«Sembrava bellezza» di Teresa Ciabatti

Non sarò obiettivo perché questo libro rappresenta tutto quello che a me piace immensamente…

È una sovrapposizione di frame e di personaggi, tra Lynch, Angels in America, Big Fish (vedi Burton V), Pelléas et Mélisande di Debussy (che tiro fuori sempre, anche a sproposito, perché contiene l’antigrafo di un certo circuito del destino riscontrabile spesso in altri ambiti, vedi anche Favolacce) e Příhody lišky Bystroušky (e magari anche The Fountain di Aronofsky, senza l’idea della palingenesi salvifica), superbamente inconscia, dipanante davanti a noi la mente del narratore/protagonista NON come un flusso di coscienza ma come libera associazione di cognizione (i famosi frame cognitivi di Bergson e di tutti i successivi), associazione, sovrapposizione ipnagogica e mentale di ciò che quella mente ha categorizzato e poi linkato tra sé, in maniere del tutto altre rispetto a quello che, probabilmente, è stata la realtà…

È un viaggio in una mente franta, atipica e distrutta che si fa vedere da noi in maniere simili a quello che succede nei recenti Buio (un filmino che mi sono trovato a citare quasi più di qualsiasi altro film vicino nel tempo) e Don’t Worry di Van Sant (e anche in altri esempi di Van Sant, quali, per esempio, i soliti Elephant e Paranoid Park, vedi anche Gerry)…

Un viaggio aggrovigliato e intrecciato tra quello che si avverte essere stato e la sua elaborazione da parte di una persona che fa associazioni libere e malsane tra tanti concetti, persone ed eventi, associazione che noi lettori sappiamo essere assurde, “malate”, storte…

Queste caratteristiche rendono Sembrava bellezza un qualcosa di tremendamente e piacevolmente diverso rispetto alle menti di certi autori odierni che sanno di essere buoni e bravi, e ci presentano i loro dubbi rimanendo buoni e bravi, in altre parole sani (anche quando lamentano disfunzioni varie ed eventuali, per nascondere solo, spesso, narcisismo eccentrico, molti narratori di oggi lo sanno che sono “sani” e, anzi, fanno spesso della loro vita qualcosa di esemplare: vedi Carofiglio, Veronesi e soprattutto Mencarelli e Durastanti; vedi anche Perrin, dimostrando che l’andazzo dei finti malati esemplari è internazionale); un qualcosa di molto simile alla mente di Febbre di Jonathan Bazzi: quella mente che sa di sbagliare e narra non solo i suoi “sbagli” ma anche come ci è arrivata agli sbagli, narra la sua percezione encefalica sbagliata

La mente di Teresa Ciabatti è il tripudio dello sgradevole e del cattivo senza essere “cattivista” (vedi i miei problemi con i “cattivisti” nella Casa di Jack di von Trier): è cattivista come sintomo e non come ammonimento: è cattiva perché *è*, non perché propone di esserlo (come Sade) o moraleggia di non esserlo (come Haneke)…
Questa sua ampia sincerità, mai timorosa e anzi compiaciuta di dimostrarsi sgradevole, dipanata in Sembrava bellezza, rende Teresa Ciabatti una delle autrici più slurpanti, acchiappanti e simpatiche del panorama editoriale odierno…

Perché Ciabatti narra se stessa e quel che gli è avvenuto senza preoccuparsi del dramma dell’autobiografismo, comune quasi a tutti i narratori italiani odierni di mia conoscenza (tutti i citati hanno scritto, bene o male, nei loro bestsellers, quelle che sono autobiografie), ma tuffandosi del tutto nell’autobiografismo *sapendo benissimo* che l’autobiografismo è fasullo!
Perché, come si sa da sempre, quello che è capitato a te NON È CAPITATO: quello che è capitato a te è solo quello che tu hai elaborato nel tuo cervello, tra sinapsi marcite, categorizzazioni sbagliate, bias socio-culturali, memorie fallaci e IMMAGINAZIONE colossale…
Pertanto la autobiografia di Sembrava bellezza è fantastica proprio perché SA DI NON POTER ESSERE autobiografia: e che dell’autobiografia rimanga la struttura e la cornice nell’esile intreccio di Sembrava bellezza è un punto di forza immenso del romanzo, che non ci prende in giro buttandoci là le sciocchezzine “realistiche” di una parvenza di quel che è stato, ma ci dice da subito che quel che leggiamo non ha neanche lontanamente l’ombra dell’accaduto: è solo l’elaborazione della mente del narratore, che è “cattiva” e “malata”, e pertanto la sua elaborazione è assurda, sfatta, frammentata e spezzata!

Sembrava bellezza fa a brandelli tutte le autobiografie coeve perché ha capito benissimo la lezione, immortale, di Laurence Sterne e del Tristram Shandy (molto più di Carofiglio, che riempie i suoi libretti di citazioni sterniane che però, nella pratica, contraddice), e dispone l’intreccio e i presunti fatti MAI dal punto di vista effettivo e positivo ma SEMPRE secondo frame, immaginazioni e suggestioni mentali!
Sembrava bellezza è la vita della protagonista (di cui genialmente non si sa il nome, in accordo con gli esempi classici da Proust, Conrad e Palahniuk in avanti, e che è sempre uguale e contraria a quella che noi lettori ci immaginiamo essere la stessa Ciabatti) come se l’è immaginata la protagonista!

E l’immaginazione della protagonista ha tutto un portato di stramberia e di dramma interiore, di cattiveria e di percezione malata, di patologia e di psicopatia…

Tutte cose insieme causate e corroboranti il patriarcato, la lotta di classe, la rivalsa sociale, il senso di colpa, la voglia di vendetta…
…questi elementi si capisce che sono causati da una certa patologia, sono quindi (si diceva) sintomi della patologia (cioè la protagonista è malata per cui vede vendette, lotte di classe, rivalse sociali e patriarcato dappertutto), ma sono anche cause
…la protagonista è *malata* PERCHÉ c’è i problemi di classe
…è *malata* PERCHÉ c’è il patriarcato…
…è *malata* PERCHÉ c’è i problemi di classe…
o almeno è così che lei si immagina

e “immaginandosi”, un po’ incolpando tutti dei problemi suoi (il dramma che hanno i protagonisti di Pirandello, specie di Uno, nessuno e centomila, del Fu Mattia Pascal e dell’Enrico IV), la protagonista canta, anche, di quanto il mondo sia distrutto *proprio perché* c’è i malati sociali, proprio perché c’è il patriarcato che catalizza e peggiora le menti già patologiche! [il grande logos di William Golding, vedi Libri e librini; e un po’ il gioco di Edward Albee, al quale si rifanno i labirinti tra l’immaginato e il presunto vero]

Le sovrapposizioni del romanzo, popolanti e strutturanti la sottile “vicenda” (sovrapposizioni, cioè, che accavallano in un unico personaggio, e uno sull’altro, personaggi diversi), visualizzano il problema di “malattia sociale” di cui la protagonista è insieme causa e “vittima”…
La protagonista è, insieme, anche le sorelle ricche ed esse stesse “vittime” e cause (come lei) del patriarcato e della bizzarria e mediocrità della società italiana anni ’80; la protagonista è anche sua bisnonna, vittima di abusi… la sorella menomata è anche la figlia della protagonista, in cerca di riscatto… tutte sono anche Emanuela Orlandi… in un andirivieni di archetipi che esprime il problema del “sociale” e del “personale” che si assoprellano, si permeano e si mescolano… [succede lo stesso in Buio: l’archetipo primordiale del femminile si manifesta in tutte le donne, tanto che si può parlare della *donna singolare* come delle *donne al plurale*; succede, anche, in una delle sequenze finali di V for Vendetta, intendo del romanzo: una volta morto V, Evey gli toglie la maschera e, dietro la maschera di V, si immagina di vedere tutti gli uomini che sono stati gentili con lei: alla fine si ipotizza che Evey stessa diventi la nuova V, il nuovo agente liberatore di fondo immortale che rispunta dopo morto come l’usignolo di Chantecler di Rostand, il Don Chisciotte di Gilliam o ancora la volpe delle Příhody lišky Bystroušky di Janáček]

Un andirivieni di archetipi che si manifesta in una vicenda, piccola, insignificante, irrappresentabile e non riassumibile, poiché la vicenda è il narrare fallace della protagonista malata che è archetipo, una protagonista che esprime solo la sua mente infetta, e quindi ricompone e riconsidera all’infinito scene chiave, scene madri, momenti “inceppanti” considerati, da lei “inattendibile”, significativi (vedi anche le ripetizioni all’infinito di The Weight of the World di Petrie/Solomon, episodio 5.21 di Buffy; oppure, molto più in grosso, vedi le scene madri di Brian De Palma, tanto per rimanere a cose che posso citare a memoria; o anche la coazione a ripetere di certi traumi, tipo il “rito” di violenza col valzerino che Kevin Costner sta per perpetrare, in difesa degli innocenti, alla fine di A Perfect World di Clint Eastwood)…
una vicenda che si sovrappone e si frastaglia, su se stessa, come i personaggi ritornano…
una vicenda che ha un pretesto di “ordine” nella voglia di “riscatto” della figlia evitante la botola (quella botola in cui volevano cadere tutte le ragazze, le Emanuela Orlandi, dei Parioli anni ’80: vittime e cause dello sfacelo sociale e patriarcale italiano: è la figlia che è, e insieme non è, la madre ad avermi fatto venire in mente il «maintenant, à sa place / C’est au tour de la pauvre petite» di Debussy), ma che finisce anche, o forse solo e soltanto, per ribadire la fallacia della percezione e della malattia della protagonista, che vede cose che non ci sono e sovrappone agli esili “fatti” tutte le sue patologie di patriarcato e violenza subita/perpetrata, risultando in una sorta di geniale nulla di fatto, che sottolinea uno splendido nichilismo della percezione, che non è un menefreghismo, ma più una fantastica constatazione dell’inutilità dell’umanità (alla Kundera, alla Bartók, alla Easton Ellis), della malattia, e la constatazione della stessa insignificanza di quella malattia “adolescenziale” che invece ci fa percepire “malamente” di essere al centro del mondo quando invece siamo solo al centro di noi stessi…

Un andirivieni che si presenta a noi, sì, con una voce protagonista che ci parla, ma che però non è una voce filosofeggiante, speculativa, priva pressoché di “eventi” (come sono Dostoevskij, Céline o anche Svevo), ma è più una voce seghettata in mille rivoli di “accadimenti”…
le stesse scene madri ripresentanti e sempre da riconsiderare funzionano quasi come mille “probabilità” quantistiche che compongono e ricompongono quasi alla Gadda un intero universo di possibili trame (quasi alla Calvino o alla Ende)…

L’andirivieni delle “probabilità” e dei protagonisti è quasi totalmente anche strutturato come ricordo, quasi come la parte centro-finale della Luna e i falò (le sorelle ricche, belle e mesmerizzanti sono quasi identiche in Ciabatti e in Pavese)

E un andirivieni mentale che rimane anche dentro la mente (rimane nel within), una mente che è antro di orrore (immaginato o effettivo), come quello, magari, dei recenti The Descent e Joker (sul quale c’è da vedere anche il numero 8 del relativo Papiro)… una mente che siamo solo noi stessi…

Sembrava bellezza è un romanzo piccolo, anche con diversi problemi di coesione e di prolissità prima del rush finale, che però incanta e agguanta al massimo, perché dimostra come si ragiona, dimostra quando la narrazione sia necessariamente inconscia e “necessariamente necessaria” sia per psicanalizzarsi sia per psicanalizzare la società… e di quanto la narrazione sia anche necessaria per ricordarci sempre che lo scavare a fondo e dappertutto alla ricerca di colpevoli, complotti, cause e “ragioni” porti alla conclusione NON che ci sia il random e il caos inconoscibile (come succede in Picnic at Hanging Rock o nello stesso Pelléas et Mélisande pure da me intercettato), cioè che *non ci sia colpevole*, ma porti alla conclusione che, ogni volta, un colpevole c’è…

…e siamo noi… e nient’altro che noi… [non la suocera schifiltosa, come succede in Cambiare l’acqua ai fiori]

cioè ancora, dopo quasi 3000 anni, il dramma dell’Edipo re, rinfrescato e ricostruito con tutta la forza sociale anti-patriarcato e anti malattie sociali che possa esistere!

10 e lode!

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