The Suicide Squad, missione suicida

Ne ho sentito parlare molto bene e mi sono stupito…
A dire la verità non avevo alcun interesse…

Di Gunn ho visto solo i lavori hollywoodiani: Super lo trovai una merda, i Guardiani della Galassia (dei quali ho visto solo il primo) non li apprezzai per niente (mi ci annoiai, tanto)… tutta la sua polemica sul licenziamento dalla Disney non l’ho seguita (non me ne fregava niente)

Dopo aver visto Birds of Prey avevo un po’ sentito di Ayer che veniva sostituito da Gunn: Ayer è ringraziato nei titoli finali di questo The Suicide Squad… si dice che il primo Suicide Squad, quello di Ayer, fosse stato tanto rimaneggiato (pare da Gabriel Beristàin)… E anche rimaneggiato, il primo Suicide Squad rimaneva una cosa poco appagante, nonostante il sottotesto sull’etica e la controetica della violenza di stato…

Vado a vedere questo secondo Suicide Squad, diretto da un regista che non amo, giusto per parlarne male: lo vedo apposta per stroncarlo…

E invece eccomi qui ad apprezzare un film idiota e cafone, che però azzecca del tutto il tono parodico, indovina il look visivo caciarone ma preciso, e aggiusta di molto (in una trama ben scritta) le implicazioni sull’etica del monopolio statale della violenza e del militarismo…

E guardarlo oggi, dopo il disastro di Kabul, questo film cretino sulle implicazioni etiche degli scontri armati, rivela significati non così brutti…

Finisce che in mezzo alla paccottiglia tutta uguale tra DC e Marvel, The Suicide Squad, come Cruella, si rivela forse il modo più intelligente di condurre, se proprio le si deve fare, queste cistiti incomode di film…

Naturalmente la metafora di fondo è sempre quella, di tutta la DC e di tutta la Marvel (vedi Doctor Strange), cioè la metafora della Seconda guerra mondiale e dell’intervento americano: la metafora sull’usare o no le armi “definitive”, quelle grosse, quelle che spazzano via l’umanità: si usano o no?

La Marvel sono ormai decenni che costruisce le sue trame su questa roba (vedi anche Endgame)…
e la DC gli va dietro…
entrambi con problemi relativi all’inconscio e la fiabesco (che in casa Warner non è solo limitato alla DC, visto anche Tenet)…

In casa DC, Birds of Prey aveva del tutto traboccato nell’inconscio, nella pura fiaba e nel puro parco giochi…

Gunn riporta le cose su terreni un pochino meno riflessivi e psicanalitici, e più rivolti alla Storia…
E lo fa sia dal punto di vista della trama sia di quello dello showing visivo…

Se Birds of Prey era solo e soltanto la mente di Harley Quinn, con annessi e connessi di spazi e cose deformati fino all’onirico-inconscio-fiabesco dello scontro finale al luna park (dove non si tenta neanche di sospendere l’incredulità), The Suicide Squad recupera un rapporto più “verosimile” con l’ambiente, pur facendo un film del tutto cretino…

mi spiego:
se in Birds of Prey la baloccaggine dell’effetto speciale era del tutto mentale, sogno di un personaggio (e già era qualcosa di più di quell’escremento che fu Endgame in cui la gente che vola è presa “sul serio”),
in The Suicide Squad la ridicolaggine del profilmico (dentro al quale ci devono essere *per statuto del cinecomic* sciocchezze come supereroi, animali antropomorfi e soldati imbecilli) viene PRESA IN GIRO sia direttamente in diegesi (perculando, iperbolizzando e gigantizzando gli stessi personaggi in modo autoparodico: un modo derivato o da Kick Ass di Vaughn o dagli Hellboy di del Toro, cioè da roba ormai classica, vecchia quasi 20 anni) sia indirettamente nello showing tramite un impasto strambissimo di solido verosimile (con scenografie e costumi meno carnevalosi del solito, e con una macchina seriamente connessa con l’azione) e di esagerato parodizzante…

Il mix, in profilmico, ricorda il primo Ghostbusters di Ivan Reitman: l’uomo della pubblicità dei marshmallow, così carino e dolce, fa riderissimo quando si presenza come la minaccia numero uno della città, ma per questo non è meno “cattivo” perché quell’uomo è fatto coi controcavoli, lavorato in scene e fotografia in maniera sopraffininissima (Ghostbusters è uno degli ultimi dei tanti capolavori dello scenografo John DeCuir e del dop Laszlo Kovacs, uno dei padri fotografici della New Hollywood)…
Gunn (come c’erano riusciti del Toro e Vaughn 20 anni fa) riesce a immettere nelle sue donnole giganti e nei suoi squali scemi, voraci e deambulanti, un equilibrio tra la gran caciaronata e il sentimento del contrario pirandelliano: finisce che a quelle donnole ci si fa l’abitudine, quelle donnole così fuori posto e così ridicole, alla fine si immettono nel verosimile dell’ambiente, costruito con scene possibili e positive, del tutto realistiche (lontane, quindi, dai mondi gangliali e fiabeschi di, che ne so, Captain Marvel o Tenet), con perfetta calzatura: quelle donnole troppo, e troppo iperboliche, entrano a pennello nella ricostruzione non inconscia dell’isola caraibica! Quelle donnole e quegli squali finiscono per tornare ad avere quella idea recitativa che avevano i pupazzi di Jim Henson, 40 e 50 anni fa: la donnola e lo squalo sono condotti così come erano condotti Yoda di Guerre stellari e Ludo di Labyrinth!

E calzano a pennello nell’ambiente caraibico, con calchi volutamente ridicolissimi desunti dai film pompati di Chuck Norris, anche i militari bastardi che si autoparodizzano!

Sia le donnole sia i militari sono ripresi con un divertimento visivo che effettivamente coinvolge…

Gunn non è Gillespie, attenzione, e quindi fa peggio di Cruella: la macchina di Gunn non gioca con lo statuto dell’immagine, non sa costruire effettivi piani sequenza in grado di smontare, proprio mentre la inquadrano, la scena cinematografica… e non riesce neanche a giocare davvero con le tante canzoni proposte come ha fatto Gillespie: Gunn può stilare il suo montaggio a ritmo della canzone famosa ma oltre a quello non fa altro (zero idee sull’intra- e sull’extradiegetico)…
nonostante tutto, la macchina di Gunn è comunque in grado di giocare col montaggio e col postmoderno (con, si diceva, il Vietnam di Chuck Norris, ma anche quello di Coppola e Stone), trovando tre motivi di goduria:
1) moltissime volte fa vedere che il film è un film spiato: con la macchina lì a vedere cosa succede da dietro i cancelli, da dietro le porte, nascosta tra le inferriate…
2) quando l’action entra nella sua stretta, Gunn incolla una mobilissima macchina a mano in un primissimo piano del protagonista: un primissimo piano che tremola e scatta seguendo lo sguardo del protagonista pur rimanendo sul protagonista, senza alcun whip pan e senza alcun controcampo “soggettivante”: cioè, quel tremolante primo piano che schizza insieme agli occhi del protagonista è come se fosse una SOGGETTIVA ROVESCIATA: ha la stessa funzione della soggettiva di rendere la concitazione dello sguardo del personaggio pur facendoci vedere il personaggio e non la sua vista! Geniale!
Cose simili le ho viste fare a Neill Blomkamp in Elysium (il n. 1 del Conte di Palomino), che però otteneva una autentica “falsa soggettiva”, pur rinnovata nella posizione “scapolare” del personaggio…
3) recupera con classe le balordaggini visive colorate di Harley Quinn in Birds of Prey solo nelle scene dedicate ad Harley Quinn, e con una consapevolezza iconografica più centrata (il sangue che si trasforma in fiorellini cromatici)…

Tutta questa ridancianeria e questa “sciocchezzeria” ben piantata parla dell’intervento americano in modo anche lui parodico e quindi ben più interessante…
il Suicide Squad di Ayer, rimaneggiato, su questo frangente finiva senza pregnanza, e quasi diceva «sì, vabbè, è bene che ci siano i militari che mandano avanti la baracca pur con le stesse torture e gli stessi ricatti dei criminali»; e Batman v Superman (l’ultimo film visto in Biancalana e i sette gnomi, parte IV) concludeva con «combattiamo i nemici anche se sono inconsci»…
Gunn sembra voler tornare dalle parti di Big Trouble in Little China di Carpenter, sembra voler fare la canzonatura dell’intervento americano in faccende altre… e stavolta, si diceva, con Kabul, agguanta bene il problema…

Già il grande Mike Nichols, ricostruendo le operazioni di spionaggio costituenti la controffensiva di Jimmy Carter all’invasione dell’Afghanistan da parte di Leoníd Bréžnev del 1979 in Charlie Wilson’s War (2007), aveva ben previsto la fine che avrebbe fatto l’Afghanistan dopo anni di guerra (nel 2007, quando Nichols gira, di anni ne sono passati solo 7): senza scuole e modi educativi vari niente avrebbe impedito all’Afghanistan di farsi “peggiore”, anche perché per la guerra anti-russa, nel ’79-’89 [iniziata da Carter ma poi continuata da Reagan], gli USA avevano supportato tutti quanti (mujaheddin [che sono i buoni salvatori in Rambo III di Peter MacDonald del 1988] e compagnia cantante)… Ronald Reagan, a fine mandato, se ne sbatté e l’Afghanistan, dopo una guerra civile (’92-’96) diventò un paese fondamentalista… già allora Reagan se ne uscì che mantenere scuole e modi educativi in uno stato “straniero”, alla lunga, avrebbe portato a quello che era, bene o male, uno stato coloniale
Nel 2001-2021 le cose si sono ripetute: stare lì in pianta stabile, con piani coloniali di decenni successivi a un effettivo “cessate il fuoco” coi fondamentalisti, o sbattersene e andare via, lasciando ai fondamentalisti tutto quanto e con loro contrattare per petrolio, oppio e quant’altro?
Oggi, come nel 1989, gli USA di Joe Biden hanno scelto la seconda e ora eccoci qui…

James Gunn gira prima del tracollo della situazione afgana (avvenuta pochi giorni fa), ma quello che dice funziona comunque bene, proprio perché fa come John Carpenter e ROVESCIA l’idea dell’accettabilità della violenza di stato e del menefreghismo statunitense: rende la sua Suicide Squad attiva nell’aggiustare quanto ha sfatto con le sue guerre e nel rimediare ai torti americani pregressi, finendo anche, finalmente, a dire «sì, ok, violenza di stato e tutto, ma i metodi del ricatto e della tortura, almeno per finta, stigmatizziamoli un po’!»
come si dice: niente non è

Niente non è anche stigmatizzare i metodi tragici del condurre la guerra straziante degli USA in un villain classico, alla fine rimproverato anche con accenti che richiamano perfino la Vita di Agricola di Publio Cornelio Tacito (98 d.C): «fanno il deserto e lo chiamano pace!»
mecojoni!

L’idea di dare il nome del personaggio di Hugo Pratt a un’isola caraibica sconvolta dalle guerre civili tormentate (a metà tra il Nicaragua, Panama e Porto Rico) pare che risalga a Frank Miller…
…Sam Hamm traslò quell’idea nel Batman di Burton (1989): lì Vicky Vale (interpretata da Kim Basinger) è fotografa di guerra con all’attivo un réportage da Pulitzer documentante la rivoluzione nel Corto Maltese…

Molti aspetti della trama, James Gunn li ha ripresi dal romanzo Cat’s Cradle di Kurt Vonnegut del 1963 (ne esistono almeno tre traduzioni italiane, tutte intitolano il romanzo Ghiaccio-nove o Ghiaccio nove: quella di Roberta Rambelli per Rizzoli [1966], quella di Vittorio Curtoni per Mondadori [ca. 2000], e quella di Delfina Vezzoli per Feltrinelli [ca. 2003])

Naturalmente si sta parlando di un film reagente alle guerre e alle armi nucleari in un modo consono ai nostri tempi…
c’è chi, negli anni ’50, reagì con Gojira, con La Cantatrice chauve (Eugène Ionesco), con En Attendant Godot (Samuel Beckett) e, ancora prima, con All My Sons (Arthur Miller)… poi c’è stato anche Dr. Strangelove di Kubrick (1964)… e il ’68 (vedi If….)

Noi abbiamo James Gunn e la Suicide Squad

A ciascuno il suo, ben tenendo presente che vedere il meglio nel passato è un po’ come vederlo nel futuro: è un po’ da ingenui: questo c’è…
e, ripeto, niente non è

Dopo i disastri di Marco Mete nelle Birds of Prey, Massimiliano Alto è un trionfo di misura nel doppiaggio…

Alto (la star degli oggi 40enni grazie alle sue interpretazioni dell’Aladdin disneyano, dell’anime Inuyasha della Sunrise, di Ranma 1/2 [questi due tratti da manga di Rumiko Takahashi], di Kyosuke Kasuga del doppiaggio Yamato di Orange Road ecc. ecc.) ritaglia per sé il cameo di Taika Waititi, tenta di salvare il cameo di Stallone (lo squalone) usando Luca Ward, e conduce tutti gli altri in un ottimo lavoro, su cui spicca Alberto Angrisano su Idris Elba: amletico, drammatico e shakespeariano, davvero da Oscar…

L’unica pecca, come al solito, è Domitilla D’Amico: stavolta un po’ più carina del solito, ma ancora lontana dalla stupenda Margot Robbie, sempre più bella e brava e sempre più un peccato vederla al lavoro solo con queste cosette…

Menzioni speciali per:
Erica Necci su Daniela Melchior
Stefano Benassi: sgargiante su Peter Capaldi
Emanuela Rossi su Viola Davis
Marco Foschi su Joel Kinnaman
Massimo Bitossi su John Cena

Domande: la chiama-ratti aveva il macchinario chiama-ratti anche in galera?
e dove se lo teneva?

8 risposte a "The Suicide Squad, missione suicida"

Add yours

  1. Molto interessante la contestualizzazione che ne hai fatto, rispetto ai fatti di questi giorni. Così come interessante il paragone con Carpenter.
    Quando vedrò questo film sarà come per Cruella con occhi diversi: ricca di tutto questo bagaglio di analisi.
    Grazie!

    1. Non è un film che si augura di vedere eh: devi essere proprio appassionata al genere! Ma se lo farai, ottimo! Buona visione e, anzi, smentiscimi!

      1. Io sono appassionata a due appassionati al genere: uno grande e uno piccolo, particolarmente “sul pezzo” ovvio, per i suoi sedici anni …
        Tra l’altro ho un po’ seguito i tuoi link ritrovando molti Marvel e DC per cui tornerò senz’altro a leggere. Grazie!

  2. Adoro il modo in cui riesci, partendo da un filmetto, ad analizzare il contesto sociopolitico mondiale: nessun tg mi ha spiagato bene le cose come hai fatto tu adesso. Grazie, è sempre un piacere leggere quello che scrivi, a prescindere dall’oggetto trattato, si va sempre ben oltre.

      1. Il 6 Giugno 1966, in una conferenza tenuta all’università di Città del Capo, Bobby Kennedy disse:

        “Il modello e il ritmo dello sviluppo non sono uguali per tutti. Le nazioni, al pari degli uomini, marciano spesso al ritmo di tamburi diversi e gli Stati Uniti non sono in grado di indicare né di trapiantare soluzioni valide per tutti – e questo non è il nostro intento.”

        Purtroppo in America chi è venuto dopo di lui non ha avuto il suo stesso genio, e si è illuso che fosse possibile esportare la democrazia. Ebbene, la realtà ci ha dimostrato che le cose non stanno affatto così, per un motivo molto semplice: il passaggio da una dittatura a una democrazia può avvenire rapidamente solo in una società in cui il popolo ha già conosciuto delle forme di partecipazione alla politica (come l’Italia, che prima di Mussolini aveva cominciato ad eleggere dei rappresentanti fin dall’epoca romana). In una società in cui il popolo non ha mai deciso NULLA e non ha mai maturato NESSUNA esperienza politica, se togli il dittatore e dici al popolo “Ora gestitevi da soli” loro non sanno neanche da che parte cominciare. E quindi torneranno rapidamente ad una nuova dittatura.
        Questo è esattamente ciò che è successo in Afghanistan, dove c’è stata una sorta di democrazia finché sono rimasti gli americani a coordinare tutto, ma poi appena sono andati via è tornato tutto come prima. Se Biden non aveva previsto questi sviluppi è un ingenuo; se invece li aveva previsti è un criminale, perché ha fatto tornare gli afghani all’inferno per un risparmio davvero irrisorio (infatti per mantenere i suoi soldati in Afghanistan la Casa Bianca spendeva 40 miliardi di dollari l’anno, una cifra ampiamente sostenibile per un colosso come gli Stati Uniti).
        Sdrammatizzo il tono di questa conversazione segnalandoti che al primo film della Suicide Squad ho dedicato questo post (molto ironico): https://wwayne.wordpress.com/2016/08/19/suicide-squad/

      2. Vabbè, ma la situazione in Afghanistan è sempre una sconfitta a meno di non farlo diventare uno stato americano tout court, uno stato coloniale con piani di sviluppo centenari. E anche quello non sarebbe il “bene” perché oltre allo sviluppo ci sarebbe anche lo sfruttamento e sarebbe colonialismo puro, otto-novecentesco. Magari tornare a un dominio occidentale sul mondo arabo, con scuole occidentali in Siria, Egitto, Arabia, Yemen ecc. alla lunga (appunto in 100 anni) calmiera il fondamentalismo, ma poi a qualcuno verrà in mente che proprio il colonialismo ottocentesco, alla lunga (in 100 anni), ha determinato gli stati nazionalisti che si sono religiosamente radicalizzati. E anche coi radicalizzati, in 100 anni, si è trattato per petrolio, gas, risorse, e perfino droga e armi… e quando con un radicale ci si trovava male non ci si faceva remore a fomentare (vendendogli armi) un altro radicale che lo sostituisse e continuasse a venderci le risorse…
        Lamentarsi che i poveri afghani stanno male dopo un 20ennio di relativo benessere è assurdo: il benessere l’hanno visto in pochissimi solo nelle città, ed era un benessere ottenuto con governi fantoccio eterodiretti da una forza militare occupante che era lì solo per assicurarsi petrolio, oppio e per fare scena con la vendetta. Se ora l’oppio lo vendono i talebani, non si farà fatica ad allearsi con loro, e chi se ne frega del popolo afghano. E piangere per il popolo afghano dovrebbe però farci piangere per tutti gli altri che stanno male in modo identico in Siria, Arabia, Congo, Egitto, Sudan e perfino in Cina ecc… che si fa? Si occupa tutti questi stati con l’esercito americano e ci si costituisce scuole americane? Le risorse energetiche di questi stati dovrebbero andare tutte agli USA? E questo sarebbe finalmente un “bel mondo”?
        Mah, non lo so…
        Gli USA e Biden mi fanno la stessa pietà che 20 anni fa mi faceva Bush jr. Sarebbe meglio dirlo chiaramente: si va via perché tanto oppio e petrolio me lo sono assicurato, non voglio più dare tanti o pochi soldi all’esercito regolare (preferisco darli ai corpi privati che poi mi pagano le tasse), e le scuole devo riformarle soprattutto io ché a casa mi ammazzano i neri e mi occupano il parlamento: che il mondo vada affanculo per conto suo!
        E questo stato di cose forse cambierà quando finalmente il petrolio finirà, ma verrà sostituito subito da qualcos’altro (coltan, palladio o che ne so) perciò forse non cambierà affatto…
        Magari sono cinico…

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