«Watership Down» di Martin Rosen, 1978

Per la giornata internazionale del coniglio, ho deciso di ricordare questo complesso film, citato spesso, nelle liste nerdaiole, come uno dei più disturbanti, almeno del decennio 1970s…

Basato su una articolato romanzo di Richard Adams del 1972, il film fu tanto voluto da Martin Rosen, un neofita del cinema, che aveva alle spalle soltanto la produzione del Women in Love di Ken Russell (1969), già di per sé controversissimo…

Ovviamente, essendo i protagonisti dei conigli, fare un film di animazione era scontato, e Rosen contattò un esperto animatore, John Hubley, attivo nella Disney pre-sciopero del ’41 (forse fu licenziato in conseguenza dello sciopero, o forse no: si dice che volesse mettersi in proprio già dal ’39), e creatore di Mr. Magoo (1949)…

Hubley optò per uno stile molto disegnato, stilizzato, quasi da libro infantile da colorare, e completò così tutta la sequenza iniziale…

Rosen non voleva che il resto del film seguisse lo stesso stile e insisteva per virare il progetto su un insistito “realismo”… Hubley non volle, i due litigarono, e il film finì per ultimarlo lo stesso Rosen: e non si sa davvero come fece, visto che era, s’è detto, un neofita di cinema tout court e un completo digiuno di animazione! [alla fine Hubley non è sopravvissuto fino a vedere il film ultimato: è morto nel 1977]

Con l’aiuto di uno storyboard bello serio (ci lavorò anche Luciana Arrighi, conosciuta da Rosen in Women in Love, e in futuro una delle scenografe più blasonate del cinema e teatro britannici e non: al lavoro per James Ivory, Michael Hoffman, Oliver Parker, Neil LaBute, Ang Lee, Andy Tennant ecc. ecc.), della squadra che aveva messo su Hubley (il supervisore di animazione era Phil Duncan, che lavorava almeno dal 1940 tra Disney, Hanna & Barbera e Ralph Bakshi), e di un reparto di montatori giovani ma con i controattributi (Terry Rawlings e Les Healey, che di lì a poco incontreranno Ridley Scott per Alien e Blade Runner), Rosen tira su un film che riesce a essere insieme naturalista e allucinato, crudo e subliminale…

Nel soggetto di Richard Adams c’era di tutto: i suoi conigli sono metafora di civiltà, certamente come la famiglia di Peter e Benjamin Rabbit di Beatrix Potter (1902), ma sono anche metafora di dura politica sociale, sul solco dell’imprescindibile Animal Farm di George Orwell (1945), ma hanno un tono numinoso, sacrale, perfino “profetico”…
Si muovono nell’orizzonte del mito, con veggenti/aruspici (quasi “folli di dio”) e visioni spiritiche, alla ricerca di una terra promessa para-biblica, ma soprattutto hanno a che fare con una tremenda e quotidiana questione della *sopravvivenza*…

È soprattutto questo l’aspetto che rende Watership Down così particolare: far vedere l’esistenza come una feroce lotta continua, di cui politica e religione sono solo parti non prevalenti che si amalgamano con difficoltà con una ben più preponderante necessità “vitale” presente in tutto: sopravvivere è lo scopo/mezzo della religione e anche lo scopo/mezzo della politica…

In certi pezzi più sociali, specie nel finale, nella lotta con la barbarica inciviltà totalitaria del Generale Woundwort, siamo sicuramente dalle parti di Orwell, con qualche briciolo di importanti precedenti, soprattutto la Liška Bystrouška di Rudolf Těsnohlídek (1920, alla base dell’opera Příhody lišky Bystroušky di Janáček, che ho appena citato in Once Upon a Time in Hollywood, vedi anche le Musiche per la primavera), e i due lavori “animaleschi” di Karel Čapek, Ze života hmyzu (1921) e Válka s mloky (1936), ma Rosen (e Adams) non ha(nno) nulla della loro sardonica vena satirica, né del loro “sarcasmo”… Adams e Rosen si mantengono quasi “atoni” nel descrivere i fatti, con un accento perfino “pastorale”, in un racconto da exemplum medievale, da sacra rappresentazione (simile a quella che abbiamo visto in Threads, un altro film della lista dei “terrorizzanti/estranianti”), con le ambientazioni e i personaggi sì realistici, terrei, sanguinosi e sanguinari, ma sempre al limite dell”impersonale”, dello “stilizzato”: i fondali sono sì naturalistici ma sempre da illustrazione, quasi da acquarello, e la violenza è esibita e feroce, ma sentita quasi come “parte del tutto”, immanente e sempiterna, non “estranea” né “rinnegante” l’essenza della vita, ma elemento integrativo di essa (in un’idea quasi alla John Boorman di Emerald Forest, 1985)…

Il carattere “liturgico” non fa somigliare per niente Watership Down neanche a Pasqualino Settebellezze di Lina Wertmüller (1975), altro coevo grande apologo sulla *sopravvivenza* in un mondo ostile…

Ancora come in Boorman (stavolta Zardoz, 1974), il finale arriva sì a far congiungere mito e vita, e sicuramente l’esistenza serena nella terra promessa è stata garantita, ma tutto questo noi non lo vediamo: vediamo solo la morte, intesa sì come ricompensa, e come momento di “completamento” di tutto, ma il fatto che il termine ultimo della *sopravvivenza* sia proprio la *morte* è qualcosa di molto estraniante (come estraniante sono i colpi dei Brutals che finalmente uccidono gli immortali e annoiati Eternals in Zardoz): il morire forse è la liberazione da tutto quanto, dalla cupezza della vita e dall’ansia proprio della *sopravvivenza*, ma se è così che senso ha avuto *sopravvivere* e scappare dalla morte tutto questo tempo, e con travagli così pronunciati?
E la morte è liberazione, certamente spirituale e interiore, ma quanti strascichi produce nel “fisico” e in ciò che “rimane” (sangue e cadaveri)? Cose per nulla piacevoli per una cosa che alla fine ti “completa”…

Watership Down, tra Boorman e Sylvia Plath, tra Leopardi e Schopenhauer, parla proprio dell’assurdità dell’istinto di rifuggire da una cosa che infine si scopre ineluttabile e sì piena di tragicità materiali ma anche zeppa di bontà immateriali…

Parla anche, magari, di un percorso di cui si acquista il senso solo alla fine, e che quindi si debba voler *sopravvivere* a tutti i costi prima di accettare di dover/voler morire…

E afferma, forse, anche che la spinta esistenziale nella vita dell’essere intelligente è tutta un oscillare tra il voler vivere e l’accettare di dover morire… L’antinomia stessa della *vita*, quella derivata dalla chimica del carbonio, l’unica cosa che c’è e che c’è solo in quanto, per esserci, non fa che ripetere ciclicamente il suo *non esserci*…

Aggrovigliamenti filosofici in cui ogni tanto è bene perdersi…

…anche quando ad agirli sono dei conigli!

John Hurt è la voce, molto convincente, dell’eroe protagonista (Hazel)…
Richard Briers è un ottimo “folle di dio” (Fiver, che nelle edizioni italiane è facile vedere tradotto come Quintilio)…
Zero Mostel gigioneggia un po’ troppo nella parte del gabbiano (Kehaar), che dovrebbe essere “comica”…
gli altri attori sono bravini, in uno scenario che vuole proprio il non distinguere granché un coniglio dall’altro, per dare proprio l’idea di “branco” più che di individui (una cosa simile succede con l’esercito di Black Hawk Down di Ridley Scott: è difficile, tra i militari, distinguere davvero tutti quanti)…

Nel 1982, Don Bluth, nel Secret of NIMH (uno dei miei coetanei), non farà, per certi versi, che ricalcare molte idee di Rosen e di Watership Down, anche se, certamente, con maggiore esperienza di animazione…

2 risposte a "«Watership Down» di Martin Rosen, 1978"

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  1. Mi aggiungo alle orde nerd nel definirlo disturbante. 😁
    È però un’opera che si fa fatica a definire “brutta”, anche se non nelle proprie corde. Molto particolare,come dici tu “atona” nell’esprimere il dramma.

  2. Oddio ma è La collina dei conigli! Non conoscevo il titolo originale… disturbante è dir poco!

    Interessante come sempre, Nick, grazie! :–)

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