Annihilation

È la prima volta che posto qui impressioni non carpite dalla sala cinematografica o dal teatro (soprattutto musicale) live [sono state rarissime, in passato, le impressioni sui dischi audio]… È quindi una cosa assai clamorosa…

Clamorosa anche perché queste impressioni sono su un prodotto di Netflix…

E io detesto Netflix

E lo detesto per puro pregiudizio, non avendo visto mai nulla dei suoi “servizi”…

Stavolta, attratto dalla Portman (di cui al contrario sono un fan), e da Alex Garland (del quale mi pento amarissimamente di non aver ancora visto Ex Machina), mi sono messo a guardare Annihilation… incuriosito anche dalla mole di reazioni assai positive, che lo descrivevano come un cubo di Rubik alla Nolan però più interessante…

In effetti ha tutte le caratteristiche che a me piacciono (si sa da tempo, vedi solo Gli ultimi Jedi):

  1. La strutturazione visiva dell’inconscio:
    • Tutto è metafora di elaborazione di lutti e crisi («m’è morto il marito, la figlia», «mi autolesiono», «c’ho il tumore», «m’hanno fatto le corna» ecc. ecc.), da affrontare arrivando a interfacciarsi con un buco nero di tristezza terribilioso in cui, ovviamente, affronti solo e soltanto te stesso (con i classici doppelgänger, di cui David Lynch ci ha dato magnifiche rappresentazioni contemporanee ma che è da E.T.A. Hoffmann, Dostoevskij, le fiabe e le saghe che sono in giro; perfino The Vampire Diaries e Buffy li hanno tirati fuori)…
    • Appena la Jennifer Jason Leigh si smaterializza lasciando spazio alla aliena muffa variopinta fungosa e semovente, la Portman è inquadrata in mezzo a due cunicoli della caverna/utero/mente: quello bianco e quello nero: l’Es e il Super-Io; il Bene e il Male ancestrali: rappresentati dal facile schema utilizzato anche da J.J. Abrams nel già poco compatto Lost (gli occhi di Terry O’Queen, il Backgammon, Jacob vs Man in Black)
    • Per fare i conti con il proprio doppelgänger cattivo (simile al Nega Scott di Scott Pilgrim vs. the World) occorre lucidità, astuzia e consapevolezza della continuità della vita (per Italo Calvino due sono i generi letterari basilari creati dall’uomo: quello che esprime l’ineluttabilità della morte, la tragedia, e quello che metaforizza la continuità della vita, la commedia — per Frye i generi sono 4, e riflettono le 4 stagioni, ma lasciamo stare), cosa che serve anche per superare il lutto di partenza: sicché, quando si toglie di mezzo il doppelgänger cattivo, allora tutta la tristezza (il gloomy, lo shimmer) svanisce…
    • E tutto questo anche se i lutti, davvero, rimangono sempre dentro: e difatti la Portman avrà sempre con sé il bagliore della tristezza dello shimmer, in quegli occhi brillanti simili a quelli dei replicanti di Scott in Blade Runner (vedi Up and Down di Ridley Scott: un regesto della sua carriera)
  2. Una strutturazione visiva che va al di là della pur carina trametta di fantascienza, che vuol trattare di invasioni aliene, di DNA che cambiano, e di stronzatelle varie…
  3. Una strutturazione visiva che parla della stessa visione:
    • Si ha a che fare, per fortuna, con immagini da «interpretare», da «capire» e anche da «confutare», lasciate da telecamerine sparse alla bisogna, come una guida turistica del lutto e dell’esplorazione: telecamerine che recano ricordi, che complicano ancora di più le cose; o portano scompiglio con verità scomode…
    • Si ha a che fare con un montaggio fatto bene, di frames che si giustappongono sibillini e furbi, dove quel che si vede poi va sempre interpretato, anche al di fuori delle telecamerine, anche nello schermo che noi pubblico stiamo vedendo… (sarà un piacere valutare come i bloggosi fantascientifici leggeranno i frame del bicchiere d’acqua e del tatuaggio a 8/infinito che, sul braccio della Portman, ogni tanto c’è e ogni tanto non c’è)

E ha molte caratteristiche di fattura che a me piacciono:

  1. Il citato montaggio
  2. La cura per l’immagine:
    • La radiance arcobalenata dello shimmer è davvero onnipresente
    • I colori sono gestiti in modo ottimale
  3. Alla scenografia, il vecchio Mark Digby fa davvero un ottimo lavoro (forse è quello che ha lavorato di più nella crew)

Ha anche, però, uno stile molte volte “pataccoso”:

  1. Nonostante tutti gli sforzi cromatici alla fotografia, la resa visiva è traslucida e trasparente… diventa quasi laccata, scialba…
  2. Il montaggio è buono, ma Garland non riesce a manipolare i frames con la forza di Danny Boyle: finisce che a livello visivo si adagi spesso nel monotono…

Questi sono i difetti per il quale io taccerei il film di essere “televisivo”, ma qui spunta il pregiudizio, poiché si sa che Garland e Scott Rudin l’avevano costruito per la Paramount, la quale poi, spaventata dal finale, si è tirata indietro, costringendo Rudin a ripiegare sulla televisiva Netflix (Paramount l’ha distribuito in sala solo in Cina e Stati Uniti): sarebbe quindi un “film” e non un prodotto “TV”… comunque, almeno nella copia che ho visto io, la pataccosità laccata televisosa c’è tutta!

Un definitivo punto “negativo” è l’osanna con cui lo incensano molti blog di fantascienza…

  • Che parli di identità benino è indubbio 
  • Che parli bene di inconscio e fantascienza è ugualmente indubbio 
  • Che abbia un “fascino” tutto suo è indubbio anche questo…

Tutte cose che lo rendono certamente simpatico, in questo clima di atrofia cinematografica fatta di remakes (Beauty and the Beast), di supereroi (Justice League) e di sbudellate di marketing (IT di Muschietti)…

…ma cose che non ce la fanno a renderlo il capolavorone immenso che tutti dicono…

anche perché esistono film come Andromeda (di Robert Wise, 1971), THX 1138 (di George Lucas, 1971), e soprattutto, esiste Solaris (di Andrej Tarkovskij, 1972): con in mente Tarkovskij, non si potrà certamente dire che Garland ha fatto un “capolavoro”; si potrà dire che Garland ha fatto un piacevole remake di Solaris

Nonostante abbia zero credibilità con la mimetica e il mitra, la Portman regge da sola molte scene, specie quella della lotta col doppelgänger, affidata quasi soltanto al suo occhio espressivissimo di terrore…

Brava anche la Leigh

Moscio Oscar Isaac

Le altre ragazze si vede che hanno esperienze limitate alla TV

5 risposte a "Annihilation"

Add yours

  1. D’accordo con la tua analisi, con la sola sostituzione di Solaris con Stalker, come già sappiamo😉
    C’è da dire, a vantaggio di Netflix, che quando questo film uscì Netflix aveva più che altro prodotti di questo tipo, poi tra La ballata dei Coen e da ultimo Roma ha fatto un passo avanti forse inatteso…

      1. Dipende cosa intendi per birignaoso 😉
        Ad ogni modo c’è da dire che, piacciano o meno, con Roma e La ballata sicuramente Netflix ci ha quantomeno provato, a entrare di prepotenza nel mercato del cinema d’autore… è ancora poco e sono episodi, ma di sicuro ci ha provato

      2. Speriamo che ritenga questo mercato “utile”, così da permettere una distribuzione in sala assai maggiore di quella che sta facendo adesso… — perfino «Roma», io a Firenze l’ho visto in una sala “d’essai” fuori dal circuito mainstream… — per cui, sì, mirabile il produrre certi “autori”, ma spero, d’ora in poi (grazie ai premi e tutto) che li produca, e, soprattutto, li distribuisca su scala meno “di nicchia”… [ma è un discorso scemo, poiché il cinema d’autore è di nicchia: quindi per forza lo produce di nicchia — quindi nulla, commento inutile a rimarcare solo la mia idiota idiosincrasia con Netflix]

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