«Il silenzio» di Don DeLillo

Siccome è tanto osannato, ed è così bravo a intercettare, in letteratura di fiction, diverse problematiche molto contemporanee, è difficile considerare che Don DeLillo è nato nel 1936, cioè ha quasi 85 anni…

In Il silenzio questa componente anagrafica si sente un attimino, poiché sembra un libercolo quasi corollario di alcuni classici assai “vecchi”, cioè, per lo meno:

  • The Gutenberg Galaxy di Marshall McLuhan, che è del 1962
  • Apocalittici e integrati di Umberto Eco, che è del 1964…
  • Il Medioevo prossimo venturo. La degradazione dei grandi sistemi di Roberto Vacca, che è del 1971…

Sono testi che sembrano sempre molto attuali perché propongono un paradigma critico che si è riproposto, quasi senza traumi nello scorrere del mutatis mutandis, *identico* all’apparire di qualsiasi *nuova* entità mediale, cioè all’apparire di qualsiasi nuovo tool (la bellissima terminologia di The Zero Theorem di Terry Gilliam), qualsiasi nuovo aggeggio costruito apposta per far interagire l’essere umano con le “realizzazioni”, concrete o irreali, della sua immaginazione…
cioè all’apparire di qualsiasi giocattolino nuovo che faccia “evadere” la mente umana nel mondo artificiale di fantasia che essa si crea continuamente…

Che si tratti della stampa, del modellismo, degli affreschi, della radio, della TV, dei telefilm, dei videogiochi, di internet, della posta elettronica, del “gioco” finanziario in borsa, dell’ingegneria genetica, fino agli oggi sempre cangianti social networks e alla frontiera dell’«intelligenza artificiale», quei grandi classici (che io ho citato a memoria e che potrebbero includere anche molti altri lavori di, che ne so, Theodor Adorno, Max Horkheimer, Karl Popper, Yuval Noah Harari ecc. ecc.) dànno uno schema critico con cui “affrontare” quelle novità
novità che però sono sempre la stessa cosa, cioè quella novità è sempre qualcosa che, secondo i classici, *allontana* il cervello umano da un organigramma di “connubio” tra «ciò che si pensa e ciò che si fa»…
sono novità che inficiano sull’ergonomia della componente fisico-corporea dell’encefalo umano, poiché portano l’encefalo umano verso cose, progetti, situazioni, tools e devices, o semplicemente mezzi e utensili, sempre più lontani dalla forma che il cervello ha conquistato alla fine dell’evoluzione con l’Homo Sapiens…

Quelle citate sono novità, secondo i libri classici che si è detto, che allontanano il cervello dal posto in cui è nato, cioè dal momento di scelta di stanziamento agricolo, quando le mazze, le ruote, le punte di roccia e poi di ferro (e poi bronzo), fino alle forbici e al volante delle automobili e le cloches degli aeroplani erano ancora della forma adatta a essere comprese…

per capirsi, per il cervello post-agricolo:
nei buchi delle forbici è chiaro che ci metti le dita…
sul volante dell’auto è ovvio che ci metti le mani…
la ruota è ovvio che la fai girare…

La stampa, la radio, il modellismo, la TV, l’intelligenza artificiale e i social networks, invece, portano a oggetti che sono sconnessi dalla forma encefalica post-agricola: sono oggetti che, senza una componente di istituzione culturale, quel cervello post-agricolo non sa come usare…
sono oggetti, quindi, che implicano l’immaginazione, la fantasia, e le strutturazioni culturali dell’immaginazione e della fantasia, e difatti sono oggetti che “cambiano” molto a seconda delle culture e del tempo in cui si inventano, diventando sempre più evanescenti e sempre meno connessi con qualcosa di materiale, qualcosa che si possa “toccare”, finendo spesso nell’indistinto della “speculazione” (la radio e ClubHouse, difatti, sono soltanto cose che si sentono; e tutto quanto, da radio a tv a internet a corrente elettrica, viaggia con immateriali onde o fibre *invisibili* o campi impalpabili; l’intelligenza artificiale e l’ingegneria genetica, infine, sono il regno della pura filosofia del potrebbe, accusata di svincolarsi da qualsivoglia etica della consueguenza)…

Secondo i classici citati tutti questi nuovi utensili impalpabili sono un gradino in più verso l’apocalisse, perché manchevoli dell’equilibrio necessario tra forma e speculazione, privi del rapporto necessario tra pensiero ed ergonomia del pensiero, come se il cervello non potesse immaginarsi qualcosa al di là di certe forme

Questi classici hanno la peculiarità di prendere di mira, considerandole come definitive e ultimate, entità che “invecchiano” ben presto… e questo mina di molto la loro credibilità in senso peculiare e contingente… ma, nel contempo, li rende sempre più archetipici, appunto paradigmatici (avulsi dal contingente), adatti a perorare le cause contrarie a qualsivoglia nuovo tool

Tutti e tre i classici avevano, bene o male, la televisione pubblicitaria e globale (quella post anni ’50) come bersaglio principale…
e per colpire la TV hanno affinato armi che poi si sono adattate benissimo a tutto quanto, a tutto quello che ha fatto invecchiare la TV e l’ha fatta impallidire quale modello di arma di distruzione di massa come quei classici la intendevano…
Leggere Eco, Vacca, Adorno o McLuhan oggi è abbastanza “strano” perché usano una virulenza arguta e precisa, adattissima a internet, ai social e all’intelligenza artificiale, che risulta molto strano vedere indirizzata a un oggetto così vetusto come oggi è la TV…
Tutto quello che i classici additavano alla TV, oggi è additato, dagli eredi dei classici, ai social…
che sono spersonalizzanti,
che sono solo aggeggi che si usano per vendere,
che minano l’aggregazione,
che rendono tutto il mondo piccolo come un villaggino medievale (il villaggio globale),
che inducono alla barbarie analfabeta (perché incentrati solo su testi elementari o direttamente solo su video o voci),
che annennano di sogni commerciali e distraggono le masse dalla coscienza sociale,
che aiutano imperialismo, fascismo, autoritarismo,
che sono simili alle droghe pesanti che tanto contribuirono, ai tempi della beat generation e del Sessantotto, a vanificare gli idealismi libertari (droghe così diverse da quelle ottocentesche dei maledettismi, dei Rimbaud, dei Baudelaire e degli Huysmans; e diverse anche da quelle psicotrope considerate libertarie negli anni ’60)…

tutto questo, secondo i classici, non lo facevano i social… lo faceva la TV, 70 anni fa…

Già la TV, secondo i classici, induceva alla sostituzione uomo/dio perché riusciva a indulgere in creazioni artificiali poi tradotte in effettive clonazioni e in ingegneria genetica…
La TV e, più genericamente, i mass media

Rispetto ai classici, che erano testi sociologici, molte fiction si interrogarono profondamente su come l’umanità sarebbe riuscita a trasformarsi *convivendo* con quel diavolo di TV e con quei diavoli di mass media…
La fantascienza classica, proprio quella anni ’50, forse proprio reagendo ai classici sociologici, abbandonò molto gli alieni per dedicarsi ai robot (Asimov) e alla speculazione sociale, spesso in ambiente beat (Philip Dick, Harlan Ellison) e poi, col neoliberismo thatcheriano (e quindi reaganiano) conquistato proprio grazie ai mass media negli anni ’70-’80 (quando anche la TV si rinnova diventando Neotelevisione, quando, cioè, sviluppa trasmissioni 24h/7 senza soluzione di continuità tra commercio e “programma”), al Cyberpunk (Blade Runner, William Gibson, Tron, Michael Crichton e tutti i loro emuli narrativo-cinematografici)…
Fantascienza, cioè, che “proponeva” tanti modi di convivenza, appunto di integrazione (vedete quanto il titolo di Eco fosse azzeccato), tra vero e finto, tra speculativo e sociale, tra virtuale ed esperienziale… cose che i classici sentivano come de facto belligeranti, ma che la fantascienza scopriva consustanziali, compartecipanti alla medesima esistenza, spesso anche più che problematica, perché anche la fantascienza illuminava eccome le implicazioni di prevaricazione e repressione, oltre che scoprire quanto l’immaginato e l’artificiale potessero diventare inneschi di emozioni, amori e sentimenti…
La fantascienza comprendeva i rischi liberticidi di tutto quanto, ma avvertiva anche che al cospetto di tanto non umano (la TV, i robot, i sistemi integrati, i computer, il cyberspazio, la realtà virtuale), l’uomo potesse ugualmente trovare motivi di antropopoiesi: la fantascienza avvertiva che l’uomo, con tutto il suo bagaglio di sentimenti, di etica e di estetica, poteva farsi proprio in relazione e in interfaccia con quello che umano non era, ma che all’umano era simile o dissimile… (vedi anche 42)

Sul solco di tutto questo arriva Il silenzio, che, data l’anagrafica di DeLillo, sembra schierarsi con i classici, con gli apocalittici

A un certo punto i personaggi del Silenzio sembrano rimpiangere i tempi in cui le uniche immagini che l’uomo vedeva erano gli affreschi delle cattedrali, indirizzandosi, oltre che nel solco dei classici detti, anche in quello del solito Notre-Dame de Paris di Hugo, e, soprattutto, nel path della Perdita del centro di Hans Sedlmayr (scritto, guarda caso, nel 1967)…

Ma DeLillo si vede che non vuole arrivare “troppo” a seguire i paradigmi critici dei classici

Infatti non fa una roba, come io mi aspettavo, alla The Trigger Effect di David Koepp (1996), alla Temps du loups di Haneke (2003), alla The Road di McCarthy (2006), alla Mad Max, alla Book of Eli degli Hughes (2010, che, a parte avere la Kunis e degli ottimi piani sequenza in una prodigiosa resa visiva di Don Burgess, stringi stringi, non ha tutto ‘sto granché da offrire), alla Ken il guerriero ecc. ecc., ma fa una minuscola (Il silenzio si legge in neanche 2h) riflessione su quanto una inspiegabile empasse energetica, per altro ben poco strutturata a livello di esattezza poiché lasciata, genialmente, all’evanescente, implichi a livello interiore in organismi che sono stati già plasmati dalla convivenza con i tools degli apocalittici classici

Mi spiego:
DeLillo non fa vedere il probabile casino materiale che ci sarebbe se rimanessimo senza elettricità, ma fa vedere quanto quel casino ci sarebbe non nel materiale ma direttamente nella coscienza!
DeLillo, inoltre, pur dando assai ragione ai classici nel dire che quell’elettricità e quei social hanno trasformato l’Homo Sapiens in qualcosa di nuovo, cerca di sorpassare, di andare oltre i classici apocalittici dicendo che la trasformazione ha operato NON tanto sul rapporto tra cervello e mani, funzioni e tatto, ma DIRETTAMENTE sulle sinapsi…

Per DeLillo, tutto il Cyberpunk si è *avverato* a livello di cellule nervose e ha trasformato la materia grigia in qualcosa di *diverso*…

Gli umani di DeLillo sembravano agire come automi PRIMA della catastrofe:

  • Kripps ripeteva automaticamente le cose che vedeva sugli schermi *prima* dell’incidente…
  • Tessa immagazzinava e stoccava sui quaderni le sue cosette in modo quasi computerizzato *prima* dell’incidente… e Tessa arriva anche a contare alla rovescia in modi “inumani” (come farebbe un computer)…
  • Martin vaniloquiava di Einstein prima che si interrompesse il SuperBowl…

E dopo la catastrofe, gli umani si mettono a fare 2+2 in termini semplici come farebbe un computer, in modo perfino binario

Dopo la catastrofe, gli umani si ritrovano chiusi in se stessi e senza poter davvero comunicare (esattamente come succede a un computer disconnesso)… tanto che quello che è fuori, il fuori della folla, della gente, della massa, è escluso dalla visione del Silenzio… come se l’umano fosse effettivamente come una macchinetta staccata, privata dal contatto con l’esterno, un esterno, per altro, con il quale non è stata mai davvero connessa: nessuno degli umani, infatti, sembrava comunicare neanche prima della catastrofe (l’addetta al triage dell’ospedale di Newark ripete tra sé e sé sentenze solo per se stessa, senza badare agli altri; la podista si allena senza badare agli altri; Max aveva il suo rituale di SuperBowl privo di effettivi “partecipanti”, tanto che, dopo la catastrofe, può anche andare avanti da solo)…

Dopo la catastrofe, gli umani si trovano a fare movimenti automatici quasi per inerzia: Max recita il SuperBowl, ma Max sale anche le scale, contandole, “automaticamente”; Diane riflette sempre sulle stesse cose; Martin parafrasa all’infinito Einstein…
Come se gli umani attingessero a una memoria limitata, sempre quella, ma soprattutto a una inerziale sequenza di task informatiche, identiche, da ripetere…

Per un attimo, in questo discorso, c’è il paternalismo di non avere più memoria a causa di internet, ma l’automatismo successivo alla catastrofe apre anche a implicazioni più dure
al fatto che, senza la memoria, e con le reiterazioni di task discrete e replicate, il cervello/computer automatico sgrana e si sbrindella…

Perché il computer e la tanto paventata intelligenza artificiale NON HANNO INTELLIGENZA AFFATTO… si sa…
sono aggeggi che ripetono schemetti programmati da qualcun altro, fuori dai quali non sanno cosa fare…
il robottino che fa i tiri a canestro NON SA COSA È UN CANESTRO: ripete solo una sequenza di task prestabilite, ma non *sa* né perché né per quale motivo le sta facendo… così come l’occhio non “vede”, ma intende solo forme e colori che è il cervello a categorizzare in base a educazione e cultura…
…quell’educazione e quella cultura che, nel mondo paventato dagli apocalittici, sono preclusi e disgiunti a causa di uno spazio non conforme con l’ergonomia del cervello…
…quell’educazione e quella cultura che, secondo DeLillo, l’Homo Sapiens non ha più non per colpa di internet, ma per via di una sua oramai identità con internet e con la macchina…

I 5 protagonisti del Silenzio (due coppie e un “intruso”, un sistema di dramatis personae quasi alla Mike Nichols, alla Edward Albee, alla Giuseppe Patroni Griffi) si scoprono essi stessi robottini che tirano a canestro senza sapere cos’è il canestro, ma continuano a tirare perché così è *innato*, così è *in loro*, così è…

e difatti, senza discernimento razionale, ma solo con automatismo binario, gli umani/robottini arrivano all’inconsistenza di chi tira a canestro senza sapere perché, all’idiozia di chi guarda una rosa senza avere un cervello capace di percepire e categorizzare la rosa…
…e quindi giungono al più logorroico complottismo elaboratissimo (simile a quello di Bug di Tracy Letts e William Friedkin) connettendo coincidenze…
coincidenze che sono come le forme e i colori della rosa… forme e colori che però non possono diventare rosa, perché per trarre, per vedere la rosa in quelle forme e in quei colori occorrerebbe avere un cervello a categorizzare la rosa, così come occorrerebbe un cervello per capire cos’è un canestro…
ma i robottini/umani post-apocalisse il cervello non ce l’hanno…
…hanno solo reiterazione, task, 0 e 1, e anche davanti alla rosa, come davanti al canestro, non possono fare altro che ripetere schemi e movimenti prestabiliti…

e quando quei movimenti si capisce non essere “utili”?
come si fa?
si gira su se stessi…
…ci si inceppa trovando a colori e forme, e ai canestri, motivi e sensi secondo altre categorie…
…categorie che non sono però nulla: sono solo il vaniloquio dello 0 e dell’1, del rosso e del cerchio… niente…
come niente è il complottismo e il solipsismo che i personaggi del Silenzio sciorinano…

Se la fantascienza classica lavorava spesso (anche se non sempre) sulla speranza (perfino il Wintermute di Neuromancer diventa quasi “simpatico” alla fine; e siamo quasi felici che Her di Spike Jonze ce l’abbia fatta a far elaborare la depressione a Joaquin Phoenix), DeLillo sembra dirci che, alla fin fine, gli apocalittici hanno avuto ragione: che siamo tutti, ormai, a causa della convivenza con i computer, entità dementoidi esattamente come in computers…
e non sappiamo neanche più a cosa serva fare 2+2…
e difatti lo facciamo, sempre lo stesso 2+2, senza però sapere perché fa 4…
tanto che, quel 4, manco lo si riconosce più…
un 4 che ci sembra logico e consequenziale, ma che, senza il suo motivo e la sua categorizzazione, risulta esso stesso privo di senso (come è il complottismo vacuo)…
Una cosa più alla Zamjatin che alla Orwell, con tanto di innuendo finale “scioccante”, quasi davvero alla Tron (nel cui finale non si distingue davvero tra reale e virtuale)…

Il silenzio non è una lettura gratificante:
finisce subito e non ti regala nulla, solo tanti innuendo apocalittici di paura anni ’50-’60…
ma come monito funziona davvero, perché scava a fondo nelle paure degli apocalittici classici, e trova anche nuove idee per riflettere su cosa sia il mondo contemporaneo popolato da automi privi di raziocinio…

…ancora una volta, a 85 anni, DeLillo ha letto il presente…
anche in un libretto di 100 pagine…

è noioso…
…ma non è affatto male…

2 risposte a "«Il silenzio» di Don DeLillo"

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