«L’Amico Fritz» al Maggio (Frizza, 2022)

L’amico Fritz è un’opera particolare…

Mascagni disse che, dopo i trionfi di Cavalleria Rusticana, voleva un’opera di sola musica, senza trama…

ma Mascagni era uno che mentiva (era di quelli tipo Pupo, che hanno una moglie e i nipoti a casa e un’amante fissa, segreta formalmente, ma segreta come il segreto di Pulcinella, in una seconda casa: si chiamava Anna Lolli, e “condivise” Mascagni con la moglie Argenide Carbognani, detta Lina, dal 1910 in poi [Mascagni si sposò con Lina nel 1887, e stavano insieme già da un annetto: si sposarono solo perché lei era incinta, di un bimbo che è campato solo 4 mesi, una nota documentale carina per quelli come Red Ronnie che farneticano sul bengodi di quando ai bimbi bastava il latte materno per stare tranquilli 100 anni senza medicinali!: nel 1889 nacque Domenico, Mimì, che è sopravvissuto! poi seguirono Edoardo, Dino, nel 1891, ed Emilia, Emy, nel 1892]), e la sua biografia stenta a passare sotto al vaglio attento e reiterato sotto cui è stata setacciata la vita di Giacomo Puccini (gente come Girardi, Budden, Schicklin, Krausser e Maehder già 50 anni fa hanno cominciato a verificare tutte le minuzie aneddotiche del lucchese, mentre al livornese si sono avvicinati “documentaristi” come Alan Mallach e Roger Flury solo negli ultimi 25 anni), per cui tanta mitologia sulla nascita delle sue opere rimane tale: più una agiografia degli amici, o una edulcorazione dello stesso Mascagni, che una fonte di “notizie”… una mitologia che i primi studiosi “musichieri” (Fiamma Nicolodi, Guido Salvetti, Roberto Iovino, Alberto Paloscia e Cesare Orselli, per esempio), più attenti alle partiture che ai dettagli biografici, hanno scalfito ben poco…

Sicché che Mascagni abbia scelto Amico Fritz perché voleva un’opera di sola musica e niente trama, in contrapposizione con Cavalleria, è mito… e lì rimane…
Il fatto che siano esilissime anche le trame della stessa Cavalleria e del Ratcliff (il progettone che Mascagni aveva in cantiere già, almeno, dal 1888), e che rimangano inconsistenti le trame delle successive opere, fa dubitare del mito… e non solo: l’idea di un’opera di sola musica è rintracciabile in tutti i 16 lavori teatrali di Mascagni (*anche* Cavalleria, sicuramente Fritz, e poi le altre, Ratcliff, Iris, Isabeau, Amica, fino a Nerone, 30 anni dopo), quindi il mito traballa… ma mito rimane…

Amico Fritz è sola musica, e ok…

Una musica apparentemente semplice ma invece insidiosa…

Come in tutte le opere post-1875 i cantanti sparano acutoni fortissimi improvvisamente e per diverso tempo: non è roba per tutti. Per di più Mascagni comincia a cambiare tempo molto spesso.
Le armonie acquistano tutti i precipitati sia del Romanticismo “grosso” (Wagner e Liszt) sia di quello più tardo (Strauss [nel 1891, Strauss, perfettamente coetaneo di Mascagni, aveva già fatto Aus Italien, Macbeth, Don Juan, Tod und Verklärung, ed era considerato una straavanguardia], Čajkovskij, di cui Mascagni diresse spesso la Patetica, addirittura anche la prima italiana, alla Scala, nel 1898, e quindi 7 anni dopo il Fritz, ma già dal 1880 Čajkovskij è un must per Mascagni), e creano sì un’atmosfera di idillio bucolico (il sereno duetto delle ciliegie, del tutto identico a roba operettistica, vedi il duetto delle pecorelle nella Mascotte di Edmond Audran, di una decina d’anni prima del Fritz) ma quest’atmosfera è tutta “sporcata” da una turgida carica pensosa, meditabonda e non proprio felice…

Gli innamorati si amano, ma quando gli dicono “amatevi” allora si vergognano, e l’amore diventa un tormento, un qualcosa quasi di cui vergognarsi, da tenere nascosto, in un florilegio di musica lamentosa, quasi liturgica (c’è anche la recita della Bibbia, 20 anni prima della Fanciulla del West: una recita che parla di innamoramenti, certo, ma con musica tutta sofferta; una musica che torna anche nel duettone, che sarebbe il Duettone dell’amore realizzato [è nelle musiche per San Valentino], e quindi anche il lieto fine scolora in questa sofferenza), numinosa (il violino di Beppe, e cioè la musica dell’intermezzo, è tutta arzigigolata), che combina i suoi temi (il suo materiale) con modulazioni trasformative inaspettate, quasi bizzarre (a “indicare” l’amore, oltre al tema biblico, c’è l’aria iniziale di Suzel, bozzettistica ma piena di una languente malinconia, stampo di quella che sarà la Barcarola del Silvano, un paio d’anni dopo, famosa per Scorsese: su armonie sciorinate da ritmi lenteggianti si combinano i temi di Suzel e della Bibbia unendosi spesso su scale lontane, che hanno tra loro solo una nota in comune; simbolo di tutto questo è il finale dell’intermezzo, angosciato da una voglia monumentale [Mascagni lo dirigeva quasi come un poemetto sinfonico straussiano, almeno a detta di Karajan, che da giovane rimase colpito dalla quantità di suono che Mascagni esigeva dall’orchestra in questo piccolo pezzo], che con sorpresa giunge al maggiore in un contesto minore, appoggiandosi a una sola nota!): un tutto che comunica sì la serenità dell’idillio, ma con tanti sottotesti…

E un sottotesto interessante, visti anche gli interessi simbolisti di Mascagni (già un po’ presenti perfino in Cavalleria, vedi tra fantasmi ed ombre…), è la componente onirica dell’operazione…

La dichiarazione finale di Fritz, con relativo duettone, arriva davvero come un sogno (e Suzel lo dice proprio), forse suggerendo che tutto quanto è un’immagine vagheggiata, e più un desiderio di fantasia che altro: un desiderio di fantasia infatti puntellato da quelle armonie tristi, da quello spessore “tragico” di orchestra e voci, da quelle bizzarrie di modulazioni: come se il sognante, come subito prima del risveglio, sapesse benissimo di stare sognando…
Anche tutte le modulazioni “improvvise” (su tutte quella del finale dell’intermezzo, che diventa perfino roboante) fossero tutti sussulti nel sonno! Oppure piaceri immensi da wet dream!
[e il «sogno» è tema numero uno di Mascagni: il “sogno” è l’intermezzo del Ratcliff e Iris è tutta puro vaneggiamento]

La facilità della trama e la spiattellatezza del duetto delle ciliegie sono state subito bersaglio dell’ironia dei concittadini livornesi di Mascagni…

Già canzonatori del fatto che, nonostante la breve durata, il biglietto di Cavalleria Rusticana costasse come quello di un’opera normale (ancora più di 50 anni dopo i fatti, a Livorno circolava, passato di generazione in generazione, lo storpiamento dello stornello di Lola «fior di giaggiolo, gli angeli belli stanno a mille in cielo», che diventava «fior di giaggiolo, per una lira è poco un atto solo»!), i livornesi hanno immediatamente stigmatizzato il carattere semplice del protagonista Fritz: ancora oggi si può sentire, a Livorno e in Toscana, appellare “o Amico Fritz” un coglionazzo sesquipedale (cosa che deve essere attecchita anche altrove e per diverso tempo: io credo di aver visto uno sketch anni 1960s di Alighiero Noschese imitante Hitchcock [cioè Carlo Romano] raccontare di aver incontrato Fritz Lang, cioè il suo “Amico Fritz”)

Quest’opera di sogno malinconico rischia di risultare ancora più ridicola se presa troppo sul serio, o se troppo stanislavskizzata…

La regia del Maggio, di Rosetta Cucchi, spesso ha rischiato di cadere nel “troppo”: l’ambientazione anglo-americana, con i toponimi cambiati rispetto al libretto, non ha granché giovato; e alla lunga fastidiosi sono risultati gli inserti sonori artificiali di pioggia, il rumoroso scalpicciare delle comparse, e il frastuono dei cambi scena: a mio avviso hanno disturbato la musica: un cambio scena con martellamento è avvenuto anche mentre suonavano l’intermezzo!

Poco centrata la figura di Suzel, ogni tanto emancipato maschiaccio e ogni tanto leggiadra fanciulla… ma molto divertente la sua dissacrazione della scena della Bibbia: serissima nella musica di Mascagni, la regia l’ha trasformata in uno spasso (in Mascagni, Suzel recita la Bibbia quasi in delirio mistico, mentre qui hanno fatto che Suzel non si ricorda la Bibbia e quindi si fa suggerire da una Caterina alle spalle di David)…
Questa della dissacrazione è una giochessa riuscita, ma non sempre altri espedienti della regia sono stati azzeccati (per esempio il far cominciare il duetto delle ciliegie con Suzel fuori scena non l’ho compreso)

Ho poco compreso anche la pretesa realistica delle positivissime scenografie (di Gary McCann, che mi sono apparse anche inutilmente costose), che nulla hanno “letto” nelle valenze oniriche della musica…

Tutto sommato, però, lo spettacolo è stato portato avanti da sommi professionisti, e quindi le critiche sono solo di puro gusto…

La tanto pubblicizzata acustica sopraffina della nuova Sala Zubin Mehta sarà forse prodigiosa nei concerti con l’orchestra sul palco, ma in buca (evidentemente il Maggio tratta la Sala Zubin Mehta come uno “stage 2”, come fosse il Bol’šoj o il Mariinskij, senza però avere quegli stessi numeri, soprattutto di spettatori se non direttamente di orchestrali) è risultata sì cristallina ma non tanto superiore a quella della, che so, la Pergola, o del Goldoni…

Per fortuna Riccardo Frizza ha sfoggiato la sua competenza di concertatore e ha garantito un “missaggio” eccellente, in grado di bypassare i rumori e far ben esaltare i cantanti…

A livello interpretativo ha giocato molto con i cambi di tempo, regalando meravigliosi rallentando a certe intenzioni ma tramortendone altre con bruschi accelerando…

Nel complesso ha letto il Fritz come una serie di frammenti, cosa che spesso “spezzettava” la melodia (elemento evidente soprattutto nell’intermezzo)…

Ma vabbè: che io non sia tutto sommato d’accordo con il taglio non vuol dire niente: la resa musicale, pur con qualche attacco non cronometrico qua e là (roba che dal vivo è fisiologica), è stata ottima, di grande intelligenza musicale, con momenti davvero felicissimi (e il lamento subito prima del duettone finale è stato assolutamente strepitoso)…

Charles Castronovo ha tutte le carte in regola per questo ruolo: tenorone bello forte e squillante, e capace di contenersi senza strafare troppo negli sgolacci, spesso imposti a Mascagni proprio a causa delle mitologie su dette: Castronovo non ci casca e rimane nel formidabile equilibrio tra forza e dolcezza: miracoloso!

Salome Jicia, da me vista non così in forma in una Violetta diversi anni fa a Macerata, è stata anche lei perfetta, ma l’equilibrio di Castronovo non ce l’ha avuto, e l’ultimo “strappo canoro” del duetto l’ha un po’ perso… ma vabbè, per il resto è stata bravissima…

Massimo Cavalletti, abituato ai superbaritoni verdiani, passeggia con classe nel praterie di David: “vince un po’ facile” ma vince eccome!

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