«Due vite» di Emanuele Trevi

È un libretto intimo, molto amorevole, delicato, carezzevole, tenero…

Parla della perdita di due amici, che vengono rievocati con dolcezza e anche con animo triste e malinconico…

Si possono trovare punti deboli…

È un po’ letterariamente autoreferenziale: i due amici di cui si riflette, post mortem, la biografia, con tanta gentilezza e affetto, sono due persone note agli addetti ai lavori letterari, ma solo a quelli…

Uno è Rocco Carbone, uno scrittore che non si può davvero dire che abbia mai raggiunto un best seller; era mia colpa grave non conoscerlo affatto…

L’altra è Pia Pera, una scrittrice, sì, in special modo di testi riguardanti la cura delle piante, ma soprattutto una traduttrice di classici, cioè testi che molto raramente il lettore “si accorge” che sono tradotti…

DIGRESSIONE 1: SULLE TRADUZIONI

Quando, conversando, tramite commenti, con altri blogger amici, mi metto a commentare il fatto che certe impressioni su certi classici sono attribuibili più alla traduzione che al libro in sé, spesso il mio interlocutore sembra «cadere dal pero», poiché molte volte il mio “ricevente generico” è una persona che legge libri contemporanei, ancora protetti da copyright, per i quali esiste solo una e un’unica traduzione ufficiale, lavorata dall’editore italiano ufficiale di quell’autore o di quel libro…

Per capirsi:

non esistono “tante” traduzioni dei romanzi di Stephen King, ma solo quelle effettuate, il più delle volte, da Tullio Dobner (che è morto nel 2018), a cui poi sono succeduti pochi altri (per esempio, Luca Briasco)…

non esistono “tante” traduzioni di Harry Potter, ma solo quelle che Rowling ha contrattato con Salani (casa editrice nata a Firenze nel 1862 ma già dal 1987 controllata dal grande editore Mario Spagnol, poi dai suoi discendenti, che la rendono una casa più milanese che fiorentina), traduzioni curate da Serena Daniele e Daniela Gamba e condotte da Marina Astrologo e Beatrice Masini (per L’Ordine della Fenice, Masini fu affiancata da Valentina Daniele e Angela Ragusa)…

non esistono “tante” traduzioni del Signore degli Anelli
nel 1965, il vecchio editore romano Mario Ubaldini (con la consociata Astrolabio) fece condurre una traduzione della Compagnia dell’anello e delle Due torri alla contessina Vittoria (detta Vicky) Alliata di Villafranca, allora neanche 15enne: si vocifera che tutto quanto, dai nomi da usare al tono da impiegare ai versi da orchestrare, fosse *tutto quanto* concordato con Tolkien, con cui la piccola Alliata comunicava solo tramite Ubaldini, poiché Tolkien non permetteva che una donna “estranea” avesse mai contatti con lui…
Ubaldini fece uscire La compagnia dell’anello nel 1967… ma non vendette niente!
Quindi Ubaldini cedette i diritti a Edilio Rusconi (da poco, dal 1969, Rusconi aveva deciso di mettersi in proprio, con una casa editrice sua, e di distaccarsi dallo storico socio, Pietro Paolazzi, con cui aveva cominciato a fare l’editore nel 1954), che commissionò, ancora con l’accordo di Tolkien, Il ritorno del re alla contessina Alliata, ma non fece uscire la di lei traduzione così com’era: la fece rivedere dal germanista Quirino Principe, non si sa quanto in accordo con Tolkien…
Alliata sembra collocare la revisione di Principe dopo la morte di Tolkien (che muore nel 1973: solo allora la Adelphi di Milano traduce anche Lo Hobbit, a cura di Elena Jeronimidis Conte, e Lo Hobbit era del 1937!), ma evidentemente si ricorda male poiché, nella sistemazione di Principe, Rusconi fa uscire tutto Il signore degli anelli già nel 1970…
ed è in quella sistemazione che Il signore degli anelli diventa best seller
Nel 2003, sull’onda del successo dei film, che seguono una loro versione attuata da Francesco Vairano, la risistemazione di Principe viene leggermente revisionata da Bompiani (a cui, intanto, già dal 2000, Rusconi aveva ceduto molti diritti, di Tokien come di altre collane varie)… e solo nel 2019 è apparsa una traduzione completamente nuova, affidata da Bompiani (adesso etichetta Giunti) a Ottavio Fatica…

RIPRESA

perciò parlare di una traduttrice, nel panorama che vivo io, è un po’ come parlare degli stessi editori (gente che sfugge alla maggior parte dei lettori di narrativa contemporanea), o di giornalisti di carta stampata: magari sai chi sono, ma non li “percepisci” davvero…

DIGRESSIONE 2: IO E PIA PERA

io stesso ho letto ben due traduzioni di Pia Pera senza che lei mi sia rimasta particolarmente a cuore…

era sua la traduzione che ho letto dell’Eroe del nostro tempo di Lérmontov… lei l’aveva condotta nel 1996 per Frassinelli, quando gli originari fondatori della casa editrice, che la istituirono a Segrate nel 1931, avevano da tanto lasciato l’impresa prima ad Adelphi, poi a Sperling & Kupfer, e quando questa (la Sperling & Kupfer) era già “maglia” di Mondadori…
È infatti in una stampa degli Oscar Mondadori che io leggo l’Eroe del nostro tempo, digitalizzato Kindle nel 2015…
solo per caso ho comperato Mondadori invece di Garzanti o Rizzoli o Einaudi…
era una traduzione carina, che probabilmente scelsi perché Pera ha mantenuto scritti gli accenti, fondamentali per la corretta pronuncia…

ho sfogliato la sua traduzione in versi sciolti di Evgénij Onégin di Púškin, condotta per la Marsilio di Venezia nel 1996… e mi piacque poco perché, quando la ebbi tra le mani, avevo troppo nelle “orecchie” i tentativi di rendere la rima effettuati da Ettore Lo Gatto nel 1937 (quando Lo Gatto versificò la sua traduzione in prosa del romanzo effettuata già nel 1923) ed ero troppo ammirato dall’efficacia e dagli eccezionali paratesti (saggi introduttivi e formidabile commento) offerti dalla traduzione in prosa evocativa di Eridano Bazzarelli (Milano, Rizzoli, 1960, che io lessi in una ristampa o del 2000 o proprio del ’96 che riproduceva la traduzione arricchendola di un commento davvero amplissimo nel quale Bazzarelli andava ben al di là del commento originario del ’60)… quella di Pera mi piacque poco perché, di nuovo quando la ebbi in mano, ero molto arrabbiato con il mercato librario italiano poiché non sembravano più rintracciabili facilmente le traduzioni in versi rimati appunto di Lo Gatto (nonostante la versione del ’37 fosse stata ristampata tante volte da tanti editori) e di Giovanni Giudici e Giovanna Spendel (per Garzanti, 1975 poi aggiornata nell”84), mentre invece esondava in libreria quella di Pera (l’unica in versi disponibile allora: quella di Lo Gatto del ’37 oggi è facilmente comperabile nella ristampa della Quodlibet di Macerata del 2008; quella di Giudici ancora rimane quasi nascosta nel catalogo Garzanti; la versione in prosa di Bazzarelli è invece inossidabile, riproposta in tutte le salse da Rizzoli dal 1985 in poi)… [di Evgénij Onégin esiste anche una versione metrica di Giuseppe Cassone, stampata da Zammit a Noto nel 1906; e una versione circolante online, autopubblicata, con volenteroso testo a fronte, da Fiornando Gabbrielli nel 2006]

RI-RIPRESA

È di quella foggia di libretto celebrativo che, attraverso la memoria degli amici defunti, vorrebbe descrivere “particolarità esemplari”… cioè vorrebbe che la celebrazione di quelle vite perdute potesse servire da “esorcismo” del lutto per tutti quanti…
Non si può dire che la cosa non funzioni, ma che i due oggetti del lutto siano due personalità dell’intellighenzia editoriale e scrittoria del localistico mercato librario italiano non aiuta affatto, perché molte volte la sacrosanta riflessione sul lutto si perde un pochino nella rievocazione di un ambiente, quello editoriale italiano, a cui si strizza l’occhio ma di cui un lettore normale, come posso essere io, non sa un accidente di niente…
Finisce che, in neanche 130 pagine, ci sono tantissime aree di perplessità su chi sia l’effettivo destinatario dell’operazione: alle volte il destinatario non sembra il lettore ma sembra che il libro parli a quegli editori che hanno marginalizzato Pera e Carbone, oggetto di certe frecciatine che, ai lettori, non dicono proprio un bel niente…
Era forse meglio fare una semplice storia di sconosciuti: sarebbe stata priva di fronzoletti incomprensibili…
Non solo: sarebbe stata priva dei riassunti delle opere di Pera e Carbone, che sono descritte più come in uno spot che in un testo di largo consumo “narrativo”…

C’è anche il problema che, spesso, Trevi, nel fare dei suoi amici un exemplum di accettazione del lutto, cade nel fare solo e soltanto accettazione del *suo proprio* lutto…
E il libro finisce per essere una auto-psicanalisi sul personale raggiungimento di Trevi dell’Acceptance, il famoso 5th stage of grief
…la cosa non guasta tanto, ma allora ancora di più i riassuntini di Evgénij Onégin, dei romanzi di Carbone e dell’Eroe del nostro tempo ci incastrano poco…

In definitiva, inoltre, Trevi l’Acceptance manco sembra raggiungerlo!
Come molti scrittori italiani odierni, Trevi sembra alla fin fine non riuscire a comprendere il mondo, la vita, la morte, e tenta di elaborarli parlandone, verbalizzandoli, psicanalizzandosi, ma senza riuscire a concludere granché, proprio perché mondo, vita e morte competono a quell’accezione di senso dell’esistenza di cui nessuno potrà mai capire un cacchio, tanto che, proprio nel tentativo di comprensione di quel senso è nata quell’idiozia che è la religione…
Finisce che Due vite boccheggia in tentativi di verbalizzare lutto e morte (e quelli di Pera e Carbone sono anche tipi di morte che vorrebbero essere “onnicomprensivi” del nonsense, cioè una morte accidentale improvvisa, quella di Carbone, che è durata un attimo, e una morte naturale, per malattia degenerativa, quella di Pera, che è durata anni, lentissima: una morte che non ci si aspettava ma è arrivata subito e una morte che si aspetta da un momento all’altro ma che poi ad arrivare ci mette anni!), cercando in chissà quali modi di “irreggimentarli” nel ricordo, nell’exemplum, nel rendiconto di ciò che è stato, e sfociando nel semplice nulla di fatto di quello che, parlando parlando, alla fine non ha concluso nulla, e non conclude nulla perché l’obiettivo che si è prefissato è un po’ “grandino”: come si fa a capire la morte? non si può! e tentare malamente di farlo con luoghi comuni del lutto idioti, con fatalismo (Due vite è pieno di «mi sogno i miei amici che mi spiegano *perché* ma al risveglio non mi ricordo la spiegazione», o di «in quella notte del ’74, quando a Rocco andò di traverso il whiskey capii che sarebbe morto nel 2006!» e altre pottate), oppure con discorsetti triviali e comuni sulla morte, quelli che si fanno tutti quanti ai funerali, è davvero bene?…

Magari per Trevi questo libro è stato utile, perché gli ha permesso di mettere su carta il suo dispiacere, di togliersi i sassolini dalle scarpe con gli editori cattivi, di buttare giù i suoi arrovellamenti sul non aver capito un cacchio del mondo…
Ma a noi altri, che magari già siamo consapevoli di non capirci un cacchio, le elucubrazioni di Trevi interessano meno, o interessano a tratti…
…un po’ di più quando appunto “ricordano” (è sempre carino sentire le esperienze di chi che sia)…
…un po’ di meno quando parlano troppo del sé:
credo che a nessuno interessi granché se a Trevi piace di più la campagna o la città, ma lui ha tenuto a includere tale riflessione nelle elucubrazioni di Due vite;
e non credo che a taluni interessi davvero quello che Trevi pensa di certo nichilismo brutale, cinico e materialista: sembra che Trevi si compiaccia di non dare peso a niente, anche se è lì a piangere della morte di due amici: se sei così cinico come mai sei lì a disperarti dei tuoi amici morti? Magari sei come tutti, ma esprimere di essere come tutti abbisogna davvero della scrittura di un libro?

Magari Due vite poteva riuscire meglio se si declinava in una storia di fiction, se a morire erano personaggi e se personaggio si faceva anche Trevi, invece di fare questa via di mezzo tra

  • saggetto critico su Carbone e Pera,
  • rendicontazione delle mancanze dell’editoria italiana,
  • lavorìo inconcludente sul nonsense dell’esistenza, un nonsense con cui hanno avuto a che fare ben altri saggi e intelletti, che non hanno “risolto” ma ci hanno appunto fornito di storie che su quel nonsense *riflettono* proprio senza cercare di risolverlo…

…perché risolverlo è impossibile, e Trevi sembra rammaricarsene, e poi sembra anche sottintendere che la scrittura non è sufficiente neanche a rammaricarsene!
…e viene da chiedersi: ma allora cosa hai scritto a fare!?
Magari hai scritto solo per te stesso, e ok, ma a noi, poveracci che ti si legge, che ci deve rimanere?

Invece forse qualcosa ci rimane… poiché tutti quanti, quando si parla di lutti, si ha bisogno di palliativi e di sentire che «mal comune mezzo gaudio»: una sensazione che Trevi regala a mille…

ma rimangono domande e rammarichi vari di non stare leggendo una storia, ma di stare assistendo al dolore di qualcuno che non si conosce, che fa innuendo a cose che non si conoscono (la situazione editoriale italiana) e di cui poco, in qualche modo, ci «interessa» davvero…
…poiché morire, purtroppo, si muore tutti… e si piange già tutti…
e tutti quanti si arriva alle “conclusioni inconcludenti” di Trevi…
…sicché, sì, le inconclusioni di Trevi “servono” come piccolo ed ennesimo exemplum della caducità dell’essere umano, e daranno conforto a molti…
…ma magari non a tutti…

fare una vicenda “fittizia” di lutto, forse sarebbe, per me, stato più efficace…

oppure sarebbe stato meno fanfalucante fare qualcosa simile a Piccolo Buddha

e sulle frecciatine editoriali ficca di più quella sciocchezzina leggera di Antonio Manzini

4 risposte a "«Due vite» di Emanuele Trevi"

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  1. interessante l’excursus sulle varie traduzioni
    ma non credo leggerò mai questo libro, mi sembra tanto inutile, wikipedia dà più info da quello che ho capito

  2. A me Due vite è piaciuto molto, non l’ho trovato autoreferenziale o furbo, è un uomo che ricorda due amici e la propria giovinezza insieme a loro… Non è questione di info, come dice Austin, ma di un’esperienza, un ricordo, degli affetti. Non ho letto nulla di Rocco Carbone, ma conosco Pia Pera, è una scrittrice delicata e profonda

    1. Evviva!
      A me ha fatto l’effetto che Van Dyck faceva a Roberto Longhi!… ok, Longhi non capiva Van Dyck, non sapeva leggerlo e sbaglia esegesi: Van Dyck non è certamente il naturalista realistico che dice Longhi, ma l’effetto è quello: cioè che il lutto è di tutti… per cui sì, è bello, ma non a tutti piace vedere la cartolina del proprio paese…

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