Il papiro del 2020/2021

Gli altri papiri sono in Indice

Nonostante il lockdown furono ben 31 i film del 2019/’20…
Quest’anno ho visto solo 13 film in sala…

7 sono Up
1 è Down
1 è Not so Down
3 i SuperDown
e uno ed un unico SuperUp…

Stagione, quindi, abbastanza tragica…

Tenet — Christopher Nolan — WB — SuperDown!
La filmografia di Nolan è il monumento alla Settimana Enigmistica
il mettere in ordine il puzzle delle vignette era in Memento;
il trovare la strada per uscire dal labirinto era in Inception;
il Tenet, Sator, Opera, Arepo, Rotas richiama molto il messaggio del corvetto sul cucuzzolo del lampione da decifrare, oltre che i rebus, gli anarebus e le altre sciocchezzuole di p. 2 della Settimana Enigmistica
E la trama del film vorrebbe partire da Carlo Rovelli ma finisce subito dalle parti di Roberto Giacobbo: dalla scienza passa alla superstizione…
…e dalla superstizione passa alla fiaba…
una bella fiaba inconscia di lotta tra un Es bianco e infernale (Branagh) e un Super-Io nero e petulante (Washington)…
l’Es ammazza per nichilismo istintivo, anche se sa bene che non fa un cacchio…
il Super-Io blatera di fondamentalismo religioso, di fede, di predestinazione, si crede e poi si scopre essere al centro del mondo (narcisismo che si autogratifica?), e finisce per ammazzare la gente (come fa l’Es) per non si sa quale “giustizia”…
Mah…
Nolan fa il tifo per il Super-Io e non si sa perché…
E non riesce davvero a dire che quell’Es e quel Super-Io sono in effetti la stessa persona, come sempre succede nella fiabe (quel genere di cui molta gente fa mostra di non capire un cacchio)…
Era così difficile costruire un personaggio che fosse un “Io” da costruire?
Per Nolan, che è fondamentalmente un bigotto borghese nazionalista e militarista rimasto all’Ottocento, è stato difficile… difatti c’ha rinunciato del tutto…
…ed è stato difficile anche sostenere la fiaba…
e allora l’ha resa un indigesto film di guerra di quasi 3h dove, tra una pottata e l’altra sull’entropia (studiata sul Bignami), non si fa altro che sparare…
…e non si fa altro che trovare sotterfugi e scappatoie alle regole di narrazione stabilite dallo stesso Nolan: cioè il film è un continuo di «non si poteva fare, per il rischio di stragiare ill continuum spazio-tempo, però si fa lo stesso perché chi se ne frega»… a suo tempo tirai fuori il Gioco delle Tazze di Friends, ma potrei tirare fuori la Scala Mombasa di Sheena, la Regina della Giunga

Le molto nutrienti metafore di cinema, sul vedersi/conoscersi, sull’indicibilità della visione, sciorinate anche con una certa maestria, si perdono in un limo di merdaggine bellica e di confusione ideologica…
…è quasi cacca…

Dogtooth — Yorgos Lanthimos — Lucky Red — Up
Lanthimos è bravo: non gli si può dire niente…
…ma anche lui è di un pretenzioso “so-tutto-io” che è insopportabilmente sbrachevole
Dogtooth è un film bellissimo, ma ha la puzza sotto al naso di chi pontifica di avere la verità in tasca e provoca tutti gli altri su quella verità: tutti gli altri che, naturalmente, sono considerati imbecilli perché quella verità la carpiscono solo con le metaforette iperboliche, ipertrofiche, improbabili e perfino velatamente moralistiche, quelle che «ti prendono per forza»…

È bello, ma sa di sermone…

Undine — Christian Petzold — Europictures — SuperDown!
Una costruzione filmica rigorosamente fredda e oggettiva immortala un pastrocchio che si perde nel suo stesso simbolismo…
Tutte le inquadraturine al loro posto, per “evocare” polisemie e verità nascoste, tanto fanno arrapare gli scolastici dei festival, ma frantumano i testicoli a chiunque altro… chiunque altro è lì e si chiede come, ancora dopo un secolo, la così detta avanguardia si instradi nella via dell’elitarismo e della provocatoria assenza di comunicazione, come se il senso fosse un peccato originale da cui rifuggire…
Evidentemente, per certa gente, stare lì a masturbarsi tra loro, facendosi i complimenti, è molto più emotivamente e intellettualmente redditizio di qualsiasi altra cosa…

Padrenostro — Claudio Noce — Vision — Down
È un film fatto molto bene, ma, come spesso succede a tanti film italiani, sa «come dirlo» ma non sa davvero «cosa dire»… Finisce che si impantana nel niente, nel nulla di fatto, e, addirittura, nel “vorrei ma non sono capace: cioè sarei capace di farlo vedere ma non ho la minima idea di come raccontarlo: sicché non racconto un cacchio di niente e mi adagio sulle immagini prive di significato sperando che poi il pubblico mi apprezzi proprio perché esce dalla sala stordito ma affascinato tanto da non ammettere mai di non averci capito niente e quindi è subito bello pronto a trovare interpretazioni capaci di riscattare la sua voglia di autoalimentazione di aver capito tutto… là dove da capire non c’era niente…”

Squadernato

Miss Marx — Susanna Nicchiarelli — Vision — Up
Ma sì che non è perfetto, ma almeno ha la decenza di partecipare con forza all’imperfezione, alla continua e titanica ricerca del potenziale, subendo tutti i ritorni di realtà, tutti i fuochi amici e tutti i problemi…
Nicchiarelli ha la potenza che non hanno né Noce né Lanthimos: la potenza della *consapevolezza del negativo*, la consapevolezza che quello che diciamo non è l’unica verità possibile, ma almeno la diciamo con sicurezza…
È impagabile…
non fosse per una parte centrale abbastanza stanca sarebbe da SuperUp!

Palm Springs — Max Barbakow — I wonder (Neon, Hulu) — Up
Un gioiellino di ridancianeria comica ben calibrato, oliato, efficace e funzionante…

Nomadland — Chloé Zhao — Fox Searchlight (Disney) — SuperDown!
Una testarda come le capre perde la casa per via di una presa in giro immobiliare di un accidente di multinazionale mineraria…
Però dà la colpa a tutti tranne che alla multinazionale mineraria, anzi… la multinazionale mineraria era la terra promessa, il maximum, la cosa più bella del mondo, tanto bella che si preferisce vivere nel ricordo di quella presa in giro piuttosto che fare qualsiasi altra cosa e si finisce per dire «la mia casa era la presa in giro della multinazionale, che ora non c’è più, ma per non dimenticarla preferisco vivere nel camper sulle Montagne Rocciose piuttosto che fare qualcos’altro…»
A un certo punto ci si trova davanti anche a un tale che ha speculato sulla crisi immobiliare del 2008… e gli si dice anche: «Lei è una merda perché è tutta colpa sua»…
Acciderboli: è colpa sua sì, ma te che vivi nel camper, nel ricordo di una presa in giro della multinazionale pensando che la multinazionale (mineraria, cioè inquinante come il plutonio) fosse il bene, colpe non ce n’hai per niente?
E vivere pisciando nel fiume è davvero così eroico e più bello di quello che fanno tutti gli altri?
perché gli altri si arrendono al capitalismo?
E tu pensi invece di essere “al di là capitalismo”? te che ritieni che la casa data dalla multinazionale mineraria sia la cosa migliore del mondo???
Mah…
Io non so perché questi film in cui un qualsiasi demente allucinato, sociopatico e delusionale si rifiuta di vivere nel mondo preferendo vivere di bacche nel bosco vengano tanto amati: sono amati questo Nomadland come sono amati i similari Into the Wild o Wild: per me questi film rappresentano fessi truccati da fenomeni viventi, anche perché fuggire dal mondo e vivere di bacche nel camper a me sembra tanto un lavarsene le mani più qualunquista che eroico… preferirei che uno andasse a vivere di bacche senza camper, che diventasse Tarzan, per esempio, o, almeno, che quel fesso ci raccontasse sì la sua storia, magari anche interessante, ma che non la presentasse come se quello che fa lui fosse un modello da seguire, un qualcosa per cui provare empatia e pietà, un qualcosa di esemplare
Almeno che quei fessi avessero l’umiltà di dire: «occhio: noi s’è fatto così: ma potremmo anche essere fessi» invece di presentare la loro avventura come bella e sgargiante con belle immagini di poster turistico traslucide…
Tra l’altro è comune in questi filmetti il “giustificare” tutto con l’elaborazione di un lutto…
Ed è salutare elaborare il lutto andando a fare sistemi di vita estremi?
Non è esso stesso sintomo di stress post-traumatico?
E le fumisterie dello stress post-traumatico dovrebbero davvero essere al centro di un film che invece le tratta come cose “eroiche”? perfino anti-capitalistiche? (lo stress post-traumatico è anticapitalistico? e come mai?)
Mah…
A questo punto è meglio Fearless di Weir, almeno era accurato nel rappresentare la patologia, mentre McDormand in Nomadland si atteggia proprio a «io a pisciare nel fiume e a dormire nel camper sono meglio di voi!»
Ma perché?
Ma vaffaculo!
te e il camper!

Insopportabile la resa visiva perfettina da finto documentario: da vomito…

Rifkin’s Festival — Woody Allen — Vision — Not so Up
Sì, lo si vede, si ridacchia, si apprezza la classe, ma ci si annoia per il déjà vu

The Human Voice — Pedro Almodóvar — WB — SuperUp!
L’unico SuperUp della striminzita stagione è questo capolavorino che un maestro come Almodóvar spara quasi per scherzo basandosi su una pièce quasi centenaria a cui lui mette le mani dopo altri miliardi di adattamenti…
Certo che è un esercizio di stile,
certo che è una cosetta piccola, soprattutto di dimensioni,
ma dimostra a ogni fotogramma quanto la sapienza e la maestria nel racconto possano fare anche con un testo che si può anche considerare vetusto, ma che i maestri sanno come trasformare in contemporaneo, essendo tutta l’arte contemporanea, si sa (non lo sanno soltanto i melomani ghiozzi e i tradizionalisti imbecilli)…
Una gioia!

Un altro giro — Thomas Vinterberg — Medusa — Up
Molto bello e interessante, come no…
ma io non mi unisco ai vari osanna che vedo perché, pur non incappando nelle stesse idiozie di Nomadland, tende un attimino a concludere con l’autoindulgenza del tipo «sì, siamo briachi ma il mondo è di merda per cui è meglio ubriacarsi»…
L’ultimo shot di presunto suicidio vorrebbe riscattare l’assunto ma ce la fa a metà, almeno a mio modesto parere…
In quanto a spettacolo visivo, invece, siamo al top!

The Father — Florian Zeller — BIM — Up
C’è chi ne ha parlato male, per via di un certo sfruttamento della condizione del protagonista… vabbè…
Io l’ho trovato un ottimo film, ben condotto a livello di immagini, con una eccellente “unione” tra trama e frame
poi, sì, forse è freddino, forse è un pochino sfoggio di combinatoria cinematografica, ma, mentre lo si vede, a mio avviso, acchipappa!

Cruella — Craig Gillespie — Disney — Up
Ma sì sì, i film Disney fanno vomitare, e il mercato, e l’infanzia “tradita” [oddio quante cacchiate], e i cani in CGI [perché i mostrilli della Marvel sono fatti meglio, certo, come no], ed è uguale al Diavolo veste Prada, ed è troppo lungo, e la Stone fa schifo, ok, tutto giusto…
…ma almeno è un film di cinema: che dimostra il *divertimento* del cinema: con piani sequenza simpatici, con la dimensione ludica e felice del racconto (certo deturpato da odiosi manierismi desunti dalla lunga serialità), e con giochesse e fantasie visivo-cinetiche tutte da vedere…
poi, ragazzi, è una cosa che si intitola Cruella: che l’abbiano fatto così, invece che come una stronzata Marvel, è già un mezzo miracolo!

Estate ’85 — François Ozon — Academy Two — Up
Interessante per motivi e implicazioni visivo-diegetiche, anche se, in definitiva, una mezza sciocchezzuola (soprattutto se sentita doppiata in italiano)… io mi ci sono comunque divertito come un matto!

Fuori dal papiro rimangono le cose viste fuori dalla sala, ovvero:

Music di Sia:
straordinario divertissement cromatico-cinetico di fascino oculare e di avviluppamento sonoro e musicale, certamente banale per ciò che racconta ma tanto forte, adorabilmente naïf e sincerissimo per come lo racconta…
agli oggettivi cinici fracasserà le palle, ma io mi ci sono intrippato: senza, certo, perdere la trebisonda estetica (in fin dei conti è una cosetta), ma l’ho visto molto contento…

Promising Young Woman di Emerald Fennell:
in ambiente patriarcale e maschilista è un film da adorare per l’impianto di girl power e di merdaggine maschile che illumina e rappresenta con istanze di visione (sghemba e deformata) davvero ottime e interessantissime (senz’altro lo includerò in un aggiornamento della roba contro la violenza di genere), ma ha anche un aspetto complessivo, e un andamento diegetico, para-televisivi (nonostante le bellissime sghembaggini), con implicazioni “patologiche” della trama un pochino trascurate (la tragedia della protagonista rimasta nel mondo delle Barbie è data un pochino per scontata) e organizzazioni drammaturgiche che abbisognavano di maggiori strumenti narrativi (le due vendette, quella settimanale e quella “della vita” stanno insieme in modo abbastanza farraginoso)…
ma tutto sommato è un gran bel filmetto che si spera abbia fatto conoscere una regista tutta da gustare…

Ammonite di Francis Lee:
una sorta di remake smorto della Giovane in fiamme: non brutto, ben calibrato, con una scrittura dei personaggi (e una direzione di attrici) ottima, e con una forza comunicativa non inefficace… ma su tutto aleggia una specie di diffusa banalità, sia nella conduzione della trama sia nel trattamento delle immagini: vabbé, forse si può perdonare, o forse no: sta a voi…

Mank di David Fincher:
è bello, certo, come no: e ha ottime immagini…
ma le immagini sono, anche se bellissime, mere illustrazioni di una trama romanzesca un pochino stopposa, romanticheggiante (nel senso del movimento artistico, non dei sentimenti), priva di misura e di bersaglio, della quale rimangono più interrogativi di fattura che spunti di riflessione (io c’ho visto tutta una polemica mal posta di Fincher verso Hollywood, tutta autobiografica, che perde la trebisonda del metaforico abbandonandosi malamente nel cercare di riprendersi)… è come un pranzo sì di gran gala ma di troppe portate, di quelli con tre primi e quattro secondi, che senti essere, ognuno, simili, per nutrizione e ingredienti, ai 30 antipasti già mangiati prima: magari ne esci anche contento per via della ottima cucina presentata, ma non ti reggi in piedi e vai via, barcollando, chiedendoti «perché?»

Soul di Pete Docter e Kemp Powers:
Docter vorrebbe parlare di morte, vita e anima, ma fa il passo più lungo della gamba e lo vedi tergiversare e intimidirsi, quindi ripiegare nella commediola spiccia dell’anima chiusa nel corpo di un altro, un genere quasi logoro…
a me m’ha detto poco…

The Prom di Ryan Murphy:
un musical colorato dalle idee carine, ma dalle implicazioni teoriche di rapporto tra vero e finto e tra narrazione e rappresentazioni risolte alla san fasò… ne esce una parrucconata che potrebbe anche relegare nel fintume dei castelli in aria degli ingenui e dei polli quello che invece sarebbe da augurarsi nella realtà…
inoltre, come in tutti i prodotti MERDflix, i personaggi sono troppi e le vicende si moltiplicano tanto da non poterle reggere più… in tempi odierni hanno bisogno di back stories anche le semplici “funzioni”: uno strazio!

Roald Dahl’s The Witches di Robert Zemeckis:
sbrodolata di cazzatelle dalla trama odiosa (la solita trama scatologica e venale del Roald Dahl più bertadero, quella con i personaggi, monelli e teppistelli ma non si sa perché considerati “buoni”, che finiscono per arricchirsi anche se con un rovescio della medaglia più gratuitamente crudele, sardonico e cattivo che “morale”) e dalle immagini che sono circensi fenomeni da baraccone che, tristemente, si prendono sul serio (non hanno le implicazioni parodico-ludiche di Gillespie in Cruella, proprio ci credono di essere “bel cinema” nella loro pregevolissima fattura)…
si fa fatica ad arrivare in fondo…

8 risposte a "Il papiro del 2020/2021"

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  1. Io ho visto solo Cruella, di cui abbiamo già parlato, e Tenet.
    Nemmeno io sono fan di Nolan, in effetti ho anche dovuto ricorrere a qualche spiegone di mio figlio :)
    Il tuo paragone con la Settimana Enigmistica mi ha molto divertita. Così come il super io non ha convinto nemmeno me.
    Anche l’Es però … io aspetto sempre di vedere Branagh che sia veramente Branagh, dici che la speranza è vana?

    1. Gliene mancano ancora tanti di Shakespeare da esplorare, e poi ha dimostrato di saper gestire produzioni grosse (vedi Thor) e di solido genere (è ormai di 30 anni fa, ma ‘Dead Again’ è un gioiellino). Io adoro Branagh come regista e spero davvero abbia in cantiere qualcosa, magari da produrre con i credo non pochi soldi che sta accumulando con i suoi ingaggi attorici televisivi (che in Italia non arrivano, ma non sono e non sono stati pochi: da Wallander alla miniserie su FD Roosevelt)… Hollywood è anche in ambascie per via delle conseguenze di tanti scandali: Spacey, Ratner, Weinstein, Rudin, Whedon ecc.: tanta gente che dovrà restare ferma molti giri prima di poter lavorare di nuovo e che potrebbe lasciare spazio (visti anche tipi come Scott, Scorsese, Spielberg e Zemeckis a superare l’ottantina) o a giovinastri (Rian Johnson e gli sconosciutissimi e incapacissimi registi Marvel e DC) oppure proprio a esperti non ancora decrepiti appunto come Branagh o come Burton (dato anche che i fenomeni pretenziosissimi di Nolan, Lanthimos, PT Anderson, Tarantino, Iñárritu, Cuarón e altra gente considerata “seria” continueranno ad ammorbarci con le loro moralette artistoidi, tutte sempre uguali, per conto loro, quasi fossero “fuori dal mercato” mentre invece sono solo radical chic, cioè fanno finta di essere artisti e di non badare all’industria quando invece sono perni dell’industria, al pari del tanto detestato Zack Snyder. Gente come Branagh, che è via di mezzo tra i radical chic e Snyder potrebbe tornare utile)

      1. E noi speriamo proprio che esplori Shakespeare che gli manca!
        Quello che non capisco è: come posso non aver visto Dead Again?
        Anche io adoro Branagh, e forse per questo sono troppo esigente.
        Assassinio sul Nilo per esempio forse per me era troppo: sia lui che Agatha che io chaimo Queen assoluta.
        Di Wallander mi ha parlato mio marito ma a me purtroppo manca così come Roosvelt.
        Speriamo davvero che la “terra di mezzo” come dici, possa riservarci soddisfazioni!

      2. Io ho idolatrato l’Orient Express di Branagh e aspetto in gloria il Nilo!
        Wallander ha episodi che sono proprio film (80 minuti, 90 minuti): i primi due o tre bene (forse anche benissimo: il decisore visivo della prima stagione è il grande Anthony Dod Mantle) ma poi stuccano (cioè si digeriscono male: hanno spesso una ideologia se non direttamente grillina di sicuro ampiamente “coservatrice”, dato che la menano tanto con la retorica del poliziotto tutto legge, giustizia e difesa dell’ordine costituito, anche se quell’ordine è tutt’altro che simpatico: credo che sia un tono che Wallander ha anche nei romanzi)

      3. Non saprei perché nonostante io in genere sia una divoratrice di gialli, polizieschi e ispettori di ogni tipo, compreso Clouseau, Wallander proprio mi manca, in qualsiasi formato.
        Vedo ora che ci sono degli errori nel commento di prima … sono un casino ambulante .)

  2. Ho visto Miss Marx, bello, e Nomadland, che a me è piaciuto molto. Francis McDormand è bravissima, il film si ispira a un libro che è un reportage tra persone che fanno realmente quella vita… Ho visto anche Mank, interessante ma un po’ mattone.
    Wallander su Netflix c’è, non so se è la serie di cui parli tu, è una buona serie ma nulla a confronto dei bellissimi romanzi di Mankell

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