«Cambiare l’acqua ai fiori» di Valérie Perrin

È un libro lungo e furbone, fatto apposta per farti stare lì ad arrivare fino in fondo…
Perrin, esperta, acchiappa il lettore come un pescatore fa con un povero pesciolino: lo agguanta con tutti gli ami possibili, e lo trascina con sé dove le pare… e il lettore non riesce a farci niente, se non, ovviamente, rompersi immensamente le scatole, visto che il trascinamento dovuto all’amo diventa un’agonia, uno stillicidio, un allungamento di brodo della trama che io non ho ricordi di aver mai visto più iperbolico, annacquato e ribollito…
Iperbolico proprio perché è come il ramo di un’iperbole equilatera, quello che si avvicina, si avvicina, si avvicina all’asse cartesiano, sempre di più, ma quell’asse non lo raggiunge mai…
E, come in qualsiasi progetto di «prendere all’amo il lettore come un pesce», progetto che seguono, molto spesso, i prodotti seriali antichi e odierni (vedi MERDflix), alla fine, quando c’è stato così tanto allungamento di brodo nel trascinare il lettore all’amo, il finale arriva, la risoluzione arriva…
…ma non te ne frega più niente…

Per fare un po’ di inutile gossip, ricordo che Perrin è la sesta compagna di vita del regista Claude Lelouch, di 30 anni più vecchio di lei: pare si siano conosciuti nel 2006, quando Lelouch era ancora formalmente sposato con Alessandra Martines, con cui ha divorziato nel 2009…
In Cambiare l’acqua ai fiori, Perrin cita i film di Lelouch molte volte: come proprio fossero un correlativo oggettivo del suo narrare…
Cosa c’è di male? Niente…
Solo che, quando lo fa Margaret Mazzantini con Sergio Castellitto, tutti gridano allo scandalo, alla conventicola e al familismo… lo fa Perrin con Lelouch ed è capolavoro…
Mah…

Continuando con le cacchiate, io mi sono immaginato il personaggio di Philippe Toussaint con le fattezze di Bryan Brown in Uccelli di rovo… anche se viene descritto con i riccioli biondi… era forse da immaginarcisi Ludovico Girardello del Ragazzo invisibile, ma a me “veniva” sempre Bryan Brown…
Alla fine, il finale allungatissimo arriva quando il personaggio di Philippe Toussaint vede la madre guardare in TV Uccelli di rovo!
Questa sciocchezza ha infuso, in me, una nota molto ilare nel finale iperbolico…

IL PRIMO QUARTO

E dire che nel primo quarto, Cambiare l’acqua ai fiori mi è piaciuto tantissimo!
La frammentazione degli avventori del cimitero, tutti con le loro storie peculiari, che si insinuano all’improvviso in una diegesi principale rimbalzosa (come di consueto oggi) tra prima e adesso, mi faceva pensare addirittura a Otto e mezzo di Fellini!
Il cimitero lo avvertivo fatiscente e crepuscolare come gli ambienti di Fellini…
L’analisi della protagonista agita quasi in relazione agli altri, con i suoi ricordi innescati dai ricordi degli altri, con una particolare indulgenza analitica (una tenerezza nel considerare anche gli errori come parte della vita) anch’essa la accostavo a Fellini…

IL SECONDO QUARTO

Poi però quell’indulgenza, più che analitica, diventa “prescrittiva”, “propositiva” e nel giro dei flashback viene fuori un’idea di vita alla Shyamalan, quella secondo cui «sei nato con una fistola all’inguine e vomiti merda? non ti arrabbiare! non pensare al tuo dolore, pensa piuttosto a quanto sono belli i meloni che giganteggiano in giardino, e guarda quant’è bello il sole che in primavera torna a raggiungere i rami del pomodoro che matura… e senti quanto è buono il pomodoro!»
Dal secondo quarto, dopo 3 pagine di balletto dei flashback, ce ne sono 60 di queste banalità volemose bbene che prendono la forma di una canzone di Modugno “coverizzata” in salsa gatto in amore nei vicoli dai Negramaro… oppure di un testo di una canzone di Mengoni…

IL TERZO QUARTO

Perrin comprende che non può portare avanti un romanzo di 600 pagine coi Negramaro e Modugno e allora lancia l’amo, l’amo più bastardo e furbone che un+ scrittor+ possa lanciare…
lancia l’amo del gialletto, del mystery, del «chi è stato?», del classico whodunit!

E lì Cambiare l’acqua ai fiori, un pochino, si rianima…

L’ULTIMO QUARTO

Ma il giallo non basta…
L’ultimo quarto è lo stillicidio più atroce che abbia mai letto…
Non solo le stronzate sui peperoni di Modugno esondano, ma si aggiungono storielle ancillari su storielle ancillari, fatte di

  • banalissime vicende di sesso negli alberghi scambiate per amore vero e puro…
    vabbé: alla fin fine sono lieto che i personaggi trombino felici, ma non ho capito perché trombino così per centinaia di pagine… né come il loro trombare si connetta con la storia principale…
    certo: c’è tutto il discorso dei Negramaro e di Modugno: tutto il discorso che l’amore risana, come la primavera, anche se è amore agito nelle stanze d’albergo per puro sesso…
    che ognuno si diverta come vuole, naturalmente, è sacrosanto, ma perché quel sacrosanto di vita quotidiana e banalissima viene proposto ad altarino dell’amore e della felicità come i pomodori maturi nei Negramaro?
    cos’è? è una rivendicazione “alla Povia” della gioia delle piccole cose?
    Basta davvero una bella trombata o qualche bella trombata ogni tanto per dirsi felici e felici del tutto come i pomodori al sole?
    Beh, se basta così poco, e se il messaggio di Perrin è che basti così poco, ok…
    ma dirle «grazie al cazzo: se ti accontenti di poco beata te! ma se sei tu che ti accontenti di poco perché ci imponi quel poco in 600 pagine di tecnica narratoria ricattante col gialletto?» è davvero così da stronzi?
  • la solita sbobba che i cattivi, cattivi non sono, e che c’è bisogno di comprensione, di vedere le cose dal loro punto di vista ecc. ecc.
    anche se questi cattivi sono gente che ragiona con l’uccello, che ci hanno tramortito con scene di dubbio gusto in cui scopano con qualcuno mentre pensano di scopare con qualcun altro (la famosa Pazza idea), e in cui, ancora, la trombata liberatoria è centrale, come i pomodori maturi, per essere felici…
    anche se i cattivi sono questi, c’è da rivedere almeno 15 scene, già viste da un punto di vista, dall’ottica del “cattivo”…
    che ciò si faccia con due o tre scene chiave, ok, è carino: ma 15 scene doppie, accidenti…
    è come se, a un certo punto, Cambiare l’acqua ai fiori non sapesse come andare avanti se non riciclandosi!

L’ultimo quarto manda avanti le solite 3 pagine di gialletto, sempre più stanco («era stato lui», «no, è stata lei!», «no! un testimone ha intravisto la punta delle scarpe del maggiordomo spuntare da sotto la tenda della biblioteca, proprio davanti al candeliere!» e altri falsi colpi di scena fatti apposta per tergiversare), e poi ti travasa addosso pagine e pagine di sesso, di pomodori, di morale alla Povia, di storie trombarole che lottano malamente per diventare storie d’amore, di scene già viste che si rivedono, in un florilegio di CINCISCHIAMENTO…

L’ultimo quarto di Cambiare l’acqua ai fiori è il monumento del CINCISCHIO…
…del rimescolo le carte senza dire niente…
…del ti prendo per mano come un bimbo, promettendoti il gelato, e intanto di tramortisco le palle facendoti girare in cerchio, sempre più vicino alla gelateria, ma mai davvero “vicino” alla gelateria…
e ti sbrodolo addosso la filosofia spicciola dell’amore che cura, della fitoterapia, e ti bombardo di puttanate per convincerti, con le cattive, che basta una giornata di sole per essere contenti, che la felicità del mondo non si esprime con «ognuno dia a seconda delle sue possibilità e ognuno riceva a seconda dei propri bisogni» no no: la felicità del mondo è stare di cacca in tutto, ma accontentarsi di pochissime anticchie di “nulla”: accontentarsi del sole, del vento leggero, del mare, della primavera, delle coperte, del piumone, dell’odore della pioggia, di una bella dormita, dell’odore del caffè, del sapore del tè, delle mani affondate nei piselli o nei ceci, nella spiaggia calda… la felicità è questo: è ACCONTENTARSI di queste sciocchezze… e queste sciocchezze guariscono tutto, guariscono le fistole che ti fanno vomitare merda, guariscono i lutti, le depressioni, i traumi…
L’ultimo quarto di Cambiare l’acqua ai fiori ti dice proprio «ma che te ne frega di vomitare merda! dopo che l’hai vomitata, vai ad annusare i fiori, le gardenie, le peonie che sono tanto belle e odorose, e vedrai che sei felice lo stesso, anche se vomiti merda»…

Il gialletto, naturalmente, è accidentale perché deve corroborare la morale che le cose accadono senza motivo come i pomodori marciscono e poi rimaturano (e perpetua una ritrita immagine edipica della famiglia alto borghese super-cattiva ed emotivamente stitica con, ovviamente, la suocera orribile: una cosa quasi anni ’50 da quanto è patriarcale; inoltre, per diverso tempo si sta dietro a una megera, “rivale” della protagonista, così streghescamente infoiata e meschinamente vendicativa da rasentare la parodia)…
Per capirsi, Perrin cerca di seguire la legge letteraria di Italo Calvino (che aveva ragionissima nel teorizzare che qualsiasi espressione artistica umana, oltre che la percezione dello spazio e del tempo, “enuncia” e “argomenta” solo due grandi eventi e cioè l’ineluttabilità della morte e la complementare continuità della vita), ma quella legge la *incatrama*, perché non la declina nel cosmico e nell’universale dell’entropia o del quantistico (come Carpenter, soprattutto di Big Trouble in Little China, o come, rimanendo in piccolo, Paolo Benvegnù in È solo un sogno, magari nella fantastica versione di Irene Grandi e Stefano Bollani) ma nel piccolissimo del triviale, del “quotidiano” inteso nelle peggiori maniere di abitudine, routine e ineluttabilità che si dice di dover sopportare anche con gioia, invece, magari, di incazzarsi o anche solo “ragionarci”: perché Perrin non ragiona sul dolore né parla a chi quel dolore non ce la fa a superarlo coi poponi che crescono o col sole che riscalda… Perrin sembra parlare a chi quel dolore vuole già superarlo di suo, a chi è già “convinto” che i poponi curino la voglia di morte…

FINE

Il fatto che tutto, appunto, si “curi” effettivamente, anche le peggio schifezze, e, per giunta, senza alcuno strascico o senza alcuna recidiva, rendono Cambiare l’acqua ai fiori una stupidata semplicistica che si scrive per camomilla e per carezzina a chi ha falsi problemi e a chi ha la lamentina facile… un po’ come Wonder
…perché chi si vuole ammazzare davvero, forse, troverà nelle parolette e nelle felici trombate di Perrin magari più ragione di ulteriore incavolamento che di riflessione sulla propria condizione… condizione “scura” che magari indagano meglio cose come, che ne so, Neon Genesis Evangelion o Twin Peaks

Ma ovviamente, questa è la mia opinione…
un’opinione che non può che riconoscere che, a livello di tecnica, Perrin ce la fa comunque a reggere 600 pagine, e le va dato atto…
…sono apertissimo a opinioni diverse, ovviamente!

La traduzione di Alberto Bracci Testasecca, con le autostrade del sole e i testi delle canzoni francesi tradotte senza alcuna nota, mi è sembrata per lo meno claudicante, ma non ho strumenti per andare oltre a questa critica di pura sensazione che perciò è inconsistente!

Io sono di quelli che fa turismo macabro (servendomi spesso del portale Find a Grave): in vacanza vado spesso nei cimiteri a trovare tombe illustri, per cui, a me, l’ambientazione cimiteriale non mi è sembrata affatto strana, e quindi tutte le illazioni insistite di Perrin sulla litote di “trovare la vita là dove c’è la morte” non mi hanno fatto né caldo né freddo, e hanno contribuito a rendere Cambiare l’acqua ai fiori qualcosa di altro da me

18 risposte a "«Cambiare l’acqua ai fiori» di Valérie Perrin"

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    1. Eh, ma non ti basare solo su di me: nelle biblioteche di Firenze tutti gli utenti lo osannano come super-capolavoro… sicché, senz’altro, ho torto io!

      1. Be’, dal titolo mi aspettavo qualcosa del genere, già quello è “furbone”, per usare un tuo termine. Il tipo di titolo che promette filosofia spiccia e amori messi a forza.

  1. Non hai torto, pretendere di più non è mai un difetto e le aspettative deluse sono forse peggio di quando invece non ci si aspetta granché e poi si rimane stupiti.

    Però dai Modugno salviamolo se proprio non ce la fai a salvare anche i Negramaro, povero Giuliano … :)
    E dei cimiteri hai scritto? Se non lo hai ancora fatto dovresti assolutamente.

    1. Povero Modugno… lo rispetto e ne riconosco la grandezza, ma “a gusto” rimane lì…
      Di San Michele in Isola a Venezia, del Friedhof a Lipsia, del cimiterino di Garmisch-Partenkirchen, di Italo Calvino a Castiglione della Pescaia, e dei grossi cimiteri di Mosca e San Pietroburgo credo di aver scritto [non ho mai scritto di Staglieno, purtroppo, anche perché mi ci sono perso, ho visto solo De André!; non ho mai scritto dello splendido Campo Cestio a Roma, anche se ci sono stato due volte; non ho mai scritto dei cimiteri di Firenze, soprattutto delle Porte Sante, dove torno spessissimo; e non sono ancora mai stato né al Monumentale di Milano né al Verano né al Cimitero degli Inglesi, che ho dietro casa e che vedo da fuori quasi tutti i giorni, né agli Allori in Via Senese, che però sono in lista da anni!]…
      Ma in effetti ci vado spesso più “a caccia di qualcuno” che per il cimitero in sé (anche se Staglieno merita assai anche senza vedere né Mazzini né De André né Pivano né tutti gli altri che ci sono)

      1. Allora pian piano recupererò leggendo.
        E il cimitero di Montmartre? Se dico che noi eravamo riusciti ad avere la camera dell’hotel con finestra affacciata direttamente?

      2. Grande rimpianto, per me, non essere stato né a Montmartre né al Père-Lachaise, né al Zentralfriedhof di Vienna…
        tante cose “perdute”…
        e vabbé, recupererò!

        Siete stati grandissimi a trovare la giusta “camera con vista!”!

      3. Non si finisce mai di rimanere incantati a Parigi.
        Il bello è proprio un po’ fuori dai “percorsi” anche noi ci siamo voluti tornare, io ci sono stata la prima volta con la scuola, è praticamente irresistibile, per me è stato innamoramento al primo respiro.

  2. Mi sono divertita un sacco a leggere la tua recensione! Io l’avevo letto perché non ne potevo più di vedere la copertina piazzata ovunque e leggere elogi. All’inizio sembrava interessante, poi è stato un po’ allungato il brodo e tutti quei flashback spesso li avrei saltati. Il “gialletto”, forse, mi ha spinta a non abbandonarlo giusto per far luce su cosa fosse successo. Per carità, c’è chi vi ha trovato cose profonde, ma forse bisogna leggerlo in qualche momento “particolare” della vita per apprezzarlo di più…😅
    Elena

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