Nomadland

Lessi una critica molto pesante nei confronti di Cafarnao: diceva che era un film ricattante: ti doveva piacere per forza perché parlava di vittime minorenni della guerra e dell’odio, e siccome ti doveva piacere per forza allora non potevi dire che era uno strazio e allora era un film paraculo e quindi era da condannare…

Quella critica adesso io la rovescio su Nomadland, osservando, però, che Cafarnao, a quella trama ricattante, affiancava anche un discorso cinematografico degno di nota, che coinvolgeva la dicotomia tra scopofilia e scopofobia dell’essere umano per farne metafora del rifiuto (scopofobo) dell’Occidente di guardare (atto scopofilo) e reagire a quello che lui stesso provoca con le sue continue guerre e i suoi continui isterismi religiosi…

Nomadland non ha nulla del discorso cinematografico di Cafarnao e le sue immagini sono un campionario di effettivo ricatto emotivo: sono immagini fasulle, fatte apposta per suscitare reazioni pavloviane, sono immagini paracule, furbe, sicure di fare effetto lermoyante in tutti quanti…

L’antigrafo, per gli abituati agli Avengers, dovrebbe essere lo sguardo orientale attonito sul mondo, una cosa dalle parti, che ne so, di Jia Zhangke… ma se si ha davvero presente Jia Zhangke si scopre che quello di Nomadland sta allo sguardo di Jia Zhangke (o a quello di Hou Hsiao-hsien o del più grezzo Shinji Aoyama per ampliare di più sull’orientale) come La tigre e il dragone (di Ang Lee, 2000) sta ai veri film di arti marziali di Hong Kong…

Mi spiego:
Nomadland è la versione istituzionalizzata, banalizzata e schiacciata col pesta-carne dello sguardo orientale attonito sul mondo…

Chloé Zhao si dimostra artificiosa, oleografica, fasulla, pretenziosa, fatta apposta, callida, sorniona, volpesca (in senso medievale)…
sa di acchiappare il suo target (quello della Fox Searchlight oggi branca Disney) con tutti gli specchietti per le allodole possibili!

  • i suoi primi piani (soprattutto nel racconto delle rondini di Swankie, o su Strathairn con in collo il bambino) apposti proprio là dove cade meglio l’espressione costruita del personaggio sono fatti apposta per sembrare giornalistici, spiosi e autentici, ma si rivelano subito fabbricati, fatti apposta, furbi, fatti proprio per piacerti, fatti per suscitarti, con dolo, la lacrimuccia, il sospirino, l’angustia…
  • il suo inseguire Frances McDormand, senza mai lasciarsi andare né a sogni né a immagini mentali, è condotto con carrellate che sembrano sempre “cronaca” ma si rivelano essere fatti apposta per sembrare cronaca, poiché si notano tutti i sotterfugi e i mezzucci della voluta finzione, finzione che malamente si vuole nascondere per dire che Nomadland è un film giornalistico… è una macchina che dice di non avvicinarsi mentre si avvicina, che rassicura di non esserci mentre c’è eccome, che fa la guardinga come se non c’entrasse niente mentre invece è lei che racconta: è una macchina che, come Daniel Defoe, ha la presunzione di non raccontare mentre racconta nel peggiore dei modi: è una macchina ipocrita e falsaria, spuria e dolosa: sa benissimo di mentire ma si comporta come se non lo facesse!
  • i suoi shots naturalistici sembrano innocenti e poetici, ma sotto sotto ci si vede la sciatteria dei poster turistici, dei pieghevoli di promozione delle spa (le cose che si dicevano in Arrival): shots sempre centrati, crinolinosi di effettini: confrontati con qualsiasi altra grana visiva (tipo Christopher Doyle, senza scomodare il Lubezki di Malick) si smascherano come immagini da vendere più che da vedere…
  • produce scenette atte precipuamente per scatizzolare certe vene al di là del raziocinio, e difatti sono scenette fomentate dalla pallosità delle musichine, già paracule di loro, di Ludovico Einaudi (là dove sia Jia Zhangke sia Nadine Labaki sono molto più coerentemente prive di commento musicale: se vuoi fare il giornalistico quello devi fare!)…

In questo panorama visivo, di tremenda grettezza, si inanella lo strazio molto hoollywoodiano (o anche nostrano, visto In tempo di guerra di Concita De Gregorio) di confondere pubblico e privato senza effettivamente ibridarli, e di imputridire psicologico e sociale senza discernimento…

Come, per quel demente di Damien Chazelle, tutta la conquista della luna era solo un affare privato di elaborazione del lutto di un tale qualsiasi (vedi First man: una delle cose più atroci che abbia mai visto), per Nomadland la questione dello schiavismo capitalistico non è res publica, non è qualcosa di sociale, è solo qualcosa di privato: non riguarda tutti, ma solo una persona e i suoi personali drammi, di nuovo, di elaborazione del lutto… come se tutti gli Stati Uniti d’America siano lì a non riuscire a farsene una ragione del fatto che si muoia (e anche questa è una cosa che tocca anche noi altri, visto il disastro della Corrispondenza di Tornatore: in Biancalana e i sette gnomi, parte II)…
La tragedia di vivere in sinergia con un’entità capitalistica che dispone della tua vita (come dice anche Dark Waters) è “stemperato” dai drammi personali, quasi dicendo «mica è colpa delle multinazionali se esse sfruttano i malati, gli ignoranti e gli affetti da patologie psico-sociali o personali: sono i malati coglioni che si fanno sfruttare e non solo! sono i malati coglioni che ci stanno anche bene a farsi sfruttare! perché tanto è meglio farsi sfruttare piuttosto che vivere davvero in una società complessa o accettare che la gente muoia! La multinazionale passa di lì a dare lavoro a questi disperati, alimentando le loro patologie, solo per caso!»

Questo discorso “politico” complicato, richiedente diverse rese, anche visive, alla complessità, o anche un abbandonarsi al puro “nulla” del nichilismo encefalico (ancora Malick: quei film in cui è il non capirci niente che esprime perfettamente la complicatezza di un mondo incomprensibile: cose comuni anche a Miyazaki, come si è più volte detto anche in La torre), in Nomadland svalvola nel vacuo e nella furbizia di voler piacere a tutti i benpensanti, con la critica a taluni che va braccetto con la blandizie degli altri in pieno stile grillino se non direttamente trumpiano (McDormand ci mette un attimo a dare la colpa ai capitalisti dell’immobile che hanno prodotto la crisi del 2008, ma la stessa McDormand non ha mai trovato nulla da ridire di vivere nel container di un’azienda privata! tra l’altro usando la patologia dell’elaborazione del lutto come scusa per idealizzare quell’azienda privata! oddio che strazio!)…
discorso politico che svalvola anche nella non compattezza, e nella fasulla e menzognera voglia di documentarismo spicciolo…
il dramma sociale lo si percepisce solo parcellizzato in una pletora di contingenze particolari, privatissime, che sono sicure di essere “parti che compongono un tutto”, ma che invece rimangono slegate, ridondanti, e perfino scorbuticamente pleonastiche…
il lutto di McDormand, il lutto del Babbo Natale dei camper, il lutto di Swankie: tutti lutti uguali, sempre quelli, ripresi con quella furbacchiona macchina che ti strizza l’occhio dicendoti «è vero quello che inquadro» mentre te lo inquadra nel modo più finto possibile!
e quelle strizzate d’occhio fatte apposta per dirti «lo vedi? io ti inquadro il dramma sociale di tutti» quando invece non sta che elencando disagi che sono solo e soltanto di quelli che li raccontano fanno tanto metodo Del Debbio, il metodo di andare in una piazza, fomentata ed emozionata dalle telecamere e dalle domande sibilline, inquadrare le rabbie dei fasci, dei razzisti, e dei deficienti, e poi spacciare il girato come “documento”, come “testimonianza” del “sentimento” della gente, come se la gente fosse solo e soltanto quella della piazza o quella inquadrata, come se quella parte dovesse davvero essere sovrapposta o addirittura scambiata col tutto

per me è insopportabile

se almeno ci fosse stata la sincerità dello smarrimento della macchina da presa, o l’inclusione dell’indicibile o del lavoro palesante la questione filmica, allora le cose sarebbero andare un po’ meglio…
per capirsi, se nei primi piani dei personaggi piagnoni ci fosse stata traccia di ripresa, come gli stacchi del montaggio di Diego “Zoro” Bianchi o come gli spunti pittorici di Lubezki, o le implicazioni metanarrative di Malick, o la fissità indicibile di Zhangke, o anche il sentore di qualcuno non raccontato (che ne so, se ci fosse stato un personaggio solo intravisto e non falsificato dalle immagini: immagini che, fittiziamente, hanno la menzogna di dirsi inattive quando invece vanno a rompere i coglioni e fare la paternale perfino al barbone dell’accendino!) allora Nomadland avrebbe avuto un senso…

Così, invece, cioè così fasullo e mentitore, Nomadland cade nell’esperienza duodenale, nel banale del privato, nella ripresa dell’ovvio, senza dire niente, senza far riflettere su nulla…

alla fine, Nomadland è come un documentario di Luciano Ligabue (soprattutto Niente paura) o di Walter Veltroni, che almeno si sa essere operazioni paratelevisive con statuto “fittizio” risaputo, e non si mascherano malamente da filmoni da Oscar…

Noto, en passant, essere stato il primo film da me visto dopo Palm Springs
…e che è solo il secondo film della mandata oscarosa che vedo dopo Promising Young Woman
…che non vedo come mai Frances McDormand debba essere così vicina al record di statuette di Katharine Hepburn (vicina quando Meryl Streep), pur considerando ottimo il suo lavoro (già che c’erano potevano dare qualcosa anche a Strathairn)…
…che l’ho visto nel mio cinemino di fiducia (il Portico), che porta avanti la benemerita iniziativa di proiettare film in lingua originale…
…che ho visto tanta gente in sala, per fortuna, anche se l’ho trovata molto più disabituata di prima a una visione collettiva: gente ritardataria e spesso commentante, anche se poteva certamente andare peggio!

di Nomadland ha parlato bene Sam Simon

16 risposte a "Nomadland"

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    1. Io l’ho sempre rispettata, ma idolatrarla così, mah, mi suscita perplessità (come me la suscitano, ogni volta, i riconoscimenti a Jennifer Lawrence e Saoirse Ronan gemellati con lo snobbamento sistematico per Glenn Close e Amy Adams: cercare una logica nei premi è, lo si conferma ogni volta, risibile)

  1. Ti voglio bello carico per il film che la Zhao dirigerà per il Marvel Cinematic Universe. 😁
    Della regista ho visto solo “The Rider”, l’ho trovato godibile. Probabilmente era piacione pure quello, ma non mi è dispiaciuto.

  2. Io volevo vederlo solo per Frances McDormand ma mi hai fatto passare la voglia :) comunque m’incuriosisce il libro di cui ho letto bei commenti. Io questa cosa “siccome ti doveva piacere per forza allora non potevi dire che era uno strazio e allora era un film paraculo e quindi era da condannare” l’ho pensata dopo aver visto Parasite.

    1. Eh, povero “Parasite”, capisco…
      Quel pericolo l’ho colto parecchio anche io in “Parasite”, la cui fattura visiva, però, e la sua conclusione nell’immaginato, hanno concorso nel riscattarlo…

  3. Avevo sentito parlare benissimo di”Parasite”, l’ho visto e non mi è piaciuto. La scorsa settimana ho sentito parlare di “Nomadland” e ho deciso di non vederlo.

    1. Tanti pentiti di “Parasite”, ahi!
      Forse ha proprio contribuito l’esagerazione di premiarlo troppo… [l’Oscar sia al film “normale” sia al film “straniero” è stato un po’ eccessivo]

      1. Non so perché gli abbiano dato tutti ‘sti premi. Io non amo quale genere di cinema, l’ho guardato proprio perché ne avevano parlato benissino e ho voluto dargli una possibilità.

      2. A mio avviso, “Parasite” ha molti più argomenti visivo-cinematografici rispetto a “Nomadland”, ma capisco che la sua nerborutezza spiazzi e allontani da quello che vuole essere il suo messaggio…

  4. Già non avevo voglia di vederlo, in più la Mc Dormand (indiscutibilmente bravissima) mi sta sullo stomaco…
    Però mi piace Strathairn. Ci penserò ancora un po’ :-)

  5. Certo che non vai per il sottile! A me invece Nomadland è piaciuto, non è un film di denuncia politica, non devi cercarci questo: è molto basato sul libro, che avevo letto e mi era piaciuto molto, in cui la giornalista Jessica Bruder fa un’inchiesta su questi nomadi moderni. Puoi non condividere la loro filosofia, ma questo è.

    1. Succede, forse, come la trasposizione cinematografica del “Profumo” di Süsskind: chi aveva letto il libro apprezzò il film, chi non lo aveva letto lo giudicò bruttissimo!

      Quello di cui parlo io è certamente una notarella “trumpiana” che magari non c’è nel libro ma che colgo a mille nelle immagini paracule di odiosa finzione proprio quando si professano sontuosa “verità”… Una critica del tutto cinematografica che non c’entra nulla col soggetto, sul quale, sì, forse, se leggerò il libro, potrò cambiare idea…

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