Mio caro serial killer

Della Sellerio avevo letto il vecchio From Ritual to Romance di Jessie Weston (scritto nel 1920 per la Cambridge University Press), che Laura Forconi Ferri traduceva come Indagine sul Santo Graal in un’edizione del 1994…
Un testo splendido e una meraviglia di edizione: magnificamente “ergonomica” per essere tenuta in mano, stampata su carta specialissima che era un’esperienza da vedere e “sentire”…
Ma la Sellerio è quella di Camilleri e il Commissario Montalbano, e di molti altri gialli di consumo: Marco Malvaldi, Antonio Manzini e decine di altri…
Io odio i “gialli di consumo”: rassicuranti, con il delitto inteso non come tragedia Unheimlich ma come pretesto per calcare la mano sulla “soluzione”: gialli in cui la “soluzione” ha importanza, senza la riflessione sul delitto, sull’irrazionalità, sul fallimento del contratto sociale… soluzione vista come metafora di appianamento dei problemi, e alla fine perorante una deformata realtà edulcorata in cui tutto si risolve, tutto si stempera, con il delitto “digerito” perché “spiegato”, “archiviato”… opere che sembrano dire «i delitti non esistono, perché si risolvono subito: esistono solo le soluzioni, il delitto non fa paura, è tutto finto, non c’è Unheimlich ma solo sempiterno Heimlich…»

Mio caro serial killer, catalano, e appartenente a una serie che non conosco (quella dell’ispettore Petra Delicado), nelle prime pagine parla di femminismo, di situazione legale catalana (tra la polizia autonoma a quella spagnola), e agguanta con il presunto argomento del serial killer, di solito alieno dalla logica dell’odioso giallo Heimlich
Invece è un libro che si dilunga, non finisce più: i poliziotti sembrano essere addirittura pre-digitali e, come Coliandro di Lucarelli, sfogano i più vieti luoghi comuni sulle forze dell’ordine retrograde, nazionaliste e caciarone… per pagine e pagine non si indaga, ma si mangia! con descrizione delle pietanze… e ci si concentra sulla vita privata del tutto banale dei protagonisti, oltre che sulle dinamiche sociali dei rapporti tra colleghi (quelli più informali che scandalizzano quelli formali, e altre sciocchezze)…
Il negare l’indagine per basarsi su altri aspetti forse può essere visto come un novità nel “giallo”, ma 500 pagine di divagazione sulla doccia della protagonista, sul suo ennesimo ritorno a casa tardi, e sulla immancabile bevuta/mangiata tra colleghi, sono davvero troppe…
la solitudine degli abitanti di una Barcellona apparentemente così divertente e piccante è lasciata su uno sfondo ben poco osservato, e le frecciate femministe della protagonista spariscono presto per lasciare il posto a improbabili deduzioni sui delitti (così astruse che non sarebbero venute in mente neanche a un paramecio), che gli agenti tirano fuori tra un piatto tipico e l’altro, e a irrazionalismi vari, egoisti, capricciosi e contraddittori del personaggio principale (per capirsi, in un capitolo litiga col marito per pagine e pagine perché torna a casa tardi, e già è una cosa banale, e nel capitolo successivo ci sorprende nel dire: «mio marito non mi litiga mai perché torno tardi, vuol dire che non tiene a me»: o è un’incongruenza omerica, o è una sfacciata idiozia non si sa del personaggio o della scrittrice)…
un lettore normale capisce l’andazzo subito e si annoia a vedere che i poliziotti non lo capiscono (lasciandosi andare a discorsi vari nell’immobilismo enogastronomico), e si annoia soprattutto a vedere che anche l’autrice non lo capisce, mantecando e allungando il brodo (la scena finale degli interrogatori, a giochi praticamente fatti, è interminabile)…

e inutile dire che tutto si risolve nel più odioso degli Heimlich, con buona pace del “serial killer” del titolo…

Probabilmente in catalano le battute tra l’ispettrice e il suo vice saranno stradivertenti, ma in italiano no… e non sto dando la colpa alla traduttrice Maria Nicola…

In due parole: una merda, tranne le prime 20 pagine…
Mi sa che mi farò infinocchiare da un altro giallo Sellerio tra moooooolti anni…

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