Ospedale Banti

Spesso indicato come uno dei posti abbandonati più suggestivi e creepy del mondo, senza esagerazione, il Sanatorio Banti è raggiungibilissimo dal centro di Firenze… Anche se passa anche ogni mezz’ora, il bus 25 porta direttamente lì dalla centralissima Piazza San Marco, c’è proprio la fermata «Ospedale Banti»… e in macchina idem: si fa via Bolognese fino a Montorsoli e poi, subito prima del Pratolino, si trova un bivio per il Monte Morello, segnalato a sinistra, e già dalla svolta a sinistra si vede l’Ospedale, che ha il suo bel piazzaletto dove parcheggiare…

Davanti alla fermata del bus si scorge una felice apertura nelle rete metallica che circonda il parco; entrati nell’apertura si è già nel parco, in mezzo agli alberi, e bastano pochi passi per vedere la struttura…

Io, ovviamente, ignaro dell’apertura comoda, ho scavalcato il cancello principale, in ogni caso scavalcabilissimo… Ma una volta all’interno del cancello non ho visto alcuna apertura per entrare dentro l’edificio: tutte le porte e finestre dell’ala visibile dalla strada erano tutte ben protette da reti, ferri e paratie… andando però sul retro si vedono le reti divelte, da cui si entra senza alcun problema, e sul retro di aperture per entrare effettivamente ce n’è quante si vuole…

Costruito come clinica “top” del fascismo, in una formidabile pianificazione architettonica razionalista, austera, lineare e insieme labirintosa e aggrovigliata in più edifici collegati con soluzioni più che geniali, sempre alla ricerca della luce (non c’è stanza senza i suoi finestroni che prendono tutto il sole possibile), il Sanatorio è a un passo dalla Villa Demidoff, con un panorama che porta via, ed è stato in uso fino al 1989, anche se ci sono “resti” di referti datati anche 1992…

Poi è diventato quasi subito il luogo abbandonato leggendario…
anche se dire abbandonato è strano perché, di sabato pomeriggio, l’Ospedale diventa una sorta di “casa del popolo”, un luogo di ritrovo per tutti quanti, soprattutto per ragazzini: 15enni che ci vanno a fare danza, 20enni che ci vanno a girare cortometraggi, coppiette che ci cercano brividi e intimità, turisti vari, gruppi di amici in comitiva: più che un luogo abbandonato sembra una piazza, allegra e felice…

Tutti a divertirsi in un ambiente, in ogni caso, assai sui generis, che è effettivamente l'”edificio abbandonato” con tutti i crismi, con mura rotte da picconate per rubare rame o tubi, materassi e vestiti sparsi sui pavimenti a indicare occupazioni abusive, pavimenti che sembrano groviera da quanto sono bucherellati per chiudere condotti vari o per rubare chissà che, vetri rotti e porte sfasciate su ogni pavimento, polvere a volontà, distruzione completa, graffiti più o meno satanistici (molto più fumettari che altro), scritte infantili quasi “scolastiche” («Gianni ama Gina» e altre sciocchezze), ruggine quanta ne vuoi, armadi derelitti rovinati a terra, resti della funzione ospedaliera (c’è una macchina sdrucita che si desume essere stata radiografica, poiché circondata, sui pavimenti limitrofi, da radiografie, anche, si diceva, del ’92 e quindi ritraenti ossa di persone magari ancora vive, il cui nome e data di nascita spiccano sulle etichette impresse sulle lastre, in spregio a qualsiasi privacy), bagni più o meno demoliti a ogni angolo…

Più di cinque piani, in più di 4 “sezioni” architettoniche (la torre principale che recava la scritta «Ospedale Banti» ha un piano in più delle altre), replicano più o meno le stesse ambientazioni di rovina, ma stupisce come ogni piano abbia una sua struttura: non si ripetono mai le successioni delle stanze presenti nei piani precedenti, ogni piano è organizzato quasi in modo autonomo, con stanze di diversa, e della più varia, grandezza: ne risultano, quindi, in qualche modo, paesaggi sempre nuovi, sempre desolati e “simili” per distruzione, ma sempre diversi per grandezza, per luce che entra, per conformazione spaziale…

Intorno al terzo piano fa specie trovare quello che è un vero e proprio cinema/teatro, con tanto di saletta apposta per il proiettore, palcoscenico, condotti di aerazione dedicati, e resti di sedili… fa specie vedere ampi saloni che, con la rottura delle finestre, ormai possono dirsi “all’aperto”… e fa specie la mancanza di oppressione claustrofobica delle stanze, che sono invece quasi sempre munite di terrazzini o di ballatoi all’aperto, da cui ammirare il super-panorama…

Naturalmente andarci di giorno ha di molto contribuito all’assenza di paure varie, anche se l’affollamento degli avventori, in qualche modo, favorisce alcuni “riscossoni”: per capirsi, sei lì nel corridoio lungo, magari quello più adombrato, da solo, in mezzo alle finestre rotte, alle porte scanaiate, con i tagli di luce luciferini che illuminano solo il fondo del corridoio, con magari un Teddy Bear impiccato ai fili elettrici che penzola, e con scritte sataniste sui muri, e all’improvviso senti rumori di passi che corrono dietro di te, e risatine maliziose che si avvicinano…
è ovvio che te la fai addosso prima di scoprire che quei rumori sono causati semplicemente da una delle tante squadre di adolescenti, che tu credevi aver seminato andando ai piani superiori, e che invece ti ha raggiunto…

Immense le suggestioni cinematografiche che offrono gli ambienti, delle più varie e interessanti (non mi stupisce che ci vengano a girare dei cortometraggi), anche se a me i corridoi lunghi, impolverati, dalla luce filtrante solo dalla fine, e ricoperti di macerie varie, hanno ricordato più che altro il finale della French Connection di William Friedkin (1971)…

Siccome ogni piano ha una conformazione diversa e i piani più bassi sono collegati a diverse “ali” che si protendono fino a formare strutture a sé stanti, è facile scendere le scale e pensare di ritrovarsi in un luogo “corrispettivo” a dove si era al piano di sopra, e invece no: le ali “aggiuntive” dei piani inferiori confondono l’orientamento e quella strada che avevi fatto entrando, e che, scendendo le scale eri sicuro di ritrovarti davanti, ti accorgi di non trovarla più…

Io sono stato quasi 40 minuti, preso quasi dal panico, perché non trovavo più quel pertugio da cui ero entrato e da cui contavo di uscire… pensavo che una sorta di maledizione circondasse il posto («Non si potrà mai uscire da lì!»), specie quando ho scavalcato per l’ottantesima volta la stessa porta rotta alla ricerca dell'”uscita”… poi, finalmente, un corridoio che sembrava senza sbocco invece lo sbocco ce l’aveva (non più visibile a causa della luce cambiata del sole ormai tramontante) e sbucava proprio là dove volevo uscire io…
…con lieto fine raggiunto anche stavolta!

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