L’«Aida» di Lanzillotta/Carrasco al Macerata Opera Festival

Di Aida si parla fin troppo (e con anche troppa confusione) al numero 24 di Operas III

L’ultima Aida allo Sferisterio di Macerata era quella allestita da Francesco Micheli con Julia Jones nel 2014, replicata da Riccardo Frizza nel 2017…

Era un’Aida fascinosamente “archetipica”, quasi fantascientifica, immersa quasi in un sogno tecnologico che sembrava Tron della Disney: pareva una fiaba inconscia, tutta proiezioni e luci, che alla fine forse suggeriva una sorta di fine del tempo davvero in linea con i coevi sogni wagneriani…

Questa di Francesco Lanzillotta e Valentina Carrasco è invece un’Aida che è positiva: è un’Aida che c’è: non è fiaba e non è sogno… è un’Aida vera e propria che prende le critiche colonial gravanti sull’opera proprio di petto opponendogli un’ambientazione veramente colonial: l’Ottocento delle invasioni europee in Africa, tra esploratori con cappelli alla Livingston e aperture dei pozzi di petrolio: il tempo, per capirsi, dell’Ottava vibrazione di Lucarelli, con tutto quanto ne consegue: dalle frustate agli schiavi, al safari dei coloni ricconi, al golf degli occidentali magari sui suoli sacri dei poveri popoli occupati, all’iconografia nazionalista pre-fascista, al paternalismo dell’antropologia da veranda di Malinowski…

Su questa ambientazione, Carrasco costruisce un «modo di teatro» che a me piace tantissimo: con scena semplice ma con studiati e lavoratissimi movimenti e gesti…
Lo scenario è solo il deserto di dune, a cui si aggiungono, nel trionfo del secondo atto, le tubature dello stabilimento petrolifero… ma il florilegio di intenzioni attoriche e gestiche per i cantanti è mirabolante e fenomenale, e lo si vede soprattutto nei monologhi di Aida e Amneris, anche se Carrasco (col coreografo Massimiliano Volpini e con l’assistenza Lorenzo Nencini) trova per tutti (anche per tutti i membri del coro) intenzioni, pose e motivi da recitare e interpretare tutti da gustare, vedere e ammirare!
Alcuni potranno obiettare alla mancanza effettiva della “tomba” mortale di Radamès, che si trova a essere chiuso nello stabilimento petrolifero: ma l’invocazione alla pace finale di Amneris, agita nello stabilimento coloniale ancora in funzione, crea un contrasto tra la speranza (la pace invocata) e la realtà (i fuochi del petrolio che si accendono) davvero suggestivo…

Per Lanzillotta era la prima Aida e sui social ha postato le vari fasi del suo studio…
era impagabile vedere un giovane direttore (Lanzillotta è nato nel 1977) entusiasmarsi per Aida, e trovarci modi e sfumature moderniste, che vedesse, cioè, Aida come precursore di quel che è venuto dopo oltre che come consuntivo del passato… [un sistema che è più facile veder sciorinare agli ultra settantenni: vedi il Myung-whun Chung nella Messa da Requiem]
La sua lettura è stata una lettura sì stanislavskiana per performance, come quelle che fa Muti, per capirsi, tutta attenta a mantenere il passo diegetico e la forza recitativa, ma è stata anche una lettura stanislavskiana per musica pura
cerco di spiegarmi:
Lanzillotta trovava sfumature, rubati e accensioni anche in quei momenti ritenuti spesso più innocenti, più scontati, più ovvi e li rendeva unici, insoliti, sorprendenti; li rendeva significanti, semici, grumi di trama musicale, nodi di tessitura sinfonica!
Ne è uscita un’Aida ricchissima di cambi di tempo, di tensione psicologica, di densità interpretativa cangiante e avviluppante…
un’Aida che finiva per sfuggire a possibili comparazioni col passato, poiché a un generalizzato passo spedito alla Muti (o alla Mehta) univa andamenti dolenti alla Harnoncourt, concertazioni dirette e mai sensazionalistiche (con pochissimi ottoni) alla Abbado, e trovava espedienti che si ascoltano in grandi interpreti di altri autori: per esempio nel Puccini di Sinopoli, nello Strauss di Barenboim, nel Gershwin di Kurt Masur, nello Stravinskij di Dutoit…
un’Aida che sembrava quindi una paradossale Aida di Strauss o di Gershwin: un’Aida contemporaneista che però rimaneva potentemente verdiana, perché la partitura è quella, solo che era vista da un’occhio sensibile al «com’è» senza i preconcetti indeterminati e limitanti dello stile o dell’abitudine e quindi trovava il Verdi inventore accanto al Verdi “rielaboratore”, trovava il Verdi innovatore gemello del Verdi tradizionalista: trovava quindi il Verdi più autentico, quel Verdi che più di ogni altro innovò e reinventò, senza mai tradirli, i metodi di Rossini, Donizetti e Bellini… un Verdi, quindi, che poteva benissimo essere il padre dei Gershwin, degli Stravinskij e degli Strauss, come tante volte viene detto dai più coraggiosi (vedi la Trilogia di Micheli al Maggio)…
Un’Aida da ascoltare con gioia, da buttarcisi a capofitto, da pregare per sentirla registrata in studio!

Luciano Ganci è stato un ottimo Radamès: eroico, sicuro e perfettissimo in tutti i duetti, terzetti e concertati…
aveva però diversi problemi, forse di emozione, nei momenti più acuti e più “a solo”: in quei momenti si arrochiva…

Veronica Simeoni ha sfoggiato la sua splendente maestria, consueta, anche in Amneris: è una cantante che merita sempre un 10 e lode…

Maria Teresa Leva si è affidata a Valentina Carrasco nel delineare un personaggio interessantissimo: partiva sempre scura e sdrucita dal margine della scena, e quando era al centro sciorinava una disperazione più rabbiosa e “reagente” rispetto alle classiche Aida, spesso più lacrimevoli: Carrasco le ha trovato un gesto da fare con entrambe le mani, come se si strappasse i capelli o si asciugasse le lacrime: un gesto quasi aggressivo anche se riflessivo…
A livello vocale era da incorniciare: ideale per timbro, millimetrica per intonazione, autentica per intenzione…
un «sogno che vorrei sempre sognar»!

Molto bravi anche gli altri membri del cast (Marco Caria era Amonasro, Alessio Cacciamani era Ramfis, Fabrizio Beggi era il Re, Maritina Tampakopoulos era la Sacerdotessa, Francesco Fortes era il messaggero) e del coro…

Efficace la mise en espace degli ottoni per il trionfo, davvero da kolossal, con trombe posizionate non solo sul palco ma anche nella tribuna del “loggione” dello Sferisterio!

L’ultima recita del 12 agosto è stata ripresa dalle telecamere di Tiziano Mancini per CueTv…

10 risposte a "L’«Aida» di Lanzillotta/Carrasco al Macerata Opera Festival"

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  1. Mi manca il Macerata Opera Festival. C’ero andato quando andavo all’università e rimasi stupito dalla sua bellezza. E lo spettacolo di cui hai parlato sembra davvero fatto bene nella sua semplicità e cura.

  2. “Un sogno che vorrei sempre sognar” … la mia microesperienza la devo ai miei genitori.
    Apprezzo l’entusiasmo che hai descritto e anche il coraggio di non temere l’ambientazione coloniale.

    1. Perché temerla: l’Italia è stata un disastroso stato coloniale e credo sia bene ribadirlo ogni volta che si può onde contrapporsi ai barbari nazionalismi che vengono fuori continuamente…

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