Rai5: «Macbeth ’47» al Regio di Parma (Auguin/Abbado)

Di Macbeth si è detto tanto qui
E sulle regie TV della RAI s’è detto qua

Macbeth è stato “riscoperto” nella versione 1865 solo grazie al riaffacciarsi di soprani “novecenteschi” in grado di cantarlo… ma ha stentato a imporsi nel repertorio universale… una breve panoramica:

  • Nel 1943, Karl Böhm in persona, in piena tronfiezza nazista, propone Macbeth, in tedesco, alla Staatsoper di Vienna, con Elisabeth Höngen e Mathieu Ahlersmeyer… non sembra essere stato un gran successo…
  • Nel 1949, Mario Rossi trasmette dalla RAI di Torino un Macbeth in italiano con Lucy Kelston e Paolo Silveri… sembra sia stato trasmesso per radio il 16 ottobre…
  • Nel 1950, probabilmente alla Staatsoper di Berlino (o forse alla Deutsche Oper: le etichette dei dischi indicano «Deutsche Staatsoper Berlin», ed è quindi difficile distinguere, occorrerebbe fare una ricerca su quale fosse “in piedi” in quel momento, e sarebbe stancante, ma pare che la Deutsche Oper non lo fosse), Joseph Keilberth propone Macbeth in tedesco, con Martha Mödl e Joseph Metternich… non si sa di chi fosse l’allestimento…
  • Vittorio Gui, impegnato direttore del Maggio Musicale Fiorentino (da lui creato con Mario Castelnuovo-Tedesco), fu sempre tanto attivo nella scoperta e riscoperta di questo o quel repertorio. Anche se se ne sbatteva alquanto della filologia testuale (le sue riedizioni fiorentine presentano vari e ampi tagli) era un sostenitore della “ricreazione stilistica” e cercava sempre “nuove” opere da presentare al festival fiorentino. Gui finì per dirigere spesso prime esecuzioni “moderne” (dopo la Seconda Guerra Mondiale) di opere barocche (Händel, Gluck), di opere di Rossini (soprattutto comiche) allora dimenticate, di opere del tardo classicismo (Spontini, Cherubini), di opere rare del Romanticismo (Donizetti)… ed è in questo ambito che Gui “riscoprì” anche il Macbeth, in italiano, a Firenze nel 1951, con Ivan Petroff e Astrid Varnay… non riesco a trovare chi curò la regia…
  • Nel 1952, Victor de Sabata (stavolta si sa chi era il regista, Carl Ebert, con scene di Nicola Benois) propone il Macbeth niente meno che alla Scala di Milano, e butta sul palco Enzo Mascherini e quel pezzo da novanta che fu Maria Callas, allora al supertop della forma… È il primo grande successone del Macbeth… La Callas propose tutta la sua verve interpretativa e il pubblico andò in delirio… Anche se io non amo la Callas (vedi qui), la sua interpretazione piantò un seme indispensabile nell’attecchimento dell’opera in repertorio, che però abbisognò ancora di molti “annaffiamenti” prima della sua definitiva “sbocciatura”…
  • E un “innaffiamento” serissimo fu lo spettacolo di Luchino Visconti (costumi di Piero Tosi) al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1958, diretto da Thomas Schippers, che, non potendo disporre della Callas, schierò nel cast i giovani (e poco apprezzati dalle recensioni) Shaked Vartenissian e William Chapman… Non c’è rimasto granché di quelle serate, ma tutto indica un allestimento memorabile, che molto si è scolpito nelle menti dei contemporanei e che fece un successo immenso…
  • Forse sulla scia di questo successo, nel 1959 Erich Leinsdorf registra la prima edizione mainstream in studio di Macbeth, per la RCA, con Leonie Rysanek e Leonard Warren accompagnati dall’Orchestra del MET di New York… Questa registrazione è un indizio di grande interesse verso il Macbeth e, in qualche modo, consolida la “novità” Macbeth iniziata a Spoleto…
  • I grandi amanti del Macbeth, visto l’esito discografico, tornano a proporre l’opera: Vittorio Gui la ripresenta a Palermo nel 1960, con Leyla Gencer e Giuseppe Taddei… Nel ’60 la rifa anche Leinsdorf a New York (il MET la riprende anche con Joseph Rosenstock nel 1962, con Nelli Santi nel ’64); la propone Molinari-Pradelli al Covent Garden (’61), Fausto Cleva a Cincinnati (1961), Mario Rossi la ritrasmette alla radio (ancora da Torino, 1961) e poi la dirige a Berlino (in tedesco, 1963), Previtali la fa a Buenos Aires (1962 e ’64), Wolfgang Sawallisch a Salisburgo (1964, regia Fritz Schuh, in italiano), Fulvio Vernizzi al Concertgebouw di Amsterdam (1964)…
  • …ed ecco che Schippers, l’artefice di questa onda, registra anche lui una versione in studio (la seconda) per la Decca (le sessioni furono a Santa Cecilia, a Roma, dal 22 giugno al 6 luglio 1964: è probabile che la sede di allora fosse l’Auditorio Pio di Via della Conciliazione), con Birgit Nilsson e Giuseppe Taddei… ancora tagliata, ma densa di suggestioni, questa lettura di Schippers continuò ad avere vendite poco elevate…
  • sono rimaste tracce audio di riprese dal vivo a Napoli (Franco Capuana, ’65), Dallas (Nicola Rescigno, ’66), Monaco di Baviera (Christoph von Dohnányi, Bayerisches Staatsorchester, ’67), New Orleans (Anton Guadagno, ’67), Venezia (Gianandrea Gavazzeni, ’68, con la Gencer), Barcellona (Michelangelo Veltri, ’68), Chicago (Bruno Bartoletti, ’69), Firenze (ancora Bartoletti, ’69), Città del Messico (Carlo Felice Cillario, ’69), Vienna (Karl Böhm e Berislav Klobucar, 1970), Genova (Giuseppe Patanè, 1970)…
  • nell’agosto del 1970, Lamberto Gardelli registra la terza edizione in studio (alla Kingsway Hall di Londra, con la London Philharmonic), con Elena Souliotis e Dietrich Fischer-Dieskau, la seconda consecutiva per la Decca… stavolta non ci sono tagli: c’è tutto: c’è tutto il Macbeth ’65, inclusi i balletti (Gardelli era nel pieno di una riscoperta tout court delle opere verdiane, anche quelle meno famose)… ma la diffusione stenta ad arrivare: il pubblico sembra non gradire…
  • Nel 1972, John Pritchard propone Macbeth a Glyndebourne. Di questa edizione (con Josephine Barstow e Kostas Paskalis) c’è rimasto il video (di David Heather, con Humphrey Burton alla “produzione”): l’allestimento era di Michael Hadjimischev con scene di Emanuele Luzzati… Anche stavolta quasi zero tagli e uno spettacolo che riprende le probabili oscurità di Visconti, stavolta in “mondovisione” e distribuito con gran mole di dischi, trasmissioni televisive e poi VHS e DVD… fu una bella botta nello scalfimento del benedetto “repertorio”…
  • Macbeth arriva a Philadelphia (Ottavio Ziino, ’71; James Conlon, ’73), Trieste (Gavazzeni, ’73), di nuovo al MET (Molinari-Pradelli, ’73), a Piacenza (Loris Gavarini, ’74), Sofia (Assen Naidenov, ’74): tutti tasselli che portano ai grandi eventi del punto successivo, che finalmente consolidano il Macbeth nel repertorio…
  • Nello stesso 1975 Macbeth viene dato al Maggio Musicale Fiorentino a giugno da Riccardo Muti, e viene scelto da Claudio Abbado per aprire la grande stagione scaligera il 7 dicembre… Firenze propone un cast di stelle consolidate (Gwyneth Jones e Mario Petri si alternano a Leyla Gencer e Kostas Paskalis) e una regia “classica” di Franco Enriquez; Milano propone il grande baritono Piero Cappuccilli, il cantante verdiano numero uno del momento, l’inconsueto soprano americano Shirley Verrett, e, soprattutto, cala il carico del nuovissimo allestimento di Giorgio Strehler…
    …È lotta pura…
    I due direttoroni italiani, Abbado e Muti, che si fronteggiano nella stessa opera, nello stesso anno, in due dei maggiori teatri nazionali: l’hype è massimo, e si ripropone a livello discografico: a gennaio del ’76, Abbado raduna il suo cast e la sua orchestra al Centro Telecinematografico Culturale di Milano per i microfoni della Deutsche Grammophon, e a luglio (sempre nel ’76), Muti assembla un cast e un’orchestra totalmente diversi (la Philharmonia, Fiorenza Cossotto e Sherrill Milnes) per la EMI, in due sessioni, dal 5 al 9 agli studi di Abbey Road, e dal 13 al 20 alla Kingsway Hall di Londra… I due dischi escono in contemporanea: Muti segue alla lettera il Macbeth ’65 e dedica dei bonus track a due brani del Macbeth ’47 («Trionfai, trionfai» e «Mal per me m’affidai», spariti poi nello stampaggio in CD), Abbado segue il Macbeth ’65 ma incide «Mal per me m’affidai» come parte integrante dell’opera… Dell’allestimento scaligero di Strehler rimane anche un video di Carlo Battistoni, forse di una ripresa del 1979…
    Sono solo questi due colossi di spettacoli e di dischi a sancire l’ingresso di Macbeth nell’empireo del repertorio, che garantì riprese a bizzeffe e canti vari fatti a memoria dai melomani…

A livello “visivo” sono notevoli:

  1. il video di Heather e Burton da Glyndebourne (1972)
  2. la ripresa RAI di Battistoni dello spettacolo scaligero di Strehler (1976 o 1979)
  3. il film Unitel di Claude d’Anna del 1987 (Riccardo Chailly fornisce la colonna sonora, registrata con l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna nel 1986)
  4. il video di Brian Large dello spettacolo di Luca Ronconi e Giuseppe Sinopoli alla Deutsche Oper di Berlino (1987)
  5. la ripresa RAI di Battistoni dell’allestimento scaligero di Graham Vick, proposto da Riccardo Muti nel 1997
  6. il video di Thomas Grimm dell’allestimento di David Pountney alla Zürich Opernhaus del 2001, direttore Franz Welser-Möst
  7. la ripresa RAI di Andrea Bevilacqua dell’allestimento di Liliana Cavani al Teatro Regio di Parma al Festival Verdi del 2006, direttore Bruno Bartoletti
  8. la ripresa live di Sue Judd per il broadcast cinematografico del Covent Garden, che immortala l’allestimento di Phyllida Lloyd del 2002 nel revival del 2011 ad opera di Harry Fehr; direttore d’orchestra Antonio Pappano
  9. la ripresa live di Gary Halvorson per il broadcast cinematografico del MET di New York, che inquadra l’allestimento di Adrian Noble del 2014, direttore Fabio Luisi
  10. il video di Fabrice Castanier dello spettacolo di Christof Loy al Liceu di Barcellona del 2016, direttore Giampaolo Bisanti…

E tutti sono del Macbeth ’65… il Macbeth ’47 sussiste solo in una registrazione della BBC Concert Orchestra del 1978 (direttore John Matheson, con Rita Hunter e Peter Glossop), e nel live del 1997 del Festival della Valle d’Itria di Martina Franca (direttore Marco Guidarini, con Iano Tamar ed Evgenij Demerdiev)… Graham Vick allestì il Macbeth ’47 alla Pergola di Firenze (proprio il teatro dove l’opera debuttò) nel 2013 (con Luca Salsi, Tatiana Serjan, direttore James Conlon), senza però ottenere alcuna ripresa né audio né video…

È quindi in ogni caso da salutare con favore la diretta di ieri su Rai5, regia Arnalda Canali, dell’inaugurazione del Festival Verdi al Teatro Regio di Parma, regia teatrale Daniele Abbado (e Boris Stetka), direttore Philippe Auguin, perché risulta essere l’unico video di un allestimento del Macbeth ’47 (e immortala anche l’uso in scena dell’edizione critica di David Lawton del 2005)…
…e va salutata con favore anche se Canali si dimostra scarsamente all’altezza, anche se Auguin ha “munto” l’orchestra lenteggiando in maniera incolore con quasi zero coinvolgimento, anche se le idee simboliche di Daniele Abbado si adagiavano su una consuetudine assai generica…

L’idea geniale dell’allestimento sarebbe dovuta essere l’acqua che veniva nebulizzata dall’alto e che cadeva in goccioline sul palco… la nebulizzazione creava, in effetti, i suoi sensi non brutti: determinava giochi di luce macabri, che ha potuto sfruttare anche Canali in video (con frame che sembravano ripresi da Bava o Argento); e bagnava letteralmente i cantanti nei momenti più sanguinolenti facendoli in qualche maniera “sbavare”, con effetti sgradevoli, forse involontari, ma non peregrini…
alla lunga, però, non “aggiungeva” granché al molto spazio vuoto lasciato da Abbado sul palco, con una scenografia che più scarna non si può e che usufruiva non benissimo dei tendaggi trasparenti di sfondo: fatti di materiale riflettente e proiettivo, essi avrebbero potuto essere sfruttati con molta più inventiva invece di essere lasciati a puro sfondo colorato di tinta unita…
Il cadere delle gocce sembrava un simbolo alla Stefano Poda (vedi il riso del Tristan und Isolde fiorentino del 2014), e, come quello, quagliava poco: perché le gocce cadono solo in certe scene?

A livello di gestica, il vuoto della scena ha dato poche “circostanze date” anche ai cantanti (ne ha fatto le spese soprattutto la scena di «Fatal mia donna» a cui sono mancati diversi appigli scenici) e tutte le scene “corali” sono risolte nella maniera più ovvia, in special modo quelle delle streghe, costrette a muoversi nei modi più topici e risaputi…

Ma probabilmente la regia di Abbado si giudica male perché Arnalda Canali l’ha frammentata malissimo nelle sue sequenze televisive piatte e incoerenti…
I pochi frame di lato dei cantanti, ottimi, erano soverchiati da panoramiche inutili sulle porzioni vuote del palco, tra l’altro quasi mai inquadrato nella sua totalità… mi spiego: invece di inquadrare i cantanti, o il totale della scena, Canali cercava l'”azione” in un allestimento privo di azione, e staccava quindi sul nulla, e spesso, perfino, si muoveva sul nulla, con movimenti di macchina che si spostavano dai cantanti al niente per poi tornare precipitosamente sui cantanti (anche con zoom repentini che sembravano più di riparazione a errori che obbedienti a una pianificazione), come se Canali avesse visto assai poco dell’allestimento di Abbado… imbarazzante anche una cosa evidente nel finale II («sangue a me quell’ombra chiede»): ha a un certo punto staccato sulle goccioline in quel momento inesistenti, e quindi ci sono stati diversi secondi di puro nero prima che la macchina si accorgesse di inquadrare il niente e scorresse, in ogni caso lentissima (come rassegnata), in basso per raggiungere il coro: un momento orribile di intesa video/musica (a una musica sapientemente ritmata, anche se lenteggiante, corrispondeva una ripresa non “lenteggiante” ma proprio “lentissima”)…
Tremendi anche i sottotitoli in ritardo in TV…

Luca Salsi è un ottimo attore e lo ha fatto vedere benissimo: vederlo non è stato spiacevole, e forse da solo è riuscito a ravvivare la desolazione dell’allestimento… solo lui ha retto «Mi si affaccia un pugnal» e le apparizioni di Banco dell’atto II, Abbado non gli ha fornito neanche dei cambi luce…

Anna Pirozzi è stata tanto brava a livello vocale (il Macbeth ’47 è più “brutale” di quello del ’65 e richiede una voce “cattiva” capace di rendere sia la coloratura sia la spinta drammatica: la Lady del ’47 è proprio una figlia diretta di Abigaille del Nabucco) quanto poco credibile in scena: una Lady quasi benevola, a cui i primi piani di Canali davano un’aria più da massaia che da regina cattiva… ma, ripeto, musicalmente era eccellente…

Auguin, tutto sommato, pur lento e da immaginario collettivo, ha portato a casa il tutto senza sbavature né problemi tecnici… Battistoni e Large hanno cercato di introdurre l’inquadratura, o almeno la sovrimpressione del direttore durante il colossale finale I, ma non sono stati seguiti da molti successori, che si sono limitati a farci vedere l’orchestra solo nei preludi (al primo atto e al secondo quadro del quarto atto): Canali si è adeguata e quindi non abbiamo visto Auguin dirigere «Schiudi, Inferno», risolto in maniera lenta e trenodiante…
Il suo, ripeto, è stato un Macbeth ’47 spento, per nulla “figlio” del Nabucco, né appartenente al Verdi “primigenio”, poiché del tutto mancante di quegli “squilli” e suoni puntuti tipici di quel Verdi, ed estenuato da una lentezza che sembrava anche priva della disperazione che alla stessa lentezza hanno conferito Claudio Abbado (che è il padre del Daniele regista) e Sinopoli…

Un Macbeth, quindi, in tutto e per tutto poco incisivo, anche se, ripeto, in ogni caso prezioso…

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