Il Mariinskij al Maggio!

Io l’ho vista l’orchestra del Mariinskij, proprio al Mariinskij, a San Pietroburgo!
Lo racconto, tra immense scempiaggini, qui

Sono un superfan del Mariinskij, e mi reputo forse un superfan di Valerij Gergiev, sul quale però ho sempre avuto grossi dubbi “politici” (espressi molto male in Evgraf Andreevič Živago: post pieno di idiozie che forse dovrei cancellare)… per esempio si sa che è fervente sostenitore del “regime” di Putin, e che potrebbe appoggiare le varie invasioni di Putin ai danni di Ucraina e Crimea (non ha mai fatto dichiarazioni chiare in proposito)… e forse appoggiare anche un certo atteggiamento anti-gay (è capitato che qualche attivista gay lo abbia tacciato di omofobia putiniana in occasione di sue ospitate a New York)…
molti però lo adorato, da Ol’ga Borodina a Anna Netrebko, con solo Galina Gorčakova a parlarne maluccio (lo descrisse ossessivamente geloso ed estremamente “nemico” nel metterle i bastoni tra le ruote in vari tentativi di carriera lontano dal Mariinskij)… e l’ha adorato anche molta parte dell’Europa LGBTQ+: è per esempio capo dei Münchner Philharmoniker, cioè di una delle orchestre di quella città che questa estate ha fatto il diavolo a quattro (giustamente) con la UEFA per illuminare d’arcobaleno lo stadio Allianz Arena (in protesta contro le leggi omofobe dell’Ungheria)… inoltre, ha diretto molte volte formazioni fatte apposta per promuovere la pace, come la World Orchestra for Peace…
Gergiev potrebbe rinnovare i problemi di tutti gli artisti che furono sovietici: per lavorare potrebbe dover sopportare tutte le porcate che fa il “datore di lavoro”, cioè Putin (che di lavoro al Mariinskij ne ha dato tanto: ha permesso che diventasse quasi un teatro “nazionale” grazie alla gestione di palcoscenici anche a Vladivostok e a Vladikavkaz, con buona pace del Bol’šoj di Mosca)… oppure potrebbe sposare le porcate in tutto e per tutto perché convinto che un «mondo a misura di Putin» sia migliore per tutti (e che certe minuzie liberticide siano sopportabilissime, ovvero una percentuale minima di disagi che si possono reggere tranquillamente di fronte al gran numero di vantaggi che l’ideale Putin porta, nei sogni, alla Russia e al mondo)…
e, come succedeva durante la Guerra Fredda, la verità (termine assai indeterminato) non si saprà mai: perché le dichiarazioni, gli intenti, le intenzioni si frantumano in un nulla di fatto del segreto personale, mediatico e perfino di stato, e finisce sempre con i paradossi alla Clint Eastwood e alla Richard Strauss (vedi qui), cioè di quelli che lavorano e vivono con i neri con gioia e amore ma siccome dicono la N word in pubblico per ragioni anagrafiche di vecchiaia o di rincoglionimento allora vengono condannati (o che scherzano con gli amici di pregiudizi antisemiti, e per questo vengono detti stranazisti, benché amino, nonostante le chiacchiere, persone ebree); e in maniera gemella, colui che parla perbenino e inclusivo (tipo Joss Whedon) mentre i neri (o gli ebrei o le donne o i gay o gli asiatici o gli slavi o chi lo sa) non li assume, non li frequenta o non li “considera”, siccome parla perbenino allora è considerato santo…
e in tutto questo affare molto complicato, avere gente contro il DDL Zan perché «impedisce di insultare, e insultare è sacrosanto diritto di tutti» [ricordiamoci Vittorio Congia a doppiare David Margulies, nell’adattamento di Oreste Lionello di Ghostbusters II: «essere infelici e trattare il prossimo come mota è sacrosanto diritto di ogni newyorkese»: era il 1989], oppure avere comici scrausi a perpetuare battute del tutto stupide su gay e neri convinti di essere come Clint Eastwood o Richard Strauss non aiuta affatto…
Non sapremo forse mai cosa pensa Gergiev a livello personale… e forse, essendo Gergiev un artista, ce ne potremmo anche sbattere le balle (come si dice in Buffy non è Whedon)…

Il problemone è che, spesso, c’è gente che mette in dubbio anche l’artisticità di Gergiev!

I grandi tecnicisti della direzione d’orchestra non possono far altro che detestarlo poiché è di quelli che hanno un gesto del tutto incomprensibile…
Ha diretto con la bacchetta solo rarissime volte, qualche volta ha diretto con un stecchino da denti, o anche con una sorta di spiedino da arrosticino… ma ultimamente va senza niente, solo con le mani e, soprattutto, con le dita…
È quel gesto con le dita, alla Silvan, che sparpaglia tutti gli attacchi e che fa gridare alla gogna tutti gli amanti dei grandi solfeggiatori…
Gli aneddoti sul Gergiev “sperduto” davanti alla partitura, e incapace di riacciuffarsi proprio a causa del suo digitanellare (neologismo mio), sono tanti: si racconta che i Wiener Philharmoniker, dopo ottime collaborazioni con lui, l’abbiamo messo “in castigo” per 4 o 5 anni (poi l’hanno anche ripreso ben volentieri per tante tournées, tanto da far considerare la diceria una pura calunnia); e si dice che il gusto di Gergiev non abbia davvero attecchito alla London Symphony Orchestra, dove è stato sì capo per 10 anni (2007-2017), ma senza suscitare tante nostalgie quando se n’è andato…
Durante il lockdown, il Mariinskij è stato molto generoso nel distribuire video di sue produzioni con Gergiev (vedi anche qui) nei quali si vedeva che certa qualità sfoggiata in certo repertorio e in certe venues famose (e.g. la Salle Pleyel a Parigi o la Zal Zarjad’e a Mosca) faceva il paio con disastrose letture verdiane o pucciniane fatte in casa al Mariinskij o al Mariinskij-2: segno che la continuità del Gergiev artista c’è ma non del tutto…
Eppure ancora tanti lo adorano: è ancora oggi capo, in contemporanea, del Mariinskij, dei Münchner Philharmoniker (per queste due orchestre si porta dietro una sorta di braccio destro fedele, e cioè il consumato concertmaster Lorenz Nasturica-Herschcowici, trovato a München e portato al Mariinskij, e a Firenze questa sera) e del festival di Verbier, e continua le sue ospitate lussuose con i Wiener (spesso è ai Sommernachtkonzert)…
…possibile che tutti adorino uno che ditalineggia e che si perde!?

Magari Gergiev è l’emblema scottante del fatto che quando c’è una vera artisticità, allora la tecnica può anche essere meno presente, oppure essere immessa o retta da qualcos’altro, per esempio dal concertmaster esperto, o dall’orchestra precisa, ma quella artisticità si palesa a innervamento della tecnica, a motivo della tecnica… perciò Gergiev potrà anche ditalineggiare o brandire arrosticini a caso in gesti incomprensibili, ma è comunque al top perché, o in prova o con, che ne so, espressioni facciali in performance, rende i veri tecnici (orchestrali e concertmaster) capaci di tecnicizzare con Arte… [in cinema è facile fare paragoni: sebbene sia vero che un grande artista non riesce a fare nulla senza un tecnico (e difatti Pasolini si affidava a Tonino Delli Colli), ugualmente un grande tecnico, spesso, non riesce a fare un beneamato cacchio senza un artista (e lo si vede con i film di Jan De Bont o con le pellicole girate da Hugh Johnson senza Ridley Scott)]

Oppure certe convinzioni dei tecnici della direzione d’orchestra sono cose prive di vero senso…

Nel concerto di stasera, Gergiev digitaleggiava, ok, ma una organizzazione delle sue dita e delle sue braccia era comunque palese: il braccio alzato del tutto era segno inequivocabile, compreso da tutta l’orchestra, e anche il battere con la mano in basso era precisissimo.. le dita, sì, sembravano sfarfallare apparentemente prive di raziocinio, ma era evidente supportassero invece note dette in prova, poiché indicavano forcelle e dinamiche che l’orchestra traduceva con estrema univocità, senza alcuna indecisione…
quelle dita saranno inintelligibili per noi, ma per l’orchestra non lo erano affatto…

Un’orchestra che magari capisce il ditalinio forse perché è ben abituata al modo di Gergiev (le performance registrare del Mariinskij e Gergiev sono così tante e così spesso distribuite tra nuovi CD, digital download, bootleg e video, molte volte dello stesso repertorio, che spesso si fa fatica a distinguerle, come avviene quasi solo per i supergrandi del passato tipo Karajan, Bernstein, Celibidache o Glenn Gould): e questo è il vantaggio di avere un rapporto duraturo con lo stesso direttore, cosa che, qui a Firenze, capiscono poco (essendosi per anni accontentati di un Zubin Mehta che presenziava solo pochi mesi all’anno). Un’orchestra professionista che suona tutti i santi giorni, e molte volte col suo direttore musicale, tanto da aver creato un sistema tale per cui ogni singolo reparto (violini, viole, violoncelli, contrabbassi, ottoni, fiati, percussioni ecc.) ha un suo leader che aiuta e fornisce quegli attacchi precisi che il ditalinio di Gergiev non dà di per sé…

le orchestre grosse fanno così [la cosa è molto evidente nei Berliner Philharmoniker]

e il Mariinskij è un’orchestra grossa…

anche se, con tutti i suoi impegni e le sue tournées (fatte, magari, anche per recuperare i tanti mesi di chiusura), a Firenze il Mariinskij ha forse offerto un concerto da vittoria facile… e un concerto forse parecchio “stretto” tra un impegno e l’altro…

Gli orchestrali devono essere arrivati in fretta e furia, tanto che la prova è finita davvero solo 20 minuti prima dell’inizio del concerto (uno stralcio di prova l’ho visto perfino io, entrato normalmente in sala prima che una maschera mi fermasse)…

subito dopo lo show sono ripartiti subito perché avevano il treno notturno per Vienna: il solito Pereira ci ha informato che, per agevolare la loro partenza, avremmo dovuto fare solo 15 minuti di intervallo, e che avremmo dovuto vederli scappare quasi immediatamente dopo la performance…

In questo scheduling serrato, che tramortirebbe chiunque, hanno scelto un programma sì difficile ma anche molto atletico, di quelli che, sarò brutale, basta andare “a tempo” e “suonare forte” e fai contenti tutti: un programma di roba famosa, celeberrima, e nel repertorio di qualsiasi orchestrale: roba, cioè, che chiunque saprebbe suonare a livelli altissimi: suite da Romeo e Giulietta di Prokof’ev, Mandarino meraviglioso di Bartók e Petruška di Stravinskij (che è nelle Musiche per la primavera)…
non sono, che ne so, Amériques di Varèse o roba di Messiaen, quella roba che ti stende dalla difficoltà e che magari affronti, da orchestrale, una o due volte nella vita (non è neanche roba come le sinfonie di Sibelius o Carl Nielsen, che fai, sì, ma non proprio tutti i giorni, e che richiedono interventi interpretativi belli grossi): è roba di grosso repertorio, di spettacolarità immediata, non “facile” né agevole, ma è roba che un medio appassionato ha riascoltato innumerevoli volte (per esempio Petruška, tanto bella, a Firenze la fanno dozzine di volte), che riecheggia nelle colonne sonore di tutti i film (di Herrmann, Williams, Horner, Elfman e chi più ne ha), e che, soprattutto, non ha nulla né di passione melodica né di afflato sentimentale…
o meglio, ce l’avrebbe, ma anche se non ce li metti fai figura lo stesso!

…e siccome sei in mezzo a treni e aerei, sentimento ed emozione NON CE LI METTI…

e, con questo repertorio, ti va bene lo stesso!

è finita che il Mariinskij ci ha fatto vedere come funziona un’orchestra al top, con tutti i leader di reparto a millimetrare attacchi e intenzioni…
…e con un direttore dal gesto miracoloso che sembra alla san fasò ma che invece è capace di essere chiarissimo alla sua orchestra (cosa che noi a Firenze non si sa più cosa sia, essendo il gesto di Mehta oramai spesso indecifrabile per i suoi stessi orchestrali!), un gesto che veicola fantasticamente velocità e nuances interpretative affinate e ben fatte…

…ma non ci ha granché trasportato nella gioia…

abbiamo visto superbi professionisti, e questo è sufficiente a dare al concerto un 10!
ma mancava quel quid capace di arrivare alla lode…

io che bistratto sempre il Maggio devo quasi dire che, stavolta, Gardiner nel Falstaff ce l’ha fatta a far avere al Maggio quel quid della lode che il mio adorato Mariinskij non mi ha trasmesso!

anche se si deve ribadire che una Petruška così dinamica e narrativa (benché totalmente impiegatizia), a Firenze ce la sogniamo (ne ho sentiti fin troppi di crolli delle trombe nel finale, là dove gli ottoni del Mariinskij sono stati strabilianti [occhio, però, che al Maggio fanno sempre la versione ’47 mentre Gergiev ha eseguito la versione ’13, con metronomie leggerissimamente diverse]), così come ci sogniamo, spesso, quegli attacchi così limpidi dati dai professori (per fortuna, alcune piccolissime incertezze di tono rendevano umano anche il Mariinskij!)

e ci sogniamo un direttore che, pur nella routine, sa amministrare e narrare (tutti i pezzi proposti derivano da balletti, cioè sono racconti in musica) le cose così bene! [vedremo, se ci saranno, i benefici di Gatti]

Nonostante il treno imminente, Nardella è arrivato a fare la baracconata della cerimonia della consegna delle chiavi della città a Gergiev, con tanto di musici e sbandieratori sul palco!

l’orchestra se n’era già andata, e in sua rappresentanza è rimasto solo Lorenz Nasturica-Herschcowici, poveraccio, lì muto a osservare…
Gergiev era quasi imbarazzato: in inglese ha ringraziato tutti, soprattutto Mehta (presente in platea), e ha annunciato che tornerà per dirigere il Maggio presto (speriamo!)

Pereira ha cercato di fare il maestro di cerimonie come ha potuto, ma ha finito perfino per fare ironia sulle chiavi: si è chiesto, forse per scherzare, cosa aprissero veramente, e prima che Nardella potesse spiegare che sono simbolo delle quattro antiche porte della città, ha pronunciato la surreale perifrasi: «sono le chiavi della Pandora»…
chissà cosa avrà voluto dire? [potrebbe quadrare l’ipotesi si riferisse alla marca di gioiellini e braccialetti, dato che la confezione e la presentazione delle quattro chiavi fiorentine potevano ricordare quelle di un bracciale Pandora: senza dubbio una bella idea ridicolizzare il dono più simbolicamente grande elargito da una città, e davanti al sindaco e a uno che si trova a ricevere quel dono!]

Nardella stesso ha contribuito allo screwball pronunciando keys come kiss: lì lì credevo avrebbe dato a Gergiev davvero il «bacio della città»! [gratuita anche la mia battuta sulla pronuncia Vàleri, come Tiffani Amber Thiessen in Beverly Hills 90210]

Pochi mesi dopo questo concerto a Firenze, Putin l’ha davvero invasa l’Ucraina: se ne parla alla fine della recensione di The Power of the Dog e in Inghiottitoi carsici

4 risposte a "Il Mariinskij al Maggio!"

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      1. qualsiasi cosa in russo è anche tradotta in italiano eh, anzi, prima è detta in italiano e tra quadre in russo… — non è comunque una lettura facile: è uno stream of consciousness…

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