Maggio Musicale Fiorentino: il Falstaff di Gardiner

Di Falstaff si parla un attimo nelle Musiche per l’Estate

Del Verdi di John Eliot Gardiner s’è già detto a proposito della Messa da Requiem da me vista a Pisa nel 2018

Gardiner è famoso per averci da un lato un po’ ammorbato con la prassi esecutiva, le corde di budello, e la ricreazione delle “circostanze” (ricostruite spesso anche abbastanza farraginosamente) dell’orizzonte di attese che aveva il compositore nei confronti della sua opera – un atteggiamento che se, sulle prime, rinnovò la tassonomia interpretativa soprattutto di Mozart e Beethoven (se ne parla in un paio di recensioni beethoveniane di Nézet-Séguin e soprattutto di Currentzis), finì ben presto per annullarsi quasi in liturgia dogmatica – ma dall’altro lato, con la sua acribia “storicista” ci ha aperto mondi di energia e di azione sull’ultimo Rinascimento e sul “barocco” (Monteverdi, Purcell, Haendel, Bach, Gluck ecc.), cioè i “periodi” che, più di altri, vennero identificati come Early Music (perché, secondo studiosi anglosassoni, sono i periodi più precoci, “early”, di cui ci sia rimasta traccia di musica profana scritta [opinione che asservirebbe di un corollario, poiché dovrebbe precisarsi con “traccia di musica scritta profana non frammentaria, di una consistenza tale da poterla risuonare oggi, e con una ‘compagine’ strumentale degna di farla ‘sbalzare’ dal contesto della pura musica vocale]), davvero esemplari…

Dopo gli “spirti guerrieri” della prima stagione della prassi esecutiva (durata soprattutto dagli ultimi anni ’70 ai primi anni ’90), come molti altri suoi compagni di militanza guerresca contro tutto ciò che prassi esecutiva non era, si è adagiato sul vecchio costrutto secondo il quale si può definire Early Music non solo ciò che si può definire Early o ciò che è connaturato all’Ancien Régime (o, in senso musicale, tutto ciò che è “precedente” o la morte di Bach nel 1750 o la rivoluzione romantica dei 1830s), ma anche ogni cosa sia stata prodotta 40 anni prima del presente!

E sicché, per Gardiner sono diventate Early Music (concetto che ancora nel 1992 aveva una connessione con tradizionali periodizzazioni Storiche e quindi “finiva” quando “iniziava” quello che era designato come “contemporaneo” e cioè tutto ciò che sussegue la fine dell’Ancien Régime nel 1789: per capirsi: era Early Music la musica *precedente* al 1789, pur con tutte le eccezioni varie ed eventuali che inglobavano Beethoven nel costrutto, quelle eccezioni che invece “periodizzavano” in senso musicale, intendendo early ciò che fu composto prima della rivoluzione romantica del 1830; dal 1992 in poi, proprio in coincidenza dell’attecchimento a livello accademico dei precedenti studi di Philip Gossett appunto su Verdi, le cose sono cambiate e Early Music è semplicemente diventato “tutto ciò che richiede attenzione filologica sia sul testo sia sulla performance perché *diverso* da quanto si fa da 40 anni a questa parte”) anche molte musiche di Britten (composte tra gli anni 1940s-1960s), Stravinskij (composte nel 1951), Holst (composte nel 1918), Lehár, Debussy (composte nel 1902-1905), Brahms, Fauré (1880s), Chabrier (1870s), Schumann, Berlioz (composte nel 1840-’50) ecc. ecc. [E per Gardiner (e in contemporanea anche per Harnoncourt), early è stato l’Ottocento, cioè precipuamente quegli oggetti musicali composti anche dopo la rivoluzione romantica del 1830, per eseguire i quali ha fondato un’orchestra apposta, l’Orchestre Révolutionnaire et Romantique, nel 1990, proprio con la mission di accomunare all’early (concetto che oramai vuol dire *strumenti diversi da quelli che avevamo fino a 40 anni fa*) tutto quanto composto tra 1789 e 1880]

Ed essendo Gardiner un musicista e non un cretinetti che applica elucubrazioni esecutivo-stilistiche inventate, il suo approccio da Early Music alla musica “contemporanea” post-1789 non ha prodotto idiozie, ma brillanti letture dense di analisi ermeneutica, di approccio rigoroso sul testo musicale, e di encomiabile trasporto vitalistico, grazie a tempi spesso abbastanza barricaderi…

Sono cose che si possono dire di molti altri suoi colleghi che hanno applicato l’idea della Early Music all’Ottocento e qualche volta anche al Novecento (lo si può dire soprattutto di Harnoncourt), ma che con Gardiner si possono dire a maggior ragione, poiché raramente i suoi colleghi hanno ottenuto davvero il top fuori dalla Early Music giungendo a letture considerate modelli (certamente Harnoncourt sì, ma altri no!), traguardo che Gardiner raggiunge eccome: il suo Britten è top di gamma quanto lo è il suo Purcell, il suo Stravinskij è top di gamma quanto lo è il suo Monteverdi!
…e non è una cosa da niente (anche Harnoncourt, pur immenso anche nell’ottocentesco Schumann, ha tentato solo una breve e particolarissima lettura di Gershwin per quel che riguarda il Novecento: ed è un qualcosa forse sì da top di gamma ma anche no!)

E top di gamma, Gardiner è diventato anche in Verdi, nonostante la spietatissima concorrenza di gente come Riccardo Muti…

Se nel Rigoletto è arrivato “tardi”, il che è un peccato (è un peccato che sia arrivato “tardi” a Verdi anche uno come Barenboim), in Falstaff, invece, complice magari il soggetto “britannico” (e in Gardiner si potrebbe descrivere una “spinta” nazionalistica: è top per Britten quasi più perché Britten è inglese che per altre ragioni; ha affrontato qualche volta, anche se con meno assiduità, anche Elgar; e inglese è da considerare Haendel), Gardiner era punto di riferimento già dal fissaggio in studio del luglio 1998 (al Colosseum di Watford a Londra per l’etichetta Philips), lavorato appunto come impressione di una serie di spettacoli messi a punto col regista Ian Judge (credo che tutto sia nato per una produzione del festival di Baden-Baden nel settembre del ’98, ma potrei sbagliarmi) e rappresentati in tutto il mondo (la replica più redditizia pare sia stata quella al Théâtre du Châtelet di Parigi nel 2001)…

Per il disco Philips e per gli spettacoli, Gardiner usa una edizione critica, curata da Alberto Zedda e Fausto Broussard (e pubblicata ufficialmente da Ricordi *dopo* l’incisione del disco, nel 1999), incastonandosi a pieno nella volontà di cementificare l’autenticismo verdiano, volontà già in essere da una decina d’anni e portata avanti da gente come Muti, Giulini e Sinopoli (si data al 1983 la prima edizione critica del teatro verdiano, cioè Rigoletto), e che si originò, con una “sedimentazione” lunga quasi 30 anni, proprio dalle discrepanze che un direttore australiano, Denis Vaughan, trovò nelle tante edizioni Ricordi che lui lesse del Falstaff a partire dal 1958…

Se oggi sappiamo che la filologia di Falstaff è tutt’altro che risolta (molti abbozzi dell’opera, utili per distinguere tra le discrepanze notate da Vaughan oramai 60 anni fa, sono in mani private, cioè dei discendenti di Verdi, appartenenti alla famiglia della sua figlia adottiva: Fabrizio Della Seta, il filologo “capo” di Verdi alla Ricordi dice che finché quegli abbozzi sono invisibili sarà difficile poter fare una nuova edizione critica), nel 1998, l’edizione del Falstaff di Zedda e Broussard era la prima e unica che tentasse di mettere ordine nelle discrepanze e Gardiner la proponeva a strombattuto *per primo*!

Sì, certo, Falstaff era già passato dal trattamento degli specialisti verdiani (e parlo solo di roba successiva all’edizione critica del Rigoletto di Chusid che inaugura l’autenticismo verdiano, sennò non si finirebbe più e ci perderemmo nelle tante letture di Karajan, Solti e Bernstein che un giorno, forse, indagheremo nella serie Operas):

  • nel 1982-’83, Carlo Maria Giulini lo lavora col regista Ronald Eyre alla Los Angeles Opera (le recite al Dorothy Chandler Pavillion dell’aprile 1982 furono incise live da Deutsche Grammophon) con tutti i crismi super-nobilitanti delle grandi occasioni, dal cast stellare all’allestimento lussuosissimo di tradizione…
    da Los Angeles, Giulini e Eyre (quasi con lo stesso cast all stars) portano lo show in tutto il mondo (ne è rimasto un video al Covent Garden di Londra, effettuato da Brian Large)…
  • nel 1993, Riccardo Muti fa Falstaff alla Scala con Giorgio Strehler, e la Sony incide il live in CD: è un disco che però fa flop (oggi risulta ancora introvabile perfino su Spotify)…

ma Gardiner arriva, nel ’98, ripeto, con una edizione critica con cui atteggiarsi ad autenticista e che giunge prima

  • dello spettacolone di Graham Vick al Covent Garden con Bernard Haitink del dicembre 1999 (ne esiste un video di Humphrey Burton),
  • delle letture di Muti che fanno successo,
    • cioè quella del 2001 a Parma con i complessi della Scala: l’allestimento era una ricostruzione di una vecchia scenografia del 1913 e ne è rimasto un video della RAI curato da Pierre Cavassilas
    • quella del 2004 con ripresa dell’allestimento di Strehler, al Teatro degli Arcimboldi di Milano
  • del disco bestseller di Claudio Abbado e dei Berliner Philharmoniker, registrato alla Philharmonie di Berlino nell’aprile del 2001 dopo una serie di pezzi antologici fatti da Abbado e i Berliner in un festivalino berlinese del 2000 (festivalini di cui esistono anche dei video ufficiali dei Berliner)…

Perciò sentire il Falstaff di Gardiner è sentire un Falstaff assai autorevole, di quelli davvero da rimarcare, da studiare, da additare come emblema

E Gardiner viene a fare Falstaff a Firenze dopo ben due allestimenti di Zubin Mehta e Luca Ronconi non così lontani nel tempo, uno del 2006 (anche filmato per la RAI da Paola Longobardo) e l’altro, diversissimo, del 2014 (uno degli ultimi lavori di Ronconi, morto nel 2015, anch’esso filmato per la RAI da Francesca Nesler)… e che in questi giorni l’allestimento sia nuovo (il terzo Falstaff nuovo “di fila” al Maggio) è da salutare con gioia…

Motivi di giubilo per vedere questo Falstaff erano quindi parecchi!

E questo hype non è per fortuna stato smentito…

…è stato un Falstaff veramente sfavillante…

Al Colosseum di Watford, nel 1998, Gardiner optò per un approccio asciutto e abbastanza “strettino”, con tempi speditelli, di sicura presa action ma ogni tanto leggermente “buttata via” (anche se il lavoro di analisi dettagliata da Early Music sopravviveva pregevolissimo)…

Dopo quasi 25 anni, e dal vivo, Gardiner attenua per fortuna l’andamento rapido e dà più spazio al calore melodico, sottolineando con più verve emotiva e languente (cioè un po’ più lenta ed enfatizzata) certi passaggi lirici (cioè i finali degli atti, dell’aria di Fenton, e i temi ricorrenti di “vecchio John”, delle corna, di Quickly, dei ragazzini): la cosa è da salutare con favore, perché nel ’98, per esempio, già il «Quando ero paggio del Duca di Norfolk» fuggiva via quasi senza possibilità di assaporarlo, mentre a Firenze è arrivato bello cadenzato e pomposo apposta per sottolineare il divertimento e la bravura del cantante: ottimo!

Sopravvive anche dal vivo, in continuità col disco del ’98, la smagliante gestione delle polarità tenue/forte, con scoppi dei tutti d’orchestra squillantissimi, in perfetta ottemperanza dei calchi di Verdi dei modi rossiniani… pianissimi cameristici e strombattuti sonori che Gardiner ha saputo imprimere a una molto ricettiva orchestra del Maggio che ha avuto soltanto le solite piccole defaillances dei corni (ormai usuali) ma per il resto è stata eccellente nel rendere le volute degli archi e i preziosismi dei fiati…

Stupefacente è l’evidente precisione quasi orologiaia e orafa con cui Gardiner e il regista Sven-Eric Bechtolf hanno trattato il più piccolo aspetto della musica e del libretto…

Sono cose che con Falstaff sono necessarie, e ben evidenti anche nelle testimonianze di Giulini e Abbado, ma vederle effettuate dal vivo, e sfoggiate con così tanta acribia appassionata, è invece più raro…

Già Haitink con Vick o Abbado e i Berliner nei festivalini incorrono in minimi scollamenti e ritardini nei concertati… o magari trascurano qualche “significato gestuale-teatrale” presente nella musica: Verdi mette in musica i baci, i crepitii del cesto incapace di reggere il peso di Falstaff, la fatica dei paggi a sollevare il cesto ecc. ecc.: riuscire, in un allestimento, a saper raffigurare tutto questo, e riuscire a farlo *sentire* in buca d’orchestra, in accordo ai gesti, è spesso complicato…

Gardiner e Bechtolf ci riescono!

per riuscirci, Bechtolf ha un po’ optato per soluzioni facilior di filosofia ma ugualmente complesse a livello di realizzazione:

  • è un allestimento iper-tradizionale, senza nessun tentativo di innovazione, neanche gestica… e qui la filosofia teatrale, apparentemente, si è un po’ adagiata sugli allori…
  • invece che trovare motivi per far uscire ed entrare la “folla” onde lasciare i giovinastri al centro della scena a sbaciucchiarsi (entrate e uscite di tante persone che spesso producono quei ritardini di attacco che ci sono in Haitink e Vick), decide di usare dei freeze della “folla”, che rimane in scena ferma mentre i giovincelli tubano…
    e se la cosa, da una parte, è facilior perché evita di dannarti a trovare movimenti plausibili che facciano entrare la “folla” in tempo per cantare a tempo, dall’altra inonda tutto quanto di un particolare aspetto fintoso e metateatrale che si gemella fantasticamente con la natura intrinseca dell’opera, già di per sé piena di autoreferenzialità (l’autocitazionismo musicale di Verdi), metateatralità (le sciarade e le beffe soggetto della trama) ed extradiegesi (la fuga finale rivolta direttamente al pubblico)… e qui la filosofia teatrale, cacciata dalla porta, per fortuna rientra dalla finestra!
  • a complicare il tutto ulteriormente, per accompagnare di gesti la musica sbrindellosa di Verdi, Bechtolf trova anche un florilegio di coreografie ed espressioni da far agire ai cantanti, tutte a tempo di musica!
    Roba eccellente, che ha fatto somigliare i cantanti quasi a delle gioise Übermarionette di Gordon Craig impegnate nelle coreografie facciali che Craig si ricordava aver sentito descrivere a suo padre adottivo (cioè Henry Irving), e capaci anche di esprimere emozione (invece di fermarsi a semplice gesto tecnico fine a se stesso)…
    Da applausi!

per riuscirci, Gardiner spreme l’orchestra del Maggio e i cantanti nella sottolineatura cristallina di ogni singola nota e di ogni singolo passaggio con precisione da amanuense…

…e vedere tutto questo “studio” di connubio tra gesto e musica, in un allestimento operistico, rende felicissimi!

Nicola Alaimo (Falstaff) è stato da 10 e lode…
Colossale come attore e sensazionale come cantante, ricco di suono e interpretazione e tecnicamente superbo…

Simone Piazzola (Ford), pur ottimale nella gestica, ha avuto problemi di emissione, e quindi è rimasto un po’ nell’ombra…

Ailyn Perez (Alice) è stata meravigliosa: disponibilissima a fare le faccette alla Henry Irving e le pose coreografiche, e millimetrica nella precisione canora…

Caterina Piva (Meg) è uno dei mezzosoprani più bravi che ci sia in Italia: per lei canto e recitazione sono tutt’uno, e realizza tutto con una evidente passione per il gioco, per il play, che la rende naturalissima, in character ogni secondo e quindi incapace di sbagliare perché è *lei* che *è* il personaggio… strabiliante!

Sara Mingardo (Quickly) è insegnante e cantante esperta e la sua partecipazione dà al personaggio un risultato sicuro, ma forse, come il Ford di Piazzola, poco spiccante, pur nella perfezione…

Neanche Matthew Swensen (Fenton) ha brillato per squillanza e i suoi acuti sono stati un pochino anonimi… ma la precisione c’era tutta…

Francesca Boncompagni (Nannetta) per me è stata sorprendente: delicata, aerea, stilettante e insieme poderosa nelle sue note alte e luuuuunghissime… straordinaria!

Gianluca Buratto (Pistola) ha sfoggiato una potenza sonora maestosa: davvero magnifico…

eccellenti anche tutti gli altri del cast!

Per via dei prezzi esorbitanti imposti da Pereira, la gente ha un po’ snobbato questo Falstaff: la galleria (il cui prezzo è quasi triplicato), sì, era praticamente piena, ma nei palchi (che ormai costano quanto il platino) non c’era nessuno, e in platea c’erano soltanto i ricchissimi abbonati, non pochi ma neanche tanto da gridare al “pieno”…

Un peccato…

Un peccato che a disturbare l’ingresso in Teatro ci sia stata la Leopolda di Renzi, che ha reso quasi inaccessibile i parcheggi e ha chiuso l’ingresso laterale più vicino appunto al primo parcheggio disponibile (per entrare, quindi, c’era da dare dei giri pesca)…

Meno male però che il pubblico che c’era è stato abbastanza intelligente, e ha applaudito tantissimo a questo pregevolissimo spettacolo, facendo accondiscendere Gardiner a fare il bis della fuga finale…

…e anche dopo il bis si è continuato ad applaudire per diverso tempo!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: