«Music» di Sia

Come evinto dalle Musichine per San Valentino e dal malloppo sui Deep Purple scritto con Chicco, la mia competenza sulla musica composta dopo la dipartita di Richard Strauss (nel 1949) oppure dopo le morti di Olivier Messiaen (nel 1992) o di Peter Maxwell Davies (nel 2016), la musica, cioè, non appartenente a quell’agglomerato stupido che si continua a chiamare, non so perché, musica classica, è pressoché nulla…

Ma certe “folgorazioni” le ho avute, e Sia fu una di queste, anche se si limitava a due sole canzoni e cioè alla famosissima Chandelier, da me sentita addirittura durante i titoli finali di una di quelle trasmissioni sciocche pomeridiane in stile reality che accompagnavano, su La7, la Miss Italia del settembre 2014 (chiederete: «e come mai stavi a guardare il reality demente di contorno alla pessima Miss Italia di Simona Ventura?», e la mia risposta è che non me lo ricordo: mi ricordo che pulivo casa in maniera assai massiva, come capita proprio una volta all’anno, un sabato o una domenica, in un periodo di quei 28 giorni di settembre in cui abbiamo avuto un gatto, che naturalmente è scappato a gambe levate una volta visto con chi stava vivendo; accesi Mauro, il mio MacBook di allora, anzianissimo, che usavo come TV, dato che non abbiamo un televisore, per sottofondo, forse con l’intento di mettere Spotify invece di La7, e non mi ricordo perché si capitò su La7, proprio il momento in cui Simona Ventura chiudeva quel reality di Miss Italia e partiva Chandelier) e a Waving Goodbye, che ho sentito alla fine di Neon Demon di Nicolas Winding Refn nel 2016 (film a cui accenno alla fine di Biancalana e i sette gnomi, parte V, al numero 46 di Jiminy Cricket e alla fine del Don Chisciotte di Gilliam)…

Di Chandelier apprezzai molto il video, girato dalla stessa Sia con Daniel Askill, coreografie di Ryan Heffington e fotografia di Sebastian Winterø in cui una 11enne Maddie Ziegler ballava in una maniera struggentemente espressiva, pazzoide e dolente, quasi a rappresentare la “coazione a ripetere” dell’alcolismo raccontata nel testo della canzone…
Mi informai e scoprii che quella squadra (Sia, Askill, Heffington e Ziegler: Winterø, ogni tanto, ha lasciato la macchina da presa ad altri, soprattutto a Wyatt Troll) fece molti altri video (Cheap Trills, The Greatest, Rainbow, Elastic Heart, Big Girls Cry), e ne fui felice, ma ok, la cosa finì lì…
Solo spulciando le nominations per gli imminenti Golden Globes (che saranno annunciati questa notte), il mese scorso, ho evinto che tutta quella squadra (tranne Askill e con Winterø) aveva prodotto un film con Kate Hudson e Hector Elizondo…

Un film che, in tempo di Covid, ero sicuro di non riuscire a reperire, ma che invece MyMovies, con un player Vimeo, ha messo a disposizione online, al prezzo di neanche 7€…

Vado a vedere quel film tutto contento, ma con almeno un paio di dubbi:

  • L’unico vero film, non un video, a cui Sia si era avvicinata dal punto di vista creativo fu Vox Lux con Natalie Portman, girato da Brady Corbet nel 2018 (Portman e Sia sono entrate in contatto perché Chandelier è stata colonna sonora di uno spot di Dior interpretato da Portman)…
    era una idiozia scotta di tre ingredienti: il pulp iper-violento (la traumatica prima sequenza), il drammone-polpettone familista (la parte centrale), le scene a caso di sex, drugs and rock ‘n’ roll del quotidiano della rockstar svampita (il finale)… il tutto in una resa visiva strabica con, da una parte, un estremismo colorato che vorrebbe scioccare, e dall’altro l’iperrealismo più sdrucito…
    un senso ce l’aveva?
    no…
  • I film delle rockstar sono spesso cose abbastanza scemotte…
    o le rockstar chiamano effettivi cervelli cinematografici (che ne so: per esempio gli Who chiamarono Ken Russell, nel ’75, per fare Tommy, e non andò “bene” ma neanche malissimo; Prince si affidò al mestierante Albert Magnoli per Purple Rain, nell”84; Jim Steinman fece sinergia addirittura con Walter Hill per Streets of Fire, ancora nell”84; i Beatles chiamarono Dick Lester per A Hard Day’s Night nel 1964; i Rolling Stones scritturarono niente meno che Jean-Luc Godard per Sympathy for the Devil, o meglio One Plus One, nel ’68, e Jagger ebbe spesso a che fare con Nicolas Roeg lo stesso che, dopo i primi esperimenti in BBC tra ’66 e ’69, fece fare l’attore “vero” a David Bowie; quando si tratta di filmare qualche concerto, i Rolling Stones chiamano sempre gente coi coglioni, tipo Scorsese per Shine a Light del 2008, che usò quasi una dozzina tra i cinematographers migliori dell’industria cinematografica, da Bob Richardson ad Anastas Michos, a Emmanuel Lubezki, a Declan Quinn, a John Toll ecc.; Eminem chiamò il compianto Curtis Hanson per 8 Mile nel 2002, non venne malissimo; Jack Black ha lavorato con Stephen Frears in High Fidelity nel 2000 e con Richard Linklater in School of Rock nel 2003, entrambi film più che dignitosi)…
    …oppure i loro film vengono per lo meno “scarsi” (nonostante Michael Jackson abbia avuto ottimi rapporti con Martin Scorsese, John Landis e Francis Ford Coppola, per il Moonwalker dell”88 si affidò a un suo galoppino, Jerry Kramer, e il risultato fu, per lo meno, discontinuo; nessuno si ricorda granché i musicarelli di Little Tony, Iva Zanicchi, Mario Tessuto e tanti altri, prodotti, almeno, dal ’59 al ’75, con una sorta di “stampino” che li rendeva tutti uguali, da gente anche seria, tipo Lucio Fulci, Ruggero Deodato, Mario Mattóli, Duccio Tessari, Bruno Corbucci, ma assai priva di vera motivazione; nessuno si ricorda davvero i filmetti girati da Elvis Presley tra ’56 e ’69; e nessuno si ricorda, per esempio, di Jolly Blu, che gli 883 fecero girare a Stefano Salvati nel 1998; Shanghai Surprise di Madonna, diretto da Jim Goddard nel 1986, non era ‘sto granché, e forse un po’ meglio Desperately Seeking Susan di Susan Seidelman, dell”85, che infatti era meno “musicoso”; pochissima roba fu Glitter del povero Vondie Curtis-Hall, un attore mica male, pagato per dirigere il film apposta per Mariah Carey nel 2001)…

Questi dubbi mi hanno fatto avvicinare allo streaming su MyMovies del Music di Sia con curiosità, ma con una certa apprensione…

C’è da dire, naturalmente, che chi non ha apprezzato i video della squadra di Sia (coreografati da Heffington, ballati da Ziegler e girati da Winterø), detesterà Music, che di quei video è estensione e narrativizzazione…
Una narrativizzazione, per altro, molto simile a tutti i film con al centro un personaggio con patologie neuronali: una narrativizzazione molto simile al Rain Man di Barry Levinson (1988), per capirsi…
Una narrativizzazione anche molto simile a tutti i film con un protagonista affetto da dipendenze alcolico-stupefacenti, con precedenti penali, e in fase di “rinascita” [vedi, anche, Don’t Worry]…

Ma nella scontatezza delle storie presentate (la solita alcolizzata che si redime tra spacciatori dal cuore d’oro e zii adorabili, la solita malata che prima sembra fardello da buttare in manicomio ma che poi si adora), il discorso visivo imbastito da Winterø, Heffington e i ben tre montatori (Matt Chesse, Curtiss Clayton, Dana Congdon) è tutto da esplorare…
Certo, è del tutto congruente, dicevamo, ai video di Sia, di cui Music è semplice ipertesto, ma è

  • un discorso in cui comunque si vedono lampeggiare colori con una mirabolanza estatica impagabile: perdersi in quei colori è davvero un piacere…
  • un discorso in cui le immagini si nebulizzano tra sogno, speranza, fantasia, rimorso, videoclip, performance, in un découpage brillante di scintillío stupendo, di una quantità mesmerizzante di frames tutti da collegare e tutti da vedere goduriosamente…
  • un discorso in cui l’identità tra visualità e musica è di una forza prorompente assoluta…
  • un discorso in cui l’estro tecnico si sposa con un aspetto del tutto artigianale, quasi da bric-à-brac e cartapesta, che rende tutto quanto sopraffina metafora di rapporto tra cognizione e rappresentazione!
    Nella diegesi del film, la configurazione rappresentativa è tale perché tutto il film è elaborazione cognitiva della protagonista autistica, che “vede” le cose così come gliele presenta il programma per bambini stile Melevisione che vede tutte le sere alla TV, ma in termini di filosofia della visione, quel bric-à-brac diventa metafora della immaturità di tutti i personaggi, della loro condizione di “non formati” e anche della condizione di precarietà del caso a cui tutta l’esistenza è sottoposta, con gli umani semplici giocattoli ad agire in un caleidoscopio scenografico fittizio (vedi Shining), sottoposti anche a diverse morti quasi “casuali” e alle varie malattie inflitte da chissà che…
    Un bric-à-brac di carta velina e di colori sgargianti che rinuncia a tutte le esattezze tecniche di major (tipo quelle di Dex Fletcher in Rocketman) per ritrovare la “gioia” di un certo sperimentalismo molto indie, molto “creativo”, rassomigliate al miglior Michel Gondry (quello “costruttivo” de La Science des rêves, 2006, e Mood Indigo, 2013, al numero 4 del Conte di Palomino), al Moulin Rouge! di Luhrmann (2001), al fauvismo più felice di Danny Boyle (Millions, 2004) e, soprattutto, all’avanguardia più radicale, per esempio all’estasi lisergica della Pepperminta della svizzera Pipilotti Rist (2009), da cui Sia riprende anche molta storia di crescita personale…
  • un discorso in cui il continuum tra vero e finto, e tra musica e vita, è permanente, come succede in Velvet Goldmine, che si cita nella natura posticcia dei videoclip interni, nel loro improvviso insinuarsi nella diegesi, e nella filosofia della visione tra conoscenza e rappresentazione (da Haynes, naturalmente, portata avanti con più implicazioni “cattive”); e come succede nel John F. Donovan di Dolan, che ha simili problematicità indagate nella questione del “sapere” e “rappresentare” (e stavolta, Sia è forse, per lo meno, un pochino più sintetica di Dolan)…

Tutti da esplorare sono anche i lavori degli attori, davvero tosti, con

  • una Kate Hudson davvero in parte (è lei, oltre al film, a essere candidata al Golden Globe) che ci fa ironicamente pensare a quanto inconsistenti siano le sciocchezze dei cattolici ghiozzi, quelli della famiglia tradizionale, quelli di Adinolfi, secondo cui il babbo e la mamma sono il babbo e la mamma e basta e non c’è verso, perché c’è il sangue e l’innatismo, e la genetica e il femminile e il maschile e altre pottate: Kate Hudson SOMIGLIA in tutto e per tutto, per sguardo, conformazione del viso, modi di agire e manierismi attorici a quello che è suo padre, e cioè Kurt Russell… e la cosa che sconvolgerà gli Adinolfi qualsiasi è sapere che Kate Hudson è stata “geneticamente” concepita da un altro, non da Russell: ma è Russell che l’ha cresciuta ed è Russell che lei chiama “papà”: e lei ha finito per *somigliare* a Russell!
    Quindi perché blaterare che “conti di più” quello a cui Kate Hudson non somiglia per niente solo perché egli ha geneticamente contribuito a farla (e le risate si fanno quando la “genetica”, cioè ovulo e sperma, sono, in questi casi di Hudson e Russell, indicati dai cattolici ghiozzi come fondamentali, mentre quella stessa “genetica”, cioè, ripeto, ovulo e sperma, è descritta dagli stessi cattolici come ininfluente solo perché quell’ovulo e quello sperma sono stati ospitati da una terza persona, geneticamente connessa zero col nascituro, ma dai cattolici designata, per chissà quale ragione “madre effettiva” *al di là* di quella genetica, ripeto ritenuta accessoria in questo caso là dove per Russell e Hudson era dirimente: ma in effetti cosa cacchio si pretende da gente che crede nella “creazione”?)…
    boh…
  • e una Maddie Ziegler, che, a neanche 18 anni, balla con una espressività sconcertante, una tecnica implacabile, e fa una performance che è proprio superba, simile alle altre degli altri grandi attori, tanti, che si sono misurati con personaggi con analoghi particolarità psichiche, vedi, che ne so, ancora il Dustin Hoffman di Rain Man, o lo Sean Penn di I am Sam (2001), o la Keira Knightley di A Dangerous Method (2011), o Giancarlo Giannini di Ti voglio bene Eugenio (2002), o, ovviamente, la Patty Duke della Miracle Worker (1962), o il molto più vacuo Eddie Redmayne della Theory of Everything (2014), che vinse perfino l’Oscar; rispetto a loro ha anche una accoratezza sincera effettivamente prodigiosa… [per altri esempi di cinema dell'”handicap” vedi anche l’introduzione al Colore nascosto delle cose]

Tirando le somme, visti tutti i miei dubbi, concludo che Music non piacerà a quelli che vanno alla vicenda, che troveranno assai scontata e rivista, e non piacerà a chi ha idiosincrasie con Sia e con i suoi video; farà schifo, anche, a chi ha problemi col musical tout court…

A me che vado solo di visivo, e adoro i musical, Music ha entusiasmato…
Non tanto da osannarlo come il film migliore del mondo, né tanto da sorvolare sui suoi difetti di déjà vu, di faciloneria o di risaputezza…
…ma abbastanza da passare 100 minuti con somma gioia visiva, cinematografica e musicale, con tutto l’amore possibile per le soluzioni costruttive artigianali, “artistiche” e inventive del cinema! Soluzioni che ricordano, ancora una volta, di quanto la vita sia “interpretabile” di più e meglio quando è ben connessa con la consapevolezza che è essa stessa, come direbbe Schopenhauer, rappresentazione (e Schopenhauer lo ripete dal 1819!)… i film che ce lo ricordano a me piacciono assai, anche quando sono tutto sommato narrativamente all’acqua di rose come lo è Music!

Davanti al portato di conoscenza visiva che Music possiede, fanno ridere le tante polemiche che ha suscitato…
cioè

  • che il personaggio nero è il solito nero magico e “risolvitutto” banalizzato, visto con poca simpatia da chi invece vorrebbe i personaggi neri “realistici”… anche in contesti che realistici non sono affatto…
  • che Maddie Ziegler fa l’autistica anche se non è autistica, perché, in barba a qualsiasi “bravura” e a qualsiasi ontologia dell'”attore” (l’ὑποκριτής, l’hypokritès dell’Antica Grecia), di colui, cioè, che «finge di essere qualcun altro» per definizione, oggi si va in giro dicendo che un rapito dagli alieni c’è da farlo “interpretare” a un *vero rapito dagli alieni*, che potrebbe anche essere difficile da trovare: o potrebbe essere facilissimo per coloro che credono che gli attori non siano capaci di fare un cacchio, tanto che servono solo i “veri” rapiti, e se per essere rapiti dagli alieni è sufficiente “crederci” allora chiunque può fare un rapito dagli alieni, ma un attore normale no, perché un attore normale non ci crede quindi “finge”… mi immagino dove trovare attori per fare i cittadini di Hiroshima nel 1945 in un film storico: come potrebbero, gli attori di oggi, “interpretare” le vittime senza “fare finta”? Mica sarebbe etico “fingere” in un film storico su quella tragedia?
    E, per questi, non è etico che al cinema o in teatro si finga… anche se è proprio con la finzione del teatro/cinema che si conosce la vita, vedi Schopenhauer e la stessa morale del discorso visivo di Music… anche se è proprio di finzione che teatro e cinema sono costituiti [vedi anche i discorsi su Tespi in Una giornata particolare, Dark Waters, nellElogio di EVA, in tutto Spielberg II, ecc. ecc.]

Un testo per certi versi “simile” alla sorta di particolare infantilismo di Music è il Napoleon Dynamtie di Jared Hess, che fece diverso successo, anche se nei soli Stati Uniti, nel 2004…

2 risposte a "«Music» di Sia"

Add yours

  1. Leggere mi ha acceso talmente tanti spunti che avrei dovuto segnarli, perché adesso ho un groviglio di cose da dire e non ne uscirò.
    Anche a me piacciono i musical. Moulin Rouge lo indico spesso come il mio film preferito.
    Gondry anche ma io finisco sempre su Clementine perché amo Kate Winslet.
    Mi piace molto anche Kate Hudson e concordo sulla tua considerazione rispetto a Kurt Russel. Chiedo: Matt Bellamy potrebbe in qualche modo aver influenzato il suo canto, in un senso o anche all’opposto non lo so, e spero di recuperare Music prestissimo!
    Come si potrebbe non ricordare Jolly blu? Ma anche Desperately seeking Susan.
    Sei la prima persona che descrive positivamente Keira Knightley in A dangerous method.
    Quando servirà qualcuno fuori dal mondo, per lo stesso criterio dei rapiti dagli alieni, forse ce la farò anche io … :)
    Mi domando: se Mauro avesse diffuso veramente Spotify anzichè la7?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: