«Il segreto degli alberi» di Elena e Laura Canepa

Devo essere molto sincero…
A livello di gusti Il segreto degli alberi, di Elena e Laura Canepa di Due sorelle e una stanza di libri, mi è lontanissimo…

Ma disquisire di gusti è un assurdo… si sa…

Quello che c’è da fare è comprendere…

E per comprendere Il segreto degli alberi, a mio avviso, c’è da partire da una mastodontica scena della Beauty and the Beast della Disney, realizzato da Gary Trousdale e Kirk Wise nel 1991…
La scena in cui Belle rifiuta la proposta di matrimonio di Gaston e corre a cantare sul ciglio del colle sulla splendida vallata autunnale…
Per quella scena, studiata dal povero Howard Ashman (il grande autore di Broadway e Off-Broadway che la Disney aveva assunto per Little Mermaid quasi per scommessa ma che contribuì al Disney Renaissance del 1989-1995 [anche se le date, si sa, sono dibattute, potrebbe anche essere 1989-1996] così tanto da essere chiamato a gran voce a fare Beauty and the Beast anche se, conscio di stare morendo in conseguenza dell’AIDS, avrebbe voluto concentrarsi molto di più su una *sua* idea proposta alla Disney, cioè Aladdin… Ashman riuscì a lavorare a entrambi i film, ma completò solo Beauty and the Beast, che comunque uscì 6 mesi dopo la sua morte; si sa che Aladdin lo finì Tim Rice), Alan Menken, uno dei musicisti amici di Ashman (che lavorò anche con Marvin Hamlisch), e quello che ha continuato il suo stile in molti altri capolavori Disney, compone una delle progressioni armoniche più trascinanti che si siano mai sentite in un cartoon per accompagnare uno dei voli di macchina più “aperti” del cinema di animazione, fino ad esplodere nella fantasmagorica perorazione del personaggio, nella voce potentissima di Paige O’Hara, lì a cantare I want adventure in the great wide somewhere!

In italiano, Piero Carapellucci, ma più che altro Ernesto Brancucci, detto Ermavilo (Carapellucci era a fine carriera ed è morto nel ’93), in sinergia con Renzo Stacchi, affidarono Belle a Laura Boccanera per il dialogo e a Marjorie Biondo per il canto…
Un tandem riproposto in quegli anni molte volte, anche in Sally di Tim Burton’s Nightmare Before Christmas, nel 1993 (doppiaggio di Francesco Vairano, direzione musicale di Ermavilo), e nella Odette di The Swan Princess, nel 1994 (il doppiaggio era di Manlio De Angelis e Roberto Chevalier, ma la direzione musicale era ancora di Ermavilo)…
La stereotipizzazione nella ragazza pura e con la vocina flautata fece un po’ storcere il naso a Biondo (che si è trovata poi a essere cognata di Fiorello, avendo lui sposato la di lei sorella Susanna), che andò nel 2000 al secondo Sanremo di Fabio Fazio (e Mario Maffucci e Paolo Beldì) tra i giovani a cantare un brano abbastanza incazzoso intitolato Le margherite, il cui testo (di Biondo, la musica è accreditata a tale Maurizio Fiorilla che non proprio essere l’italianista responsabile del Decameron della Rizzoli, vedi qui) esprimeva proprio la noia per le “margheritine” di una ragazza che potremmo definire quasi goth e dall’animo metropolitano/motociclista…
Nel momento di cui parliamo Biondo canta il testo italiano adattato da Ermavilo come Io voglio vivere di avventure!

In inglese l’ampiezza fatalmente indeterminata delle avventure è iperbolizzata nel maestoso *great wide somewhere*, che è qualcosa di molto di più del tragico Somewhere di West Side Story (1957 e 1961) e del già molto sognante Somewhere Out There di An American Tail (scritto da Barry Mann & Cynthia Weil con James Horner per il film Don Bluth del 1986)… un *great wide somewhere* che naturalmente riprende [come fa la canzone stessa che stiamo descrivendo, che, formalmente, si intitola proprio Belle (Reprise)] la canzone Belle in cui la protagonista descrive le parti per lei entusiasmanti del suo libro preferito: «Far off places, daring swordfights, magic spells, a prince in disguise!» che in italiano erano gli effettivamente similari «Posti esotici, intrepidi duelli, incantesimi, un principe misterioso!», anche se il «Far off places» implica molto di più il *great wide somewhere* espresso nella Reprise

E Beauty and the Beast è il primo tassello per comprendere Il segreto degli alberi
L’altro è il racconto che Richard Wagner ha fatto della genesi del suo Ring des Nibelungen (numero 27 di Operas IV)…
Wagner era un mattacchione molto pesante, narcisista e prevaricante oltre che razzista, elitario, snob, egoista e possessivo, ma aveva anche diversi lati simpaticoni…
Uno di quei lati era l’essere scherzoso sul suo stesso essere iperbolico riguardo alla sua arte…
Mi spiego: in un primo tempo disse a tutti che tutte le note del Ring des Nibelungen (che è una roba che dura 20h) gli erano venute in mente, tutte insieme, in una sola notte… e la gente gli credette! [non c’è da stupirsi: la gente crede ancora a George Lucas quando dice che Guerre stellari gli è venuto in mente tutto insieme, storia di Anakin e storia di Luke, in un unico grande arco narrativo: idiozie]
Forse per prendersi gioco di queste esagerazioni, sue e dei suoi adepti, Wagner cominciò a raccontare una storia completamente diversa, cioè che, per prima, gli venne in mente Götterdämmerung, l’ultima delle quattro opere che compongono il Ring… ma mentre la componeva capì che aveva bisogno di un antefatto, e allora si mise a comporre Siegfried, cioè la storia dell’amore adulto dell’eroe che in Götterdämmerung muore… ugualmente, mentre scriveva Siegfried, capì che aveva bisogno di far sapere a tutti come quell’eroe fosse nato e quale fosse il suo *destino* in un arco cosmico più grosso: e allora si mise a comporre Die Walküre, che parla dei genitori dell’eroe… Ovviamente, solito discorso, facendo Walküre, Wagner capì che aveva bisogno di un ennesimo antefatto, che narrasse, tecnicamente, l’*origine del mondo nordico* che in Götterdämmerung (che è il Crepuscolo degli dèi) trova la fine…
Una catena di antefatti bella lunga… ma, in un certo senso, funzionale!

Il segreto degli alberi è una combinazione del *great wide somewhere* di Beauty and the Beast e degli antefatti del Ring di Wagner!

In altri termini, Il segreto degli alberi è fatto di scatole cinesi di flashbacks [che io collego a Wagner per deformazione professionale, ma che possono dirsi anche simili a quelle di Frankenstein (di Mary Shelley, 1818)] e di un particolare andirivieni di posti [Inghilterra, India, Polonia, Spagna: andirivieni di locations riscontrabile in molte adventure odierne (per esempio La mécanique du cœur di Mathieu Malzieu, 2007, girovaga tra Edimburgo, Parigi e l’Andalusia: è un romanzo che ho detestato, anche se mi piace moltissimo il titolo)], attorcigliati insieme (posti e flashback) e raccontati con la passione che smuove Belle per le adventures in the great wide somewhere («Far off places, daring swordfights, magic spells, a prince in disguise!»), che le autrici declinano molto di più nella versione italiana dei posti esotici (l’India, e, tutto sommato, la Spagna), tralasciando del tutto la componente soprannaturale (non ci sono i «magic spells»), se non per qualche rimando, del tutto periferico, ai sentori di casa stregata (o del convento stregato), o che sembra stregata, molto più dalle parti di Frances Hodgson Burnett (o, magari, della Charlotte Brontë di Jane Eyre: di Burnett vengono in mente anche i suoi adattamenti anime, cioè Lovely Sarah e Mary e il giardino dei misteri oltre ai prodotti limitrofi, tipo Milly, un giorno dopo l’altro o Candy Candy) che di Henry James…

Più che dal soprannaturale, le autrici sono attratte dal mystery alla Tenente Colombo e dal legal drama, con diverse scene alla Patricia Cornwell, con sicari che sparano, morti ammazzati, mistrial e testimoni oculari di delitti in pericolo…

Sapendo che le autrici sono due mi sono divertito a percepirne una più a suo agio con la campagna britannica, i salotti (sempre «riccamente arredati»), gli effluvi sentimentali e la componente diciamo familiare, mentre un’altra più attratta dal brivido, dalla mano che ti acchiappa alle spalle, dal rumoraccio che ti fa sussultare, dalla botola sul pavimento che porta chissà dove, nel buierrimo nascosto… una autrice, cioè, più dolce (amori, sospiri e lacrime), e una più truce (spari, torture e spaventi)…
Ma sono tutte suggestioni: non c’è effettivamente vero *distacco* tra questi ingredienti: entrambi fluiscono continui e armoniosi l’uno nell’altro…

Benché, e questo potrebbe essere un terzo ingrediente del romanzo che si aggiunge a Wagner e Belle, sussista un particolare andamento di rapsodia dei diversi episodi…

Mi spiego:
Se gli antefatti sono organizzati, anche con una attenta gestione delle varie simbologie tra inizio e fine e dei vari dualismi tra passato, presente, destino e maledizione (con tutto quello che ci fu nel passato che torna a districarsi, presentandosi quasi *identico*, nel presente), i singoli episodi della vicenda si manifestano, più che come un romanzo come la sceneggiatura di una serie!

Cerco di farmi capire ulteriormente:
In Dunkirk dico fino alla morte quanto, nonostante fosse un film, Nolan avesse, di fondo, fatto un libro illustrato…
Le sorelle Canepa, invece, pur facendo un romanzo, con tutte le funzioni paradigmatiche del romanzo, si sente che hanno una tensione al *montaggio cinematografico*, poiché alcuni dei loro episodi arrivano de abrupto, all’interno di un capitolo, annunciati da un solo doppio spazio a capo, a focalizzarsi microscopicamente su una minuscola story arc (quasi sempre è una story arc amorosa ancillare, ma qualche volta no), che sopraggiunge nel romanzo come, in un telefilm, sopraggiunge una sequenza di riempitivo, una sequenza d’ascolto (vedi Rogue One), o un accidente di passaggio che però poi si rivela importante, o non inutile, per il prosieguo…
Questa tensione al montaggio genera un romanzo che, in certi punti, sembra il montaggio stralunato di Rise of Skywalker, o, molto di più, quello di Lethal Weapon 2! Cioè un montaggio fatto, molte volte, di piccoli inserti quasi puntillisti, che come frammenti si ricompongono nel capitolo prima e nel romanzo intero poi…

Chi è abituato alle serie e alle grandi saghe (Il segreto degli alberi è, tecnicamente, una grande saga in piccolo), quelle di una volta, magari non quelle che coinvolgono generazioni (non siamo per niente né dalle parti della Casa degli spiriti né di, che ne so, Uccelli di rovo) ma quelle che mappano un’intera vita (e Piccole donne c’è, o forse, c’è di più Piccoli uomini), troverà nel Segreto degli alberi anche quell’arricchimento del mystery e del truce a mettere pepe e a risvegliare sani riscossoni e tanta voglia di *sapere come va a finire*…

Chi non c’è abituato rimarrà in ogni caso meravigliato dalla quantità di situazioni, da vero feuilleton ottocentesco che le autrici sciorinano…
in me, per certi versi cinemista, la moltiplicazione delle situazioni (oltre che a un telefilm “classico”, di quelli anni ’80-’90, tipo JAG o Quantum Leap, telefilm i cui protagonisti avevano vissuto un “di tutto e un po’” che si scopriva piano piano, centellinato nelle singole puntate di diverse, quasi mai meno di 5, stagioni) e la particolare tensione al montaggio ha ricordato l’archeologia del film seriale (vedi i magnifici studi di Monica Dall’Asta prima nella Storia del cinema mondiale curata da Gian Piero Brunetta per Einaudi, nel primo volume dedicato agli USA, poi in Trame spezzate della Le Mani/Microart’s di Recco, Genova), che però si rifaceva a mille a tutta la grande letteratura uscita in episodi, da Dumas padre a Dickens, da Tolstoj stesso a tutti quelli oggi considerati “minori” e che io cito spesso come archetipi di molte trame che i cinefili di oggi ritengono “nuove” (il solito Eugene Sue, o anche gli italiani a partire da Francesco Domenico Guerrazzi in giù, fino a Ferdinando Petruccelli della Gattina)…
moltiplicazione che, insieme al montaggio alla Lethal Weapon 2, rende davvero Il segreto degli alberi, se non un film, effettivamente un grande telefilm su carta…

E che Il segreto degli alberi sia un grande bagaglio di episodi pronti quasi più per essere “visti” che per essere letti, in un respiro kolossal di saga in più stagioni, si evince anche dallo sguardo letterario delle autrici che mai perdono tempo a riflettere sulla natura “letteraria” di quanto stanno scrivendo: hanno uno “sguardo” che è di purissimo «servizio agli *eventi*»: uno sguardo che al lettore offre solo e soltanto informazioni su quanto accade, dove e come accade, con normali espedienti per creare suspence e consueti trucchi di narrazione “tecnici” (e io ho visto le due “anime”, quella torva e quella coccolosa), ma espedienti che rientrano tutti nella trasparenza dell’enunciato, nel cristallino mostrare quello che succede, cioè le azioni che si perpetrano, o anche i pensieri che si pensano, che vengono proposti, anche loro, come se avvenissero davvero…
Quello delle autrici è un vero grande *narratore invisibile*, di quelli che non vuole esserci e che, anche se c’è ed è evidente, fa di tutto per dirti «io non sono qui: guarda quello che succede: vedi? Tizio sta andando da Caio, guarda lui, non me!»
Ed è lo sguardo preciso che, in showing, hanno appunto i grandi telefilm di una volta, quelli classici; ed è lo sguardo che, un tempo, avevano i grandi serial cinematografici anni ’10 che studia Dall’Asta (nessuno ha mai visto Fantômas di Louis Feuillade?), o, naturalmente, la grande letteratura, ancora ottocentesca, e post-verista (più dalle parti di Maupassant che di Flaubert)

Non so se tutto questo attira qualcuno o se può piacere a qualcuno…
Ma oggi il mondo è invaso da Netflix, che spesso, in streaming e con miliardi, non fa che proporre quello che Elena e Laura Canepa hanno fatto nel loro libro tutto da sole… e le ispirazioni di roba come Marriage Story, tra film-tv di Rosamund Pilcher varie, sono anche molto meno interessanti dei Wagner, dei Beauty and the Beast, dei Feuillade e dei Maupassant alla base del Segreto degli alberi

Sicché, per ora, preferisco loro!
Con tutte le mie idiosincrasie del caso!

3 risposte a "«Il segreto degli alberi» di Elena e Laura Canepa"

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  1. Grazie per la bellissima recensione super dettagliata! Un’analisi completa che ci ha fatto rendere conto di cose che solo un’occhio esperto di cinema e di musiche sa notare. Grazie, Nick!😊❤️

  2. L’ha ripubblicato su ◦ ღ ☼ Elena e Laura ☼ ღ ◦e ha commentato:
    Buongiorno, amici! Oggi ripubblichiamo una recensione del nostro romanzo, “Il segreto degli alberi” scritta da Nick del blog Matavitatau (vi invitiamo a visitare il blog). Queste parole sono molto interessanti e si tratta di un’analisi attenta e completa che fa riferimento a film e musiche a cui noi non avremmo mai associato la nostra creazione. Grazie, Nick, e buona lettura a voi!

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