Berlino con il pretesto dello «Welcome back» dei Berliner Philharmoniker

Sentire un’orchestra sinfonia nella sua casa (la sua sala da concerto) è sempre un evento particolare…

Lo è di più quando quell’orchestra era un anno e mezzo che nella sua casa non poteva ospitare il pubblico…

I Berliner Philharmoniker hanno fatto molto in questa pandemia, con lo streaming e i concerti all’aperto (al Waldbühne), ma sono tornati ad avere il pubblico nella loro Philharmonie solo il 27 agosto 2021…

La Philharmonie fu costruita da Herbert von Karajan e Hans Scharoun dopo i disastri della Seconda Guerra Mondiale…

ALTE PHILHARMONIE
I bombardamenti distrussero la Alte Philharmonie di Bernburger Straße (tra Postdamer Platz e la Anhalter Bahnhof: molto vicino a dove ora si trovano gli Hansa Studios e la Meistersaal), l’adiacente Beethovensaal usata per i piccoli ensemble e la Staatsoper unter den Linden (dove per un po’ i Berliner dettero concerti tra gennaio 1944 e febbraio 1945): ai Berliner rimasero il Titania-Palast, la Joseph-Joachim-Konzertsaal dell’Università artistica, e la Jesus-Christus-Kirche a Dahlem per le registrazioni…
erano tutti posti a uso e consumo di chi viveva nella nel frattempo sopraggiunta Berlino Ovest, e ben poco state-of-the-art per le esecuzioni di musica classica dal vivo: già nel 1949 (quando il capo dei Berliner era Sergiu Celibidache) erano venuti fuori petizioni e raccolte fondi per una nuova Philharmonie…
l’argomento si toccò tanto anche al ritorno di Wilhelm Furtwängler alla guida dell’orchestra (era stato capo dei Berliner in piena era nazista e per questo fu imputato nei Processi di Norimberga: lasciò la direzione a Celibidache dal 1945 al 1952 ma poi tornò: prima di lui c’erano stati Ludwig von Brenner, Hans von Bülow, Richard Strauss e Arthur Nikisch)…

UNA NUOVA PHILHARMONIE TRA EST E OVEST PER SOSTITUIRE LE VERGOGNE NAZISTE
Dopo la morte di Furtwängler, i Berliner elessero Karajan come direttore; lui e Scharoun passarono all’azione e pensarono a una Philharmonie nuova da costruire in una zona ben raggiungibile anche dall’Est…
le cose andarono per le lunghe…
le prime idee furono di sfruttare gli spazi intorno a una vecchia sede universitaria in Bundesallee (cioè la vecchia sede del Joachimsthalsche Gymnasium [già del 1912 trasferitosi a Templin, una cittadina del Brandeburgo], vicino alla fermata della metropolitana di Spichernstraße), poi qualcuno si oppose al fine di costruire la nuova Philharmonie più vicino a dove era quella vecchia, tra Potsdamer Platz e la Anhalter Bahnhof…
quella zona era, ancora nel 1954 e poi nel 1957 quando le discussioni presero piede, un agglomerato di cascami della Nuova Berlino nazista di Albert Speer: c’erano i resti del memoriale nazista dei caduti della Grande Guerra, e, soprattutto, c’erano ancora i terrificanti resti della sede amministrativa delle “eutanasie”, eugenetiche e non, naziste (l’edificio dove, a livello burocratico, si decideva di uccidere tutti i non razzialmente o geneticamente accettabili o perché incapaci di combattere o perché non ritenuti degni di essere nazionalsocialisti: vecchi, diversamente abili, affetti dai più disparati modi di essere [sordi, ciechi, e chi più ne ha], chiunque fosse considerato “zavorra” e che sarebbe stato costoso perfino deportare nei campi di sterminio)… costruirci la nuova sala da concerto, insieme, perché no, a un nuovissimo centro culturale, sarebbe stato un bel segnale… la zona era anche vicinissima al confine con la DDR (che correva proprio lungo Eberstraße e anche tutta Niederkirchnerstraße e Zimmerstraße)…
…si dette il via libera ai lavori con i primi sopralluoghi il 15 settembre 1960…
ma il 13 agosto 1961 (la posa della prima pietra della Philharmonie era prevista per il mese successivo: settembre 1961) la DDR cominciò a costruire il muro
La nuova Philharmonie si trovò a essere nella estrema periferia di Berlino Ovest, vicino alla «macchina di morte» del Muro di Berlino, irraggiungibile per i vicinissimi abitanti di Berlino Est…
venne però costruita, e insieme a lei il Kulturforum, sede di biblioteche e musei: tutti a Ovest: a Ovest c’erano anche la Deutsche Oper, la Deutsches Symphonie-Orchester, la Haus des Rundfunk, la Jesus-Christus-Kirche e l’aeroporto di Tegel… a Est invece stazionavano la Komische Oper, la Staatsoper unter den Linden con la Staatskapelle Berlin, il Konzerthaus, la Rundfunk-Sinfonieorchester Berlin, il Funkhaus di Nalepastraße e l’aeroporto di Schönefeld…

GLI HANSA STUDIOS NELLA BERLINO DIVISA
Mentre il muro e la Philharmonie si costruiscono, nel 1962, nello stesso lembo di terra tra Potsdamer Platz e la Anhalter Bahnhof, la vecchia Meistersaal, costruita nel 1910, viene affittata, tramite la casa discografica Ariola, da due fratelli per farci uno studio di registrazione che chiamano Hansa Studios… i fratelli non amano dipendere da Ariola e cercano (dal 1973) di fare uno studio tutto loro (in Nestorstraße), ma le cose non vanno, e sono costretti a rimanere sotto Ariola… poi, per magia, Ariola gli cede tutto l’edificio della Meistersaal dal 1976! Da allora i loro Hansa Studios diventano la crème de la crème: la già perfetta acustica della vecchia Meistersaal viene dai fratelli tutta riqualificata e il loro nome fa il giro del mondo…
Agli Hansa Studios arrivano David Bowie, Brian Eno, Iggy Pop, gli U2, Nick Cave e Giorgio Moroder, inebriati dall’atmosfera “stramba” che si respira nella surreale Berlino divisa, da una parte, a Ovest, con artisti sempre più “liberi” e stanchi della dittatura del commercio e dall’altra, a Est, persone senza il giogo del guadagno ma senza possibilità di esprimersi nell’arte…
Mentre Bowie e Moroder lavorano agli Hansa Studios, nel 1987, il vecchio Karajan finisce di costruire su disegno di Scharoun (morto nel ’72) una Kammermusiksaal adiacente alla Philharmonie per fare diversi concerti da camera…
…poi arriva il 1989…

1989: CLAUDIO ABBADO
in quell’anno Karajan si dimette ad aprile…
I Berliner Philharmoniker sembrano votare Carlos Kleiber come nuovo direttore, ma Kleiber rifiuta…
…si vocifera molto concretamente che nuove votazioni tra i professori orchestrali porteranno all’elezione di Lorin Maazel…
intanto Karajan muore, a luglio…
…a novembre il Muro di Berlino crolla…
a dirigere a Berlino torna Leonard Bernstein, fino ad allora poco, se non per niente, invitato dallo storico rivale Karajan…
a dicembre 1989 i Berliner Philharmoniker NON eleggono Lorin Maazel come successore di Karajan… scelgono Claudio Abbado… un colpo di scena bello grosso! [si vocifera che Maazel se la legò al dito!]
la caduta del muro lascia gli Hansa Studios privi della loro particolare “attrattiva” artistica…
Abbado fa di tutto per rendere la Philharmonie una venue “centrale” della città che si riunifica: Abbado ce la fa, e amministra bene un’orchestra in rinnovamento (vanno in pensione diversi professori operativi con Karajan e vengono assunti giovani d’eccellenza come Emmanuel Pahud o Albrecht Mayer; si trovano accordi con il nascente metodo Abreu del Venezuela; si fa spazio al Novecento musicale, rispettato e lambito ma mai davvero frequentato da Karajan), ma i soldi di Berlino sono sempre meno, perché la città, per riunificarsi si deve quasi del tutto ricostruire, e dare i soldi a un’orchestra non è la priorità del governo…

SIMON RATTLE E I BERLINER PHILHARMONIKER PRIVATI NELLA CITTÀ RIGENERATA
già nel 1999 i Berliner cominciano a pensare a chi sostituirà Abbado: si pensa a Daniel Barenboim, che già nel 1992 aveva accettato di traghettare la Staatskapelle Berlin dalla DDR alla Germania unita (Barenboim la eredita da Otman Suitner) e aveva raggiunto ottimi risultati, ma invece viene eletto Simon Rattle, che subentra ad Abbado nel 2002…
Rattle è britannico ed era abituato alla conduzione privatistica dell’orchestra (la sua esperienza fino ad allora era soprattutto quella maturata alla City of Birmingham Symphony, che lui, a colpi di tournée e di massicce incisioni, aveva sbalzato dalla periferia della provincia), e forte di questa abitudine fa una grossa rivoluzione nei Berliner Philharmoniker: li rende fondazione autonoma, non statale, organismo del tutto privato, da pagare con tutto quanto possibile, col merchandising di proprietà, con perfino un’etichetta discografica fatta apposta (dopo decenni con contratti d’incisione in esclusiva con Deutsche Grammophon, i Berliner seguono un Rattle che al momento della sua elezione non rinuncia al suo contratto con la EMI; entrambi però devono reagire al crollo dei labels dovuto alla crisi del disco [con la EMI che diventa Warner] e scelgono di farlo in modo consono alle altre orchestre, cioè con la fondazione di un’etichetta di proprietà [hanno fatto così anche London Symphony, Royal Philharmonic, Concertgebouw, Mariinskij, Bayerischer Rundfunk, Chicago Symphony, Philharmonia e tanti altri]): tutte cose da inserire nel nuovo millennio, e raccogliendo tutto quello che con Abbado si era seminato, cioè la sinergia con la città che via via si unifica davvero: i casermoni della DDR si trasformano in discoteche di tendenza e i progetti di rinnovamento edilizio si concludono (il Sony Center, praticamente adiacente alla Philharmonie, si inaugura nel 2000; nel 2005 Peter Eisenmann e Buro Happold inaugurano l’Holocaust Denkmal, a neanche 900 metri dalla Philharmonie; nel 2001 Daniel Libeskind inaugura il Jüdisches Museum; nel 1999 Norman Foster conclude la cupola del Reichstag; nel 1995 si ricostruisce la stazione di Hackescher Markt; nel 2005 diventa operativo il tunnel sotto il Tiergarten, a ridosso del quale c’è la Philharmonie: un Tiergarten che per tutta la durata di Berlino Ovest era un tregenda di emarginati e praticamente di sfollati, dove era quasi illegale entrare fino a una legge che lo rese “patrimonio della città” nel 1991; nel 2006 Meinhard von Gerkan inaugura la nuova Berlin Hauptbahnhof; nel 2004-2005 Günter Behnisch riorganizza Pariser Platz, con la nuova Akademie der Künste e con il nuovo Hotel Adlon Kempinski: edifici che caratterizzano lo stile di Berlino: roba nuova accanto a ricostruzioni di edifici «dov’erano e com’erano»; nel 2006, in Pariser Platz si apre anche la nuova ambasciata americana, fatta dallo studio Moore Ruble Yudell; nel 2008 lo studio JSK inaugura la O2 Arena, oggi Mercedes Benz Arena, davanti all’East Side Gallery; nel 2002 Aukett & Heese costruiscono la sede della Universal Music proprio accanto allo storico Oberbaumbrücke; dal 1999 la scultura Molecule Men di Jonathan Borofsky, simbolo dell’unità, troneggia sulla Sprea subito sopra Treptower Park, in quella che era una pericolosa ansa di confine del muro con tanto di Checkpoint galleggiante e torre di avvistamento, la Wachturm, nel parco di Schlesischer Busch, sulle rive del canale Flutgraben)…
Rattle è bravo a cavalcare alla grande la rinascita di Berlino durante la sua lunga tenuta (2002-2018: tre anni più di Abbado), che popola di star internazionali di ogni genere (per diverso tempo dopo la riunificazione, Berlino ha goduto di ben due aeroporti internazionali, Tegel e Schönefeld, e fino alla fine degli anni ’90 c’erano voli commerciali nazionali anche a Tempelhof!), di tournée continue, di repertorio inusitato, fatto anche di nuove commissioni, di novità (lo streaming, la digitalizzazione dei filmati del passato) senza nel contempo mai dimenticare la cementificazione del passato, col consolidamento dei rapporti con i direttori storici (Abbado non abbandona i Berliner davvero fino alla sua morte nel 2014, mentre Zubin Mehta, Seiji Ozawa, Mariss Jansons, Bernard Haitink, Nikolaus Harnoncourt e Daniel Barenboim vengono fatti direttori onorari a vita) e con la promozione di studi accademici sull’orchestra (davvero importante quello sui rapporti dei Berliner col nazismo) e di documentari (eccezionali quelli sull’era Karajan): roba magari già tentata con Abbado ma che con Rattle e la sua gestione privatistica trova aria, terreno fertile e supporto immenso nella città del tutto rigenerata…

BERLINO, I BERLINER E L’ORGOGLIO DELLA PHILHARMONIE
Per i berlinesi amanti della musica classica deve essere stato un dolore non poter godere per più di un anno dei Berliner, quella formazione che Karajan, Abbado e Rattle hanno fatto risplendere più delle molte altre orchestre stanziali cittadine, con una identificazione molto grande, simile a quella di Vienna con i Wiener Philharmoniker… Sono i Berliner che, ogni anno, sono votati la miglior orchestra del mondo da tutti i giornalisti specializzati, cosa che inorgoglisce tutti quanti… la Philharmonie di Scharoun, pentagonale e con l’orchestra al centro di uno spazio per gli spettatori che le gira tutto intorno, ha rappresentato lo standard per moltissime altre sale da concerto costruite dopo (il Gewandhaus di Lipsia voluto da Kurt Masur nel 1981, la Suntory Hall a Tokyo, la Philharmonie im Gasteig a München, il Musiikkitalo di Helsinki, il Disney Concert Hall di Frank Owen Gehry, la Sala Santa Cecilia di Renzo Piano al Parco della Musica di Roma, la Elbphilharmonie di Amburgo, la Philharmonie de Paris), e con l’acustica certosina studiata da Scharoun e Karajan (che vollero tutto concorrente alla propagazione del suono, dalle spalliere dei sedili alle volte curve del soffitto) ha fatto rimanere tutto il mondo, abituato alle splendide acustiche “tradizionali” delle «scatole da scarpe» ottocentesche (il Musikverein a Vienna, la Herkulessaal di München, il Concertgebouw di Amsterdam, le Orchestra Hall di Boston e Chicago ecc.), a bocca aperta! [l’imminente nuovo Konzerthaus a München, invece, voluto dal compianto Mariss Jansons, tornerà all’impianto “da scatola da scarpe”]

Un anno e mezzo senza questo orgoglio cittadino deve essere stato pesante…

Anche perché il nuovo direttore, il successore di Rattle, il russo Kirill Petrenko, in carica dal 2019, doveva ancora dimostrare tantissimo dal vivo!

L’assenza di performance dal vivo deve aver reso scontenti anche gli orchestrali…
…dopo un concertone all’aperto al Waldbühne (costruito da Goebbels e Werner March per i giochi olimpici di Berlino del 1936, usato sempre per performance estive spesso gratuite, simili ai Sommernachtkonzert di Vienna, ai concerti all’Hollywood Bowl, ai concerti del Maggio Musicale Fiorentino in Piazza della Signoria, ai concerti in Odeonsplatz a München, alla Staatsoper für Alle in Bebelplatz, ai concerti davanti alla Semperoper a Dresda ecc. ecc.), i professori d’orchestra hanno fatto, per una settimana, una serie di concertini a 10€ tra Philharmonie e Kammermusiksaal che hanno chiamato proprio Welcome Back Week
erano concertini quasi “estemporanei”, previsti per poco pubblico, in una atmosfera di festa…
io ho visto quello dei fiati, guidati dal flautista Emmanuel Pahud, domenica 22 agosto 2021 (graziose sinfonie di fiati di Gounod e di Raff)… l’emozione dei professori era evidente…

poi ho visto il rientro, con un concerto classico “tedesco” (Ouverture Oberon di Weber; Metamorphosen su temi di Weber di Paul Hindemith; sinfonia 9, detta la Grande [D 944], di Franz Schubert) diretto da Petrenko…

Tutti erano emozionati: il pubblico, gli orchestrali e perfino la voce degli altoparlanti della Philharmonie, che ha proprio pronunciato, in tedesco e in inglese «Dear guests, welcome back to the Philharmonie!»

…ed entrare non è stato facile…

I BIGLIETTI PER LA PHILHARMONIE
Prendere i biglietti è relativamente semplice: c’è il sito…
il sito apre le vendite in una data stabilita per ognuna delle parti che compongono la stagione, parti definite il più delle volte in senso cronologico (concerto inaugurale, tournée estiva, autunno, inverno, iniziative natalizie e di capodanno, tournée di primavera ecc.)…
sul sito non è così facile scovare la data esatta di inizio della vendita, ma a distanza di pochi giorni dall’evento, la data di inizio vendita si comincia a scorgere direttamente sul calendario del sito…
…e insieme alla data anche l’effettivo orario di apertura…
nel mio caso, i biglietti per il concertone inaugurale del 27 agosto 2021 si cominciavano a vendere dalle ore 9:00 del 9 agosto 2021…
allora 9:00 precise inizia la vendita e occorre correre molto tra selezione dei posti e pagamento elettronico, poiché le possibilità di selezione del posto si vedono sfuggire davvero a vista d’occhio nel giro di pochi secondi: sul sito vedi proprio la mappa della Philharmonie, all’inizio piena di puntini colorati (a seconda della zona della Philharmonie e dei prezzi), che in pochissimo tempo perde colore e diventa tutta grigia per i posti che si vendono in pochissimi attimi… [alla fine, purtroppo, i Berliner Philharmoniker non hanno fatto sold out, ci sono solo andati vicini]

VOLARE COL COVID
Da sempre comodino nel viaggiare, sono voluto partire da Firenze (invece di, che ne so, Pisa, Roma o Bologna) con AirDolomiti e Lufthansa (scalo a München all’andata e a Frankfurt am Main al ritorno) e ho speso moltissimo denaro… per causa indefinite (ma io sospetto legate all’Afghanistan) mi hanno anticipato il ritorno di ben 6 ore (6 ore in più che potevo dedicare alla visita della città! uffa!)
all’Aeroporto Vespucci di Firenze (a Peretola) non mi hanno fatto fare il check-in online per via del Covid…
ero sicuro che al check-in mi avrebbero chiesto il green-pass…
…me l’hanno chiesto, ma non l’hanno verificato con la app Verifica C19: hanno solo voluto vedere la schermata della app IO senza alcun controllo…
…carino… soprattutto accurato… complimenti…
Sia AirDolomiti sia Lufthansa (che poi sono la stessa compagnia, la StarAlliance) sono stati molto bravi a far tenere le mascherine a tutti i passeggeri…

GREEN-PASS E TRACCIAMENTO TEDESCO:
TRASPORTI
In Germania è obbligatoria una mascherina FFP2 per viaggiare su qualsiasi mezzo di trasporto pubblico ed è obbligatoria per l’ingresso di un qualsiasi posto al chiuso…
all’aperto, invece, l’uso della mascherina è del tutto ASSENTE a prescindere da quante persone hai davanti sulla strada o sulla piazza mentre cammini o stazioni…
Durante la mia settimana di permanenza, con frequentati S-Bahn (la Schnellbahn o Stadtbahn: la linea metropolitana prevalentemente di superficie), U-Bahn (Untergrundbahn o Untergrundschnellbahn: la linea metropolitana prevalentemente sotterranea), tram e bus, NESSUNO mi ha controllato né il biglietto né il mio effettivo utilizzo a bordo della mascherina FFP2…
I berlinesi sembravano magici: li vedevi camminare senza mascherina, proprio senza: non ce l’avevano al braccio, al collo, o chissà dove: camminavano *senza avere la mascherina*: ma appena entravano in un negozio la tiravano fuori da tasche, marsupi, maniche o quant’altro e se la mettevano in un batter d’occhio: idem quando prendevano un bus…
così come non ho visto alcun controllo non ho altresì visto NESSUN PASSEGGERO che osasse salire sul bus o entrare in un posto al chiuso senza una mascherina… sì, alcuni, pochissimissimi, avevano la chirurgica invece della FFP2, ma nessuno si è mai azzardato a farsi vedere a volto scoperto in un posto chiuso…
Non moltissimi ma diversi tavoli al chiuso dei ristoranti avevano pannelli di plexiglas divisori tra i tavoli: all’aperto invece niente di niente…

GREEN-PASS E TRACCIAMENTO TEDESCO:
CHECK-IN NEI POSTI AL CHIUSO
In Germania hanno scelto di fare il tracciamento:
hanno attive due app di geolocalizzazione, Luca e Corona-Warn, che funzionano così:
vuoi mangiare al chiuso? vedere un museo? o stanzionare per un lungo periodo in un altro posto al chiuso?, ok: prendi la tua app, quale che sia, e inquadri un QR all’ingresso del posto al chiuso: quel QR ti registra (lo chiamano proprio check-in) in quel posto al chiuso: poi, quando te ne vai, sei tu a sganciarti (e lo chiamano proprio check-out) da quel posto con un bottone sulla app del telefonino…
a Berlino quasi tutti i locali al chiuso presentano il QR di entrambe le app, ma è più diffusa Luca… A Lipsia, invece, quasi nessuno sapeva cos’era Luca e avevano solo Corona-Warn

GREEN-PASS E TRACCIAMENTO TEDESCO:
IL GREEN-PASS
In Germania preferiscono chiamare il green-pass certificato di completa vaccinazione
al concerto in Philharmonie del 22 agosto, appena arrivato e ignaro di tutto, ho trovato l’addetto all’ingresso della Philharmonie che, in evidente imbarazzo, mi ha controllato il QR del green-pass sulla app IO: il suo strumento di verifica ha validato con il verde il mio green-pass ma l’addetta ha tenuto a spiegarmi che per loro quella del vidimare lo schermo del telefono era una procedura non corretta, poiché loro vorrebbero vedere un documento stampato in cui c’è scritto che hai fatto due dosi di vaccino…
Quel documento io ce l’avevo: l’avevo portato con me sia stampato dal sito del governo (in tre lingue: italiano, inglese e appunto tedesco), sia in pdf sul telefonino… da allora, invece di aprire IO, ho aperto il pdf di quel documento, e la cosa rendeva molto più felici i tedeschi…

GREEN-PASS E TRACCIAMENTO TEDESCO:
SE NON HAI LE APP
Se non hai il green-pass, come in Italia, ti fanno sedere all’aperto, ma nella Philharmonie NON TI FANNO ENTRARE IN NESSUN MODO…
se non hai le app, ok: devi scrivere di tuo pugno il tuo nome, cognome e numero di telefono su un foglio apposito presente nella maggior parte di ristoranti e musei…
Se si viaggia in coppia, la maggior parte dei luoghi accetta un solo check-in di Luca o Corona-Warn per entrambi i viaggianti… la Philharmonie, invece, pretende il check-in di una di quelle app per ogni singolo avventore…
OCCHIO: ci sono anche posti a Berlino in cui chiedono solo il check-in di Luca ma non chiedono il green-pass, e anche posti in cui non chiedono un accidenti di niente!
OCCHIO: in tutti i musei grossi (e.g. Pergamonmuseum, Gemäldegalerie, Jüdisches Museum) è fortemente consigliato il biglietto prenotato online con una fascia di orario d’ingresso… ti vendono il biglietto lo stesso anche se arrivi lì senza prenotazione, ma in effetti la prenotazione toglie il probabile fastidio di eventuali code e file… in musei più piccoli (e.g. l’Asisi Panorama del Checkpoint Charlie, lo Stasimuseum di Lichtenberg) si può prenotare con l’orario d’ingresso ma anche no: e lì le code è facile non trovarle…

ENTRARE ALLA PHILHARMONIE
Un paio di giorni prima del concerto grosso, i Berliner Philharmoniker ti mandano una mail con le regole di ingresso: cioè di portare con te il certificato di avvenuta vaccinazione in due dosi in forma *stampata* (per fortuna l’avevo portato con me), di farsi l’account Luca o Corona-Warn, e di arrivare almeno un’ora prima dell’inizio effettivo del concerto…
Arrivi 1h prima e già vedi che c’è una fila già formata di avventori abituali già pronti, magari gli abbonati più attempati, ma tutti belli agguerriti con telefonini alla mano e certificati freschi di stampa!
Onde evitare maxi-code, alla Philharmonie hanno differenziato gli ingressi come in uno stadio, aprendo anche le porte secondarie e costruendo *percorsi colorati* indirizzanti ai diversi ordini di posti nelle diverse zone della sala pentagonale…
io dovevo seguire il percorso arancione e dovevo entrare dall’ingresso ovest (era tutto scritto nel biglietto)…
i Berliner hanno pagato un minimo di ben 6 addetti per ogni ingresso: 2 pronti con i QR di Luca o Corona-Warn; 2 per il controllo dei certificati vaccinali; 2 per la vidimazione dei biglietti (i biglietti, sì, sono accettati anche in formato pdf da vedere sul telefonino)… quelli più difficili da passare sono quelli dei certificati, perché ti fanno stendere il certificato stampato onde vedere scritto che hai fatto le due dosi: vogliono proprio vedere scritto «dose 2/2»: solo se vedono quello sono contenti… e con quello riescono a garantire una capienza massima senza ALCUN DISTANZIAMENTO tra i posti…
Una volta dentro, è il paradiso…

GLI SPAZI COMUNI DELLA PHILHARMONIE
Se anche al Musiikkitalo di Helsinki c’è un bar soltanto, Scharoun e Karajan hanno previsto bar in quasi tutti gli angoli della Philharmonie, ognuno col suo set di tavolini alti (per stare in piedi) o bassi (con tutte le sedie intorno)…
Come tutte le costruzioni moderniste di quegli anni (gli anni ’60), Scharoun ha popolato la Philharmonie di percorsi: di scale che si intrecciano, di foyer da cui accedere da più parti, di passerelle sopraelevate che si accavallano, di passaggi secondari che si intersecano…
Praticamente ogni zona della Philharmonie è accessibile da come minimo 5 percorsi!

IL CONCERTO
Sentire tanta musica registrata da una parte dà un esempio da seguire e magari aiuta le orchestre “normali”, poiché se esse anche solo si avvicinano al disco vengono premiate nell’esperienza live col motto “wow, sono simili al disco!”; ma da un’altra parte quell’esempio del disco viene del tutto frantumato dalle orchestre belle e grosse sentite live in sale con l’acustica super: quell’esempio si liquefa, e viene subito soppiantato dal suono maestoso che le orchestrone sanno dare nelle loro sale super ma che dura solo lo spazio-tempo della durata del concerto, e poi svanisce (e questo vale non solo per i Berliner alla Philharmonie): quando magari risenti un telecast o un video del concerto che hai visto, col suono missati, senti che tutto il bello si è perso…
Il repertorio era “classico”: Weber, Hindemith, Schubert: roba provata e riprovata dozzine di volte dai Berliner…
roba forse un pochino più nuova per Kirill Petrenko, che, infatti, ha optato più per la collaborazione che per la guida della sua esperta orchestra…
i gesti di Petrenko erano minimi…
ogni tanto sembrava Carlos Kleiber nel suo secondo concerto di capodanno viennese del 1992: appoggiato alla balaustra alle sue spalle, Petrenko si limitava a organizzare il suono con gestica corporea, quasi da attore: mimava forcelle e intensità con plastiche pose invece che con attacchi della bacchetta…
altre volte riecheggiava la direzione facciale di Bernstein nel famoso bis del quarto movimento della sinfonia 88 (Hob.I:88) in un concerto con i Wiener al Musikverein nel 1984: questo… Petrenko stava lì, in piedi, a suggerire le atmosfere della musica con espressioni estatiche, spesso con sguardi abbacinati in alto, come Jim Belushi nella chiesa di James Brown nei Blues Brothers di Landis (1980)…
la gestica da attore è stata più evidente nel secondo movimento della Grande di Schubert e in Hindemith; in Weber e negli altri movimenti di Schubert era presentissima anche la direzione facciale
Con solo le espressioni e qualche gesto attorico, Petrenko ha creato una ottima sinergia con l’orchestra, rimembrando i risultati che con in Berliner aveva ottenuto Abbado 30 anni fa, anche lui molto propenso a dirigere con lo sguardo… gli orchestrali lo seguivano grazie a un accordo reciproco trasparente ed entusiasta: si percepiva la fiducia mutuale tra direttore e orchestrali, con il direttore a dettare una linea interpretativa in prova e con gli orchestrali a eseguire quella linea in performance anche senza il bisogno di pedanti gesti, ma con tutte le prime parti (tra i professori) a guardarsi e a darsi l’attacco una con l’altra, come se si “dirigessero da sole”…
La Grande di Schubert comincia con un tema enunciato la prima volta dal corno: un tema che Stefan Dohr (il primo corno) ha eseguito da solo, con Petrenko che lo guardava senza fare niente: e poi è stato Dohr a “passare” quel tema a tutti… anche Emmanuel Pahud al flauto ha “preso” il tema e lo ha passato, con lo sguardo, ad Albrecht Mayer all’oboe e così via…
La cosa era ancora più evidente nelle divertenti polifonie atletiche e ludiche di Hindemith: ogni orchestrale quasi si “sfidava” in virtuosismo, con stima reciproca, quasi come Giampaolo Tamberi e Mutaz Essa Barshim alle Olimpiadi di Tokyo!: mancavano solo le strette di mano alla fine delle frasi musicali!
Dal punto di vista interpretativo, Petrenko ha deciso di prenderla divertente ed eminentemente Sturm und Drang
Se in Hindemith si è mantenuto un certo aplomb novecentesco, sì divertito ma il più possibile “distaccato” e “oggettivo”, in accordo all’immaginario collettivo del Neoclassicismo novecentesco (le Symphonic Metamorphosis of Themes by Carl Maria von Weber sono state composte da Hindemith nel 1943) pur sfoggiando un bell’impulso festeggiante e contento, quasi sbarazzino, in Weber e in Schubert (i cui pezzi presentati sono stati scritti nei primi anni ’20 dell’Ottocento), i contrasti tra piano e forte erano supersonicamente insistiti, quasi espressionisti, pur ammantati di un ambiente diffuso di gioia, di allegria generalizzata: soprattutto la Grande è stata una sinfonia del piacere, della felicità, dai tempi generalmente spediti ma con momenti di sbalzo potente: una sinfonia che sembrava un basso rilievo forte e forzuto (simili a quelli assiri che si ammirano al Pergamonmuseum) che aveva tranci in alto rilievo improvvisi e marcatissimi! Oppure sembrava un volo felice avvolto da improvvise turbolenze!
Il tema enunciato la prima volta dal corno nel primo movimento si ripresenta alla fine del movimento apposta per creare uno scontro tra piano e forte tra la sezione dei violini e il tutti: il tema viene iniziato dai violini e poi viene continuato, fortissimamente, nel tutti… questo episodio è stato reso dai Berliner e da Petrenko con un volume sonoro vigorosissimo, enorme, che faceva tremolare i timpani, perché rimbombato da tutta la vibrante Philharmonie, costruita apposta per la propagazione del suono: il tutti ha finito per sopravanzare di moltissimo il volume di ogni cuffia e di ogni subwoofer a cui siamo abituati nell’home listening
Alla fine, noi del pubblico eravamo molto scossi dall’emozione di vedere un’orchestra al rientro e quindi ansiosa di farci sentire tutte le sue potenzialità e anche tramortiti dall’efficacia sonoro-interpretativa, e avremmo tanto voluto in bis: ma niente…
Petrenko è rientrato da solo, dopo l’uscita dell’orchestra, a ricevere un applauso solo per lui: segno che Berlino lo ha definitivamente adottato!

Per me era la quarta volta a Berlino (2010, 2011, 2019 e 2021), e ho già detto qualcosa in Ich bin ein Berliner…

Stavolta posso solo elencare alcune cose che ho visto, per esempio:

  • ho finalmente visto la facciata degli Hansa Studios: emozione
  • ho finalmente visto la rovina dell’arco della Anhalter Bahnhof (demolita nel 1960) [erano gli stessi anni in cui si rendeva rovina permanente, a perenne memoria dei bombardamenti, anche la Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche]
  • ho finalmente visto la Wasserfall di Viktoriapark: un gioiellino di paesaggismo…
  • ho finalmente visto la facciata di Tempelhof, l'”imperiale” aeroporto nazista, e il Luftbrückendenkmal (commemorante lo Storico ponte aereo che garantì la sopravvivenza alla Berlino invasa dall’URSS all’alba della Guerra Fredda, tra giugno 1948 e maggio 1949: un’alba che fu terribile: la Guerra di Corea si combatte tra 1950 e 1953)
  • ho finalmente visto il Sowjetisches Ehrenmal di Treptower Park, cioè il Vóni Osvobodítel’, il Soldato liberatore: costruito nel 1949 da Jákov Belopól’skij su ordine diretto di Stalin…
    un soldatone di bronzo dell’Armata Rossa, con in braccio una bambina tedesca appena salvata, tiene una spada sulla svastica nazista spezzata che giace ai suoi piedi: è su un obelisco con dentro un mosaico celebrante la gloria della liberazione dal nazismo da parte della superba Armata Rossa che mostra i popoli sovietici dell’Asia centrale piangenti sui caduti, e tutto intorno ha il parco con marmi istoriati delle battaglie vinte, con incisi i discorsi di Stalin, portali rossi con falce e martello con altri soldati di bronzo, e davanti a lui ha la patria, la Heimat, in lutto per i caduti… circonda ogni cosa il tranquillo e silenzioso parco di Treptow, con alberi secolari placidi e pacifici…
    il Vóni Osvobodítel’ è il primo di una trilogia di monumenti decisi da Stalin e disegnati da Belopól’skij:
    sono seguiti il Mamáev Kurgán (il tumulo di Mamai, detto anche La patria chiama, Ródnia mat’ zovët!) a Stalingrado, cioè a Volgograd, ultimato sotto Bréžnev nel 1967 (il soggetto è ovviamente l’assedio di Stalingrado)…
    …e il Monumento Fronte-Retrovie, Tyl i Frónt, costruito a Magnitogórsk (Čeljábinsk) nel 1979 (ancora sotto Bréžnev) [per soggetto ha la sinergia tra il fronte dei soldati e le retrovie coi lavoratori dell’acciaiera di Magnitogórsk, presa a sineddoche di tutte le fabbriche operative durante la controffensiva russa]…
    Vóni Osvobodítel’ è anche l’ultimo di quattro memoriali sovietici a Berlino, il più delle volte dei veri e propri cimiteri per i caduti dell’Armata Rossa:
    c’è il monumento al Tiergarten, subito davanti al Reichstag, lì dal 1945;
    quello a Buch, a nord di Pankow, anche quello del ’45;
    e quello a Schönholzer Heide (a Wilhelmsruh, nel distretto di Pankow), costruito tra 1947 e 1949…
    La retorica di questi monumenti è grande (si sa tutti che l’Armata Rossa, come qualsiasi altro esercito, la prima cosa che fece alle berlinesi occupate fu di stuprarle), ma nel Vóni Osvobodítel’ l’immediatezza del realismo socialista, la potenza paesaggistica, la sapienza scenografica, la facilità scultorea, il martellante e lampante antinazismo, wow, ti acchiappano
  • ho finalmente visto il Panorama di Yadegar Asisi al Checkpoint Charlie, installato nel 2012 che, con campionamenti fotografici ritoccati dall’artista, ti immerge in una scena di strada di Kreuzberg, a Berlino Ovest, circondata su tre lati dal muro!
  • ho finalmente visto l’esposizione del Tränenpalast, il Palazzo delle Lacrime alla stazione di Friedrichstraße, commemorante la crudele dogana dei treni della DDR: non si poteva “espatriare” dalla DDR, e se ci provavi, magari anche con tutti i documenti in regola ottenuti in una sfiancante burocrazia, potevano anche dividerti dalla famiglia o rubarti chissà che…
  • ho finalmente visto il museo della DDR alla Kulturbrauerei, molto più autentico del troppo ludico e divertente DDR-Museo sulla Sprea (davanti alla Museuminsel, dietro al duomo): andarci mi ha fatto adorare il quartiere di Prenzlauer Berg!
  • ho finalmente visto la ricostruzione commemorativa del muro, lungo Bernauer Straße: non è commovente come la East Side Gallery, ma è più asciutta, meno affollata e storicamente molto più arrapante: fa esprimere ammirazione per come hanno trattato il passato, cioè con documentazione e fatti, dicendo «è stato così», senza edulcorare niente, senza “Giornate del ricordo” e altre pottate, ma solo con l’esposizione crudele di quel che è stato, lì come monito a ché non succeda più…
    il muro vero, rimasto in piedi, a Bernauer Straße si collega con un muro ferreo “artistico”, che rievoca anche le terribili Wachturm (ce ne sono tante a Berlino: qui a Bernauer Straße, ma anche quella citata di Schesischer Busch, o quella, famosa e resa museo, dietro Leipziger Platz), i tunnel della STASI, le case distrutte, le chiese abbattute, segna la terra di nessuno e segnala tutte le vittime del muro, informandoti con pannelli video-sonori imbattibili per info e notizie… cammini nella Storia e percepisci che la vita continua grazie agli alberi “neonati” le cui fronde inondano i resti del muro interno… e non puoi non lacrimare…
  • ho finalmente visto il monumento a Wagner del Tiergarten, che mi era sfuggito nel 2019!
  • ho finalmente visto lo Stasimuseum a Lichtenberg: lasciarlo tutto «dov’era e com’era», con gli appartamenti di Erich Mielke, con le sale riunioni intatte, con le telecamere e i microfoni usati, i verbali esposti, e perfino i cessi aperti, ti dà davvero l’impressione che Mielke possa arrivare e chiederti di fare rapporto, di fare il resoconto sulla vita di qualcuno, di tradire chissà chi per fare carriera: in un attimo ti senti catapultato nella DDR più nera: e ti vengono i brividi!
  • ho finalmente visto Karl-Marx-Allee e la fontana di Strausberger Platz con il busto di Karl Marx e la scritta Karl-Marx-Buchhandlung, che, paradossalmente, non avevo mai incrociato! Camminandoci sembra davvero di stare a Mosca
  • ho visto l’appartamento di David Bowie a Schöneberg: non è rimasto nulla, solo il portone e una targa in mezzo all’insegna di un osteopata, ma sei lì a tremare lo stesso!
  • ho visto il Museo degli Strumenti musicali della Philharmonie (cioè del Preußischer Kulturbesitz), dedicato a Curt Sachs, forse un po’ troppo dedicato agli strumenti a tastiera…
  • ho visto la tristissima commemorazione del binario 17 di Grunewald, il Gleis 17 da dove partivano i treni coi deportati per Theresienstadt, Auschwitz e altri campi di sterminio… anche questo solo “documentativo”: pannelli di bronzo con scritta la data della partenza del treno, il numero dei passeggeri e la destinazione: anche lì la vita che continua con gli alberi neonati sui binari… nient’altro… brividi…
  • ho visto la casa di Brecht in Chaussestraße!
  • ho visto il memoriale della Resistenza di Stauffenberg, là dove Stauffenberg fu fucilato…
  • ho visto lo stupendo Memoriale dei Socialisti al cimitero di Friedrichsfelde, con le tombe di, tra gli altri, Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg, Walter Ulbrich; nello stesso cimitero ci sono monumenti per le vittime del fascismo, dello stalinismo e poi, a 950 metri dal Memoriale dei Socialisti, c’è il Revolutiondenkmal che Ludwig Mies van der Rohe aveva costruito ma che Hitler buttò giù: oggi c’è una struggente sua rievocazione in bronzo…

mi mancano ovviamente molte altre cose da vedere, quindi tornerò di certo a Berlino, ma tornarci fa piacere, perché Berlino è una città che cambia e si rinnova continuamente: lo Schloß dirimpetto al duomo, da me sempre visto in costruzione, è ormai finito; è praticamente finita la nuova stazione di Warschauer Straße (invece è ancora Baustelle la nuova Ostkreutz); è di nuovo aperta la Friedrichswerdersche Kirche, costruita da Karl Friedrich Schinkel e fino al 2019 oggetto di ampia ristrutturazione per farne una sala espositiva di sculture romantiche: moooolto carina; è ancora in costruzione il Willy-Brandt-Forum di Unter den Linden, e sono curioso di vederlo concluso!

Tornerò per rivedere tutto
tornerò per riimmergermi nella Storia
perché Berlino è la piscina della Storia: ci puoi nuotare dentro con un “gusto” maggiore rispetto ad altre località!

3 risposte a "Berlino con il pretesto dello «Welcome back» dei Berliner Philharmoniker"

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