Yesterday

E dopo Tarantino, ancora un’ucronia e un what if nella proposta cinematografica di questa stagione, anche se di Yesterday se ne parlava già a giugno, con numerose e sempre rimandate uscite estive nella mai da trascurare, ma sempre titanica, impresa di far andare gli italiani al cinema in luglio e agosto (e a volte, specie se c’è i mondiali di calcio, anche a giugno)…

Il problema mio, a livello “critico”, con film così è che io questi film li adoro… cioè, io Danny Boyle quasi lo idolatro…
per cui la mia oggettività è compromessa a priori

Il problemone serio è che se io fossi capace di fare film li farei come li fa Danny Boyle…
Sì narrativi, ma quando lo sono “troppo”, quando le inquadrature diventano troppo banali o risapute, Boyle ti risveglia subito con un dutch angle al punto giusto, con una composizione d’immagine sopraffina, con uno stacco di montaggio che ti spiazza, con un’esplosione cromatica che ti «sciacqua» gli occhi, con la macchina che all’improvviso si palesa come protagonista, e ti ricorda di essere *al cinema*…
Un tipo di intrattenimento che a me slurpa assai, perché si avvicina ai miei adorati “romantici” (letterari e musicali), quelli che, pur narrandoti, ogni tanto “si fermano” e ti parlano direttamente (direttamente a te), e perfino di altre cose, anche sbandando, ma sempre con «intenti attinenti» alla vicenda, e poi, al contrario dei “barocchi” (che continuano a parlarti anche quando tornano, dopo la digressione, alla vicenda), i “romantici” riprendono il narrato riimmergendoti nella trama viva, con l’occhio che arrivava a coincidere col personaggio, riuscendo a essere sia esterni sia interni all’azione, al narrato, al costruito, al percepito, con uno storytelling che proprio grazie a quella dicotomia, nella sua sinusoide di “fuori e dentro”, è proprio da urlo, più coinvolgente invece che meno coinvolgente (come spesso affermano gli amanti dell’«immersione totale» nella diegesi)…

E questo storytelling c’è anche in Yesterday
Un filmetto che, di mera trama, è molto più di Richard Curtis (screenwriter e producer) che di Danny Boyle: una storiella d’amore classica, coccolosa, risaputa e prevedibile (e Curtis, di queste storielle, ne ha già fatte tante, anzi ne è quasi un “maestro” indiscusso: Notting Hill, Love Actually, Four Wedding and a Funeral, Bridget Jones’s Diary)…
Una storiella che Boyle infarcisce del suo storytelling variegato e coinvolgente, con la sua maestria nel farci catapultare nei sentimenti dei personaggi *proprio perché* ci fa essere consapevoli ogni volta che la cosa è finta, costruita, è funzione, è una rappresentazione che *sta per* il sentimento vero, davanti alla quale noi ci ricordiamo che il sentimento vero è quello *nostro*, che *attiviamo guardando la rappresentazione*, e non quello della rappresentazione… A innamorarmi sono IO non i personaggi! L’amore che provo è quello MIO che ho vissuto e che vedendolo nel personaggio riattivo, e NON quello del personaggio!
Boyle, con i suoi dutch angle, il suo montaggio ritmato, i suoi colori sgargianti, i suoi giganteschi lettering che, come in un fumetto, compaiono sovrimpressi negli ambienti reali, narra alla perfezione quest’innamoramento facendoci battere il cuore, facendo strage di sospiri, di pianti e di commozioni…

Il casino, purtroppo, è che, con Curtis a scrivere, il resto del discorso, tolta la love story, non va da nessuna parte, e brilla per mancanze… come se si dimenticasse, a un certo punto, quello che voleva dirci…

La riflessione sul bisogno di Beatles, di canzoni scritte tra i 60 e i 50 anni fa, in un mondo discontinuo, praticamente non c’è… e poteva davvero essere interessante…
Il pivotal moment da Deep Fake (che non rivelo per pietà) non acchiappa, anzi, potrebbe anche risultare ridicolo involontario…
E la battuta sul bisogno di Beatles ma non di Harry Potter potrebbe aprire a gineprai di senso che, dato quello che penso di Harry Potter e che comunico alla fine di Animali Fantastici, è meglio non percorrere…

Finisce che la gioia si sgonfia, in uno script che Boyle rappresenta benissimo, ma forse senza crederci davvero, finendo per non controllarlo sul serio (come era successo, forse, in Steve Jobs, che finisce nello stesso sapore di «nulla di fatto»)

Ma la felicità di essersi immersi in una foga di narrazione stupefacente e magnetica, degna di ben altri capolavori (che per fortuna Boyle ha già fatto), quella rimane tutta!

Massimiliano Alto distribuisce bene i due protagonisti: Marco Giansante su Patel e Benedetta Degli Innocenti (bella scura e dolcissima) su Lily James – attrice che era partita come sosia di Marco Ligabue nella carinissima Cinderella di Kenneth Branagh (2015), vedi anche Baby Driver, ma che adesso, a 30 anni, dopo Darkest Hour, potrebbe diventare davvero una stellina seria del british cinema…

Kate McKinnon, quella che è forse il talento comico più geniale del nostro tempo, non è possibile doppiarla, e Domitilla D’Amico, anche lei una gigioneggiatrice patentata, è una delle scelte meno cattive che si potevano fare…
Forse, però, Chiara Gioncardi, che l’aveva già doppiata in Ghostbusters, poteva non andare affatto peggio…

Il bel daffare (Alto ha curato anche i dialoghi) sul far comunicare le citazioni delle battute doppiate in italiano con il corrispettivo testo di canzone beatlesiano che viene cantato in inglese c’è stato e con risultati che non mi sono sembrati malvagi…

certo… sentirlo in inglese sarebbe stato meglio…
ma non m’è per niente sembrato, ripeto, un lavoro traduttivo fatto male…

2 risposte a "Yesterday"

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  1. Ti sento tiepidino con questo film di Boyle, in linea con tutto ciò che ho letto fino ad ora. La cosa che la sceneggiatura non vada da nessuna parte, che sia un film poco di Boyle nonostante sia alla regia, che sia una commedia romantica che non usa tutto il suo potenziale… mi sa che è meglio guardarlo con aspettative basse sto film!

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