«Threads» di Mick Jackson, 1984

Threads è abbastanza “rinomato” per essere uno dei film più disturbanti che si possano vedere…
Non è un prodotto di cinema, è una sorta di fiction sperimentale della BBC, girata nel 1984 da Mick Jackson… un regista che ha una nomea negativa per il suo lavoro su due blockbuster abbastanza decotti, The Bodyguard di Kevin Costner (1992: Jackson giunse a guidare la principal photography, in verità non facendo un lavoro bruttissimo, dopo che il film era passato da un lungo periodo di incubazione nella pancia di Hollywood: Lawrence Kasdan scrisse la sceneggiatura nel 1976, prima di conoscere George Lucas e Steven Spielberg), che fu un grande successo di pubblico, e Volcano di Tommy Lee Jones (1997)… ma prima di quelli realizzò tante cose per la BBC, in una carriera lunga più di 50 anni…

Scritto negli anni più neri della Guerra Fredda, mentre in America Nicholas Meyer stava girando il parimenti televisivo The Day After (che venne trasmesso l’anno prima), fu assemblato da Jackson grazie a innumerevoli consulenze giornalistiche e scientifiche riguardanti gli effetti di una guerra nucleare… suo partner scrittorio fu il drammaturgo Barry Hines (quattro anni più anziano di Jackson: come da prassi UK è il suo nome, quello dell’author, del writer ad apparire preponderante e più evidente, nei titoli, rispetto a quello del director), dal background politico più consapevole (collaboratore, qualche volta, di Ken Loach), che, si dice, ebbe da ridire sulla personalità invece molto “piccolo borghese” di Jackson…

Narrato da una voce fuori campo, ma anche dalle copiose apparizioni di scritte video in grafica SuperQuark anni ’80, con date, stime, grafici, statistiche e numeri, sovrimpressi su fondo nero (più raramente sulle immagini), riguardanti la località di ambientazione (il polo industriale di Sheffield, nel South Yorkshire), le sue generalità produttive, demografiche, amministrative (dove e come funzionano gli uffici pubblici e “gestionali” della città), tutte commentate dalla assai bonaria voce off, il film sembra seguire, per un buon quarto del tempo di durata (in tutto, Threads dura 1h 50′), la gravidanza indesiderata di una giovanissima coppia, evidentemente appena formatasi, con tanto di presentazione dei genitori, preparativi alle nozze (i ragazzi, comunque, si vede che si amano molto), con piccole ruggini riguardanti le classi sociali di appartenenza (ricca lei, non proprio benestante lui, ma molto appassionato di ornitologia e coltivante una intera voliera)…

Già in questo quarto d’ora iniziale vediamo che la narrazione visiva attuata da Jackson è molto affascinante: è costruita con singoli piani, quasi sempre immobili, senza praticamente movimenti di macchina, piani molto spesso ravvicinati su particolari che si alternano a campi medi, e rari campi lunghi, come un film di Yasujiro Ozu, o come una serie di fotografie animate che si compongono in narrazione… Un narratore visivo che non è asettico, anzi: con i suoi particolari dettagli ravvicinati sembra affezionarsi, pur rimanendo semplicemente nell’intento di formare “foto che si susseguono”…

Durante questo primo quarto d’ora, oltre alla storia dei ragazzi, seguiamo, percependole quasi in sottofondo, altre due storie: quella di un collasso guerresco in Iran e Golfo Persico tra USA e URSS (narrata in modo indiretto con resoconti di TV e radio ascoltate dai personaggi principali, e con manifestazioni pacifiste in piazza)… e quella dell’organizzazione militare e civile britannica per gestire eventuali guerre sul territorio, con prefetti che si devono preparare a subentrare al governo di Londra se questa cadesse sotto eventuali bombe nemiche…

Al quarto d’ora la vicenda di probabile guerra USA/URSS prende il sopravvento e subito dopo, in modo anche abbastanza sorprendente, due bombe atomiche vengono fatte cadere sul Regno Unito, una proprio a Sheffield…

Da allora, Threads e il suo narratore visivo, si mettono a osservare, con il consueto miscuglio di “distanza fotografica” e “empatia del dettaglio”, lo struggentissimo modo di condurre la vita dei pochi sopravvissuti, alle prese con la pioggia di detriti radioattivi, e con le conseguenze che le radiazioni hanno su qualsiasi aspetto dell’esistenza: dal freddo che sopravviene per le nubi nere di uranio, alla contaminazione dei raccolti, dell’acqua, alla mancanza ovvia di cibo, al collasso di qualsivoglia “civiltà”, nonostante si avverta la presenza di un governo, spesso repressivo contro i numerosi sciacalli e depredatori, che si avvale di poliziotti agguerriti…
Su tutto questo, il narratore visivo semi-empatico, è accompagnato sempre dalla bonaria voce off e dalle asettiche scritte sovrimpresse, che illustrano tutta la situazione e la spiegano: informano su come sia impossibile mantenere medici e medicinali, come sia impossibile allevare bestiame, e, soprattutto, come tutti i fattori coinvolti facciano calare la popolazione inglese in modo davvero radicale…
Lo scenario descritto e visualizzato è davvero desolante e triste, e voce e immagini ce lo tratteggiano senza pietà ma anche con una sorta di rassegnazione, come a dirci: «lo vedete come sarà? e non possiamo farci niente, così sarà…»
Threads fa vedere che neanche dopo 10 anni dall’esplosione delle bombe le cose possono dirsi “rientrate” o “calmierate”: le nuove generazioni (la figlia dei ragazzini, che vediamo nascere e crescere in mezzo alle campagne desolate del fall out), incolte (la loro lingua appare incomprensibile) e allo stato brado, si muovono in una Inghilterra afflitta dalla perdita dello strato di ozono che provoca, tra le altre cose, cataratte, sfoghi cutanei, e “disossamento” di tutti i frutti della terra…
Dopo qualche anno dalle bombe, la popolazione si disperde nelle campagne, in paesaggi di erba e rocce, che il narratore visivo scruta con gusto quasi gotico, orroroso, espressionista…
Il tono rassegnato, le immagini espressioniste semi-distaccate, e le scritte e le voci che spiegano quello che avviene, fanno sembrare Threads un mistero, un exemplum morale medievale, con il raisonneur a intervenire a “doppiare”, “moltiplicare” e appunto rendere intelligibile l’azione stilizzata degli attori bidimensionali e delle immagini fisse e insieme cangianti illustranti, con dolente mestizia, fatti inusitati, traumatici, disperanti, che durante il fall out divengono anche mentali (la ragazza ancora incinta vaga verso il congestionato ospedale vedendo una donna terrorizzante attaccata al figlioletto morto, e quell’immagine le ritornerà in mente sotto forma di ricorrente incubo fatalista); immagini che, piano piano, si fanno anche “leitmotiviche”, in un discorso quasi millenarista di presagi e segni che ritornano preludendo e rimarcando la sciagura su cui non c’è che da piangere (la ragazza continuerà a portare con sé, per tutta la vita, il libro di ornitologia dell’amato, ripreso sempre nel medesimo sistema di dettagli semi-empatici della macchina da presa: vedendolo col senno di poi ci accorgiamo che quel libro, ripreso in quel modo anche prima delle esplosioni, è insieme presagio e insieme tragico ricordo di una vita “diversa” che dopo le esplosioni sembra quasi un’illusione mai esistita)…

Film disturbante, certamente, ma non nella maniera gratuita, puramente sadica, di certe serie horror, e neanche nichilista… disturbante a livello moralizzante, in senso davvero esemplare, con finalità di catarsi assai ben raggiunte: il terrore causato dal film è stato riconosciuto da diversi storici dell’immaginario come un buon motivo per scongiurare gli attacchi nucleari (pare che abbia fatto impressione a Reagan, insieme a The Day After)…
Un film che porta un mix di distacco ed empatia visiva a cui deve essersi ispirato Danny Boyle per 28 Days Later… (2002) e anche, per certi versi, Alfonso Cuarón di Children of Men (2006), la cui macchina mobilissima (al contrario di questa di Jackson), inquadra spesso scenari simili, gotico-disastroso-espressionisti, a quelli costruiti in Threads
Ed è per questi motivi, più che per odiosa ricerca di emozioni “schifevoli”, che Threads merita la sua fama underground

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