Un po’ di Arma Letale, parte 3

Terzo episodio della serie preparata con Sam Simon!

Vedi puntata uno
e puntata due

Anche il terzo capitolo, si diceva, arriva dopo un flop (il secondo era dopo il povero Scrooged), cioè Radio Flyer

Shane Black cercò di vendere a Donner e Silver un adattamento della serie TV Wild Wild West, con Gibson, ma Donner era da tempo estraneo al dark di Black (già dai tempi di Lethal Weapon 1) e rifiutò (è noto che Wild Wild West lo comprò Jon Peters, quello matto di Batman impersonato da Warren Beatty in Shampoo e da Bradley Cooper in Licorice Pizza), ma tenne per sé l’idea di adattare una serie TV con Gibson, e dopo Lethal Weapon 3 fece Maverick

E come rimedio di un flop, ancora, Lethal Weapon funziona: i soldi, con Lethal Weapon 3 arrivano, risultando nel capitolo più redditizio della serie, in meri termini di incasso…

La critica, invece, stavolta latita… perché sono evidenti i molti adagiamenti sugli allori

per esempio, il look visivo è diversissimo dai primi due…
i nuovi montatori non fanno per niente rimpiangere Baird, ma Jan de Bont (assunto sicuramente da Silver: aveva girato Die Hard con McTiernan) opta per soluzioni mai usate da Goldblatt: lo sfruttamento delle golden hours (due ore prima del tramonto e due ore prima dell’alba) è continuo e porta a

  • diversi benefici nelle scene diurne (molto carezzevole il tramonto al funerale di Darryl, per esempio)…
  • all’assimilazione dell’immagine al fuoco, onnipresente, davvero quasi un elemento unificante, a livello visivo, della pellicola…
  • a un passaggio dal buio alla luce nei tunnel della metro, con tanto di fumo luminoso, davvero bellissimo (e molto bello è l’inseguimento susseguente con Riggs in moto, con il braccio dell’autostrada costruito: ottimo lavoro del vecchio James Spencer, che è bravo a costruire anche il non piccolo set di Rancho Arroyo: questo terzo capitolo è l’unico non costruito da Michael Riva)…
  • ad affascinanti, e davvero moltissimi, lens flare

ma tutto sommato il suo lavoro appare molto più “convenzionale” rispetto a quello di Goldblatt…

per esempio la poesia dello stile di concerto tra movimento e stacco, tipica del primo capitolo, si prova a replicare in questo terzo episodio solo nel finale: forse un pochino tardi… [non so se è un caso che Lethal Weapon 3 (con Basic Instinct di Verhoeven, il suo vero director preferito, con McTiernan che ha la medaglia d’argento) si rivelerà essere il suo ultimo lavoro come cinematopgrapher: nel 1994 esordisce alla regia con Speed, che però è rimasto, tutto sommato, il suo primo e unico successo (un po’ di soldi li fece anche Twister) su altri 5 tentativi…]

Inoltre, l’estetica dei frammenti ricomposti, coerente grazie a Baird nel secondo capitolo, è presente nel terzo solo a intermittenza (e c’è un director’s cut anche del terzo, in cui si vede Trish, dopo la scena della mancata vendita della casa, intimare Roger di mettersi il giubbetto antiproiettile; dopo la scena d’amore Riggs-Lorna si vede Riggs che sta facendo aggiustare la sua roulotte, dopo il crivellamento nel secondo capitolo, dallo stesso carpentiere che faceva la sala hobby di Roger nel secondo: Riggs guarda ovviamente i Three Stooges in TV con il suo cane Sam e il rottweiler appena adottato, si lamenta del costo del carpentiere e poi arriva Rianne a informarlo che Martaugh è fuori casa dal giorno che ha sparato a Darryl; dopo aver arrestato Tyron si vede come i tre lo interrogano, cioè con la falsa minaccia di passargli sopra con un’auto guidata da Lorna: Tyron ci casca e fa il nome di Travis, ma ovviamente la macchina è con la marcia indietro! con tanto di pun «girls & cars»)… forse solo la scena della barca di Martaugh è incorniciata alla maniera dei frammenti ricomposti del secondo (e lo sarebbe stata anche con la scena rimasta solo nel director’s cut dell’avvertimento di Riggs da parte di Rianne), mentre il resto del film scorre via con tanti siparietti non sempre specifici… il personaggio di Delores, per esempio, lascia molto del tempo che trova…

la motivazione di stemperare col comico l’action funziona anche nel terzo capitolo per motivare i siparietti, ma Donner non è stato così efficace a controbilanciare il tanto comico con adeguato action, o meglio, con adeguato istinto drammatico…

se la nemesi amoricida e la grande forza antirazzista davano al secondo capitolo l’aria di qualcosa di importante, che metteva davvero *in forse* la tenuta dei personaggi, in Lethal Weapon 3 sono molti i sottotesti seri, ma non intaccano davvero mai l’integrità dei protagonisti, che rimangono quelli, in qualche modo sempre “al sicuro”, davvero come il main cast di un telefilm: si sa, cioè, che a Riggs e Martaugh non capiterà davvero nulla… Riggs e Martaugh che diventano quasi come Bud Spencer e Terence Hill (paragone già usato da Mereghetti a proposito del quarto capitolo)…

Donner sa di mettere in campo valori in cui crede:

  • la doverosa denuncia delle troppe armi circolanti in USA è condotta bene…
  • la polemica dei poliziotti poco pagati si ode in sottofondo…
  • la consapevolezza di Martaugh di stare invecchiando è drammatica (molto serio il colpo accidentale nello spogliatoio)…
  • la disperazione di Martaugh di aver ammazzato un ragazzino non è trattata male…
  • la volontà di fare un film multietnico con una donna tosta nel cast (Lorna) è evidente…

ma Donner non rende nessuna di queste questioni il vero perno del film… anzi…
le forze di queste questioni hanno una risultante che quasi si annulla…
paradossalmente quelle questioni, sacrosante, finiscono quasi per essere troppe (paragonate, ancora, all’antirazzismo del secondo), e soccombono a una forza centrifuga di comicità, poiché il perno del film, vacante, finisce per essere occupato solo e soltanto dalle improvvisazioni di Gibson e Glover, così Gibson e Glover da non essere neanche più Riggs e Martaugh, appunto come Hill & Spencer…

la moglie di Donner, Lauren Shuler, che interpreta l’infermiera all’ospedale a curare la spalla di Leo, avvertì il problema e coinvolse Carrie Fisher, allora script doctor di successo, per aggiustare la trama (assemblata malamente, tra le improvvisazioni, dal solito Boam con Robert Mark Kamen: ma pare sia stato Donner a voler fare del fuoco e delle fiamme l’elemento unificante del film), ma Donner si divertiva troppo a dare corda libera ai suoi amici attori e a vederli a loro volta divertirsi… nelle scene a tre tra Gibson, Glover e Pesci, Donner quasi partecipava “facendo il tifo” e sussurrando a Gibson e Glover «dategli uno schiaffo, un altro, un altro!» ridendosela lui stesso mentre filmava il risultato, un risultato in cui i riferimenti ai Three Stooges sono ancora più onnipresenti che nel secondo capitolo…

una caciaronaggine che si sente guardando il film… che non lo squalifica del tutto, certo, ma lo rende davvero un dichiarato ed evidente divertissement, come pochi anni fa erano i film della serie Ocean’s Eleven
sicché Lethal Weapon 3 è carino, bellino, ma è quello più pulitino, quello dove non c’è un vero pericolo (l’unico con un cattivo singolo, Wilson, sì decente, ma non così efficace, nonostante le dichiarazioni nello script di essere scappato a Riggs due volte: quel senso di minaccia che hanno gli altri cattivi non perviene granché nel girato divertentoso), dove le tribolazioni psicologiche di Martaugh affogano nel pretesto di avere un backup serio come MacGuffin per l’allestimento dei siparietti, che sono il vero timone del film…

La cosa non è un male: Lethal Weapon 3 scorre bene, e le risate sono assicurate (tante, purtroppo, un po’ annacquate da Renato Izzo [il «ha cominciato lui, mi ha mandato affanculo» con risposta: «avevi ragione tu, mi sarei incazzato anch’io» in origine era una bellissima battuta sul ciclo di Lorna, che Martaugh comprendeva perché spostato da 25 anni: già severamente sparite dai cartoni animati passati al vaglio di Alessandra Valeri Manera, negli anni ’80, le mestruazioni spariscono anche in questo doppiaggio di Izzo del ’92: proprio in Italia delle mestruazioni abbiamo una paura atroce!; un’altra battuta sparita quella di Riggs che schifa la benzina, nel finale, perché della Exxon, una delle multinazionali petrolifere più pestifere, in quanto a inquinamento, del mondo: Izzo è solo riuscito a far dire a Sorrentino «che schifo! senza piombo!» perdendo qualsiasi connotazione ambientalista], che tenta di rimediare aggiungendo battute di suo là dove non c’erano [una su tutti il «word», in italiano «wako», di Nick, commentato da Sorrentino e Onorato in maniera completamente riscritta], veicolate soprattutto dalla figlia Rossella, voce di Russo, e Pietro Biondi, regale voce di Wilson [Tuerpe, addirittura, ha il suo turpiloquio enfatizzato con “comica” italiana da Maurizio Mattioli!]), ma ha forse finito per far passare definitivamente Donner dalla parte seria e action (dove stava fino ad allora, nonostante alcuni flop) di Hollywood a quella comicarola e light: un tono che infatti prevale in Maverick e a cui Assassins non rimedia…

in questo contesto, Conspiracy Theory è davvero stato un miracolo…

Nel VHS che comprai io negli anni ’90 il film era preceduto da questo cartoon dei Looney Tunes, diretto da Chuck Jones nel 1952 (almeno così dice il copyright):

Non so se questo accostamento è stato voluto da Donner… ma mi piace pensare di sì: Lethal Weapon e Looney Tunes sono, già dal secondo, fortemente legati, complice, anche, probabilmente, la Warner stessa…

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2 risposte a "Un po’ di Arma Letale, parte 3"

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  1. Molto interessanti come sempre le tue considerazioni! Si riesce a capire meglio il perché dell’evidente cambio di tono dai primi due a questo terzo capitolo, e soprattutto è fantastico come tu riesca a inserire tutto nel contesto della carriera di Donner attraverso i suoi alti e i suoi bassi. Grazie per questa avventura blogghistica insieme! :–)

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