«Tosca» “straordinaria” per gli 85 anni di Mehta al Maggio fiorentino

È stata annunciata con solo una 20ina di giorni di preavviso…
Cast di stelle di grido: Meli, Hernández, Salsi…
Forma di concerto…
Giorno lavorativo…
19 di sera…

Una data “impossibile” per chiunque dica di “lavorare”…
…per fortuna non per me che il mercoledì ho la mattina!

…e, ovviamente, c’è la componente che osserviamo ogni volta quando ultimamente (da quando è arrivato Alexander Pereira alla fine del 2019) parliamo del Maggio Musicale Fiorentino: il prezzo…
…la solita soglia minima dei 50 euro per gli ordini di posti che in un teatro normale svenderebbero a 10…

Come è successo anche per l’ultimo spettacolo da me visto al Maggio (il Ballo in Maschera in Cavea), Firenze ha salutato questo tipo di produzione (tutta basata sull’hype a uso e consumo del melomane più incallito che si alza dalla poltrona dalla quale ascolta i dischi solo e soltanto per i divi più mainstream, e sulla ghiottoneria di chi, in pratica, “non lavora”) con una giornata delle più disagevoli possibili: mattina piena di acqua piovosa scrosciante, pomeriggio con un sole che spacca le pietre, e, ovviamente, al momento di avvicinarsi al teatro nel tardo pomeriggio, di nuovo diluvio con abbassamento brusco, improvviso e fastidioso della temperatura, scioccante considerato il caldo di pochi minuti prima!

Entrando in teatro ci si accorge che il posto pagato oro ma valevole piombo in tempi normali, in tempi di COVID vale anche meno, poiché per garantire il distanziamento degli orchestrali c’è stato un avanzamento dello spazio scenico che ha posto il podio, già poco visibile prima, del tutto fuori da qualsiasi portata d’occhio: solo sporgendosi molto si riusciva a intravedere

Il prezzo e il nullo preavviso (e non so se ha contribuito anche il meteo) hanno fatto sì che il teatro fosse ben lungi dall’essere sold out, e con una popolazione di melomani chiamiamoli di lungo (lunghissimo) corso: quelli che possono essere considerati i veri e propri “loggionisti” del Maggio… era, quindi, quasi più una serata da club privée di un club settecentesco che una serata di un teatro riaperto dopo più di un anno: serata in cui mi sono sentito un po’ un pesce fuor d’acqua…

LE TANTE TOSCHE DI MEHTA

Di Tosca dovremmo riparlare, e già qualcosa si è detto per la prima della Scala del 2019, illuminata dalla presenza di ben due membri del cast (Meli e Salsi) presenti a Firenze (e nelle performance successive alla prima del 7 dicembre 2019, alla Scala, ad alternarsi con Anna Netrebko c’era proprio Saioa Hernández, protagonista della première dell’anno precedente, l’Attila di Verdi)…

E molto, in questo blog, si parla di Zubin Mehta…

Il rapporto con Mehta con Tosca è davvero di lunghissimo corso, e Mehta è anche un godurioso pucciniano, con all’attivo esaltanti letture di Turandot (nei 10 album) e della Fanciulla del West

Nella sua autobiografia, Mehta dice di amare molto Tosca, di considerarla l’opera più “compiuta” di Puccini, perché ha la forza di essere ambientata in Italia e non in mondi altri, lontani e mitici (dove invece sono ambientate le altre sue creazioni: Francia, Giappone, Cina, California, il Medioevo), e perché in essa Puccini sciorina un linguaggio action che gli fece trovare espedienti musicali che Mehta considera delle ottime evoluzioni dei risultati di Wagner (il compositore preferito di Mehta)… È Tosca che rende Mehta sicuro di quanto Puccini sarebbe riuscito, se fosse vissuto, a ottenere non solo in opere nuove dopo Turandot ma anche nella revisione delle opere più vecchie: ottenere qualcosa di davvero “miracoloso” che non si è verificato solo per “caso”…

Mehta affronta Tosca già negli anni di Montréal (1961-1967)…
…e la registra più volte… tra l’altro, moltissime volte l’ha registrata a Firenze!

Esiste un bootleg del gennaio 1968 al Metropolitan di New York con Régine Crespin, Gianni Raimondi e Gabriel Bacquier, molto poco diffuso…

Nell’agosto del 1972, alla Walthamstow Assembly Hall di Londra con la Philharmonia, Mehta incide Tosca per la RCA in un disco molto famoso, che i critici indicano come un momento di svolta della discografia dell’opera e come risultato più strong degli anni più industriali dell’opera in disco
benché dopo i risultati famosi di Karajan (a Vienna, con Decca, nel 1962), la versione di Mehta si avvaleva dei di poco precedenti esempi belli tosti di Prêtre (Parigi, EMI, 1965) e Maazel (Roma, Decca, 1966), ottimi ma ancora condotti con una logica dello star system (Prêtre incideva a contratto per i cantanti Callas e Bergonzi, Maazel per Nilsson e Corelli), per indicare una via interpretativa più narrativa che divistica, più attenta al risultato d’insieme che allo sfoggio solistico…
inoltre, proponeva un disco che fosse più opera che operazione di major, come invece continueranno, per esempio, a essere letture come quelle, pur ottime, di Colin Davis (Londra, Philips, 1976), la seconda lettura di Karajan (Berlino, DGG, 1979), le versioni di James Levine (Londra, EMI, 1980), Georg Solti (Londra, Decca, 1984), Michael Tilson Thomas (Budapest, Hungaroton e Sony, 1988) o Ali Rahbari (Bratislava, Naxos, 1990)…
una edizione che proponeva il disco come qualcosa di “artistico” più che di meramente “aziendale”: un aspetto che seguirono, almeno in Tosca, in pochi (per esempio Rostropovič [Parigi, DGG, 1976: Rostropovič e Višnevskaja erano appena espatriati dall’URSS, vedi White Nights], Bartoletti [per il film Unitel di Gianfranco De Bosio, 1976], poi Sinopoli [Londra, DGG, 1990] e Muti [Philadelphia, Philips, 1992])…
e l’idea di “sorpassare” le logiche di major per ottenere in disco qualcosa di diverso era uno scopo che Mehta perseguiva con forza in quegli anni…
nello stesso agosto ’72, Mehta registrava, ancora a Londra, la suddetta Turandot per Decca, scavalcando la logica di affidare quel cast (Pavarotti e Sutherland) a Bonynge, e pochi anni prima, nel 1970, ancora a Londra, aveva condotto un Trovatore, per RCA, anch’esso più “artistico” che “industriale” con lo stesso medesimo cast che dirige in Tosca (Domingo, Leontyne Price, Milnes)…

Nel 1985-’86, Mehta promosse una molto discussa Tosca a Firenze: nell’allestimento scenico, curato da Jonathan Miller, l’ambientazione non era la Roma papalina ottocentesca, ma la Germania nazista!
Un’idea non esaltante, e anche parecchio ovvia, se vogliamo, che però veniva dopo il Rigoletto ambientato in una famiglia mafiosa newyorkese proposto da Miller alla English National Opera di Londra nel 1982 (vedi qui), e quindi si rivelava la seconda regia attualizzante di Miller, stavolta in Italia e in italiano (il Rigoletto londinese fu eseguito in inglese), e con un direttore e orchestra blasonatissimi! Per altro Mehta si era appena insediato al Maggio come direttore principale (dopo la partenza di Riccardo Muti nel 1981 verso Philadelphia, la “sede” del Maggio era rimasta vacante, con Luciano Berio e Bruno Bartoletti a “dirigere” senza però avere contratti duraturi) e proponeva regie moderne con registi moderni: cosa che destò appassionati clamori…
Non mi risultano esserci testimonianze audio o video dell’allestimento (con Eva Marton, Giuseppe Giacomini e Silvano Carroli), ma esiste un documentario sulla sua lavorazione, curato da Vittorio Armentano per la RAI (era fino a poco tempo fa su YouTube)…
Fu una delle grandi regie shock di Firenze, dopo il Rigoletto di Jurij Ljubimov del 1984 (proposto dall'”interregno” di Berio/Bartoletti: Ljubimov lo volle Berio, ma le sue idee ebbero il veto di Bartoletti, Piero Cappuccilli ed Edita Gruberova: Bartoletti e Cappuccilli rinunciarono allo show; convinta da Berio, Gruberova accettò, pur schifando la messa in scena, di partecipare, proponendo come direttore Hans Graf e come baritono Georg Tichy [si dice anche che per restare volle Peter Dvorsky come tenore], ma parlando male della regia in tutte le interviste date: alla prima lo spettacolo fu fischiato e, secondo i racconti che ancora si fanno in proposito a Firenze, Ljubimov fece il gesto dell’ombrello al pubblico!)

L’11 e 12 giugno (o forse luglio) 1992, proprio col pretesto di Tosca, Mehta si lascia convincere a partecipare alla prima delle sue tante grosse operazioni mediatiche atte a far diventare l’opera un “oggetto” il più possibile di massa
Nonostante non sia mai stato avvezzo al cinema (durante tutti i suoi anni a Los Angeles [1962-1978] e New York [1978-1991], in cui ha frequentato divi e dive [pare che l’amicizia più franca ci sia stata con Billy Wilder e William Friedkin, regista che Mehta stesso convinse a passare alla regia d’opera, proprio a Firenze], si è sempre rifiutato di registrare colonne sonore, con le rarissime eccezioni della Rhapsody in Blue per il Manhattan di Allen nel 1979 [soundtrack con una lavorazione travagliata e ricca di aneddoti di cui un giorno dovremmo parlare], e di un disco che associava la musica di John Williams per Guerre stellari e Close Encounters of the Third Kind con The Planets di Holst [vedi Musiche ispirate alla luna] registrato alla Royce Hall della UCLA di Los Angeles nel 1977; inoltre, nonostante abbia avuto un lungo rapporto con Zeffirelli, non ha mai accettato di registrare le musiche per i suoi famosi filmopera [onere poi accolto, tra gli altri, da Prêtre, Levine e Maazel, con Maazel che si è anche lamentato!]), Mehta accetta di partecipare a una complessa rappresentazione di Tosca ideata dal magnate dei media (ma partito come documentarista) Andrea Andermann e dalla moglie Rada Rassimov, che vuole Tosca recitata e agita «nei luoghi e nelle ore di Tosca», a Roma, nella Chiesa di Sant’Andrea della Valle e a Palazzo Farnese nella tarda sera, e poi a Castel Sant’Angelo all’alba, con una troupe di telecamere esterna che riprenda i cantanti live mentre viene diffusa la musica eseguita in contemporanea negli studi RAI di Roma dall’Orchestra RAI romana [che, allora, nessuno sapeva avere davanti a sé solo altri due anni di vita: fu dismessa nel 1994 insieme alle orchestre RAI di Napoli e Milano onde organizzare un’unica orchestra RAI a Torino], garantendo la simultaneità con casse speciali, cuffie, e televisori che trasmettono il circuito chiuso con i gesti del direttore…
Una massa di multimedialità proibitiva che fu gestita da Giuseppe Patroni Griffi, Vittorio Storaro e Brian Large (Storaro ideò un complesso sistema di leggere steadicam, operate da Fabio Zamarion, e con queste propose diversi piani sequenza per evitare che più macchine si impallassero; Patroni Griffi sovrintese il tutto ma osservò molto di più la “recitazione” con Plácido Domingo, Catherine Malfitano e Ruggero Raimondi, e il décors del fido Aldo Terlizzi; Large, esperto, garantì la messa in onda live in TV in tutto il mondo) e che Mehta accettò come sfida personale…
Un’operazione complicata, difficile, che oggi, dopo 30 anni, dimostra una certa ingenuità, ma che allora destò meraviglia poiché, al di là di tutto (al di là della disagevole condizione dei cantanti “costretti” ad agire in sistemi non proprio esaltanti per la voce), proponeva un’idea mirabile di problem solving davvero eccezionale per un’epoca ancora non digitale: fu un vero e proprio kolossal della televisione analogica, con “ricette” visive e sonore forse non esaltanti, ma che davvero stupiscono per il loro grado di efficacia!
Andermann e Rassimov riproposero il format altre volte (ancora con Patroni Griffi con Traviata da Parigi, nel 2000; poi Patroni Griffi morì, nel 2005, e si trovò Marco Bellocchio per Rigoletto, nel 2010; poi Carlo Verdone con Cenerentola, nel 2012), con Mehta che partecipò di nuovo con gioia, anche con Bellocchio, ma poi lasciò Rossini a Gelmetti (anche Storaro, della partita per Traviata e Rigoletto, ha lasciato Cenerentola a Ennio Guarnieri; a non partecipare più a operazioni simili fu Brian Large, che lasciò il testimone a Pierre Cavassilas già da Traviata)…
Un Mehta che, dopo questa operazione (successiva ad altri due grossi boost di notorietà di massa avvenuti nel 1990, cioè il suo primo concerto di capodanno viennese e il primissimo concerto dei Tre Tenori dalle Terme di Caracalla), si riscoprì, alla soglia dei 60 anni, a suo agio in mondovisione, e quindi felice di dedicarsi (di nuovo, e stavolta con “consapevolezza”) ai Tre Tenori (nel 1994, vedi quanto detto a proposito di Levine) e ad altri fenomeni socio-mediatici, prima tra tutti la Turandot allestita da Zhang Yimou (allora ancora in gravi angustie col governo cinese a causa di Lanterne rosse) alla Città Proibita di Pechino nel 1998 (ripresa video di Hugo Käch: Yimou e Mehta avevano creato l’allestimento per il Maggio nel ’96, e Mehta coinvolgerà anche Chen Kaige in una Turandot, a Valencia, nel 2008)…

Sorprende vedere Mehta, colui che aveva lavorato per togliere il disco dall’impasse industriale e divistica nei ’70s, accettare, magari sulla scia della vertigine della TV, di incidere in disco, per la Sugar (già allora altalenante tra l’ambiente Universale e quello Warner), una Tosca con Andrea Bocelli!
Mehta fu, non si sa perché, uno dei più attivi della musica colta, a spalleggiare il fenomeno Bocelli in campo operistico, proprio quando i teatri e i direttori veri lo snobbavano: Riccardo Muti lo scacciò alla Scala e Giuseppe Sinopoli si rifiutò di incedere per Bocelli una Bohème
Invece Mehta, nel 1998, accolse Bocelli a Tel Aviv con un concertone “consacrante”, in occasione del quale lo elogiò pubblicamente come uno dei grandi tenori del tempo… Ancora a Tel Aviv, nel luglio ’99, Mehta accetta di incidere la Bohème rifiutata da Sinopoli (addirittura con Decca) e tra il 6 e il 13 marzo 2001, al Teatro Comunale di Firenze, con il Maggio Musicale Fiorentino, Mehta fissa per Bocelli una Tosca, con Fiorenza Cedolins e Carlo Guelfi…
Mehta guiderà Bocelli anche in una Turandot incisa a Valencia nel luglio 2014 (Decca)…
mah…
ascoltare oggi la Tosca di Mehta/Bocelli del 2001 ci fa trovare il Mehta post-1992, quello mediatico, e quello di solida routine, che è perdurato da allora fino al tumore del 2018…
giusto per rendicontare “come è andata a finire” dico che Bocelli, grazie al supporto di Mehta post-Tel Aviv, riesce a registrare anche, nell’ambito di work musicali completi in studio:
la Messa da Requiem di Verdi con Valerij Gergiev e il Mariinskij (fissata per Philips nella All Hallows Church di Londra nel luglio 2000);
un Trovatore (con Steven Mercurio e l’orchestra di un Bellini di Catania negli anni economicamente peggiori, proprio pochi mesi dopo la Tosca fiorentina, a settembre 2001);
un Werther (con Yves Abel e l’orchestra del Comunale di Bologna nel bolognese Auditorium Manzoni nel gennaio 2004);
un Roméo et Juliette di Gounod (con Fabio Luisi e il Carlo Felice di Genova nel 2012);
una Manon Lescaut a Valencia (con orchestra diretta da Plácido Domingo nel gennaio 2014, 6 mesi prima della Turandot con Mehta)..

C’è un bootleg audio anche dell’allestimento di Tosca che Mehta curò con Giorgio Barberio Corsetti a Firenze nel 2005, con Violeta Urmana, Marcus Haddock e Ruggero Raimondi…
la troupe della RAI di Rosaria Bronzetti seguì le prove nella serie Prima della prima, e io vidi dal vivo lo show al Teatro Comunale…
come Miller 20 anni prima, Barberio Corsetti, usando inserti video, ambienta Tosca negli anni ’30, durante il fascismo italiano…

IL MEHTA POST-2018

il rapporto di Mehta con Tosca è quindi consolidato, documentatissimo, frequentissimo!

scegliere Tosca come performance di compleanno, con divi a loro agio con Tosca, e freschi di Scala (l’istituzione che dà i brividi maggiori ai melomani), è stata una delle scelte più paracule che si potessero fare per acchiappare più ghiozzi possibile…

e il risultato come è stato?

Le prime uscite di Mehta dopo il tumore del 2018 erano davvero pessime, e arrivavano dopo il Mehta pre-tumore ingabbiato nella routine vista nel disco con Bocelli (e che in questo blog è ben documentata) scalfita solo da alcune operazioni “nuove” (i rari Strauss del 2010 e 2012, lo Janáček allestito con Friedkin nel 2012, il Rigoletto con Brockhaus nel 2015; fuori da Firenze, per fortuna, Mehta ha lasciato molte più tracce in riprese audio live ancora supersonicamente sbalorditive in quanto a estro, per esempio il Titano di Mahler da Syndey e Berlino degli anni intorno al 2014, l’Aida di Peter Stein dalla Scala nel 2015 o il concerto per pianoforte di Čajkovskij a Tel Aviv che ha consacrato Chat’ia Buniatišvili nel 2016)…
A dicembre 2020 ho visto un pessimo Mehta nell’Otello teletrasmesso dalla RAI… ma poi l’ho visto in ottima forma musicale nel gennaio 2021 in un bellissimo video live collected di Benedict Mirow messo in streaming dai Münchner Philharmoniker (catturato alla Philharmonie im Gasteig)…
sentendo che faceva Salome dalla Scala, a febbraio 2021, non sapevo cosa aspettarmi, se il direttore decotto dell’Otello o l’ancora energico concertatore di Monaco…
alla notizia di un suo nuovo malore alla Scala, che lasciava Salome a Chailly (l’abbiamo vista), il dubbio su quale Mehta aspettarsi per questa Tosca annunciata a sorpresa era quindi ancora tantissimo…

QUESTA TOSCA

La lettura di questa Tosca “straordinaria” è stata tutto sommato molto buona!

Il pessimo posto a sedere, tanto odiato, si è rivelato essere acusticamente sopraffino, quasi quanto era detestabile per la visione!
Si sentiva tutto perfettissimamente!…

…e, nell’en plain air della forma di concerto, si sentiva una massa sonora sgargiante, massosa, pimpante e lussureggiante, come nessun disco e nessun “golfo mistico” mi hanno mai fatto davvero sentire…

mi sono goduto tutti i numerosi pieni d’orchestra concessi in una concertazione fuori dal comune, che ha esaltato tutte le giochesse timbriche e tutti gli espedienti inusuali di Puccini!

una performance di puro suono davvero eccellente!

…ma una performance anche turbata da una diffusa sprecisione: solo il 50% degli attacchi è stato davvero insieme, e la cosa è stata evidente soprattutto nel famoso incipit e nel finale I, sporcato dalla campana grande, dietro le quinte, che è entrata fuori ritmo già al suo primo rintocco e che ha ritrovato il metro solo dopo molti rintocchi…
il gesto di Mehta, ancora buono, ma ben lungi dall’essere preciso ormai da molti anni (almeno dai 2010s), si vedeva dare grattacapi immensi al primo violino Domenico Pierini…

ma quello che io paventavo di più era la probabile condotta da routinier di Mehta a livello di interpretazione… una routine che si è abbastanza presentata nel primo e nel terzo atto, dove alcuni pezzetti sono stati un pochino mortificati nella verve narrativa (lo scoppio del primo cannone e la susseguente cantoria, così come il momento della morte di Cavaradossi, sono stati un po’ debolini e lenteggianti), ma si è volatilizzata in un bellissimo secondo atto, in cui si vedeva Mehta davvero divertirsi a dare all’orchestra il tono tragico delle torture e dei sadismi di Scarpia e impegnato nel dettare tempi d’esecuzione fantasticissimi di pathos!

Luca Salsi è nato per fare Scarpia: truce, sbrigativo, corposo e dalla dizione recitativa chiarissima…
data la forma di concerto non ha però tentato nulla di ciò che si può definire studio del personaggio… è stato, quindi, uno Scarpia come mille altri… ma vabbè!

Saioa Hernández è una Tosca spettacolare: bellissima, dalla voce potente e statuaria, marmorea, quando serve dolorosa, forse un po’ poco “amorosa”, ma ottimamente “gelosa”: mi aspettavo da lei il massimo!
E il massimo è effettivamente arrivato a livello vocale, ma la forma di concerto l’ha privata della forse necessaria partecipazione attorico-emotiva, ed è quindi risultata stupenda ma un po’ distaccata…

La forma di concerto è invece il terreno d’elezione per Francesco Meli: autore di un Cavaradossi smorto, del tutto antiscenico e completamente “scatola sonora” già alla Scala, qui, di per sé senza scena, e con solo i gorgheggi e i fil di voce da sfoggiare a favore di pubblico, è stato effettivamente strepitoso…
Ha perfino concesso il bis a E lucevan le stelle!
Dovrei controllare ma nella recorded history mi sembra di ricordare che, in Tosca a Firenze, fu concesso il bis dalla povera Daniela Dessì nel 2008 e prima occorre andare al bis di Renata Tebaldi nel 1956!
Meli, quindi, ha fatto effettiva Storia

Alla fine della performance, quando quasi tutti, ancora ignari della proroga del coprifuoco dalle 22 alle 23, si stavano apprestando ad andarsene, sono comparsi Pereira e addirittura Nardella a fare gli auguri a Mehta (che già aveva preso, nel teatro semivuoto, minuti e minuti di applausi sul suo podio fiorentino griffato ZM), a regalargli una lettera autografa di Brahms (comprata da Nardella), e a proiettare un montaggino di 7-8 minuti con una paratassi di alcuni video della sua lunghissima carriera…
e neanche dopo il film la serata è finita, perché Pereira ha fatto entrare un vassoio con una torta al cioccolato, di cui Mehta è ghiotto, annunciando che, nell’uscire, il pubblico avrebbe trovato la stessa torta, servita da stewart pasticceri appositi, appena fuori dal teatro…

Naturalmente la pioggia, pur cessata, aveva rinfrescato il clima e lasciato turpi pozzanghere, sicché gustare la torta cercando di evitare assembramenti e di evitare di bagnarsi o di prendere freddo è stato assai arduo!

IL RITORNO DELLO STAR-SYSTEM

Lo spettacolo musicale è stato piacevolissimo, condotto con una grande maestria e una gioia sonora fantastici, il cui entusiasmo ha sorpassato la sprecisione…

è stato però uno spettacolo da club privée, con dolci offerti, ma pubblico chiamato con zero preavviso, quasi come se si chiamassero amici invece che avventori e quindi con teatro vuoto; inoltre, uno spettacolo con divi esposti come figurine lussuose che cantano per atletismo invece che per azione

la cosa non è brutta di per sé, ma fa riflettere su come si torna a vedere l’opera lirica, cioè come un qualcosa di “privato”, per ricconi, prodotta da uno star system che non garantisce “artisticità” ma solo tecnica…
…ma non si era arrivati a dire, dopo tanti anni, che lo star system e i ricconi erano, proprio loro, stati la rovina dell’opera?

mah… si vedrà…

peccato perché, invece, la forma di concerto è una modalità di fruizione che si dovrebbe riscoprire, non solo per pochi intimi!

Noto con più interesse il modo di Pereira di condurre accordi con sponsor privati…
la serata era sponsorizzata

  • da una casa farmaceutica, che distribuiva, mediante il personale di sala, uno spray pulisci-naso
  • e da una ditta tessile che accludeva un suo astuccio di stoffa all’acquisto del libretto…

sono cose che all’estero funzionano: chissà se funzioneranno anche a Firenze…

4 risposte a "«Tosca» “straordinaria” per gli 85 anni di Mehta al Maggio fiorentino"

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  1. Resto dell’idea che l’opera è fatta per essere rappresentata come spettacolo, in tutti i suoi aspetti, ma i veri capolavori non perdono nulla della loro forza anche in forma di concerto

    1. Nutro sempre molta ammirazione per chi esprime con convinzione le sue idee estetiche sulla “forma effettiva” di certe espressioni artistiche!

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