[2021] Le canzoncine di Sanremo

È il terzo post di questo tipo dopo il 2019 e il 2020

Lasciamo, per cortesia, perdere la cacchiata del «Sanremo non si guarda»: la si può pronunciare solo se si boicottano *tutti* gli altri premi/kermesse idioti del mondo, a cominciare dagli Oscar: molti di coloro che mi dicono «guardi Sanremo, fai schifo» poi stanno lì, estatitci, a contemplare gli Oscar e poi a dirmi «non dànno gli Oscar alla Marvel e a Netflix, e dovrebbero darglieli: sono venduti!»… è come, boh, stare qui a Sanremo a dire «non dànno i premi al rap», oppure «non premiano la Sony»: un comportamento che, per me, ha dell’assurdo… poiché anche trojai come «Miss Padania», o puttanate come «il premio della Porchetta», se diventassero *di massa* allora meriterebbero uno sguardo ermeneutico e analitico, in quanto parte di espressioni umane che vanno comprese, studiate e incamerate tutte, proprio apposta per registrare, valutare o poi capire errori o meriti… andrebbe fatto per tutto, senza particolare snobismo (e difatti io gli Oscar li guardo, esattamente come guardo Sanremo, con curiosità critica: perché dovrebbero esserci differenza tra i due? perché la musica di Sanremo è “brutta” mentre i film degli Oscar sono “belli”?: oddio: se si fa quest’affermazione allora vuol dire che ci vogliono davvero occhi molto più analitici che snobistici, perché è un’affermazione, per lo meno, semplicistica, se non direttamente sciovinista)

Discorso più articolato meriterebbe l’opportunità di fare il festival in pandemia…
Mah…
Io non l’avrei fatto…

Sancire la tragedia dei cinema/teatri chiusi e della mancanza dei concerti, sarebbe stato forse carino…
Ma la logica è stata quella diametralmente opposta, cioè quella di buttare tutto il know how della RAI nel limitato range dello “spettacolo” toccato da una baracconata come Sanremo…
Nei Cenni sugli streaming di musica cólta in pandemia dicevo che la RAI avrebbe potuto garantire introiti pubblicitari alle trasmissioni di ogni teatrino o ente lirico-sinfonico d’Italia… invece Franceschini preferì, allora (pochi mesi fa), blaterare della «Netflix della cultura italiana»…
E i singoli teatri, da soli, hanno dovuto, senza alcun aiuto, organizzarsi autonomamente per fare gli streaming, che sono finiti, spesso, in pasto alle multinazionali (Facebook, Vimeo, YouTube), con pochissimo se non zero guadagno (solo raramente i teatri più accorti si sono fatti una piattaforma o un player di loro proprietà), e con la RAI a mandare le telecamere solo ai teatroni blasonati che potevano pagarla (Maggio, Scala, Opera di Roma, Santa Cecilia)…
E la stessa RAI se n’è fregata di quel tipo di spettacoli, appunto più vicini a Sanremo, in cui la comunicazione artista/pubblico è più dirimente: il teatro di prosa, per esempio (di cui la RAI ha trasmesso solo un paio di “filmetti”: cioè performance agite a favore di telecamera, se non in studio poco ci mancava, e anche questi pagati dai teatroni stabili), o i concerti di musica leggera… la RAI non ha chiesto, che ne so, a Manuel Agnelli o a Emma di fare uno show in cui cantavano: ne fa uno ora Baglioni solo perché è Baglioni, solo perché attira più pubblicità… ma questo di andare dietro solo a chi ti porta denaro non è un comportamento così carino per un broadcaster di cultura di proprietà statale, le cui telecamere dovrebbero appunto obbedire a logiche culturali e non solamente di mercato…
Ma vabbé: si dicono queste cose da millenni e la situazione non si risolverà mai, visto che, come si diceva in Anna, il COVID non fa che sottolineare i problemi già in essere, renderli ancora più visibili: non li peggiora, ma mette il dito nella piaga…

Con Sanremo, la RAI e Amadeus volevano fare quello che non hanno fatto in tutto l’anno: cioè fare filmetti di performance per far guadagnare lo spettacolo, ma hanno finito per fare quello che invece la RAI ha fatto per tutto l’anno: cioè andare dietro agli inserzionisti pubblicitari…
Sanremo te lo comprano, allora Sanremo si fa: per Sanremo sono stati, per un po’, anche pensati i figuranti che applaudissero all’Ariston: cosa mai pensata per altri show, se non per le cacchiatelle televisive… per Sanremo si fanno cantare i cantanti senza pubblico, si fanno i tamponi, si allestisce un “filmino” del concerto…
…per quelli, poveracci, che la pubblicità non la attirano (cioè tutti, si diceva, esclusa la Scala, l’Opera di Roma, Baglioni ecc.), tutto questo non c’è stato… e quei poveracci sono morti di fame…
i “grossi” di Sanremo invece eccoli qui…

ma è facile anche far passare tutto questo come “simbolo”, come riflettore puntato su una situazione, e anche come modo di far lavorare chi non ha lavorato…
e va bene anche così, ok…
magari qualcuno con l’acqua alla gola, con Sanremo, ha guadagnato abbastanza pagnotta per andare avanti fino all’estate…
magari Sanremo ha alzato un po’ di polverone in proposito, più di molti altri appelli dei singoli: tipo le serate su Rai3 di Stefano Massini e Andrea Delogu, girate dallo stesso Stefano Vicario, e rimaste un po’ lì a parlare ai già convinti che lo spettacolo era con l’acqua alla gola, mentre invece Sanremo ha detto che lo spettacolo boccheggia a gente che del teatro non glien’è mai fregato nulla e Massini non l’ha guardato…
e tutto questo va bene…

Benché l’optimum non ci sia mai…
gli orchestrali di Sanremo, con Sanremo, hanno lavorato in un anno in cui non hanno fatto niente, ed è un bene, ma è anche vero che, si sa, gli orchestrali di Sanremo sono trattati dalla RAI peggio dei lavoratori più precari: sono pagati pochissimo, con turni di lavoro schiavistici… una cosa che, in pandemia, è stata anche “glorificata”, del tipo «Sanremo è l’unico che ci ha fatto lavorare» pronunciato anche là dove sarebbe dovuto essere «Sanremo è stato l’unico che ci ha fatto lavorare, ma con pratiche schiavistiche!»…
…come sempre: o bere o affogare in questo mondo capitalista della minchia…

Fare il festival è stata anche la sagra dell’impossibilità di farlo…
Amadeus e Fiorello, spesso, proprio non sapevano come muoversi senza un pubblico, e lo hanno ripetuto sempre…
e hanno sempre ripetuto di quanto il protocollo sanitario rendesse impossibile la realizzazione, tanto che il povero Irama, per un contatto con un positivo, ha cantato “registrato”…
…e se Irama ha potuto cantare registrato, perché non avrebbero potuto farlo anche gli altri?

non lo hanno fatto anche gli altri per accontentare i pubblicitari… che col COVID non è che hanno smesso di lavorare, hanno lavorato di più… anche se hanno pianto miseria anche loro…

eh oh

L’essere umano è così…
Sui vaccini e sul pagarli sta funzionando allo stesso modo di come ha funzionato Sanremo…

***a parte tutto questo***

Festival estremamente vario, discontinuo e pieno di roba: ed è un bene eh…

però non finiva più, perché a metà della gara arrivava sempre qualcuno a interrompere in modo per lo meno sconsiderato…

Certo, alcuni “qualcuno” hanno interrotto meglio di altri…

  • Per esempio ho avuto un’adorazione incontenibile per Matilda De Angelis;
  • Elodie, invece, l’ho trovata carina, ma Amadeus credo che l’abbia “collocata” male: i suoi show erano lunghi…
  • la top-model sapeva fare un mestiere, cioè “apparire”, molto bene;
  • Ibrahimović non so perché l’abbiano chiamato;
  • Di Fiorello ho amato davvero solo Ti lascerò cantato con De Angelis (o anche quando ha preso un po’ preso in giro la dipendenza dal gobbo e ha un po’ ridicolizzato Palombelli), per il resto… sì è stato “discreto”, è riuscito ad andare bene anche senza il feedback immediato del pubblico, ma è stato discontinuo nei siparietti più sensazionalisti: i monologhetti sul pene degli animali e sulle dita dei piedi erano davvero cringe, mentre invece, quando la buttava in burletta autentica, tipo quando con Amadeus ha fatto Siamo donne imparruccato, almeno strappava la risata di duodeno…
  • Barbara Palombelli a me fa dormire, con i suoi modi di pensare democristiani, sempre… figuriamoci a Sanremo…
  • Beatrice Venezi è un amore, ma è molto abituata a “comandare”, e si è visto: aveva perfino una certa adorabile “prepotenza”, oltre che una tendenza a parlare un po’ troppo di sé, ma io la amo tantissimo!
  • Ad Achille Lauro gli si può dire tutto: non si capisce quello che dice, non si capisce quello che canta, ma i suoi discorsi sono pronunciati così come li capiscono certi giovinastri: che è meglio che guardino lui invece di altri ghiozzi (tipo Morgan), poiché Lauro, non sembra, ma parla di cultura: bene o male non lo so: ma senz’altro lo fa in modi che i bimbastri possano comprendere… Il rischio che corre è di finire per prendersi troppo sul serio, e di esaurire un po’ gli argomenti, o adagiarsi nel manierismo. Magari ci sarebbe da dirgli: «Hai sempre bruciato la tua candela da due parti, Roy»

Ancora, dopo l’anno scorso, mi trovo a elogiare a mille la regia fantastica di Stefano Vicario…
Ha optato per meravigliosi stacchi vicino/lontano che giungono a spezzare la consueta steadicam strisciante intorno ai cantanti…
Il giro fino a oggi continuo di steadicam intorno al performer, cioè, viene improvvisamente “rotto” da questi stacchetti che, per esempio, da piano americano passano a primo piano, o da primo piano passano a primissimo piano… bellissimo!
Non so come abbia fatto a ottenerli: forse l’operatore portava, insieme alla steadicam, anche una telecamerina aggiuntiva posta più indietro, o con un focale diverso… o forse la steadicam era seguita, più da lontano, da un’altra camera… in ogni caso l’effetto era di un dinamismo spettacolare!
Fantastici anche i tanti avanzamenti avanti, molto lunghi e fluenti che raggiungono il cantante da molto lontano…
Belle le composizioni col performer a un lato dello schermo, alla Scott
Strepitosi i veloci “strusci” di macchina quasi zommati (tipo nella canzone di Madame)

Il tutto in scenografie più fantascientifiche del solito: sembravano Tron

Leonardo de Angelis ha composto un jingle dedicato alle interruzioni pubblicitarie molto simile al tema delle Enigma Variations di Elgar (Nimrod, dove la somiglianza con Sanremo è più evidente, è linkato alla fine di Dunkirk)

Il jingle di alcune entrate sembrava, invece, Io ci sarò degli 883…

Raggruppo le canzoni per puro gusto in 7 aree di gradimento personale (dopo il cantante c’è il direttore d’orchestra/arrangiatore)…

1 – Le punitive, quelle che provocano malessere torturante

  1. Ermal Meta, Diego Calvetti
    La solita sbobba di Ermal Meta, tutta deplorevoli luoghi comuni di coppia spacciati per miracoli poetici, cantata con un timbro sgradevole, quasi raschiante, accompagnata da una banalissima consuetudine ritmico/strumentale (enunciato–>enunciato+forte–>strilli–>bridge–>ripresa), sobria, furba, sicura di acchiappare i citrulli… uno strazio!
    E magari vince anche, come spesso hanno vinto canzoni di questo genere…
  2. Stato Sociale, Fabio Gargiulo
    Uno degli schifi più grossi, secondo me: di quelli che si atteggiano nel dire tante verità belle ma non si capisce davvero *quali siano* queste verità: non si capisce se prendono in giro, se ci credono, se fanno finta, se la buttano sullo scherzo, se ci sono o ci fanno, se sono convinti o sono dubbiosi, se sono consapevoli o ubriachi, se sono davvero certi di “denunciare” o se vogliono soltanto divertirsi: sembrano dire «le armi ammazzano» e ridere mentre stanno sparando a qualcuno… boh… sembra che peschino a strascico per beccare qualche “consenso” basta sia… orribile…
  3. Gio Evan, Valeriano Chiaravalle
    Il povero Chiaravalle, il grande compositore della sigla di Terry & Maggie, si fa coinvolgere da questo fenomeno del nulla che è Gio Evan, che chiacchiera chiacchiera chiacchiera sopra una musichetta di tre notarelle… Chiaravalle cerca di inventarsi qualche melodia per gli archi, ma non ce la fa… Evan finisce per squittire idiozie (giocando, secondo lui genialmente e non ridicolmente, con lo spezzare i versi a metà), a cantare con vocali chiusissime spesso inudibili, a decantare il triviale del demente che si crede artista, come Povia: una canzone che celebra il «nuotare fino a dove non si tocca»…
    mancava dicesse «Viva la fica» o «Pisa merda» (e se l’avesse detto l’avrei di certo apprezzato di più!)
  4. Fulminacci, Rodrigo d’Erasmo
    Poveraccio: a me ha fatto due testicoli immensi… tra l’altro con la prosopopea da cantante outsider che sbraita al microfono ovvietà varie ed eventuali, esattamente come Ultimo… l’ho un po’ odiato…

2 – Quelle che non te le ricordi, anche volendo

  1. Arisa, Adriano Pennino 
    L’hanno detto tutti che D’Alessio l’ha chiaramente scritta per Anna Tatangelo, ed è un ricettacolo di luoghi comuni intervallati della peggiore maniera gigidalessiosa: neomelodica, parlottata, tipica di cliché… passa e va come tutte queste canzoncine di amore idiota, che poi comprano tutti i tanti nostalgici di Claudio Villa o Modugno…
  2. Malika Ayane, Daniele Parziani
    È melodiosa, luccicante come una canzone anni ’80. O come una delle canzoni più di “fabbrica” di Giorgia… certo che c’è di peggio, ma è una canzone di mestiere manierata, che se usciva in altri contesti magari te la ricordavi (o forse no: io ancora non distinguo tante canzoni di Giorgia o Syria), ma qui in mezzo si perde…

3 – Le cervellotiche astruse, quelle che vorrebbero dire chissà quali verità e sfornare chissà quali argomenti musicali, ma finiscono per essere sciocchezzuole blande, che più che altro annoiano

  1. Madame, Carmelo Patti
    È di quelle che cantano divise in due dal dolore… come Levante…
    Blatera moltissimo immagini pseudo-poetiche, zeppe di horror vacui di concetti e situazioni…
    Il dramma è che è pretenziosa: è sicura di esprimere il dolore di chissà chi, di convogliare nella sua emissione tragicizzante tutto quanto chissà quale strazio di un mondo che lei ritiene di rappresentare in toto… quale sia questo mondo non lo so…
    E, secondo me, il suo espressionismo quasi impressionista (dato che i 3 episodi della canzone si presentano sbrindellati come giustapposti quasi a caso come le pennellate di Monet), risulta purtroppo in molto poco “arrosto effettivo”… è triste, melancolica, straziosa… ma non ho capito perché…
    poi, vabbé, risentita più volte si ricanticchia anche… ma non so se dietro tutta la “sciagura” di facciata ci sia vera disperazione…
    in ogni caso: se lei si esprime così, in fin dei conti, è tutto sommato meglio lei di Levante: almeno ha un tema centrale…
  2. Gaia, Orange
    L’anno scorso c’era Elettra Lamborghini, che per lo meno era sincera, Gaia è anche lei pretenziosa: la canzone è quasi identica a quella di Lamborghini, e siccome la canta Gaia, che è percepita come indie allora la canzone è bella, quando la cantava Lamborghini la canzone faceva schifo: a me Lamborghini sta molto antipatica, ma tante parzialità mi sconvolgono…
  3. Gazzè, Clemente Ferrari
    Sì, boia: musica anche decente, o anche più che decente, ma io è quasi 20 anni che non capisco più cosa voglia dire davvero Gazzè: è contro i farmacisti? o la butta in tribuna sapendo che tanto qualcuno troverà nella canzone tutti i significati possibili proprio perché quei significati non ci sono?
    La musica, ripeto, attirerà, come al solito, su di sé l’ammirazione dei patiti dell’art pour l’art
  4. Willie Peyote, Daniel Bestonzo 
    Blatera sciocchezze qualunquiste, magari avendo anche ragione eh, ma con una istanza “predicante”… se non fosse per una certa immediatezza rappettara (che renderà la canzone certamente un successo) sarebbe come Lo Stato Sociale… Sta lì a dire che il mondo della musica è merda, che Spotify fa schifo, e che la musica dovrebbe essere live all’aperto. Ma intanto è nel Sanremo senza pubblico e la sua canzonetta è su Spotify… a me questo paraculismo fa incazzare, anche quando lo ricanticchi surrettiziamente, perché questo fa Willie Peyote: butta cacca sulle canzonette ma ne compone una, e apposta per fare il contrario di quanto in quella canzonetta predica… odioso…

4 – Livello “normal” sanremese anonimo

  1. Random, Valeriano Chiaravalle 
    Mah, una cosetta che non fa male, eh… uguale a mille altre e furbacchiona (anche se cantata di schifo: ma nessuno è stato esente da rinvoltoli di voce), che non sa di nulla: ma il 90% delle canzoni poppettare è fatto così…
  2. Fasma, Enrico Melozzi 
    Sì bellino, accidenti, come no: la ricanticchi anche eh… non me la sento di stroncarlo del tutto, ma “bello” non è: è, appunto, sì, come tanti…
  3. Colapesce e Di Martino, Davide Rossi
    Citazioni di Morricone, ritmo ostinato carino, refrain orecchiabile, quasi da tormentone estivo, con un gusto quasi da colonna sonora anni ’70… A me non ha detto un cacchio… ma non gli si può dire che è brutta…
  4. Irama, Giulio Nenna
    Una canzoncina per ragazzetti, ma il suo infantilismo, da sigla di Giorgio Vanni, con l’autotune pompato, fa ridere, diverte, ed è degna di una circolazione estiva… e ha il vantaggio di non prendersi mai davvero sul serio!
  5. Annalisa, Daniel Bestonzo
    Ero indeciso se metterla insieme alle irricordabili… ma invece qualche nota ti entra in testa…
    Boh… È una canzone di quelle davvero di statuto sanremese, sentimentale, dall’andamento «tárata ta tarára» (una sorta di combinazione stramba tra coriambo e anfibraco, o tra coriambo e baccheo), che, sì, la riascolti, ma non so come possa davvero non stare sulla palle a chiunque abbia idiosincrasie con le canzonette gratuite, come sono tutte queste di Sanremo, ma magari alcune (tipo questa) lo sono più di altre…
    Se però si guarda la cosa dal punto di vista della pura *evasione*, allora questa canzone va più che bene!

5 – Le “sperimentali” o stramboidi, come il gruppo 3, ma con esiti più interessanti

  1. Extraliscio, Roberto Molinelli
    Suoni stranissimi (theremin, trautonium), prosodia particolare… mah… da adorare non lo so, ma indifferenti non lascia…
  2. La rappresentante di lista, Carmelo Patti
    Se la cantava Antonella Ruggiero sarebbe stata considerata da premio della critica… se la cantava Federica Carta sarebbe stata considerata pop di cartaccia straccia…
    La cantano questi e gli dànno un’aura di indie che piacerà a tanti…
  3. Aiello, Iacopo Sinigaglia
    Aiello è certamente matto da legare: mi sono figurato gli infermieri che dopo ogni esibizione gli rimettevano la camicia di forza e lo portavano in una cella imbottita…
    Una canzone che è un affastellamento di tutto un po’, ma che è solidamente arrangiata e ha una melodia che non è una cacchiata…
    Poi sì: forse la carta vetrata sulle natiche è più piacevole, ma non sempre «happiness is the better way to be happy!», e alcune “oscurità” spiacevoli di questa canzone so che le rielaborerò per un po’ (almeno fin quando non mettono streaming una bella Elektra o un bel Rigoletto)…

6 – Livello “normal” sanremese quasi piacevole

  1. Bugo, Simone Bertolotti
    Una melodia cantata malissimo che però è il “positivo” del gruppo n. 3 e della canzone dello Stato Sociale: Bugo sa di fare schifo e sa che la sua vita è una merda, e magari sa anche di essere “qualunquista”, ma non ritiene che questo sia bello né che sia la condizione migliore del mondo… Né Bugo si diverte a fare schifo: si limita a constatarlo e a parlarne quasi dimostrando la criticità di avere la velleità di non voler passare da “qualunquista” pur essendolo parecchio…
    Un cortocircuito non brutto da sentire…
  2. Noemi, Andrea Rodini 
    Noemi si dimostra una pessima performer dal vivo, ma vabbé, tutti in questo festival hanno claudicato parecchietto…
    La canzone è sanremesissima, ritrita, risentita, riciclata, e gli intervalli coinvolti sono più blandi di quelli più “sofisticati” di Annalisa, e questo è paradossalmente un bene: perché una cacchiatella sanremese è bene sia vestita da cacchiatella sanremese invece che da chissà quale pezzo d’arte… e almeno, nonostante gli accenti della lingua italiana straziati (cosa che fanno anche molte altre di queste canzoni, quasi tutti: Madame, Aiello, Evan ecc.), non c’è la sonnolenta prosodia «tárata ta tarára», ma una placida linearità sbrindellata, con notarelle buttate là perfino alla Wagner (l’ouverture del Tannhäuser), che non rendono male…
  3. Renga, Carmelo Patti 
    Dal vivo Renga rovina molto questa canzone che si presenta invece molto ricercata: l’inizio alla Jóhann Jóhannsson, il ritmo spezzato, e le soluzioni ritmiche degli archi spettacolosamente irregolari (purtroppo un po’ vanificati nella versione in studio), la rendono una canzone davvero sorprendente per un Renga che a me è sempre rimasto sullo stomaco…
  4. Berti, Enzo Campagnoli
    Se la cantava Il Volo (tra l’altro meno disgustoso del solito nell’omaggio a Morricone: soprattutto quello uguale a Roy Scheider mi ha stupito perché non sbrodolava come al solito; quello centrale, invece, è stato la merda della merda come sempre) sarebbe stato un obbrobrio, invece la canta una che sa come si cantano ‘ste canzonette, e quindi viene una canzonetta antica e vecchia meritevole di tutto il rispetto di chi di queste cose ha vissuto tutta la vita: non è la “rielaborazione” idiota di gente che non sa quello che sta facendo (Il Volo) ma è una che fa ‘sta roba qui: cattiva o buona, brutta o bella, è quello fa, e non si può dare contro a qualcuno solo perché è come è (se questo “essere” non fa male a nessuno, ovvio)…

7 – Quelle che mi hanno “aggradato”

  1. Fedez/Michielin, Fabio Gurian
    La cosa sorprende perché le mie ragioni di odio per Fedez sono tantissime (è forse la persona più platealmente venale che stia vedendo oggi in giro tra le celebrità), eppure…
    Michielin ha fatto tendenza in più punti: è stata la prima a rifiutare i fiori sanremesi genderizzati (solo alle donne), seguita poi da tutti, e la prima a dire “buona musica” come saluto, seguita poi da molti altri…
    La canzone amalgama benissimo diverse istanze in un mix che regge bene: il refrain ficca benissimo con un melodico puramente michielinoso che abbraccia il tappeto fedezzoso e mahmoodiano quasi elevandolo, come Chávez elevava i canti popolari andini a sinfonie (vedi il numero 17 di Symphonies)…
    davvero interessante…
  2. Coma cose, Vittorio Cosma
    È come Home di Sharpe & The Magnatic Zeros (nelle Musichine per San Valentino): amorosa, coccolosa e richiamante atmosfere da “comune sessantottina”: produce una certa “baraonda” che rende felici… è anche carina, delicata e semplice, ma è ben costruita, ed è senza pretese… perché chiedere di più?
  3. Ghemon, Rodrigo d’Erasmo
    Sembra una colonna sonora di una RomCom… magari diretta da Nora Ephron… Ha un “tono” quasi “newyorkese”… l’accompagnamento degli ottoni, da band di sala, è eccellente e perfino, a suo modo, trascinante… Lei mi ha fatto notare che sembra anche una canzone da titoli finali dei film, tipo quelle che scriveva Randy Newman per la Pixar!
  4. Måneskin, Enrico Melozzi
    È incredibile!
    A me “Marlena che tornava a casa” mi fece vomitare…
    Nella serata delle cover, la loro Amandoti, con Manuel Agnelli, è stata splendida… e per la canzone in gara hanno trovato straordinarie parti percussive degli archi (quasi alla Strauss), hanno costruito un aspetto generale rocchettaro, con una bassista iconica, molto sicuro e meno “falsificato” rispetto alle rievocazioni di Lauro (la parte ritmica della batteria è da 10 e l’inciso motivico è limpido, energico e pompante), e hanno cantato una speciale idea, che è insieme un rammarico e insieme una volontà, di orgogliosa emarginazione, con rabbia seria ma anche struggente: cose che mi hanno entusiasmato!

Vedere anche GramonHill
Ha detto sinteticamente la sua anche Storyteller’s Eye World

12 risposte a "[2021] Le canzoncine di Sanremo"

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  1. Bravo Nick, come sempre lavori benissimo.
    Anch’io ho goduto molto il connubio Maneskin con Manuel Agnelli.
    Di Manuel ho visto tanti concerti quando gli Aftrerhours facevano le prime apparizioni in pubblico e lo stile dei Maneski l’ho adorato dalla prima volta a XFactor.
    Insieme fanno un greande spettacolo.

  2. Lo guardicchio anche io salvo sonno che avanza o spegnimento immediato della tv appena appare Fiorello. Non ho sentito proprio tutti ma devo dire che se devo scegliere tre canzoni scelgo La Rappresentante di Lista, i Coma Cose e Madame.

  3. Ormai è da molto tempo che non guardo né Sanremo né gli Oscar. Non perché mi senta superiore o altro ma perché semplicemente non mi dicono niente. Anzi mi lasciano del tutto indifferenti. E questa non è una bella cosa. Per quanto riguarda il resto hai fatto un articolo molto bello dove hai spiegato benissimo tutta la situazione.

  4. A sto giro non lo ho guardato, ed è la prima volta nella vita.
    Ma ho trovato molto interessante la tua analisi e sono contenta per la conclusione sui Maneskin: anche a me sono piaciuti dalla prima ora (salto Marlena) e la collaborazione con Manuel Agnelli ha sempre funzionato bene.

  5. Sanremo non lo vedo mai… Non x puzza sotto il naso ma per disinteresse. Ho preferito rivedermi Fitzcarraldo di Herzog! Complimenti per il tuo post ovviamente!

      1. Anche i poveri Måneskin hanno fatto bene a “citarli”, con Agnelli… e anche io dovrei conoscerli molto di più (ho ascoltato solo due o tre canzoni: e me ne vergogno)

      2. Musica che è rimasta un pò nell’underground, di tipo generazionale e di nicchia. Finita la loro epoca è sbiadito il ricordo. Gianni Maroccolo, l’ex bassista lo aveva detto, su milioni (?) che guardano il festival forse 20.000 si ricorderanno di noi

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