Maggio Musicale Fiorentino: Ciclo Čajkovskij/Stravinskij: Aškenazi & Braunstein

Aškenazi è uno stupendo interprete di Stravinskij… io azzardo a dire che è, forse, il “più grande in assoluto” interprete di Stravinskij, quando ci si mette davvero… si è dedicato a Stravinskij fin dall’inizio della sua carriera di direttore (seguita e per molti anni parallela a quella di grande pianista) occupandosi soprattutto di composizioni “piccoline” poco frequentate da altri…

Intendiamoci: i puristi non ammetteranno mai altro se non le interpretazioni dello stesso Stravinskij-direttore come top assoluto, e forse hanno ragione… altri prediligeranno le versioni di Ernest Ansermet, amico del “primo periodo” di Stravinskij (un compositore che ha 3 periodi creativi: il russo [1907-1919], il neoclassico [1920-1951] e il seriale [1952-1966]), e poi in rotta con lui dopo la svolta dodecafonica… molti amano lo Stravinskij di Pierre Boulez, ma io spiegherò quanto sia in disaccordo con loro… insuperabili certamente anche Leonard Bernstein (del tutto impossibile confrontarsi con lui nel Sacre) e Igor Markevič… E simili ad Aškenazi sono anche ottimi direttori come Dutoit, Chailly, Nagano, Tilson Thomas… perché ritengo Aškenazi superiore a loro?

Perché parlo per adorazioni personali, avendo quasi 100 registrazioni di Aškenazi, che bastano per rendermi un suo per nulla oggettivo fan sfegatato, incapace di distinguere e valutare bene la mia affermazione… dire che Aškenazi è il più grande interprete di Stravinskij è un po’ certamente dire un’assurdità: il suo Sacre lascia a desiderare, e non mi risulta abbia mai affrontato una Petruška orchestrale, né i lavori sacri del periodo seriale, né ha mai fatto il Rake’s Progress… però è vero che alcune perle del neoclassico le ha registrate solo lui (a “sfidarlo” solo Chailly e Stravinskij stesso), e che alcuni pezzi del neonato serialismo stravinskiano (AgonOrpheus) ce li ha letti alla perfezione, come e forse meglio degli altri “cavalloni” della discografia extra Stravinskij-direttore (per esempio, dicevamo, Tilson Thomas e Nagano; con Chailly, invece, o con Charles Dutoit, il confronto è più arduo)…

Fatto sta che, a mio avviso, la grandezza dello Stravinskij di Aškenazi è quella di riuscire a essere narrativo senza essere romantico né sentimentale

Stravinskij odiava i romantici, detestava che nelle sue composizioni si trovassero dei significati e delle emozioni: per lui la musica era ritmo, scienza, geometria, l’ha sempre detto… Detestò l’interpretazione del Sacre che dette Herbert von Karajan perché troppo teutonica, toppo “alla ricerca dell’anima”, un concetto, quello di “anima”, che Stravinskij non applicò mai alla musica, neanche dopo la sua conversione, in vecchiaia, al cattolicesimo…

Nonostante tutto è innegabile che le sue composizioni vivano molto di una componente narrativa, testimoniata dal fatto che molte si originarono da spunti diegetici, di “racconto”: molte furono idee che gli vennero proposte dal cinema (Scènes de Ballets), e tantissime le concepì per il balletto (con coreografi come Fokine, Nižinskaja, e soprattutto Balanchine, suo vero grande partner coreografico), una forma davvero narrativissima… 

Un interprete, davanti a queste composizioni (la maggioranza di quelle composte da Stravinskij), è nella difficoltà di obbedire ai voleri “oggettivi” e “scientifici” dell’autore, perché nella narrazione si fa presto ad ammettere snodi che possono anche essere considerati “emotivi” e quindi “romantici”… Molti direttori (vedi Karajan, più recentemente Barenboim, ma anche molti russi, per esempio Svetlanov e Gergiev) spesso emotivizzano la musica di Stravinskij come lui avrebbe odiato (anche se con risultati interessanti: il romanticissimo Sacre di Barenboim, molto più romantico anche di quello di Karajan, non è poi così male), ma come si fa a rendere i giusti snodi della narrazione senza scadere troppo nell’emotivo-romantico?

Un problema che tanti direttori non riescono a risolvere e che li fa rifuggire da tutto lo Stravinskij compositore. Gente come Giuseppe Sinopoli, che per molti anni ha diretto musica per esprimere il “significato” intimo della musica, si è sempre trovato a disagio con uno Stravinskij sempre insistente sul fatto che un “significato” la sua musica non ce l’ha! — Sinopoli affermava che, se non aveva significato, allora la sua era musica che forse non valeva la pena né di comporre né di eseguire! del tipo: «se non “dice” niente, allora che si fa a fare?» — E Sinopoli, in questo, era spalleggiato da tutta una serie di studi, sorti dagli anni ’50 in poi, che provavano proprio quanto la musica si Stravinskij (e di tutti gli altri “neoclassici”, da Ravel a Honegger a Prokof’ev e perfino a Bartók) fosse “meno seria” di quella di Schoenberg, Webern, e poi Boulez, Cage, Stockhausen…

E se Sinopoli si tirò indietro, e non diresse mai Stravinskij, molti, invece, hanno cercato di “realizzarlo”, hanno cercato cioè una “quadra” tra una narrazione che implica emozione e i voleri dell’autore di non dare emozioni…

Boulez, per esempio, ritenuto da molti un top-interprete di Stravinskij, si è adeguato alla mera volontà d’autore, e ha semplicemente cronometrato i ritmi stravinskiani in esecuzioni asciutte, impassibili, senza alcun “pensiero”: solo metodo, freddezza, precisione spietata… e sono interpretazioni che Stravinskij avrebbe idealmente amato… ma è innegabile, a mio avviso, che tanta abulia non giovi granché: si perdono i momenti clou della trama dei balletti, per esempio… che sono resi molto meglio da coloro che, invece, hanno davvero trovato una “quadra”… e la quadra era lo studio biografico-storico di quei pezzi sedicenti “disinteressati e scientifici”, in realtà scritti come elaborazioni di lutti immensi (le morti dei figli, i traumi delle guerre, i terrori del totalitarismo, come si diceva in Eine Alpensinfonie), a cui, quindi, non dispiace affatto essere resi, pur senza esagerare, un po’ più “caldi”…

Aškenazi è davvero uno che riesce a “scaldare” Stravinskij senza esagerare nel troppo sentimentalismo dei Karajan, Gergiev e Barenboim… e per questo a me piace… [altri come lui, oltre ai citati Tilson Thomas, Dutoit, Nagano e Chailly, fanno parte della “quadra”: anche Mehta, che però spesso preferisce la freddezza bouleziana, ed ebbe rapporti poco felici con Stravinskij perché oggetto della gelosia dell’allievo Robert Craft; Solti; Haitink; Ozawa; Abbado; e ovviamente Bernstein, che però, come Abbado, eccelle in tutto quanto, non solo in Stavinskij, e spesso, tranne che nel Sacre, indulge volentieri nel “romanticismo”]

Con il violinista Guy Braunstein, Aškenazi, che giunge a sostituire un malato Zubin Mehta, esegue il Concerto per violino, composto nel 1931 in pieno splendore neoclassico, e che solo apparentemente è non narrativo, perché è de facto adatto a una ideale coreografia, difatti subito realizzata dal vecchio Balanchine, che usò la musica del concerto per ben due balletti (nel 1941 e nel 1972)…

Nel concerto fiorentino, la maestria di Aškenazi di narrativizzare senza troppo emozionarsi, ma insapidendo bene gli snodi clou della musica stravinskiana, è stata evidente, e ha messo in secondo piano i pochissimi inciampi di tono del pur eccellente solista…

Nella Quarta Sinfonia di Čajkovskij, che è forse una delle mie sinfonie preferite (escluse quelle di Beethoven, della cui quinta la quarta di Čajkovskij è figlia, e la Sinfonia in re minore di Franck, di cui la quarta di Čajkovskij è madre indiscutibile), Aškenazi non deve misurarsi con una volontà del compositore di non emozionarsi: in Čajkovskij l’emozione è senza dubbio sempre al primo posto! Più “piagni” e più fai bene!

E in quanto a piangere, e anche in quanto a interpretazione čajkovskiana, Aškenazi non scherza affatto!

Čajkovskij è il padre ritmico di Stravinskij, si sa: i suddetti balletti, Stravinskij li volle comporre per suggestione di Čajkovskij, e l’abbinamento in questo ciclo sinfonico al Maggio è dato proprio da questa adorazione stravinskiana per Čajkovskij…

Dopo Stravinskij, l’Aškenazi-direttore ha subito affrontato Beethoven e poi Čajkovskij, in registrazioni sempre emozionatissime, potentissime, struggentissime… — a dire la verità, le primissime letture delle sinfonie (1979), a Londra (Philharmonia), furono pessime, ma i coevi poemi sinfonici (con la Royal Philharmonic) e la Manfred sono da subito stati al top!

Quindi non mi sono per niente stupito di sentire quella che è stata una delle migliori Quarte di Čajkovskij da me mai sentite… Lenta (come vuole molta tradizione russa, vedi Gergiev e Svetlanov, ma anche come la impiantò André Previn, un direttore molto amico di Aškenazi: insieme hanno registrato i concerti di Rachmaninov forse più venduti in assoluto), disperante e passionosa, energica (come quella di Temirkanov, che però la prende più veloce): una libidine! Vorrei che Aškenazi la ri-registrasse così, onde sostituire, in disco, la sua lettura poco efficace del ’79…

Al Maggio avevo sentito la Quarta con Kazushi Ono, nel 2009, davvero splendida…
e l’avevo sentita muscolare ma un po’ vuota con Juraj Valčuha nel 2015 (o giù di lì, vado a memoria)…
Se quella di Ono rimane apprezzabile in confronto a quella di Aškanzi, quella di Valčuha, pur efficace, scompare!

Ultimamente al Maggio (il Lago dei cigni con Kristjan Järvi, l’Aleksandr Nevskij di Prokof’ev con Mehta) c’erano sempre delle piccole cadute di tono, specie negli ottoni e nei fiati… Stavolta Aškenazi, o una maggiore preparazione dovuta all’insediamento del meno lassista (rispetto a Mehta) Fabio Luisi, ha fatto sì che l’orchestra fosse perfetta: sembrava davvero registrata (solo l’ottavino ha avuto un attimo di incertezza, per altro poco sensibile ai non esperti, in un passo che Čajkovskij ha composto proprio con crudeltà perché così com’è scritto prevede che sia suonato alla perfezione in un contesto che per forza di cose costringe invece ad avere lo strumento freddo!)

Nota dolente sul disgustoso pubblico fiorentino: davanti a un grande della musica come Aškenazi, che sostituisce, e quindi richiederebbe un grado di “gratitudine” anche da parte del pubblico, siamo riusciti a fare una figura ORRIPILANTE addirittura APPLAUDENDO tra i movimenti dei pezzi… una VERGOGNA… abbiamo proprio fatto vedere che noi italiani, ormai, in fatto di educazione musicale, siamo sotto lo zero assoluto da mooooooolti anni e che sarà impossibile risalire…

Non estraneo a esternazioni di poco apprezzamento per la scarsa educazione del pubblico (a Macerata si arrabbiò giustamente per una foto col flash durante l’esecuzione!: anche altri pianisti lo fanno, vedi Krystian Zimerman e Keith Jarrett), io avevo paura che si stufasse e lasciasse addirittura il concerto a metà (lo ha fatto in passato)… all’ennesimo applauso tra i movimenti (dopo il primo della sinfonia) l’ha per fortuna presa con ironia e ha scherzato col concertmaster Domenico Pierini facendo il gesto dell’harakiri con la bacchetta! Impossibile non amarlo!

Eseguito anche lo Scherzo à la russe di Stravinskij in apertura del concerto…

 

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