«Bell’abissina» di Carlo Lucarelli

Non conosco affatto il processo poietico di questo romanzino, ma senza dubbio Lucarelli sa quando uscire con tempismo…

è ovvio che è tutto casuale, visto che Lucarelli scrive del fascismo da quando ha esordito (con Carta bianca, la prima indagine del commissario De Luca, pubblicata la prima volta da Sellerio nel 1990, alla quale sono seguite molte altre, l’ultima è stata L’inverno più nero del 2020), ma leggere Bell’abissina proprio adesso, in pieno governo dei meloniani, ha un gusto tutto particolare…

Non stiamo parlando del capolavoro che fu L’ottava vibrazione, ma tante delle cose buone di Bell’abissina provengono da lì: il legame con il colonialismo, la ricerca del serial killer ante-litteram (l’«assassino abituale»), la descrizione storicizzata dei sentimenti (cosa voleva dire amare ed essere amati nel passato fascista: era come adesso?), e anche la descrizione storicizzata delle voglie di identità, pendente più verso il presente che verso il passato (in L’ottava vibrazione, per esigenze narrative, il nazionalista Gabrè era descritto come un nazionalista moderno e non come un nazionalista eritreo “albeggiante” come c’erano nel 1896; in Bell’abissina Weinì ha la consapevolezza interraziale di oggi invece che quella del 1939)…

Gran parte dell’atmosfera proviene dalla serie di De Luca: la corruzione complicata della polizia, endemica e a livello statale, e la lotta dei fascisti contro i “sovversivi” (prima della Resistenza) che porta via tempo ai delitti veri…
Ma se in De Luca spesso la diegesi si risolve in maniera forse ridondante, con i meccanismi del potere sempre “uguali”, in Bell’abissina si notano un sacco di espedienti nutrienti quasi “nuovi” per Lucarelli…
L’incipit, per esempio, è folgorante, e il fare del protagonista (il commissario Marino, già protagonista di Indagine non autorizzata nel 2020) un resistente conclamato (invece che ancora “indeciso”, come De Luca) regge bene… e regge benissimo anche la struttura alla Colombo (con l’assassino noto: si deve solo trovare le prove), al contrario della detection, dell’whodunit, che impegna De Luca molte volte in maniera prevedibile (e al contrario anche della ricerca del serial killer ortodossa, quella che l’assassino è nello sguardo del lettore ma non del detective, quella che Lucarelli esplora molto spesso con Grazia Negro: Lupo mannaro, Almost Blue, Un giorno dopo l’altro, Il sogno di volare, Léon, e altri raccontini)…
E funziona, rispetto a De Luca, la dimensione di provincia della trama, sì connessa con l’Eritrea, ma palpitante di Romagna, là dove De Luca è quasi sempre fortemente “metropolitano”…

Il resto di Bell’abissina proviene dalle tessere di Lucarelli, che stavolta si sopportano meglio che in altre occasioni…
il commissario Marino, per esempio, mentre pensa, o si gratta il mento o gioca con una spilletta: tutti i protagonisti di Lucarelli hanno dei tic come quello: moltissimi si mordicchiano la guancia dall’interno, altri hanno l’abitudine di tocchicciarsi il colletto della camicia ecc. ecc.: spesso questi tic sono triti e ritriti, ma in Marino la cosa funziona!

Ma oltre a essere un buon consuntivo rinnovato del gregge lucarelliano, Bell’abissina si beve perché più del gialletto sono il razzismo e l’odioso sistema di privilegio e prevaricazione del regime fascista il piatto principale, servito con una sincerità così lampante e scintillante da far davvero applaudire!

Mentre, come Colombo, il commissario Marino cerca di arrivare all’arresto dell’assassino, Lucarelli illustra tutti i problemi che aveva la giustizia in quei tempi oggi oggetto di nostalgia malsana del governo: il non poter arrestare chi era in affari col duce, l’aver a che fare con burocrati rimbecilliti e lecca piedi, con carrieristi smidollati, e l’avere le mani legate da questori curanti più il tornaconto che la legge…

e illustra anche tutte le tragedie della vita quotidiana: il razzismo disgustoso, esibito e fatto legge; le ristrettezze dall’autarchia; e il grigiore opprimente dei reati d’opinione…

Tutti elementi che, sì, si leggono anche nella serie di De Luca, ma che in Bell’abissina sono più sintetizzati e più ancorati alla trama…

una trama che, certo, nell’ultimo quarto mostra la corda (a un certo punto si spera che la tecnica alla tenente Colombo si trasformi in qualcos’altro, così da fare colpo di scena, ma invece niente), in un romanzino che non ha la volontà di essere pietra miliare come L’ottava vibrazione, ma ha solo l’intento di divertire con intelligenza, arguzia e sintesi…

e arguzia e sintesi producono un gialletto lineare, preciso e liscio, che mantiene, a livello tecnico, tutto quello che promette con semplicità mentre ti dimostra nel migliore dei modi, cioè con le storie, le storture insopportabili di quel fascismo che oggi tanto annusiamo nell’aere, specie per quel che riguarda il razzismo (con quel fenomeno di Francesco Giubilei a dirne una più grossa dell’altra tutti i giorni, soprattutto per giustificare le cacchiate di far attraccare la gente che affoga in porti distanti giorni e giorni: l’eterno giochino della Aquarius vecchio ormai di 5 anni che mai ha funzionato ma che sempre si ripropone come un pasto mal digerito!)…

un gialletto senza pretese, ma ben sicuro di portare messaggi e chiarezza, capace di chiarificare, per l’ennesima volta, come la spinta “patriottico-italica” si nutra e si plasmi con i rigurgiti di un tempo che è stato completamente, in ogni campo, liberticida…

[e il buttarla, come vedo su Instagram, sul «eh, ma i comunisti facevano uguale, anzi, facevano peggio!», o come faceva il povero Pennacchi sul «eh, ora odiate la corruzione del fascio, ma la corruzione c’è identica anche adesso, e anzi, oggi è peggio perché ne siamo consapevoli mentre allora era diverso!», che poi si risolve anche nelle idiozie di Buttafuoco e D’Agostino sul «razzismo che c’è sempre stato, e non solo nel fascismo»: tutti tentativi di ibridare le cose: come il video di Sabina Guzzanti e Neri Marcorè alias Gasparri (questo) che denunciano quanto sia inutile tirare in ballo l’acqua del mare e del fiume in un contesto di monopolismo della Coca Cola sulle bevande gassate (come se le acque del fiume fossero esse stesse bibite gassate!)]

Molto orgoglio nel vedere che uno dei testi utilizzati da Lucarelli per la ricerca è stato curato da Marco Palla, uno dei miei “maestri” (solo perché ci ho fatto due miserrimi esami, ma sono stati di quegli esami che si ricordano!)

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3 risposte a "«Bell’abissina» di Carlo Lucarelli"

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  1. Ti segnalo un altro romanzo sul colonialismo italiano, “Un’altra storia” di Luca Ongaro. Come si intuisce già dal titolo, è un romanzo ucronico: l’autore si immagina cosa sarebbe successo se la battaglia di Adua fosse stata vinta dagli italiani anziché dagli etiopi. Secondo lui la seconda guerra mondiale ci sarebbe stata lo stesso, ma l’Italia avrebbe conservato le sue colonie anche dopo la fine del conflitto, Matteotti sarebbe diventato presidente del consiglio e Mussolini non sarebbe mai andato oltre la carica di ministro. Il romanzo potrebbe essere di tuo gradimento non solo per la sua originalità, ma anche per il modo in cui tratta la figura di Mussolini: viene dipinto come un politico frustrato perché conta meno di quel che vorrebbe, e proprio per questo è perennemente impegnato a far pesare al massimo quella piccola briciola di potere che gli è stata concessa.

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