The Witches Seed

Quando ne ha parlato Keep Calm and Drink Coffee io avevo già i biglietti…

e andare non è stato facile…

io abito a Firenze e sul sito del Tones Teatro Natura si parlava di navette che partivano anche da Stresa…
weekend sul Lago Maggiore, Isola Bella, e la sera Witches Seed
sarebbe stato ottimo, ma il lavoro e l’entropia hanno remato contro…

come quel meme in cui un tale trema ad alzarsi dal letto perché se lo fa dovrà «vedere gente e fare cose», io sono stato travolto da una situazione simile che mi ha tolto dalla situazione “Lago Maggiore” e mi ha fatto andare direttamente a Oira di Crevoladossola – con una puntatina al Sacro Monte Calvario di Domodossola, patrimonio Unesco, per niente male, soprattutto per i resti “simbolisti” [nel senso di Maeterlinck] del Castello Mattarella, sulle cui rovine costruirono il monastero nel ‘600 – a vedere l’opera…

perché di opera si tratta…

e con l’opera io vado d’accordo!

La “concezione” del testo, che KCDC indica perfettamente, è stata spiegata anche da Irene Grandi e Stewart Copeland da Zoro, a Propaganda Live, dove, però, Zoro è stato di una cafonaggine così proverbiale da fare vergogna: a Copeland ha chiesto solo scemenze gossippare dei tempi dei Police (parecchio tempo fa: e le solite idiozie sulle prestazioni sessuali di Sting: mamma mia che freschezza), e Irene Grandi l’ha snobbata con perifrasi che suonavano come «ma come hai fatto te, Irene Grandi, che fai schifo, a lavorare con Copeland?», un Copeland di cui Zoro, ripeto, sembra conoscere solo la carriera antecedente al 1986!

Copeland, di opere, ne ha già scritte tante, ed è stato un prolificissimo compositore di cinema…

Nelle interviste ci ha regalato disamine fantastiche della differenza che incorre tra il comporre per l’opera e il comporre per il cinema: il compositore per il cinema, secondo lui, è il vero professionista della musica, che deve saper far tutto a seconda delle esigenze del cliente, cioè del regista; l’operista, invece, per lui è l’artista musicale autentico, ultimate: è l’operista il cliente delle professionalità che gli girano attorno: è l’operista che decide tutto e tutti si muovono in funzione dei suoi voleri…

chissà se così è stato anche per The Witches Seed, che quasi “inaugura” lo spazio del Tones Teatro Natura, cava di pietra d’Ossola dismessa e riqualificata come teatro, con uno sforzo che si intende notevole da parte della popolazione dei piccoli comuni limitrofi di Domodossola…
Pare sia stata Maddalena Calderoni, un sopranone drammaticone, a volere sia il teatro (e ha ottenuto un quello che ho capito essere stato un enorme contributo da parte del Rotary locale) sia un’opera con soggetto “streghesco”: e che sia stata lei a coinvolgere Copeland e Irene Grandi…

La cava che “costituisce” il Tones Teatro Natura è sperduta: ci arriva soltanto una accidentata strada sterrata in mezzo al bosco, e non ci sono parcheggi…
è stata la volontà degli abitanti a creare i posti macchina nelle piazzole intorno ai tabernacolini mariani nei campi, e a ideare le navette in partenza da Stresa, Domodossola, dalla Riviera del Cannero, da Pallanza…
È stato bello vedere tutta questa gente a lavoro per un progetto comune…

Quando sono andato a vedere le Burgruine Werdenfels a Garmisch (ne parlo in Großmächtige Prinzessin!) mi affascinò tanto la descrizione dei siti turistici della valle della Loisach paludosissima nel medioevo, con malaria e malattie che alimentavano tremende superstizioni catalizzate dalla disperazione e sfocianti in tanti roghi di streghe

e mi sono incuriosito che le storie intercettate da Calderoni nella Val d’Ossola fossero quasi identiche: una Val d’Ossola paludosa, dominata dal Castello Mattarella (di cui, come del maniero Werdenfels, sono rimaste solo le rovine sfruttate per monasteri cattolici seicenteschi), infestata dai roghi e dalle streghe

La strega è un qualcosa di così complesso che tutte le balordaggini nerdaiole che circolano in proposito non fanno che imbrattare…
io ho tentato di vederci chiaro malamente, e ci sto ancora lavorando grazie a testi “storici” (soprattutto Caccia alle streghe di Marina Montesano, Roma, Salerno, 2015), psicanalitici (il classico junghiano Die große Mutter di Erich Neumann, 1955; Antonio Vitolo lo ha tradotto come La grande madre, Roma, Astrolabio, 1981) e “antropologici” (soprattutto il recente ma già classico The Witch. A History of Fear, from Ancient Times to the Present di Ronald Hutton, New Haven, Yale University Press, 2017; l’ha tradotto in italiano Marco Cupellaro come Streghe. Una storia di terrore, dall’antichità ai giorni nostri, Milano, Il Saggiatore, 2021), e ancora mi mancano molte rielaborazioni romanzesche recenti (ho solo iniziato The witches of Eastwick di John Updike, 1984 [Stefania Bertola l’ha tradotto per Rizzoli nell”86 e Silvia Piraccini lo ha ritradotto per Guanda nel 2009; ovviamente conosco a memoria la versione filmica di George Miller dell”87, purtroppo molto falcidiata dalla Warner Bros., e ho visto la sfortunata e fiacca serie di Maggie Friedman del 2009 per la ABC]; e La chimera di Sebastiano Vassalli, Torino, Einaudi, 1990, è ancora lì che mi attende al varco; tra i libri “non recenti”, ho invece letto parecchietto, da Gogol’ e Hugo in poi), visto che con gli elaborati filmici esorbitanti (che sono dappertutto: dal già citato Miller, a Suspiria [di Argento, non quella caata di Guadagnino], la Bewitched, Mia moglie è una strega, Dies irae di Dreyer, Sabrina, the Teenage Witch, le Witch, le Winx, Hocus Pocus, The Craft, le adorabili streghette di Miyazaki [in primis Kiki], Ransie la Strega, la scemenza di Zemeckis a tutta la baracca infinita che si potrebbe citare) sono troppe le cose “streghesche” che uno intercetta fin dall’infanzia [un vero esperto delle Charmed di Aaron Spelling del ’98, che da noi sono arrivate come Streghe è Tony], con il rischio, appunto, di scivolare nelle suddette balordaggini nerdaiole…

Calderoni deve aver capito il rischio “nerdaiolo”, e nonostante un manifesto di richiamo ovvio a Charmed, ha chiamato a introdurre l’opera un’antropologa che ci capisce: Michela Zucca
storica delle donne (è suo Storia delle donne. Da Eva a domani, Napoli, Esselibri/Simone, 2010) ed esperta dell’antropologia culturale dell’arco alpino (è autrice di un Manuale di antropologia, Napoli, Esselibri/Simone, 2011), Zucca ha introdotto all’idea della strega, cioè della donna esperta di meteorologia (all’inizio di The witches of Eastwick, Alexandra stimola una tempesta, e quello di saper predire, con la meteorologia, le piogge, indispensabili per il raccolto, era un reato spesso contestato alle streghe, perché se le predicevano voleva dire che le provocavano!) e di erboristeria, oppure sacerdotessa devota a dee femminili matrilineari, operante, in Europa, fin dai tempi “druidici” (vedi la Norma di Vincenzo Bellini, che opera durante la conquista romana della Francia), se non direttamente “mediterranei” (vedi le Baccanti), con esattezza scientifica, ben illuminando sui contesti anche socio-politici del problema: la strega, prima che questione religiosa fu “accidente” politico perché si opponeva con le cattive alla realizzazione tardo-antica delle “classi sociali” che si stavano consolidando e sarebbero state in uso dal Feudalesimo: una strega che era prima fonte di sedizione e poi alchimista o avvelenatrice varia ed eventuale, oppure infoiata corruttrice sessuale…
Zucca ci ha spiegato quanto la repressione della strega diventa sessuale via via che il cattolicesimo si plasma e concretizza, dall’alto medioevo fino alla Controriforma del Cinque e Seicento…

e poi è cominciata l’opera…

che ha come plot appunto l’arrivo (forse cinquecentesco: l’inquisitore Buelli è uno dei protagonisti, e costui morì nel 1603) della “chiesa” a imporsi come organizzazione politica, di coloro che comandano, sulle vallate “malariose” di montagna…

e la chiesa trova tre donne (Isabetta, cioè Irene Grandi; Manzinetta, cioè Calderoni; e Nele, cioè il cristallino soprano Veronica Granatiero), appunto erboriste, meretrici, e panificatrici, che fanno i cavoli loro, e lentamente le reprime, con sotterfugi vari, sfruttando la loro incapacità di leggere le carte burocratiche, al fine di possedere le loro “imprese” (=aziende), i loro guadagni e le loro terre…

a fare tutto questo è soprattutto l’Inquisitore (lo strepitoso sopranista Ettore Agati), che è contrastato perfino dal vescovo (un espressivissimo Gabriele Nani)…

e tutto questo è incorniciato da una ragazzina, ruolo muto interpretato dalla danzatrice Valentina Versino, adottata dalla “strega” panificatrice, che, in Ringkomposition, apre e chiude la storia, dall’alto del palco del Tones dedotto dalla cava dismessa…

un finale che si apre a interpretazioni anche oniriche, con l’utopia sognata di una nuova società matrilineare, oppure con la disillusione che tutto andrà a ramengo… a noi decidere (interrogato in proposito, il cast ha optato per la soluzione più ottimistica)

Di streghe musicali è certamente pieno il mondo (tante sono nelle Opere per Halloween) e io, suggestionato dai miei gusti, ho sentito Copeland aprire come la Noche de Encantamiento di Revueltas (nelle Musiche ispirate alla luna) e chiudere come L’angelo di fuoco di Prokof’ev (nelle Musiche per Halloween, e anche quello col finale che rimane nel dubbio; se per questo nel “dubbio” finisce anche Dies irae di Dreyer)…
Avrei voluto da lui un tema streghesco più “chiaro” (magari con allusioni al Macbeth di Verdi, che sa quello che fa a livello stregoso; o al mio adorato Čajkovskij che scrive delle stupende streghe per il Manfred e per l’opera Čarodejka, l’Incantatrice, 1887, molto pregna di tematiche simili a quelle di Witches Seed), che, al primo ascolto, non ho colto granché, anche se richiami ritmici precisi alle streghe li hanno ben osservati i miei compagni di ascolto…
Ma nonostante questo (che riguarda il mio trascurabile gusto personale) Copeland, con le armi della “drammaticità” desunta dalla musica per film, e seguendo bene l’esempio di rapporto di parola e musica “diretto” del musical (con prosodia ben radicata sugli esempi dei classici di Lloyd Webber), compone una musica mai pesante, eloquente, che sottolinea benissimo tutti i passaggi interessanti del libretto (elaborato con Jonathan Moore) e segue l’idea della cornice della Ringkomposition in modo egregio… rimanendo in 90 minuti di musica! Eccezionale!

Dato il parvo spazio per l’orchestra, la conductor Eimear Noone (di una esattezza gestuale sopraffina) ha optato per un organico minimo, tutto microfonato, e inserti preregistrati: una modalità ben rodata negli show di Broadway, che però, a detta anche del cast, non può competere con un’orchestrona vera, per cui Copeland ha comunque scritto: un’occhiata alla partitura, scritta con Finale, fa vedere bene che Copeland aveva previsto un ensemble per nulla piccolo… e, dentro la musica, il “concerto” tra la voce da performer rock/blues di Irene Grandi e le voci “educate” liricamente dei due soprani (il drammatico e il leggero), formava costrutti quasi alla Bellini (e riecco Norma!) [anche se è ben presente il riferimento al film del Phantom of the Opera, di Lloyd Webber e Joel Schumacher, in cui un rocker come Gerard Butler duetta con una liricissima Emmy Rossum]
In tutto questo, Irene Grandi è stata strabiliante: sotto una pesante parrucca leonina, quasi simile a una criniera di rasta e piume, con il suo timbro scuro e le sue nuance interpretative (in inglese) intelligentissime, si è avvitata ai soprani creando un mix sensuale, del tutto diverso dagli altri “ibridismi” commerciali tra pop e lirica, tutto basato sulla drammaturgia (le tre “streghe” sono tutte diversificate musicalmente e caratterialmente), sugli effetti musicali (che rispecchiano il meltin’ pot creativo di Lehár, Offenbach o Gilbert & Sullivan, in cui convivono tutti i “tipi” di canto, senza dimenticare che la musica è “una”) e sulla realizzazione scenica, davvero formidabile (e fulminante il suo gravissimo «Say my name!» ripetuto più volte come un nome straussiano [cioè Keikobad della Frau o Agamemnon di Elektra] più che come mero dialogo: da brividi)
Impareggiabili, anch’essi alla Bellini (o alla Rossini, oppure strizzate d’occhio alle opere liriche barocche), gli innuendo dell’inquisitore sopranista alla propria virilità, lui che canta con una voce “di donna”: innuendo che rendono il suo personaggio stranamene falso, oppure drammaticamente “confuso”, fin da subito (espedienti usati anche da Penderecki nei Diavoli di Loudun, dove il diavolo fa cantare con voci maschili i personaggi femminili!)…
Forse occhiolini alla drammaturgia barocca anche le scene ripetute del secondo atto: paratatticamente identiche, anche se leggermente variate musicalmente: davvero alla Händel o magari alla Purcell che di streghe se ne intente (Dido and Aeneas, 1689, ne è pieno: e ha anche dei sopranisti [la stessa stregona principale e lo spirito di Mercurio] simili a quelli usati da Copeland)!

Il Tones Teatro Natura, con le bianche pietre protagoniste, ha dato modo al rubicondo regista Manfred Schweigkofler di sfruttare uno strepitoso corpo di ballo e di affidarsi alle spettacolari proiezioni di Edvige Faini, che erano un suggestivissimo tripudio (della più raffinata elaborazione digitale) di citazioni artistiche da Bosch a Michelangelo…

Il cast ci ha confessato di voler “vendere” The Witches Seed ad altre venue
nel mio piccolo so che lo Sferisterio di Macerata sarebbe adattissimo, e avrebbe lo spazio per l’orchestra…
oppure qualche teatro greco o romano…

E sarebbe davvero bello se riuscissero ad “esportare” The Witches Seed in un posto più mainstream, benché la suggestione di vederlo là dove storie simili si sono svolte davvero è stata tanta…

Ma incrocio le dita!

Una risposta a "The Witches Seed"

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  1. E le incrocio anche io!!
    Sono davvero tanto TANTO felice perché le cose belle arricchiscono tutti.
    Riguardo alla disamina sulle streghe, che costituisce una importante bibliografia ad ampio spettro che abbraccia anche il cinema: chapeau.

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