Renzetti all’ORT

Renzetti è in giro da più di 50 anni…
è stato timpanista alla Scala, ha scritto alcune canzoni di musica leggera (intorno al 1970) per il colosso disco-editoriale Sugar (non ha nulla a che fare con lo zucchero: è il nome di Ladislao Sugar, il discografico di origine ungherese, e quindi László Sugár, che spadroneggiava, insieme a Ricordi, Mogol ed RCA, nella musica leggera italiana di quegli anni [anche con altri nomi industriali, soprattutto Suvini Zerboni, Messaggerie Musicali e Compagnia Generale del Disco, CGD]: è stata Caterina Caselli a ereditarne l’impero e il ruolo nel 1982 dopo essere stata dirigente già dal ’77 in quanto moglie del figlio di Sugar, Pietro), e poi ha intrapreso la carriera direttoriale trovando uno dei primi posti stabili proprio all’ORT, tra il 1987 e il 1992…

Torna con un programma classico ma gustoso, con

  • le Due invenzioni per archi di Bruno Bettinelli
  • le Galántai Táncok, le Danze di Galanta di Zoltán Kodály
  • la Sinfonia 9, Dal nuovo mondo di Antonín Dvořák (la numero 23 di Symphonies)

Come molti direttori con lo stesso genere di carriera alle spalle (onnivori di musica e di orchestre del mondo, con frequentati sia gli zoccoli duri del repertorio sia alcune rarità quando è stato possibile [ha affrontato opere di Pizzetti, Respighi, forse uno degli “unici” dopo Lamberto Gardelli, e ha diretto i Čerevički di Čajkovskij a Cagliari, uno dei pochi italiani a produrli]) e tante primavere sul podio, negli ultimi anni Renzetti ha optato per una certa sontuosa lentezza nelle sue esecuzioni…

Una lentezza che

  • ha giovato tantissimo a Bettinelli (lentezza che ha accentuato tutti i rimandi della composizione alle Metamorphosen di Strauss, vedi le Musiche per il giorno della memoria),
  • ha restituito una entusiasmante Galanta: Renzetti ha inteso la forma di danza come un qualcosa di lirico-sinfonico più che di popolare, e ha ottenuto splendide accensioni passionali, guidando l’ORT in una performance assolutamente sgargiante, con una formidabile prova dei legni (il giovane primo clarinettista è stato da Grammy!),
  • e ha impreziosito il Nuovo mondo con toni estatici e contemplativi…
    se si volesse cercare le minuzie, forse in Dvořák è mancato un po’ di graffio, cioè un po’ di spigolosa “aggressività assertiva” necessaria nei momenti action (soprattutto nel terzo e quarto movimento, ma anche nel primo), e magari una certa partecipazione capace di dare quell’in più all’esecuzione; esecuzione comunque eccellente che però è forse rimasta lì con poca immedesimazione e forse anche poca vera passionalità (che tanto c’era stata in Galanta)…
    per capirsi: Renzetti e l’ORT hanno ottenuto un meraviglioso suono orchestrale potente, e anche la giusta ieraticità dove serviva, ma qualcosa mancava, come se, alla fine, «ci credessero poco» e fossero andati avanti per indubbia e stupefacente professionalità più che per afflato emotivo…
    ma queste sono idiozie di puro gusto…

Il pubblico del Verdi ha molto apprezzato il “rientro” di un direttore così importante a Firenze, nell’orchestra di casa toscana, e anche lui è stato felice di ritornare: ha augurato la Buona Pasqua a voce a tutto il teatro e ha salutato un clarinettista al suo ultimo concerto (andrà in pensione) rievocando le loro “avventure” del periodo ’87-’92…

Vedere direttori così d’esperienza è sempre stimolante: estremante parco nei movimenti, ma generoso di indicazioni di ogni sorta agli orchestrali (con sguardi, cenni del capo, alzate di spalle), Renzetti produceva roboanti suoni dai professori come per magia, senza muoversi, solo ritmando col polso e la bacchetta, davvero come le grandi “glorie anziane” del passato (come facevano negli ultimi anni Giulini o addirittura Klemperer): minimi gesti che fanno la musica… assai suggestivo!

2 risposte a "Renzetti all’ORT"

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