa tematica è sempre stata nelle sue corde, ma stavolta è sovrastata da forze centrifughe, da dettagli fastidiosi messi lì solo per riempitivo: la vita di Sophy e Gerry è interminabile; i convenevoli di Goodchild e Bell non finiscono più… tutta la parte di Matty in Australia non ha un vero senso…
Sembra che neanche Monteith sia riuscito a dare una forma a questo mostro di non senso che è Darkness Visible

Ma se la critica aveva poco retto The Spire, invece Darkness Visible è accolto bene: come se l’assenza di un lavoro di Golding per così tanti anni fosse sfociata in un sospirone di sollievo, da parte dei critici, a vederlo ancora in attività…
In una recensione entusiasta di Darkness Visible, un giornalista butta là l’dea che Golding potrebbe essere addirittura da Nobel!

1980
RITES OF PASSAGE
in italiano: Riti di passaggio, Milano, Longanesi, 1982 (nella Gaja Scienza), trad. Pier Francesco Paolini
poi Milano, TEA, 1991… ancora TEA lo ripropone nel 2002 all’interno di un volumone con tutta la “trilogia del mare” (ovvero To the Ends of the Earth, Ai confini della Terra), cioè anche con Close Quarters e Fire Down Below
TEA è solo un marchio del gruppo editoriale Mauri Spagnol di cui Longanesi fa parte…


Rites of Passage e Double Tongue sono forse gli unici libri di Golding, a parte Lord of the Flies, che vengono intercettati dal Club degli editori, che di Rites of Passage dà una sua veste all’edizione Longanesi nel 1984… il Club, sempre nell”84, commercializza anche una tiratura con appresso anche Lord of the Flies
Nel 1987 anche Rites of Passage, con Lord of the Flies e The Paper Men, viene incluso nel volume dedicato ai Premi Nobel della UTET…

Nonostante sia per me incomprensibile, Darkness Visible fa ritrovare la felicità critica a Golding, e lo libera del tutto dal blocco dello scrittore!
E dopo l’accozzaglia di Darkness Visible è una gioia vedere Golding inventarsi una cosa così potente come Rites of Passage, che alla sua uscita forse non era pianificato come primo capitolo della trilogia To the Ends of the Earth, visto che si conclude proprio del tutto! [ma c’è da notare che Golding potrebbe avere un “precedente” nell’optare per le trilogie in The Scorpion God: e Golding era un appassionatissimo di grecità classica, un posto dove tutto si faceva in trilogie!]
È un ritorno con tutti i sentimenti per Golding, che ritrova il grande capolavoro della letteratura, congruente con i suoi lavori di 30 anni prima!
To the Ends of the Earth è la zampata del 70enne che ruggisce assai dopo una mezza età balorda… è il Mad Max: Fury Road di Golding!
Nel 2006, David Attwood ha fatto una serie BBC di tutto To the Ends of the Earth, con Benedict Cumberbatch a fare il protagonista… gli eredi di Golding e Faber and Faber hanno apprezzato e hanno voluto Cumberbatch come voce dell’audiolibro di The Spire, che è stato il primo audiolibro integrale di un lavoro di Golding (dopo i parecchietti adattamenti edulcorati di Lord of the Flies), uscito nel 2014…

Rites of Passage è un romanzo storico “vicino”, non è “antico”: è quindi più vicino a The Spire che a The Inheritors, Clonk Clonk, Envoy Extraordinary e Scorpion God
Parla di un nobile, Edmund Talbot che, durante le Guerre Napoleoniche, parte con una piccola imbarcazione dall’Inghilterra per andare in Australia (anche Matty di Darkness Visible era andato, inutilmente, in Australia)… e in Australia prenderà parte al governo del New South Wales…
Il libro è il diario di viaggio che Talbot scrive apposta per spedirlo al padrino… è quindi un diario che ha un destinatario preciso… da subito si intuisce che Talbot è bello pronto a scrivere al padrino le cose belle, e soprattutto quelle in cui lui stesso vuole fare la figura del bel rampollo sicuro e audace, pronto al comando, al comportamento prorompente, galante, ma assai comandino, che il padrino, evidentemente, si aspetta da lui…
Talbot, quindi, descrive quasi come bifolchi tutti quanti gli altri passeggeri e perfino il comandante… Da nobile a cui è permesso tutto, va a parlare col comandante quando gli pare, senza prendere appuntamento, e si sente in diritto di farlo…
Ma il viaggio è lungo, e la gente a bordo è tanta…
Ci sono il sottoufficiale Summers, aiuto del comandante, buono e prudente…
Ci sono coloro che vanno in Australia per fondare società utopiche…
C’è il prete, il Reverendo Colley…
Ci sono i marinai, tutti mezzi poco di buono… soprattutto uno: bello, energumeno, un uomo quasi “attraente”…
C’è la nave, che via via che si va si scopre essere una imbarcazione assai poco sicura e solida…
e c’è il mare, che non aiuta affatto e il viaggio è luuuungo…
Nonostante il diario sia scritto in modo “edulcorato” per il padrino, Talbot non può fare a meno di riversarci i problemi che vive…
I primi “capitoli” sono segnati belli precisi a numeri arabi progressivi, ma via via, la routine della navigazione, il mal di mare e i pericoli seri, fanno perdere il conto a Talbot, la cui narrazione si sfilaccia, diventa allucinatoria… Nel mare, Talbot vede i suoi incubi; nelle stive vede abissi di paura e angoscia…
Poi si sparge la notizia che il prete, il Reverendo Colley è morto!
Indagando, Talbot scova il diario di Colley, che, come sempre in Golding, racconta la storia da tutt’altra ottica…
Il vedere Talbot strafottente e assertivo con tutti, dall’alto della sua nobiltà, ispirava Colley a fare altrettanto: in fin dei conti anche lui rappresenta un “potere”, la chiesa, che avrebbe dovuto, almeno secondo lui, avere lo stesso trattamento reverenziale dimostrato per la nobiltà… ma Colley invece si vedeva rifiutato, poco sopportato, e magari non per colpa degli altri, ma perché non era capace di presentarsi davvero con la stessa energia di Talbot…
L’essere emarginato spinge Colley al bere, a trovare modi di ubriacarsi nella nave, cose non facili, cose che abbisognano di avere a che fare con i marinai più umili… oppure con i marinai più fascinosi…
Colley, nel suo diario, si vergogna di dire (e Talbot, di conseguenza, si vergogna a scrivere in un volume che leggerà il padrino) di aver accettato ricatti sessuali da parte dei marinai, sotto i fumi dell’alcool e per avere altro alcool… non si capisce cosa è successo, ma tutto capita in una notte descritta come un rito, un sacrificio, come quelli di Lord of the Flies, o quello, ugualmente evanescente, di cui è vittima Pangall in The Spire… durante questo rito forse Colley ha accettato di fare una fellatio a un marinaio, e poi dalla vergogna si è ucciso [come succede, in qualche modo, al bambino vittima di Pedigree in Darkness Visible]…
o forse no…
Talbot capisce che, in qualche modo, è stato il suo comportamento, così radicato nelle convenzioni sociali, così obbediente alla dittatura delle classi sociali, a determinare l’esclusione di Colley dalla vita…
e capisce anche che gli uomini, abbrutiti dalla solitudine della navigazione, in situazioni di peculiare avvicinamento alla condizione non più civile della sopravvivenza in mare, diventano gli esseri più prevaricanti, prepotenti e pericolosi del mondo: più mortali del mare stesso…
Talbot capisce che le convenzioni sociali di cui è intriso si scontrano con l’umanità ferina della legge del più forte, che è pre-verbale e pre-sociale, e che non guarda in faccia a nessuno… e che nel vortice mortale della barbarie brutale ci sia cascato il timido Colley e non Talbot rende Talbot sì un “più forte” a livello di barbarie, ma lo rende quindi meno “umano” a livello di civiltà… perciò le classi sociali cavalcate da Talbot, apparentemente sistemi di civilizzazione, sono esse stesse ordigni della barbarie incivile, strumenti di bestialità…
o forse la civiltà tutta è impossibile da raggiungere, proprio perché l’uomo è animale, e sempre animale resterà…
L’ultimo capitolo del diario, che riflette su tutto questo, ha l’emblematico “numero” ultimo dell’alfabeto tipografico dei caratteri mobili: la e commerciale, &, la ampersand (forse crasi della formula «and per and» che si diceva a memoria dopo l’alfabeto, «ex, wye, zeta and per and», a dire «ics, ipsilon, zeta e la e che sta per e!»), ultimo simbolo delle mappe caratteri cinquecentesche: un simbolo che, quasi più dell’omega greca, sancisce la fine di tutto…

Rites of Passage finisce così, con il viaggio di Talbot che è ancora a metà…
Ma non si sa se Golding aveva davvero in mente una trilogia… anche perché anche The Spire finiva con la guglia ancora non finita…
E ci vogliono 7 anni prima di avere un “secondo capitolo”…
Ma Rites of Passage vince di tutto, e fa successo…
Dopo Darkness Visible è la consacrazione in grande stile di Golding, che riesce sì a tornare a galla dopo la crisi, con Darkness Visible, ma riesce anche a ritornare, con un altro lavoro, a sancire che il ritorno non era una tantum: Golding, vecchio, torna per restare!
per cui, quasi più che come Mad Mad: Fury Road, è quasi come l’Otello di Verdi dopo Aida!

1982
A MOVING TARGET
non è mai stato tradotto in italiano…

è una raccolta di saggi…
riguardano sopratutto la tecnica scrittoria, l’Antico Egitto, e uno contiene, un nuce, il soggetto di The Paper Men

1983
NOBEL
In modo forse inaspettato, una mattina, Golding riceve una telefonata che gli dice la giuria del Nobel lo sta considerando come vincitore al 50% delle probabilità!
Non si sa chi sia stato il detentore dell’altro 50%…
È la vittoria della consacrazione, che avrebbe potuto sancire la pensione totale di Golding…
che invece continua a scrivere…
La lecture di vittoria viene poi inclusa nella ristampa di A Moving Target

1984
THE PAPER MEN
in italiano: Gli uomini di carta, Milano, Longanesi, 1986 (nella Gaja Scienza), trad. Mario Biondi
Nel 1987 viene incluso, con Lord of the Flies e Rites of Passage, nel volume dedicato ai Premi Nobel della UTET…

È dedicato a Charles Monteith, l’inestimabile editore…
È un romanzo divertente, magari dispersivo e un po’ troppo lungo, ma Golding ci sublima con ironia, certe volte un po’ amara, gli anni del suo blocco dello scrittore (1967-1979), con tanti aneddoti presi anche dalle prime crisi alcoliche (già dal 1962)…
Perciò, anche se le ombre di autobiografismo sono in molti angoli di Golding (Free Fall e The Pyramid, e perfino in The Spire, considerando l’ispirazione nella Cattedrale di Salisbury), The Paper Men è il suo vero e grande romanzo-autobiografia…

Il protagonista è quindi uno scrittore alcolista, fiaccato anche dal divorzio, che conosce uno studioso, che lo tampina onde ottenere i diritti per scrivere la monografia critica “vita e opere” su di lui…
Lo studioso vorrebbe l’accesso all’archivio dello scrittore… alle carte, le papers, dello scrittore…
Le carte rimangono in custodia della ex moglie dello scrittore e della loro figlia: la ex moglie si risposa con un odioso figuro… si sospetta che la moglie, in qualche modo, faccia già leggere pezzi delle carte allo studioso, cosa che infonde allo scrittore, ubriaco fradicio, manie di persecuzione e paranoie…
Lo scrittore cerca di fuggire dallo studioso in tutti i modi, viaggiando a caso per il mondo…
anche in Italia, dove, per qualche mese, intraprende una relazione sentimentale con una donna, praticante cattolica, che lo vuole per forza portare a vedere le reliquie di Padre Pio…
Lo scrittore aborrisce le pratiche devozionali, ma, alla lunga, capisce che l’«oppio dei popoli» della religione funziona bene, e che le sue stesse carte fanno quasi funzione di reliquia e religione, per lo studioso ma forse anche per lui stesso…
Accetta di vedere lo studioso in Svizzera (vedi il viaggio in Svizzera effettivo di Golding nel ’71), dove però le eclissi alcoliche annebbiano assai lo scrittore, che si ritrova a «chiudere delle finestrine sinaptiche» (come Ralph del Lord of the Flies) per diverso tempo, tanto…
Nel mezzo delle «chiusure» lo scrittore sogna di tutto, in primis la sua infanzia, e si sente di avere addosso una opprimente “colpa” (come Pincher Martin?)…
Lo studioso propone una passeggiata per rinfrescarsi, e in questa passeggiata lo scrittore scivola in una scarpata: lo studioso lo riacchiappa quasi al volo, e usa quel salvataggio quasi per “ricattare” lo scrittore con l’idea «ti ho salvato la vita, quindi dammi l’accesso alle tue carte»…
Lo scrittore è risentito e col tempo sospetta che quella scivolata sia stata “programmata” dallo studioso: quando ritorna a vedere dove è scivolato, lo scrittore vede che la scarpata non è per niente profonda, e quindi non ha mai rischiato la vita, e ha ingigantito l’incidente per via dei fumi dell’alcool…
Lo studioso nega tutto, e presenta allo scrittore la sua giovane mogliettina…
In un momento in cui lo scrittore e la mogliettina rimangono soli, la mogliettina si lascia sfuggire che lo studioso ha poco tempo per ottenere l’accesso alle carte e per scrivere la monografia perché è sotto un contratto preciso, che prevede pochi anni di validità, stilato con un riccone appassionato di letteratura…
Lo scrittore non conosce il riccone, ma, nei deliri dovuti all’alcool, quel riccone spunta nei suoi ricordi! Non sapremo mai se sono ricordi effettivi o suggestioni…
Lo scrittore capisce che lo studioso ha coinvolto la mogliettina come baratto: la mogliettina dello studioso, giovane e carina, si concederà allo scrittore se questi darà allo studioso l’accesso alle carte!
Lo studioso nega tutto, ma lo scrittore è sicuro e allora scappa di nuovo, in giro per il mondo, lasciando falsi recapiti…
Ovunque vada, però, lo scrittore è sicuro di vedere lo studioso inseguirlo!
Molta porzione del romanzo si svolge in Grecia (vedi il viaggio alcolico di Golding in Grecia nel ’62-’63), dove lo scrittore trova dei vecchi amici, compagni di bevute, uno di loro gay…
si vede che Golding, ogni tanto, prova terrore per l’omossesualità: non raggiunge l’omofobia, anzi, in The Pyramid è tanta la simpatia, nel secondo episodione, per il personaggio omosessuale, ma è anche vero che nei riti paganistici che spesso descrive come gorgo di barbarie umano le pratiche omosessuali hanno una parte per nulla marginale!
Gli amici conosciuti in Grecia, in ogni caso, portano via tempo ma non hanno granché utilità, perché il viaggio “pivotal” per lo scrittore è a Roma, dove, sulla scalinata di Trinità dei Monti, nelle allucinazioni alcoliche, sente di essersi liberato dalla colpa che sentiva fino ad allora…
Da Roma ha contatti con la figlia, in una fantastica disamina di un rapporto distrutto tra padre e figlia, descritto da Golding davvero come un maestro, lasciando tutto al suggerito ma esprimendo a mille il disagio, il rimpianto e la disperazione…
Poi torna dalla ex moglie, di nuovo single, che gli confessa di avere fatto leggere molte delle carte allo studioso…
Lo scrittore sembra rassegnarsi, e sembra accettare la richiesta dello studioso…
Capiamo che il libro che abbiamo letto finora è partito come un resoconto lasciato allo studioso come “guida” alla consultazione delle carte
Ma si capisce che lo scrittore, invece, non sta scrivendo un’autorizzazione, ma sta scrivendo lui stesso la sua autobiografia così che lo studioso non debba scriverla, e il tempo concesso dal contratto col riccone sta scadendo…
Mentre lo scrittore sta stilando quello che è un rifiuto, vede dalla finestra lo studioso con un fucile…
Lo scrittore scrive proprio «ma dove l’ha trovato un fucil…»
Lo studioso ha ucciso lo scrittore apposta per ottenere le carte!

Non si legge male, ma rispetto a Rites of Passage è un Golding faceto e scioccarello…
La suggestione delle allucinazioni non è per niente trattata male, e una certa tensione, specie nell’inizio e nella fine (nella parte centrale è ovvia una perdita di focus), si percepisce con piacere…
Ma, tutto sommato, non è tra i lavori più strong di Golding…

1985
AN EGYPTIAN JOURNAL
non è mai stato tradotto in italiano…

è uno spassoso diario di viaggio in Egitto, un viaggio che Golding si concede dopo il Nobel…
L’Antico Egitto è un posto che ha ispirato Golding a mille (vedi The Scorpion God) e quindi le sue valutazioni su quella civiltà (già descritta anche nei saggi di A Moving Target) sono fantastiche, e Golding sa come divertire nel narrare tutto ciò che nel viaggio va storto!
Meriterebbe una traduzione italiana!

1987
CLOSE QUARTERS
in italiano: Calma di vento, Milano, Longanesi, 1988 (La Gaja Scienza), trad. Mario Biondi
poi Milano, TEA, 1998…
quindi nel volume Ai confini della terra edito da TEA nel 2002…

Secondo episodio di To the Ends of the Earth
Talbot è ancora in viaggio verso l’Australia…
Non scrive più il diario per il padrino, ma scrive per sé… le sue registrazioni sono quindi più letterarie, emotive, personali e meno pruriginose: non deve preoccuparsi di cosa il lettore penserà del narratore…
Ed è davvero “narratore” che Talbot vuole farsi, anche consapevolmente: le sue descrizioni sono più laboriosamente allucinate di sogni e paure, e sono piene di tremori nelle stive buie e di sublime panico davanti alla violenza del mare…
La nave di Talbot avvista ed entra in contatto con un’altra nave, la Alcyone, dove viaggia Lady Chumley…
Per Talbot è amore a prima vista, ma nell’Alcyone ci sono altri personaggi: il sottoufficiale Benét, per esempio, comincia a scalzare il prudente Summers nella simpatia del capitano… e Benét, di origini francesi, desta i sospetti di Talbot: in fin dei conti siamo in piene Guerre Napoleoniche…
Benét è però esperto e costringe il capitano a guardare in faccia la realtà: la nave su cui viaggiano è un colabrodo: ha una zavorra di alghe e bivalve attaccata alla chiglia, l’acqua potrebbe scorrere tra le filettature delle viti, e l’equipaggio è composto da inesperti poco di buono!
Con Lady Chumley, invece, Talbot parla del rapporto tra Natura e Arte, e Chumley, anche lei in contrasto con lo Zeitgeist già “romantico” che idolatra la Natura, afferma di amare molto di più l’Arte, che è conforto proprio a coloro che della Natura sono vittime (la Natura negativa, come la società, è una fissa di Golding dai tempi di Lord of the Flies)… Ma Chumley torna sulla Alcyone, ed è Benét che rimane sulla navetta di Talbot…
Talbot passa molto tempo con il gruppo di quelli che vanno in Australia per fondare la società utopica e chiacchiera molto con Summers di etica: Summers sembra cercare di andare al di là delle convenzioni nobiliari Ancien Regime che hanno portato alla morte di Colley, ma si capisce che il suo carattere mite e pragmatico non è compatibile con lo Zeitgeist, per questo il comandante preferisce Benét…
Nel suo scritto Talbot rompe la finzione dicendo espressamente di voler scrivere un “romanzo” con protagonista Benét, ma la cosa non lo sconfinfera… anche perché il plot diventa tragico di suo poiché un marinaio, atterrito dal fatto che Talbot possa rivelare quanto è successo la notte della morte del Reverendo Colley, e che fino ad allora aveva tediato con tentativi di parlare con lui, si suicida, lasciando tutti nello sconcerto…
Ancora una volta il comportamento di Talbot porta alla morte…
Finisce che Benét convince il comandate a fare un tentativo di “pulizia” della chiglia con una corda ruvida che raschi via il più possibile la zavorra… la cosa sembra funzionare, ma quando il miscuglio di alghe e valve esce dal mare, Talbot ci vede tutto il lerciume del mondo, della società e anche della sua condotta marcia…
e il viaggio continua… stavolta ben consapevole di abbisognare di un terzo capitolo!

È un Golding che sa quello che fa…
meno compatto rispetto a Rites of Passage, è comunque un bel leggere, e le tematiche metanarrative su chi debba fare il protagonista dello scritto sono assai interessanti!

1988
SIR
Golding viene nominato cavaliere, adesso è Sir William Golding…

1989
FIRE DOWN BELOW
in italiano: Fuoco sottocoperta, Milano, Longanesi, 1990 (La Gaja Scienza), trad. Pier Francesco Paolini
poi Milano, TEA, 1998…
quindi nel volume con tutta la trilogia di TEA del 2002…


Fire Down Below è anche un film con Steven Seagal del ’97, che non ha nulla a che vedere col romanzo!

Terzo episodio di To the Ends of the Earth
Talbot rimpiange Lady Chumley e nella dicotomia tra Summers e Benét parteggia apertamente per Summers, che comincia a fare amicizia con Talbot… gli procura contenitori stagni per vestiti e oggetti, parla con lui di buongoverno futuro, in alternativa alle troppo radicali idee degli utopisti…
Benét, intanto, propone un rischioso modo di rendere efficiente la nave: costruire un anello di ferro con cui, ancora incandescente, avvolgere la pancia della nave, e poi raffreddarlo così da stringerlo e chiudere tutte le eventuali falle…
La cosa è troppo azzardata: la si tenta ma il pericolo è aperto, tanto che, una volta attraccati finalmente in Australia, Summers torna sulla nave per vedere se va tutto a posto, ma la nave esplode, perché il calore dell’anello ha attivato la polvere da sparo nelle stive…
Summers muore in una scena straziante per Talbot: l’amico “buono”, sempre alla ricerca del compromesso e della via di mezzo soccombe all’entropia… ancora una volta la bontà, la prudenza, tutti i sentimenti di “civiltà” vengono spazzati via dalla casualità della barbarie, da un istinto violento insito nell’esistere…
Anche gli utopisti sono sconvolti dalla morte di Summers, e vanno a fondare la loro colonia, sicuri, però, di non riuscirci…
Talbot, con grande sorpresa, trova in Australia Lady Chumley, arrivata con l’Alcyone
Si sposeranno e governeranno sul New South Wales cercando di arrabattarsi con tutte le istanze incompatibili dell’esistenza: senza cercare di fare del bene, ma solo pensando di fare meno male possibile, poiché Talbot sa che il bene così come la libertà *non possono* esistere: ci sono solo tentativi di avvicinarvisi, ma sono “concetti” irraggiungibili…

È forse il più blando e lungo dei tre, quello più zeppo di discorsi filosofici invece che di azione…
Ma la conclusione filosofica attrae assai!
Ed è la conclusione della vita di Golding, che muore nel ’93: Fire Down Below è l’ultimo libro che porta a termine e infatti ha il sapore del testamento

1995
DOUBLE TONGUE
in italiano: La doppia voce, Milano, Corbaccio, 1996 (collana degli Scrittori di tutto il mondo), trad. Mario Biondi
viene intercettato dal Club degli Editori nello stesso ’96…

Corbaccio, come TEA, è solo un marchio del Gruppo editoriale Mauri Spagnol, di cui fa parte anche Longanesi… era una casa editrice seria, fondata nel 1918, ma Mauri Spagnol la acquisisce davvero inglobandola del tutto, e facendo uscire presso il suo marchio anche roba già edita col marchio Longanesi…

Double Tongue esce postumo…
Viene ritrovato tra le sue carte dalla figlia, insieme al brogliaccio del 1948 con narrati gli eventi che Golding visse durante il D-Day, a un progetto su un romanzo di avventure su uno scrittore che va a caccia di reperti archeologici nei mari intorno alla Sicilia, e un abbozzo di narrativizzazione dell’insegnamento di Golding a Salisbury…

Si vede che è postumo, con tanto di quadre e momenti di ripensamento…
Narra la vita di una ragazzina di Delfi, quando la Grecia è già protettorato romano…
È la stessa ragazzina che narra…
Lei dice di essere brutta e non adatta a sposarsi…
Quando da piccola vede un pesce vivo friggere in padella, lei si spaventa e urla: un servo getta via i pesci per non farla urlare, e il servo, per non confessare di aver gettato via del cibo, dice che i pesci sono “spariti”… la gente capisce che li ha fatti sparire la bambina!
da allora la piccola è avvolta da un’aura di magia
un’aura a cui anche lei comincia a credere, perché pensa di capire i pensieri degli asini…
il rampollo della fattoria, suo vicino di casa, la chiede in moglie, ma lei fugge via appunto su un asino: finisce tra le fauci dei mastini della fattoria, che uccidono l’asino che la disarciona… lei cadendo finisce, forse (è una delle metafore inintelligibili di Golding), “scoperta”, magari nuda…
La cosa desta scandalo e il matrimonio sembra annullato…
Ma all’incidente assiste il gran sacerdote di Delfi, ospite del padre della bimba…
E il sacerdote si offre di portare la bimba a Delfi e addestrarla a fare la pizia, la voce dell’oracolo di Delfi: la voce di Apollo!
La piccola, che via via cresce, descrive la vita prima da apprendista pizia poi da pizia vera e propria quasi con noia, e con la consueta ambiguità di Golding riguardo alla religione: è ovviamente tutto finto (il sacerdote insegna alla ragazza come parlare in esametri così da stupire gli avventori; le dice chiaramente cosa dire; la addestra a essere sibillina e mai chiara così da non avere mai davvero torto!), ma la ragazzina sembra sentire davvero il dio che la “possiede”, tanto che lei descrive la cosa come uno stupro… ma anche lei non sa se quelle sensazioni ci sono o sono solo indotte dalle foglie psicotrope che il sacerdote le fa ingerire prima di profetare…
E non tutto è rose e fiori anche per via dei romani… che comandano…
Il sacerdote è sicuro di usarli, tramite i responsi non risolutivi degli oracoli, ma poi si accorge che i romani non credono davvero all’oracolo, e quindi non obbediscono affatto ai suoi consigli… e i romani sono anche indifferenti al fatto che gli edifici di culto degli oracoli stiano cadendo a pezzi, e che occorrano seri restauri onde salvare il tesoro di Delfi che, da tempo, non è più il denaro (oramai finito da secoli) ma sono i papiri di Omero e altri “libri” e “volumi” inestimabili…
Il sacerdote però non riesce a trovare fondi per il restauro, anzi, si accorge che non solo i romani ma anche i greci stessi hanno ben poca affezione per la cultura: ogni singola polis considera solo la “propria” cultura come importante e se ne infischia di una “cultura greca condivisa”…
Il sacerdote allora tenta una vera e propria, e impossibile, congiura atta a sobillare le poleis greche contro Roma…
ma viene scoperto…
La ragazzina pizia, ormai vecchissima, rievoca tutto quanto, notando come l’oracolo, vero o presunto che fosse, una volta finita la civiltà greca conquistata definitivamente da Roma, smette di parlare del tutto: non parla né a lei né ad altre pizie future…
L’antichità è finita…

Come tutte le cose postume non si capisce cosa Golding avrebbe tenuto e cosa tagliato…
Le descrizioni sulla civiltà antica sono cose che Golding sa fare da decenni, e quindi intrigano, così come la narrativizzazione del rapporto tra gli ellenisti e Omero…
Ma Double Tongue rimane quasi insapore, pur rimanendo davvero molto interessante per chi ha curiosità sulla grecità…

Per saperne di più, la bibbia biografica di Golding è
John Carey, William Golding, the Man who wrote Lord of the Flies, New York, Simon & Schuster, 2009;
poi naturalmente “inglobato” da Faber and Faber, nel 2010…

ha scritto qualcosa anche la figlia di Golding:
Judy Golding, The Children of Lovers, London, Faber and Faber, 2012…

e una grande esegeta di Golding è stata Virginia Tiger:
Virginia Tiger, William Golding: The Dark Fields of Discovery, London, Marion Boyars, 1974;
Virginia Tiger, William Golding: The Unmoved Target, London, Marion Boyars, 2003…

in italiano credo sia stato scritto solo
Mario Domenichelli, La morte del sole. Simbolo e mito nel romanzo di W. Golding, Urbino, Argalia, 1979…
che però è un qualcosa che si trova solo in biblioteca, e nemmeno in tutte (a Firenze, per esempio, non ce l’ha manco la Nazionale, che, in teoria, dovrebbe avere il deposito legale, ma solo la Marucelliana!)

e naturalmente c’è il sito ufficiale, gestito direttamente dalla figlia, che commenta quasi tutti i romanzi personalmente!
È ancora un pochino “sguarnito” di contenuti a tappeto (molto poco indagati molti aspetti), e ha la finalità palese di vendere i libri di Faber and Faber, ma ha un bel po’ di “voci” dedicate a roba interessante, che si trova non tanto nella presentazione del singolo romanzo (che spesso viene liquidato con pochissime righe) ma parecchio nell’osservazione di certi singoli personaggi!



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6 risposte a "Un po’ di William Golding"

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  1. Me lo sono letto tutto piano piano, visto che è un articolo lunghissimo e davvero molto interessante, soprattutto perché di Golding, come tanti altri, ho letto solamente Il Signore delle Mosche; tra l’altro è un libro a cui sono molto legato perché è uno dei primi, se non il primo in assoluto, che abbia affrontato in lingua originale quando andavo all’università.

    Da quello che hai scritto non sembra esattamente pane per i miei denti: le storie sono affascinantissime e molti libri mi hanno davvero incuriosito, ma i dettagli sullo stile mi hanno raffreddato molto. Non sono un estimatore delle narrazioni così oscure, in cui non si capisce bene cosa stia accadendo e che fanno della cripticità la propria cifra stilistica fondamentale. E’ un modo di raccontare che mi stanca piuttosto in fretta, e che a lungo andare mi porta, se non ad abbandonare un libro, che cerco sempre di portare a termine a ogni costo, sicuramente riconsiderare molto attentamente di proseguire l’esplorazione dell’autore. Il paradosso è che, tra tutti i suoi libri, quelli che ho trovato più accattivanti sono anche quelli che hai definito come i più incomprensibili!

    Un’altra cosa che mi mette in difficoltà è la sua filosofia di fondo, quella sorta di pessimismo cosmico che sembra permeare tutta la sua produzione. Io non sono necessariamente d’accordo con la sua visione, o meglio, vado molto a periodi: ci sono momenti in cui tutto mi sembra perduto e che non ci siano speranze per il futuro e altri, invece, in cui vengo preso da questo ottimismo (probabilmente ingiustificato) che mi dà un senso di speranza, nuovamente, probabilmente ingiustificato. In generale, però, non sono d’accordo con la sua visione di un’umanità e una natura intrinsecamente malvage e distruttive, in cui il caos è l’unico risultato che ci si può attendere e la reciproca distruzione l’obiettivo ultimo di ogni relazione umana. Anche nel Signore delle Mosche, sebbene capisca la sua filosofia e la sua visione, l’idea dell’essere umano per natura corrotto, prevaricante e distruttore mi ha messo molto a disagio. Ma probabilmente si tratta di un idealismo mio, che non sembra trovare effettivo riscontro da nessuna parte: alla fine le persone si ammazzano fin da quando hanno imparato a camminare su due zampe e usare le mani per fare cose, per cui probabilmente qui ho torto io.

    1. Ma che la vedesse in quel modo, poveraccio, forse era dovuto al suo bere come una spugna!

      Io darei un’occhiata almeno a “Riti di passaggio”, che è uno di quelli che si reperiscono meglio…

      Di certo ti confermo che, almeno per me, è un autore parecchio impegnativo: sono stato a rileggere e rileggere spesso alcuni passaggi per “interpretare” a che si riferissero…
      ma a me la cosa piace: io sto per ore sui commenti di Petrarca, per esempio, per capire di che cacchio sta parlando!

      1. Ma guarda, quando si parla di poesia piace molto anche a me interrogarmi e interpretare le metafore che vengono usate: in quel caso lo trovo stimolante, e mi sembra che il formato si presti molto di più a un linguaggio sibillino. Quando accade nella prosa divento insofferente molto più in fretta, forse perché lo percepisco come un linguaggio più vicino al parlato quotidiano per cui nel momento in cui si fa eccessivamente criptico ho come l’impressione di essere manipolato o preso in giro. Mi sento come se il narratore non fosse onesto, come se stesse truccando le carte, non so se mi spiego, per cui perdo interesse abbastanza velocemente.
        Quando torno in libreria cercherò Riti di Passaggio, allora, così almeno conoscerò qualcos’altro oltre a Il Signore delle Mosche.

      2. Il volume TEA con tutta la trilogia del mare (Ai confini della Terra) magari c’è ancora su qualche scaffale nascosto!
        Senz’altro trovi quelli nuovi nuovi, appena ristampati da Mondadori: Il destino degli eredi e L’oscuro visibile!

        Sulla prosa che non si comprende e frustra ti capisco benissimo, ma io, pur amando la letteratura, non sono per niente letterario: io quando leggo “vedo” e difatti amo di più i libri che hanno un approccio a “immagini”, quasi a “inquadrature”, invece che testi di groviglio di “lettere”… per capirsi: amo di più Tolstoj di Dostoevskij e una cosa tutta “confessione” e voce interiore, tipo Celine o Italo Svevo, non riesco davvero a leggerla!
        Perciò, anche se non capisco cosa sta descrivendo, le descrizioni di Golding sono però “visive”, e quindi quando leggo riesco a “vederle”: mi faccio un film mentale con inquadrature strambissime, alla Tarkovskij o alla Ozu, e mi intrippo assai!

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