Musichine per San Valentino

Ooooh, faccio un post per San Valentino anche io!
Con tutto l’impegno possibile!

Quando si arriva agli anni 1960s si vede che la mia competenza svanisce e si va a braccio, senza più alcuna pretesa di serietà!

È un elenco molto limitato, poiché tutta la Musica parla d’amore…

E avverto subito che non ci saranno né i cantautori italiani (tranne pochissimi) e diversi “mostri sacri” tipo Beatles, Rolling Stones o Elvis Presley: non li conoscono… ma si potrebbero aggiungere in successivi edit

Le gavotte della suite per violoncello n. 6 BWV 1012 di Johann Sebastian Bach, 1720s
Non si sa granché quando furono scritte le 6 suite per violoncello di Bach (la maggioranza delle prove documentali fa intendere il periodo dal 1717 al 1723)…
Ci sono pervenute tramite diverse redazioni, le più autorevoli recate dal manoscritto di uno dei copisti che più diffusero il lavoro di Bach, cioè Johann Peter Kellner, e da quello che potrebbe essere un idiografo dettato da Bach alla moglie Anna Magdalena…
Le gavotte della sesta e ultima suite, con il loro ritmo danzante assai popolaresco, evocano molto bene felicissimi amori agresti, contenti e liberi, e con un cuore centrale amorosissimamente intimo!
Adorabili!

Spettacolari le versioni di Miša Maiskis del 1985 e Mario Brunello (2010)… Maiskis, nel 1999, ha fatto una lettura molto più “graziosa”…

Là ci darem la mano, duetto da Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart (KV 527), 1787
Di Don Giovanni s’è parlato anche troppo (è la n. 3 di Operas I, è nelle Opere per Halloween e la rivoltiamo da dritto e rovescio anche qui)…
Non è un inizio bellissimo poiché in questo grazioso duettino Don Giovanni sta ingannando la povera Zerlina…
Però, come spesso succede nell’opera, il compositore e gli ascoltatori non hanno capito un beneamato nulla della situazione rappresentata e si sono concentrati solo sul fare un bel “consenso d’amorosi sensi”, e ci sono riusciti moltissimo: Mozart facendo una delle sue musichette più carine, e il pubblico replicandola all’infinito come inno di innamoramento…
…e quello che avrebbe dovuto voler dire in origine… beh… chissene!
ed è anche bene così!

Di letture ce n’è a milioni (per esempio, guardate quant’è carina la Zerlina di Julie Fuchs, con Philippe Sly al Théâtre de l’Archevêché di Aix-en-Provence, Jérémie Rhorer a dirigere Le Cercle de l’Harmonie, regia teatrale Jean-François Sivadier, regia video Philippe Béziat, 2017) ma io vi propongo ancora quella di Nikolaus Harnoncourt, Thomas Hampson e Barbara Bonney nel disco catturato da Teldec col Concertgebouw di Amsterdam nel 1988, poiché vi si sente tantissimo un magnifico crescendo, palese nell’edizione critica della partitura, che gli altri fanno sentire molto meno!

Per un San Valentino “da orgia”, tutto satiriasi e divertimento, il Don Giovanni offre anche il coro dei contadini Giovinette che fate l’amore (usato anche in un momento di Dillo con parole mie di Daniele Luchetti, 2003)…

Pa-Pa-Pa, duetto da Die Zauberflöte di Wolfgang Amadeus Mozart (KV 620), 1791
Uno scherzetto che però illustra due personaggi che si amano a prima vista con una innocenza così dolce e birichina che non può non conquistare!
Anche qui Harnoncourt (Anton Scharinger, Edith Schmid, Zürich Opernhaus, 1987) è stato sommo, specie nel proporre un’idea quasi stanislavskiana di recitazione…
Stupendissimo René Jacobs (Daniel Schmutzhard, Sunhae Im, Akademie für Alte Musik Berlin, Teldex Studio Berlin, Harmonia Mundi, 2009), attentissimo alla componente “improvvisativa” che ai tempi di Mozart era presentissima, prima che arrivassero i “repertori” e gli autenticismi
…ma forse quello che ancora li batte tutti è il vecchio Otto Klemperer (Walter Berry, Ruth-Margret Pütz, Philharmonia, Kingsway Hall di Londra, EMI, 1964)
Attenzione che queste letture carine e innamorate sono l’eccezione: nella discografia mozariana, in cui da anni si vuole il Mozart rubicondo e veloce, imperano interpretazione come questa di Georg Solti, Michael Kraus, Lotte Leitner e i Wiener Philharmoniker del 1990

Secondo movimento del concerto per pianoforte e orchestra n. 5, detto Emperor, op. 73 di Ludwig van Beethoven, 1811
Un concertone immenso, fatto davvero di eroici furori e di spirti guerrier che ruggono, già lambito nei 10 album, che al centro conserva questa splendida scena che sembra tratta da un film ambientato in epoca vittoriana in cui i due protagonisti riescono a giurarsi amore solo alla fine dopo essersi “corteggiati” tutto il tempo, e pertanto quasi si accorgono di amarsi, come per caso, perché il loro amore era palese a tutti tranne che a loro: in qualche modo, cioè, si “scoprono” già amanti, in senso quasi retrospettivo!…
A mio avviso è una goduria!

La componente filmico-vittoriana del sentimento, secondo me, la si sente tantissimo nella lettura di Seiji Ozawa e Rudolf Serkin registrata a Boston per Teldec nel 1981

Terzo movimento della Sinfonia n. 9, op. 125 di Ludwig van Beethoven, 1824
La sinfonia è la numero 7 di Symphonies ed è importante per molti aspetti, ma è qui perché ha un coccolossissimo tema centrale del terzo movimento…
Il più bravo a rendere la coccolezza di quella musica è stato, a mio avviso, Carlo Maria Giulini con i Berliner Philharmoniker nel 1989

Il Romance-Larghetto, secondo movimento del Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra, op. 11 di Fryderyk Chopin, 1830
C’è un enorme problema di identificazione dei soli due concerti per pianoforte e orchestra pubblicati da Chopin (che provò a scriverne un altro, ma non ci fu verso)…
Chopin li scrisse subito prima di scappare dalla Polonia: nel 1830 fuggì dalla guerra russo-polacca e si rifugiò a Parigi…
Cerchiamo di fare chiarezza “cronologica”:
Nell’autunno (ottobre-novembre) del 1829 uno Chopin ventenne e appena “laureato” scrive un concerto per pianoforte in fa minore che esegue al Teatr Narodowy di Varsavia nel marzo del 1830, con buon successo…
un successo tale da fargli subito scrivere un altro concerto per pianoforte, in mi minore, concerto che finisce di scrivere intorno a settembre del 1830 e che esegue, nello stesso Teatr Narodowy di Varsavia, nell’ottobre del 1830…
dopo un mese la guerra scoppia, Chopin scappa e a Parigi, nel 1833, va dall’editore Maurice Schlesinger e gli propone di pubblicare un concerto per pianoforte in mi minore, che Schlesinger subito stampa (in sinergia col suo socio di Lipsia Carl Friedrich Kistner) come op. 11 di Chopin e come suo concerto per pianoforte n. 1!
ma quello in mi minore era il *secondo concerto scritto da Chopin*!
il primo che scrisse, quello in fa minore, Chopin lo propose a Schlesinger solo nel 1836, e Schlesinger lo stampò (stavolta in sinergia con la blasonatissima Breitkopf & Härtel di Lipsia, a cui il precedente proprietario di Kistner, Albert Probst, dopo un “contenzioso” con Kistner, aveva “passato” i diritti tedeschi di Chopin) come op. 21 di Chopin e come suo concerto per pianoforte n. 2!
…la cosa non sarebbe affatto un problema se non fossero arrivati nel mondo gli autenticisti più realisti del re che cominciarono ad eseguire il concerto in fa minore come concerto n. 1 convinti di stare *rispettando* la volontà di Chopin, oppure la sua cronologia, mentre invece stavano solo, come al solito, facendo confusione atroce!
Per San Valentino vi propongo il secondo movimento del concerto in mi minore, l’op. 11, che per me è il “primo concerto”, anche se fu scritto dopo, perché io degli autenticisti oltranzisti me ne sbatto (una brutta cosa da dire, visto che verso gli autenticisti non oltranzisti spesso ho molta simpatia)!

Dopo una musica timida e titubante, estremamente tenue, che si insinua nelle orecchie come un gattino che, davanti a una porta aperta, non sa se oltrepassarla o no, una brevissima cadenzona leggermente più decisa e sicura, affidata al corno, apre all’arrivo del pianoforte, anche lui timido e carezzevole, che, quasi da solo, si presenta come un signore bene educato, quasi affettato… e fin qui ok…
il dramma è che quel signore bene educato (il pianoforte) è improvvisamente coinvolto in enunciati malinconici, come se “reagisse” a qualcosa, un qualcosa che, de abrupto, si risolve (in una nuova cadenza duettata tra piano e violini) in una delle melodie più sfacciatamente appassionanti della musica classica, trascinante e intimissima come la miglior scena sentimentale hollywoodiana ma sorretta da una “struggenza” di fondo mai banale (è come se il nostro signore affettato riconoscesse improvvisamente, negli occhi dolci che potrebbe avere davanti, l’anima gemella, e anche se l’ha trovata sa che la cosa gli induce più emozione meditativa che gioia, come se il loro amore dovesse restare “nascosto”), anzi è portata avanti con un controllo sopraffino dell’armonia che manda ai matti più di qualsiasi coevo Berlioz, Schumann o Liszt e che anticipa di un 15ennio il miglior Wagner…
la scala usata, da Chopin viene enunciata con tutte le giochesse tecniche possibili *apposta* per farci sognare e “delirare” più che mai, con notarelle puntute, acute e lontane, pronte a titillarci un’aspettativa acustica che Chopin risolve subito con la massima crudele maestria, accontentando sì il “bisogno” di risoluzione ma gemellandocelo subito con una nuova angustia poiché l’accordo di risoluzione non è compatto ma è tutto staccato e si sbrindella nel grave!
Un vero tripudio di affastellamenti passionosi che quasi sfianca ogni volta!

Gli interpreti si sono un po’ divisi tra chi si è abbandonato a Hollywood, spingendo l’acceleratore sulla struggenza, con vari rallentando e varie attese nelle numerose cadenze, e chi invece ha cercato di rimanere più asciutto e tecnico, pur garantendo infinita emozione…
Uno dei più innamorati fu Artur Rubinstein, che fissò il concerto tante volte, la più famosa per la RCA, con Stanisław Skrowaczewski e la New Symphony of London nel 1960…
Ancora nel 1960, con la Philharmonia diretta da Paul Kletzki agli Abbey Road Studios della EMI, il giovane Maurizio Pollini si instradava un po’ sulla strada di Rubinstein…
Nel 1968, con Deutsche Grammophon, fecero furore i giovanissimi Claudio Abbado e Martha Argerich con la London Symphony alla Walthamstow Assembly Hall di Londra: magici nell’equilibrio tra ardore e pensiero (Argerich ha poi registrato tante altre volte il concerto, anche con quello che fu suo marito, Charles Dutoit [Église de Saint Eustache, Montréal, 1998])…
Nel 1978, ancora con Deutsche Grammophon, Carlo Maria Giulini e Krystian Zimerman con la Los Angeles Philharmonic (al Dorothy Chandler Pavilion?), furono i campioni delle letture più “distaccate” anche se non meno trascinanti… poderosissima, per esempio, la lettura che fece Zimerman, sia direttore sia solista, con un’orchestra di professori scelti da lui, dal vivo durante una serie di performance all’Auditorium Agnelli di Torino nel 1999, incisa dai microfoni Deutsche Grammophon…
Innamoratissime sono state le letture del blocco orientale, una su tutte quella di Kurt Masur e Annerose Schmidt al Gewandhaus di Lipsia nel 1982, incisa da Eterna…
Dagli anni 2000, invece, il lato oggettivo ha un po’ preso il sopravvento sull’emozione pura, vedi Zubin Mehta e Lang Lang con i Wiener Philharmoniker per Deutsche Grammophon nel 2008…
Oggi non è però difficile, specie dal vivo, ritrovare un po’ di innamoramento: recentissimamente Beatrice Venezi e Margherita Santi, con una Orchestra della Toscana nel Teatro Verdi di Firenze vuoto per il Covid, hanno mandato tutti in brodo di giuggiole!

Peter Weir, nelle scene di innamoramento tra Truman e Lauren/Sylvia in The Truman Show (1998), usa la versione di Rubinstein e Skrowaczewski
Io sono molto affezionato a quella di Masur e Schmidt
e avevo gli occhi a cuore dopo quella di Venezi e Santi

A te, o cara da I puritani di Vincenzo Bellini, 1835
Una delle dichiarazioni d’amore più carine del teatro d’opera!
Tre sono le letture più diffuse di quest’opera:
quella di Tullio Serafin, Giuseppe Di Stefano e Maria Callas con l’orchestra della Scala, registrata nel 1953 nella Basilica di Sant’Eufemia di Milano: erano tempi in cui c’era una totale indifferenza per il testo quale appariva nelle edizioni, nelle stampe o nei manoscritti di compositori, perciò vi sente Di Stefano che esegue il gorgheggio come se fosse una perorazione forzuta, benché la sua dizione e il suo fraseggio morbido siano effettivamente prodigiosi!…
quella di Richard Bonynge, Luciano Pavarotti e Joan Sutherland con la London Symphony, registrata nel 1973 alla Kingsway Hall di Londra: Pavarotti fa il gorgheggio in modo estremamente preciso…
quella di Riccardo Muti, Alfredo Kraus e Montserrat Caballé e la Philharmonia, incisa nel 1979 ancora alla Kingsway Hall: Muti cerca di congiungere la filologia col belcanto e trova un Kraus molto disposto ma già ultra-cinquentenne…

Verranno a te sull’aure, finale I della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, 1835
Finisce malissimo, ma quanto è dolce!
Lucia è la numero 10 di Operas I, e se ne parla anche in Змеéвна!

Io sono legato all’edizione urtext (cioè che segue solo l’autografo di Donizetti, scelta che non è esente da problemi, ovvio, poiché per la pubblicazione Donizetti sì, certo, ingoiò diversi bocconi amari, ma fece anche diverse “migliorie”) approntata da Charles Mackerras con la Hanover Band negli studi di Abbey Road a Londra nel 1997. Cantano Andrea Rost e Bruce Ford…

Ouverture del Tannhäuser di Richard Wagner (WWV 70), 1845
Dopo la prima a Dresda nel 1845, Wagner riscrisse l’opera altre volte, per Parigi nel 1861 e per Vienna nel 1875…
L’ouverture, in particolare, saccheggiata in Do-Re-Mi di The Sound of Music di Rodgers & Hammerstein (1959), esprime con un godurioso portato romanticone (fatto di strilli di ottoni, potenze sonore enormi e di prosperosi ritmi bacchici) un Amore davvero larger than life!
Ecco la prorompente e furente lettura di Georg Solti con i Wiener Philharmoniker (Sofiensaal, Vienna, 1970)

Treulich Geführt, Ziehet Dahin, coro nuziale del Lohengrin di Richard Wagner (WWV 75), 1850
Il Lohengrin è al numero 13 di Operas II
Ai matrimoni la ascoltiamo sempre con l’organo o in dozzinali riduzioni strumentali, accostata alla Marcia nuziale del Sommernachtstraum di Mendelssohn, ma nel Lohengrin è un momento di serenità sopraffino, davvero idealizzante una felicità di coppia che sta per sfaldarsi, ma che è tutta lì da vivere!
La lettura di Daniel Barenboim con la Staatskapelle Berlin (registrata nel 1998 in quel miracolo che fu la Sendesaal della vecchia radio della DDR appena rimodernata ma non ancora ristrutturata come Funkhaus Nalepastrasse a Berlino) ha meno fronzoli di tante altre…

Liebestraum n. 3, S 541/3 oppure R 211/3 di Franz Liszt, 1850
Fu intorno al 1931 che Peter Raabe cominciò a catalogare (con la lettera R) i lavori di Franz Liszt, e ci si perse…
Una decina d’anni dopo cominciò a mettercisi d’impegno Humphrey Searle e ci lavorò tutta la vita, ma i lavori di Liszt sono così tanti, e così “interconnessi” tra loro (uno è rielaborazione di un altro, e l’altro viene riscritto anche altre volte!), che il catalogo di Searle (contrassegnato dalla S) ha richiesto molti aggiunte successive dovute, soprattutto, agli studiosi Sharon Winklhofer, Michael Short e Leslie Howard (l’ultimo “inserto” mi sembra sia del 2004)…
Il Sogno d’amore n. 3, per esempio, Liszt l’aveva composto come canzone per canto e pianoforte su testo di Ferdinand Freiligrath nel 1843 (S 298/1)… di quella canzone, Liszt fece una “seconda versione” nel 1847 (S 298/2)… Riarrangiò di nuovo la canzone per pianoforte solo onde includerla, come terzo e ultimo pezzo, nel ciclo intitolato Liebesträume, che pubblicò con Julius Kistner (il fratello del Kistner di Chopin, che intanto era morto, nel 1844) a Lipsia nel 1850 (S 541)…
È questa versione per pianoforte solo che sentiamo oggi, come standard, che riesce a essere scarruffata e “attiva” e nello stesso tempo meditabonda e stream of consciousness… È proprio lo scarruffio dell’Amore!
A caso linko Valentina Lisica nel 2012 (Royal Albert Hall, Londra), Chát’ia Buniatišvíli nel 2010 (Meistersaal di Köthener Strasse, Berlino) e qualche vecchio: Claudio Arrau (fine anni ’80?), Daniel Barenboim (Studio Lankwitz della Villa Siemens, cioè la Herrenhaus Correns di Berlino, 1980), Jorge Bolet (Kingsway Hall, Londra, 1982), George Cziffra (chissà quando), Clifford Curzon (1963?)

Il balen del suo sorriso, aria del Trovatore di Giuseppe Verdi, 1853
Anche di Trovatore s’è parlato ampiamente (in questo blog è dappertutto: al n. 15 di Operas II, nelle Opere per Halloween, nelle recensioni a Firenze e Macerata, e nei termini di paragone per i film di Carpenter, nella Tag di Lovecraft, nella Steinerne Stadt ecc. ecc.), ma stupisce sempre che il personaggio del Conte di Luna si tenga per sé una delle arie d’amore più ispirate di Verdi (tre le altre che sono nel Trovatore, che ha all’attivo anche Ah, sì, ben mio, Tacea la notte placida e D’amor sull’ali rosee)…
Io sono affezionato alla lettura di Carlo Maria Giulini e Giorgio Zancanaro con Santa Cecilia a Roma (1984), ma qui c’è davvero l’imbarazzo della scelta…

Il duetto “ronzante” di Orphée aux Enfers di Jacques Offenbach, 1858 e 1874
Orphée aux Enfers è al numero 18 di Operas II
Offenbach prende in giro gli amori mitologici di Zeus, che va in giro a scopacchiare sotto sembianze bestiali… Nell’opera c’è anche un Rondeau des métamorphones in cui tutti gli dèi prendono in giro Zeus e le sue assurde trasformazioni a scopo amoroso…
Nel duetto “ronzante”, Zeus riesce a sedurre Eurydice anche se ha le sembianze di una mosca! Eurydice sembra gradire tantissimo l’amore della mosca e si mette a “ronzare” con lo Zeus/mosca! Davvero parodico!

Nonostante tutto, l’edizione più “scientifica” oggi disponibile è ancora quella stabilita da Laurent Pelly e Marc Minkowski per uno spettacolo all’Opéra de Lyon del dicembre 1997 (ne esiste anche un video di Ariane Adriani e Yves André Hubert)

L’esplosione dell’amore tra Nadir e Leïla nei Pêcheurs de perles di Georges Bizet, 1865
Un’opera complicata, di quelle dalla gestazione truce e dal risultato oggi difficile da seguire, che però ha questo duettone davvero fantasticone!
Ecco Alain Vanzo e Ileana Cotrubas diretti da Georges Prêtre con l’Opéra National de Paris nel 1977!
È la musica che fa scoccare l’amore tra Fritz e Jo nelle Little Women di Gillian Armstrong del 1994…

Secondo movimento del Concerto per pianoforte, op. 16 di Edvard Grieg, 1869
Fu ristrutturato da Grieg nel 1906-’07 (Grieg è morto nel ’07)…
È un concertone, di cui dovremmo riparlare…
Il secondo movimento comincia tranquillo ma ha si arrampica verso un fantastico slancio passionevole!
È molto diffusa la lettura di Artur Rubinstein con André Previn e la London Symphony alla Fairfield Hall di Londra nel 1975 (la sacrale regia video è di Hugo Käch), ed è effettivamente facile amarla, ma non sfigura affatto la più “snella” e “giovane” interpretazione di Alice Sara Ott con Esa-Pekka Salonen e l’orchestra del Bayerischer Rundfunk nel 2015 (Herkulessaal del Residenz di Monaco di Baviera)…

Búrja [La Tempesta], op. 18 di Pëtr Il’íč Čajkóvskij, 1873 (è il n. 44 del Tchaikovsky Handbook del 2002, e il n. 41 del Čajkovskij’s Works del 2006)
Čajkovskij la basò su The Tempest di William Shakespeare (forse del 1611), soprattutto sull’amore di Miranda e Ferdinand…
Shakespeare fu un grande “soggetto” di Čajkovskij: già dal 1869 cominciò a lavorare a Roméo i Džul’étta (noi conosciamo la versione del 1880, in Suggestioni per San Lorenzo), dopo questa Tempesta pensò di fare un’opera su Otello, tra 1876 e 1877 (60 anni dopo Rossini e 10 prima di Verdi), e scrisse una fantasia su Amleto nel 1888 che ampliò nelle musiche per un Amleto allestito in francese da Lucien Guitry a San Pietroburgo nel 1891…

Búrja (e c’è da fare attenzione a non confondere quella che è questa Tempesta con l’Uragano, cioè Grozá, che Čajkovskij scrisse nel 1864 basandosi sul dramma di Aleksándr Ostróvskij di 5 anni prima e che molti americani il più delle volte traducono ugualmente Tempest invece di Storm) è effettivamente una chicca: priva di tutti i fronzoli che spesso Čajkovskij si porta dietro, e prorompente di idee, divertimento e caldissimo sentimento!

Claudio Abbado è stato uno dei più grossi interpreti di questo pezzo (le più diffuse sono le sue letture con la Chicago Symphony nel 1984 e quella con i Berliner Philharmoniker nel 1994)…
Molto accattivante anche la versione di Michaíl Pletnëv e la Rossijskij Nacional’nyj Orkestr del 1993 (Sala grande del Conservatorio di Mosca)…
Ma forse la mia preferita è quella di Neeme Järvi con la Detroit Symphony del 1994, che però Chandos ha diviso in più tracce e quindi c’è in più video su YouTube…

O Carévič umoljáju [O principe ti imploro], finale del terzo atto del Borís Godunóv di Modést Músorgskij, 1874
Come in Là ci darem la mano, Marina (che manco si chiama Marina) inganna il povero Carévič (il figlio dello car’, lo zar), ma la melodia è in ogni caso fortemente amorosa…
Borís Godunóv è la numero 25 di Operas III
Come non apprezzare Ól’ga Borodiná e Vladímir Galúzin con Valérij Gérgiev e il Mariínskij di San Pietroburgo (all’Omroep Music Center di Hilversum) nel 1997

Frančéska da Rímini, op. 32 di Pëtr Il’íč Čajkóvskij, 1877 (è il n. 46 del Tchaikovsky Handbook del 2002, e il n. 43 del Čajkovskij’s Works del 2006)
Čajkovskij è sulla cresta dell’onda da una decina d’anni, ed è protagonista di una curioso slittamento di gusto…
Come corrispondente di una rivista, Čajkovskij ottiene i biglietti per l’evento musical-mondano numero uno del periodo: la prima del Ring des Nibelungen di Bayreuth “perdurante” per 4 giorni intorno al ferragosto del 1876 (vedi n. 27 di Operas IV)…
Čajkovskij detesta il Ring, detesta Wagner, e lo scrive nel suo articolo da corrispondente, in cui dice di aver odiato tutto, dal buio in sala (il Festspielhaus di Bayreuth fu il primo teatro a imporlo) alla vicinanza con gli sconosciuti (è un teatro privo di palchetti e con sedili piccoli e scomodissimi), alla musica ripetitiva, pesante e pedante…
Appena torna in Russia, però, si mette a scrivere questa Francesca da Rimini che però è *identica* a un’ouverture di Wagner!
Paolo e Francesca, come tutto Dante, erano già stati ampiamente sfruttati dal Romanticismo musicale: Liszt, per esempio, aveva scritto una sinfonia grossa come una casa sulla Divina commedia (nel 1857, vista di sfuggita anche nelle Musiche per Halloween), ma le “Francesche da Rimini” più famose e oggi più diffuse vengono tutte dopo Čajkovskij (l’operina di Rachmaninov del 1905, e l’operona di Riccardo Zandonai del 1914)…
Rispetto a Liszt, Čajkovskij si mette molto meno a tradurre in musica “letterariamente” i singoli momenti di Dante (Liszt aveva escogitato “cifre musicali”, puntualmente indicate in partitura, per ogni famoso verso dantesco, da «Per me si va nella città dolente» a «Stavvi Minos orribilmente e ringhia») e opta per una generalizzata “tempesta infernale”, risolta con tutti i sentimenti descrittivi possibili, tra botte da orbi di ottoni e timpani, a incorniciare il flashback amoroso degli amanti, che, però, Čajkovskij fabbrica in maniera davvero spettacolare!
A mio avviso si possono tralasciare le tempeste infernali all’inizio e alla fine della Francesca da Rimini di Čajkovskij e direttamente andare a quel concentrato di amoroso palpito del suo cuore sentimentale, che inizia con un ficcantissimo assolo di clarinetto e, via via, cresce di intensità, ripetendo la stesso materiale motivico in modi sempre più ricchi e sonori, fino all’esplosione passionosissima (una struttura pressoché identica alle ouvertures del Tristan und Isolde o del Lohengrin di Wagner), con i tromboni in controcanto al “tutti” dell’orchestra, davvero stritolanti (tromboni in controcanto, di nuovo, identici all’ouverture del Tannhäuser di Wagner!)…
Il materiale motivico ripetuto è una melodia degna delle migliori di Čajkovskij (che fu forse il più grande “melodista” del suo tempo) e incanta di dolcezza e tremore! Adorabile!

Dato il portato melodicissimo non è facile trovare una registrazione che restituisca davvero bene Francesca da Rimini, nonostante sia stata incisa davvero tantissimo!
La prima che mi è piaciuta davvero è stata quella di Daniel Barenboim con la Chicago Symphony del 1981
poi quella di Neeme Järvi a Detroit del 2003…
oggi sono molto disponibili quella di Yannick Nézet-Séguin a Rotterdam (2015) e la appena uscita lettura di Paavo Järvi con la Tonhalle Zürich (2019), che poteva essere molto peggio!

Mon cœur s’ouvre à ta voix da Samson et Dalila, op. 47 (R 288) di Camille Saint-Saëns, 1877
Samson et Dalila è la n. 30 di Operas V
Non dovrebbe essere inclusa, perché, come per Là ci darem la mano e il Borís, illustra un amore ingannevole: la donna sta seducendo l’uomo con intenti loschi, e l’uomo ci casca con tutte le scarpe…
Ma, come al solito, la melodia avulsa dal soggetto ha preso il sopravvento e questo duetto (che è quasi un’aria solistica) è stato traslato in diverse canzoni di musica leggera, per esempio Night, arrangiata da Johnny Lehmann per Jackie Wilson nel 1960 e usata da John Landis per i titoli iniziali di Innocent Blood del 1992…
Vi posto Waltraud Meier e Plácido Domingo diretti da Myung-whun Chung all’Opéra Bastille di Parigi nel 1991… ma a me piacciono anche Eléna Obrazcóva (e ancora Domingo) e Daniel Barenboim con l’Orchestre de Paris alle Chorégie di Orange del 1978

Scena della lettera da Evgénij Onégin, op. 24 di Pëtr Il’íč Čajkóvskij, 1879 (è il n. 5 sia del Tchaikovsky Handbook sia del Čajkovskij’s Works)
Evgenin Onegin è il numero 31 di Operas V
Tat’jana è al centro di una delle più stritolanti scene di sentimento di tutta la storia dell’opera! Quindici minutoni di sopraffina aderenza tra musica ed emozione, accesa e altalenante, di un singolo personaggio preso da un adorabile e purissimo amore adolescenziale… super!

Imbattibile Mirella Freni con James Levine e la Staatskapelle Dresden (Lukaskirche, Dresda, 1987) [ricordando sempre quanto problematico sia parlare di Levine]

Belle nuit, ô nuit d’amour da Les contes d’Hoffmann di Jacques Offenbach, 1881
Les contes d’Hoffmann sono un po’ dappertutto: nelle Musiche per Halloween, nei 10 personaggi, e al n. 33 di Operas VI
Il duetto d’inizio del terzo atto è la famosa Barcarola, che spesso sentiamo in arrangiamento strumentale…
Io vi propongo Edita Gruberova e Claudia Eder con Seiji Ozawa e l’Orchestre National de France nel maggio del 1986, in quello che allora era lo Studio 104 e che oggi è le Grand Auditorium de la Maison de la Radio a Parigi…

Danze polovesiane da Kjnáz’ Ígor’ di Aleksándr Borodín, 1890
Knjáz Ígor’ è il n. 43 di Operas VII
La parte centrale delle Danze è usata spesso per caratterizzare amori orientaleggianti…
La strutturazione di Nikoláj Rímskij-Kórsakov e Aleksándr Glazunóv ha avuto una ampia circolazione come pezzo sinfonico…
Tra le letture più standard vi posto quella di Seiji Ozawa con la Chicago Symphony del 1969

Io t’amo, t’amo dolce mio tesor, duettone dell’Amico Fritz di Pietro Mascagni, 1891
L’amico Fritz è un’opera che non ha granché senso e Mascagni, pur con tutta la buona volontà (di opere ne ha scritte quante? 16?) non era davvero un “teatrante”: il più delle volte, e L’amico Fritz è una di queste, Mascagni abbozza spettacolari quadri melodico-scenici senza una effettiva “azione”… ma di Mascagni dovremmo, un giorno, parlare meglio…
L’amico Fritz è una delle sue opere in cui il bozzetto melodico-scenico, proprio perché fu concepito direttamente senza trama (un canovaccio venne scritto da un tale che si chiamava Nicola Daspuro, ma Mascagni lo stravolse così tanto che Daspuro ritirò il suo nome e Sonzogno pubblicò il libretto con la firma finta dello pseudonimo P. Suardon), restituisce maggior piacevolezza…
Il duettone finale, didascalico e patetico, è però sparato a mille in un modo così sincero, e ha una melodia così spiccia, smaccata e vivace, che è impossibile non lacrimare di gioia insieme ai protagonisti, ed è impossibile non farsi i filmini di pace amorosa insieme a loro!

Nel 2008, Angela Gheorghiu e Roberto Alagna convinsero la Deutsche Grammophon a registrare in studio l’opera (alla Deutsche Oper di Berlino) e scelsero come direttore Alberto Veronesi… il risultato è ancora disponibile in molti store e l’operazione fu giustificata dal fatto che, in studio, dell’opera esisteva una sola lettura, risalente al 1968…
…ma è ancora quella che, forse, c’è tutt’oggi da sentire, perché ha un equilibrio e una sapienza musicale che Veronesi, Gheorghiu e Alagna non riuscirono a replicare…
quella lettura del ’68 la fece, nello studio 1 di Abbey Road, Gianandrea Gavazzeni per la EMI, con l’orchestra del Covent Garden, Luciano Pavarotti e Mirella Freni

Intermezzo della Manon Lescaut di Giacomo Puccini, 1893
Un’opera che io non amo granché ha però uno degli Intermezzi (quelli che, dal 1880 in poi, furono considerati una specie di “aria per l’orchestra” che cercavano di ossequiare un certo sinfonismo, allora, in Italia, sentito come “nuovo”) più formidabili mai scritti…
Dopo l’assolo, commoventissimo, del violoncello, l’orchestra arriva a una sorta di tema cadenzato che, tutto d’un colpo e a tutta forza, ci sbatte addosso una delle perorazioni più scioccanti, improvvise ed emozionali del mondo!
Ti stende!
La lettura di Riccardo Chailly con la Deutsches Symphonie-Orchester Berlin (alla Jesus-Christus-Kirche di Dahlem a Berlino nel 1982: allora l’orchestra si chiamava Radio-Symphonie-Orchester Berlin) è sempre ottima, e belle, certamente, sono le versioni di Herbert von Karajan e di tanti altri, ma il vero furor d’amore io lo sento quasi soltanto nell’incisione di Giuseppe Sinopoli con la Philharmonia (Kingsway Hall, Londra, tra dicembre 1983 e gennaio 1984)!

Barcarola del Silvano di Pietro Mascagni, 1895
Siccome, s’è detto, Mascagni era un falso teatrante, si trovava a suo agio a mille nello scrivere gli Intermezzi (ce n’hanno almeno uno tutte le opere che ha scritto!)…
Quello del Silvano, la Barcarola, è fantasticissimo e sopravvisse all’opera stessa che fu uno dei flop più cocenti per Mascagni…
L’inizio popolano e contadino non è granché, ma il secondo episodio, ricco di meditazione pensierosa, arricchita da melodicissimi arzigogoli quasi Art Nuveau e da pianissimi intimisti, che poi si aprono in beati e fluviali rafforzamenti sonori, simili a un abbandonarsi a un sogno consolante, è veramente splendido!
È la musica che Martin Scorsese ha scelto come colonna sonora di Ranging Bull nel 1980… si dice che le nipoti di Mascagni gli fecero pagare i diritti con cifre enormi!

Scolastica ma davvero impeccabile la lettura di Tiziano Severini e dell’Orchestra del Teatro Verdi di Trieste catturata da Dynamic/Naxos nel 1995

Duo d’amore del Guglielmo Ratcliff di Pietro Mascagni, 1895
Il Ratcliff è nelle Musiche per Halloween e questo duetto non è così “sano”, poiché i due sono forse incestuosi (la trama del Ratcliff è assurda e orrorosa), ma il senso di attrazione amorosa è comunque garantita!
Mascagni considerava il Ratcliff la sua opera migliore, quella che scrisse e riscrisse, in cui plasmò tante “novità” che però poi riconobbe, quando Ratcliff era ancora in gestazione, in altre opere che si rappresentavano con successo (l’Otello di Verdi, la Manon Lescaut di Puccini), e la cosa lo demoralizzava… col tempo, Mascagni idealizzò l’opera, che, dato il soggetto strambo, riuscì a rappresentare tardi e con esiti atroci, e anche quando era vecchio ne parlava con tanta nostalgia del tutto non oggettiva…
Ascoltarla oggi, tutta intera, è un po’ un problema, perché è davvero un’opera “alla san fasò”, ma certe cose, viste da vicino, sono tutte da “studiare”, e il duettone è proprio love love love!

Uno dei più diffusi è giustamente quello cantato benissimo da Maurizio Frusoni e Marisa Vitali diretti da Massimo de Bernart al Teatro La Gran Guardia di Livorno nel 1995, ma de Bernart optò per moltissimi tagli, ed è un’opera che ha ancora una scarsissima diffusione (forse l’unico disco che si può effettivamente “comprare” in Italia è ancora quello frutto della trasmissioni radiofoniche della RAI di Roma del 1963, forse all’Auditorium del Foro Italico, dirette da Armando La Rosa Parodi)…
Una versione “intera” si sente in una incisione dal vivo al Wexford Opera Festival, in Irlanda, specializzato proprio in opere rare: il direttore era Francesco Cilluffo e cantano Angelo Villari e l’adorabile Mariangela Sicilia… era l’autunno (ottobre-novembre) del 2015…

Primo movimento del Concerto per violoncello e orchestra n. 2, op. 104 (B 191) di Antonín Dvořák, 1895-1896
Non so quanto è amoroso, ma certamente è passionoso! È per amori belli tosti!
Ancora leggendario il live dal Konserthuset di Stoccolma del novembre 1967 con Jacqueline Du Pré diretta da Sergiu Celibidache con l’orchestra della radio svedese
John Williams ha genialmente fuso (tanto efficacemente che i due temi finiscono per compenetrarsi così bene da non riuscire quasi a distinguerli!) il tema di Dvořák con la sua musica della seduzione di Jane nelle colonna sonora delle Witches of Eastwick di George Miller (1987)

Recondita armonia dalla Tosca di Giacomo Puccini, 1900
Risaputa e spiattellata, ma va messa per forza!
Ecco Plácido Domingo diretto da Giuseppe Sinopoli e la Philharmonia (All Saints’ Church di Tooting, Londra) nel 1990

Finalissimo del Concerto per pianoforte e orchestra n. 2, op. 18 di Sergéj Rachmáninov, 1901
L’abbiamo appena incontrato di sfuggita in Echi di Romanticismo
Rachmáninov lo scrisse dopo una depressione atroce, e lo dedicò al suo psichiatra…

È un concerto di cui dovremmo riparlare (il secondo movimento ispirò Eric Carmen per All by myself nel 1975: gli eredi di Rachmáninov se ne accorsero e pretesero i diritti!)…
Oggi parliamo solo del finalissimo che, copiando a man bassa il finale del Concerto n. 1 di Čajkovskij (nelle Musiche per l’estate: il direttore della prima esecuzione, che accompagnò lo stesso Rachmaninov solista, era Aleksandr Ziloti, quello che, si dice, suggerì a Čajkovskij l’inizio “pestato” del suo concerto, perciò tutti gli echi formali che Rachmaninov prende da Čajkovskij potrebbero avere in Ziloti una co-paternità), si dipana in una lussuosissima cadenzona estremamente trascinante, che ha in sé una “scioglievolezza” che non teme confronti con alcun Lindor!

Eccovi Vladímir Aškenázi con Bernard Haitink e il Concergebouw di Amsterdam nel 1984

Valse triste, op. 44 n. 1 di Jean Sibelius, 1903-1904
Sibelius lo compose come parte della “colonna sonora” di un dramma teatrale che si intitolava Kuolema, cioè Morte, una di quelle cose allegre che si scrivevano nella Belle Époque
Siccome tutti, a Helsinki, lo ricanticchiavano, Sibelius lo prese e lo rispulizzì per farne un pezzo da concerto…
Non è precipuamente per San Valentino, perché si sente, nella musica, che le cose vanno a catafascio e che l’allegria è solo un ricordo (così l’ha giustamente intesa Bruno Bozzetto in Allegro non troppo nel 1976: non guardatelo se siete gente che si commuove!), ma per un San Valentino un po’ più “veritiero”, che includa anche aspetti meno Unicorns and Rainbows, forse va citato!
La mia lettura preferita è quella super-oggettiva di Hans Rosbaud con i Berliner Philharmoniker (Jesus-Christus-Kirche di Berlino) del 1954… Una lettura molto sorprendente perché nel ’54 Sibelius era considerato un super-reazionario stra-nazista che, nel nuovo mondo musicale darmsadtiano, era massimamente ostracizzato; e Rosbaud era un grande campione di Darmstadt!
Ma decise comunque, contro ogni dogma adorniano, di registrare musica di Sibelius, e con somma perizia… tanto di cappello!

Wie eine Rosenknospe, Sieh dort den kleinen Pavillon, Lippen schweigen, nn. 11 e 15 di Die lustige Witwe di Franz Lehár, 1905
È Lippen schweigen a essere il vero tema d’amore dell’operetta: lo si sente rimembrare diverse volte, ma arriva tutto insieme e tutto intero solo all fine, quando la coppia protagonista, Hanna e Danilo, si ricongiunge dopo divertenti avventure: erano fidanzatini in un piccolissimo paese fittizio dei Balcani, Pontevedro, ma lei sposò un vecchio, il più ricco del Pontevedro, e lui si fece assumere dall’ambasciata pontevedrina a Parigi, città dove divenne uno scapestrato frequentatore di un locale di burlesque… Hanna e il riccone fanno anche loro la bella vita a Parigi, ma il riccone muore, lasciandola con un mare di soldi… se lei si risposasse, tutti quei soldi andrebbero al nuovo marito, ma se questo nuovo marito fosse un parigino, allora tutta la “ricchezza” del Pontevedro andrebbe alla Francia! E allora l’ambasciata pontevedrina in Francia si industria e mobilita tutti i suoi impiegati, anche quelli più fannulloni, scapestrati e amanti del burlesque, onde evitare il disastro economico!
Hanna e Danilo si punzecchiano con vecchie storie, rancori e frecciatine da simpatici ex amanti, per tutta l’operetta, e alla fine si ritrovano nella nostalgia del tempo passato: Lippen schweigen è praticamente identico a For Now, for Always che i fratelli Sherman scrissero per la Parent Trap di David Swift della Disney nel 1961, è la canzone dell’amore perduto e ritrovato… Gli Sherman riprendono la stessa malinconia elegiaca da Lehár, che è bravissimo a strutturare il valzerino del sentimento rimembrato e idealizzato che si ripresenta con tremori timidi di gioia del tutto inaspettati!

Ma il cuore dell’operetta, il finale secondo, è occupato da un altro amore, quello della scanzonata coppia deuteragonista, Camille e Valencienne… Coppia adulterina (Valencienne è malauguratamente sposata con l’ambasciatore pontevedrino a Parigi: una figura comica, uno dei propulsori ridanciani dell’operetta), ma felicissima (si comprende che è il loro l’amore “vero” e non quello della convenienza coniugale) e impegnata in un duettone in due parti (Wie eine Rosenknospe è la prima, che continua, senza stacchi, con Sieh dort den kleinen Pavillon) fatto di sonorità quasi liquide, notturne, in cui si nebulizzano diafani violini arabescati, quasi Art nouveau (essendo in Austria dovrebbe essere Jugendstil), e fiati diffusi come bolle di sapone: una scena d’amore serale illuminata da acuti prima slanciati (del tenore), poi quasi sussurrati (da tenore e soprano), che come sbalzi d’oro baluginano nell’oscurità azzurrina del contesto… sembra una scena sentimentale degli anime, come quella dell’amore tra André e Oscar dell’anime Lady Oscar di Osamu Dezaki del 1979-1980 (vedi La presa della Bastiglia)…

Questa operettina tranquilla ha avuto la sfortuna di essere la preferita di Hitler, che l’ha imposta dappertutto nel Terzo Reich, facendola odiare da tutti quanti! Anche Lehár, come Strauss, simpatizzò a mille per il nazismo finché non si rese conto che le SS amazzavano davvero: anche per lui furono vergogna e lacrime amare…

Una delle edizioni più celebrate è quella fissata da Herbert von Karajan e i Berliner Philharmoniker nella Jesus-Christus-Kirche di Dahlem a Berlino, alla fine del 1972 (anche se una prima session si dice l’avessero fatta già a febbraio)…
Wie eine Rosenknospe e Sieh dort den kleinen Pavillon sono cantati da Werner Hollweg e Teresa Stratas
Lippen schweigen da René Kollo ed Elizabeth Harwood

Die Frau ohne Schatten, op. 65 di Richard Strauss, 1919 (TrV 234)
Stavolta è un’opera intera, di più di 3h… ma non è così difficile da seguire: la trama è tanto fiabesca (gazzelle che si trasformano in principesse, maledizioni varie da risolvere, crescita personale che comporta la rinuncia all’egoismo), e la vicenda è adattissima a San Valentino, poiché celebra, tra mille simbologie astruse e farraginose ma assai affascinanti, proprio l’amore “coniugale” e “fertile”, inteso, universalmente, come il trionfo della Vita con la maiuscola… potrebbe, sì, essere anche la celebrazione del matrimonio in senso borghese e precipuamente anti-femminista (con la donna che è sentita come buona solo se sforna marmocchi perpetuanti il sangue maschile), e, conoscendo Strauss, forse l’aveva anche intesa così, ma la sua musica, come al solito, trascende queste piccolezze, e le trascende anche il contesto in cui Strauss volle fortemente scrivere e rappresentare quest’opera, cioè alla fine della Prima Guerra Mondiale, apposta per augurare al mondo appunto la Pace, l’Amore e la Vita… peccato che, subito dopo la prima, Strauss cominciò a simpatizzare per Hitler! Segno che, forse, la Frau voleva essere, nella mente del suo autore, davvero piccolo-borghese!
Ma, come al solito, la musica, per fortuna asemantica, e il libretto favoloso e complessissimo del geniale Hugo von Hofmannstahl, raccontano proprio l’Amore siderale e cosmico, con cromatismi lussuriosi, accensioni passionali stupende e un mondo sonoro che più fiabesco, creativo e intrigante non si può trovare!

Essendo un’opera intera YouTube propone tanti video…
Le mie edizioni del cuore sono quella di Wolfgang Sawallisch con il Bayerischer Rundfunk (Herkulessaal del Residenz di Monaco di Baviera, 1987); di Giuseppe Sinopoli e la Staatskapelle Dresden (Semperoper, 1996); e la spettacolare lettura “irreale” di Georg Solti e i Wiener Philharmoniker, assemblata con tutte le post-produzioni possibili, in studio, durante moltissime sessions al Konzerthaus di Vienna (tra marzo e aprile, e poi tra settembre e ottobre del 1989, e un aggiuntivo take a ottobre del 1991)

Glück das mir verblieb, duettone d’amore da Die tote Stadt, op. 12 di Erich Wolfgang Korngold, 1920
L’opera era già nelle Musiche per Halloween
Il duettone, anch’esso, come Mon cœur s’ouvre à ta voix, quasi un’aria, esprime fantasticamente una storia d’amore tutta da vivere (forse anche al di là del tempo!)…

La versione classica rimane quella di Carol Neblett e René Kollo diretti da Erich Leinsdorf con la Münchner Rundfunk nel 1975 (nella Konzertsaal des Bayerischen Rundfunks ovvero lo Studio 1 del Bayerischer Rundfunk, cioè il Funkhaus di Rundfunkplatz a Monaco di Baviera)…

Magistrale l’illustrazione che ne dànno Bruce Beresford e un Dante Spinotti in formissima nel film a episodi Aria del 1987: notate quanto fosse “irreale” Liz Hurley…

Dream a Little Dream of Me, 1931
Fu scritta da Fabian Andre & Wilbur Schwandt (musica) e Gus Kahn (testo) e fu incisa da molti cantanti…
Ebbe un grosso revival grazie a gente come Doris Day negli anni ’50 e da allora non ha mai smesso di essere rifatta…
La si sente in French Kiss di Lawrence Kasdan, 1995, fatta, anche in francese, dai Beautiful South…

Por una cabeza di Carlos Gardel, 1935
È un tango che aveva un suo testo (di Alfred Le Pera) di amore infelice e struggente…
La sua passione è rimasta nelle numerose versioni orchestrali oggi disponibili…
Per ragioni cinematografiche io ho in mente la lettura del Tango Project, il copyright sembra essere del 1982
In versioni simili, quando non direttamente nel “testo” del Tango Project si sente, tra gli altri, in Schindler’s List di Spielberg (1993), in Scent of a Woman di Martin Brest (1992), in Vibes di Ken Kwapis (1988, è nella Tag di Lovecraft) e in True Lies di James Cameron (1994)…

Duettone Nerone/Egloge dal Nerone di Pietro Mascagni, 1935
L’ultima e più stanca opera di Mascagni ha un buon duetto liberty!
Probabilmente l’unica registrazione disponibile è quella fatta da Kees Bakels con la Radio Symfonie Orkest Hilversum al Tivoli Vredenburg di Utrecht nel 1986…

Jeu de Cartes di Ígor’ Stravínskij, 1937
Uno dei balletti più geniali di Stravinskij…
Strutturato come una partita a carte (in tre “mani” a formare tre scene del balletto) in un casinó forse italiano o mitteleuropeo, giocata mentre l’orchestrina del casinó sta suonando: le musiche suonate dall’orchestrina “diegetica” (tra gli altri Beethoven, Mozart e un riconoscibilissimo Rossini del Barbiere di Siviglia nella terza mano) diventano la musica del balletto, a “commentare” quando il gioco “va bene” e quando “va male”, cioè quando un perfino Joker aizza una dura battaglia tra le picche e i cuori per la “vittoria”!
Stravinskij, pover’uomo, visse la Prima Guerra Mondiale tra gli sfollati in Svizzera e visse malissimo i totalitarismi…
Fu considerato da tanti, a partire dal 1913, il “più grande compositore vivente” e fu quindi invitato da tutti, dal papa come da Mussolini… e queste cose Stravinskij le viveva malissimo: come rifiutare un invito formale di un capo di stato, anche se dittatore?
Stravinskij ci andava ma si sa che davanti al “despota” tremava come una foglia… [si dice, però, che riuscì a prendere in giro Paolo VI, nel 1965: gli chiese se poteva, cortesemente, riammettere l’uso dei cantanti castrati!]
Questo Jeu de Cartes, con le picche nere e perfide, guidate dal Joker pazzoide, che vengono sconfitte da una scala reale minima di cuori, potrebbe certamente simboleggiare la speranza di un trionfo dell’Amore nel mondo di allora, già afflitto dal nazismo (Jeu de Cartes era una commissione americana, di George Balanchine per l’American Ballet: appena Hitler invase la Francia, Stravinskij scappò proprio in America), ma, come sempre in Stravinskij, questa speranza è deviata in allucinazione: la musica del “trionfo dei cuori” è assai sardonica…
…i cuori vincono e meno male: ma è davvero bene che “i buoni uccidano tutti i cattivi”?
Con la vecchiaia Stravinskij, che oramai non aveva nulla da perdere, riuscì a rispondere bene agli “oppressori” e a fare la voce grossa contro certe violazioni dei diritti umani: nel 1962 fece un tour in Sud Africa e, quando si accorse che il governo buttava fuori dalla sala da concerto i neri, si arrabbiò e pretese che il pubblico di colore venisse ammesso tra il pubblico, perché lui era lì per suonare «per gli esseri umani tutti, non solo per i bianchi!»

Su YouTube va per la maggiore la versione di Claudio Abbado e la London Symphony (Fairfield Hall di Croydon, Londra, 1974), che in effetti fu una delle prime distribuite da una major (la solita Deutsche Grammophon)…
A me, però, piacciono molto di più le letture di
Herbert Kegel con la Rundfunk-Sinfonieorchester Leipzig (Staatliches Rundfunkkomitee, che è forse il Funkhaus Springerstraße di Lipsia, 1973: vi linko la terza mano);
Vladímir Aškenázi con la Deutsches Symphonie-Orchester (Schauspielhaus di Berlino, 1993; anche qui è la terza mano);
e Riccardo Chailly con il Concertgebouw di Amsterdam nel 1996, che però su YouTube non trovo… tristezza…

Un paio di canzoni da Snow White and the Seven Dwarfs di Walt Disney (cioè di David Hand e molti altri), 1937
La prima è One song, cantata da Harry Stockwell…
La seconda è Someday My Prince Will Come, cantata da Adriana Caselotti…
le musiche sono di Leigh Harline e Frank Churchill, i testi di Larry Morey…
Sono certamente sciroppose, ma la menata che vedendo questi film le bambine si annacquazziscono il cervello perché cercheranno il “principe azzurro” invece di essere individui pensanti dovrà un po’ finire: conserviamo un po’ di senso analitico psicanalitico, per favore! È così difficile vedere, nell’unione col “principe azzurro”, una maturazione individuale invece che il semplice amoreggiare con un demente in calzamaglia arrivato dal nulla?

Im Abendrot dai Vier letzte Lieder di Richard Strauss, 1950 (AV 150 e TrV 296)
Già nella Musica per le Stagioni
La vera cosa “amorosa” è l’introduzione di questo ultimissimo Lied di Strauss (composto nel 1948 ma eseguito nel ’50 quando Strauss era già morto da un annetto), usata anche da David Lynch come tema d’amore di Wild at Heart (1990), insieme a Love me tender di Elvis Presley…
Lynch usa la lattura di Kurt Masur e il Gewandhaus di Lipsia del 1982

I go to him, finale del primo atto di The Rake’s Progress di Ígor’ Stravínskij, 1951
Stravinskij aveva cominciato intorno al 1920 a rimaneggiare musiche del passato (in special modo Pergolesi) in un modo che venne detto neoclassico… Andò avanti così per 30 anni…
The Rake’s Progress (lambita per un attimo nelle Musiche per Halloween), frutto di una commissione del Teatro La Fenice di Venezia, è l’ultimo suo lavoro “neoclassico”… dopo quest’opera, Stravinskij abbraccia la dodecafonia, che nei precedenti trent’anni aveva schifato, per rivalità con Arnold Schoenberg (che è morto proprio nel ’51: Rake’s Progress va in scena a settembre, Schoenberg era morto a luglio: forse l’usare il sistema di Schoenberg subito dopo la morte di Schoenberg fu l’ennesima frecciata dileggiante post mortem che Stravinskij inflisse a uno Schoenberg che per 10 anni gli abitò anche abbastanza vicino a Los Angeles: Schoenberg stava a Brentwood Park, Stravinskij stava a Beverly Hills)…
Rake’s Progress finisce per essere il culmine di 30 anni di studio “neoclassicista”, e la lavora, in inglese, con l’intellettualone Wystan Hugh Auden e col di questi assistente-amante Chester Kallman…
Non è un’opera che finisce bene, ma alla fine dell’atto primo, quando Anne Truelove (un nome e un personaggio che riflette assai Sophia Allworthy del Tom Jones di Henry Fielding, 1749) decide di partire per salvare dal diavolo il suo amato Tom Rakewell (l’ispirazione della trama è una serie di quadri di William Hogarth del 1735), informandoci della sua decisione con gorgheggi alla Vivaldi, Anfossi, Traetta e Galuppi, però tutti “decostruiti”, nel ritmo come nell’accompagnamento, siamo tutti con lei, e facciamo tutti il tifo per lei!

Stravinskij stesso registrò l’opera due volte (nel 1953 e nel 1964) e nel 1983 fece molto successo l’incisione fatta da Riccardo Chailly per la Decca con la London Sinfonietta (soprano Cathryn Pope, Walthamstow Assembly Hall di Londra), per anni rimasta una delle poche edizioni in studio vendute a livello di massa, finché, nel 1997, non giunge a inciderla John Eliot Gardiner con la London Symphony, soprano Deborah York (nello Studio 1 di Abbey Road)

Earth Angel dei Penguins, 1954
Fu scritta da Curtis Williams, Jesse Belvin e Gaynel Hodge, ma è famosa la sistemazione che Alan Silvestri ha approntato nel 1985 per la colonna sonora di Back To the Future di Robert Zemeckis, con la voce di Harry Waters, Jr.
Effettivamente indimenticabile…

Unchained melody, dal film Unchained di Hall Bartlett del 1955
Alex North (il testo era di Hy Zaret) la scrisse per questo film con un accompagnamento sobrio…
Nel 1965, Bill Medley, si dice senza il consenso del suo manager Phil Spector, arrangiò una versione molto più strong per i Righteous Brothers e la voce di Bobby Hatfield, che sbancò molte charts
La versione dei Righteous Brothers risbancò di nuovo le charts nel 1990 perché Jerry Zucker e Maurice Jarre la inclusero nella colonna sonora del film Ghost… Si dice che, proprio per cavalcare al meglio il successo “di ritorno”, Medley e Hatfield ri-incisero la loro versione per garantire un suono migliore per i moderni apparecchi…

Questa dovrebbe essere l’incisione del 1965, che, per tutti, è semplicemente la “canzone di Ghost“…

I Walk the Line di Johnny Cash, 1956
Sempre attuale! Con il basso che cambia accordi continuamente, wow!
Per chi volesse, c’è il film

One hand, one heart da West Side Story di Leonard Bernstein, 1957
West Side Story finisce tra le lacrime, si sa (vedi qui), ma questo superbo matrimonio musicale non si può non includere (magari potremmo anche includere Maria e Tonight, ma Somewhere no: troppo triste!)…
Rende benissimo, nonostante tutto, la versione operatic voluta da Bernstein nello Studio A della RCA di New York nel 1984, con José Carreras e Kiri Te Kanawa

Once Upon a Dream dalla Sleeping Beauty della Disney, 1959
La musica è il valzer del primo atto della Spjáščaja Krasávica di Čajkovskij (1890), e dei rapporti del balletto con il film di Disney si parla già al numero 41 di Operas VII e nello Schiaccianoci

Qui ricordo solo che il povero George Bruns, che lavorava in Disney da pochissimo, dovette seguire la musica di Čajkovskij, imposta da Disney… il compositore già ingaggiato, Walter Schumann, si licenziò una volta appreso che Disney voleva solo un “arrangiamento” del balletto; Bruns fu raccomandato per sostituirlo da Ward Kimball, uno dei Nine Old Men di Disney, il cerchio magico del quale Disney si fidava ciecamente, e si ritrovò tra le mani la patata bollente! Per lui fu un dramma poiché la partitura fu edita fuori dall’URSS solo negli anni ’70, e non si sa se Bruns sia riuscito a comperare l’edizione sovietica della Muzgiz di Mosca del 1952…
Magari Bruns riuscì ad acquistare una delle pochissime impressioni della partitura del balletto che Pëtr Jurgensón e Daniel Rahter fecero nel 1890 e che oggi risultano perdute! Forse Bruns le trovò per il film e poi contribuì alla loro “perdita” gettandole via una volta finito il lavoro!
Oppure ci sono altre due teorie:
1) dato uno sciopero a Hollywood, Bruns adatto la musica e registrò la colonna sonora in Germania, a Berlino, con un’orchestra di Monaco di Baviera, la Symphonie-Orchester Graunke (un’orchestra che oggi non c’è più: divennero i Münchner Symphoniker nel 1990), non si sa in quale studio, tra l’8 settembre e il 25 novembre del ’58, e chissà che i tedeschi non avessero con loro o l’edizione Rahter (che si stampò ad Amburgo) o, molto più probabilmente, il materiale da performance che veniva regolarmente noleggiato dalla Muzgiz…
2) o forse Bruns ebbe tra le mani il disco del balletto completo che Antal Doráti aveva inciso a Minneapolis nel 1955 e andò a orecchio su quello! [in Europa circolavano molto anche dischi con alcuni tagli: quello di Anatole Fistoulari al Conservatorio di Parigi (1952), quello di Robert Irving al Covent Garden di Londra ugualmente tagliato (1955), e la selezione di George Weldon con la Philharmonia di Londra (1956)… si trovavano anche alcuni pezzi registrati prima dello stereo (già dagli anni ’20)]…

Il testo di Once Upon a Dream era stato scritto da Sammy Fain e Jack Lawrence per Schumann prima che si licenziasse e Bruns lo riadattò con Tom Adair al valzer di Čajkovskij… Nel film la cantano Bill Shirley e Mary Costa. Costa fece il provino per Disney incoraggiata dalla vecchia volpe di Hollywood Frank Tashlin, che fu suo marito dal 1953 al 1966. Il successo con Sleeping Beauty fu così grosso da agevolarla assai nell’intraprendere una eccellente carriera come cantante lirica…
Sleeping Beauty, lavorato mentre Disney costruiva Disneyland, fu diretto da Clyde Geronimi, con Les Clark, Eric Larson e Wolfgang Reitherman a sovrintendere ognuno a sequenze diverse… I fondali del film, probabilmente tra i più pittoricamente prodigiosi mai disegnati per Disney, furono illustrati da Eyvind Earle…

I Can’t Stop Loving You di Ray Charles, 1962
La canzone è di Don Gibson, che la scrisse nel 1958, ma Ray Charles la riarrangiò con maggior successo…
Viene usata con tremendi effetti estranianti per stigmatizzare l’amore patologico e distruttivo nell’atroce finale da fine del mondo di Osamu Tezuka’s Metropolis di Rintaro del 2001…

Ring of Fire di Johnny Cash, 1963
Scritta dalla povera June Carter con Merle Kilgore, Cash la arrangiò in stile chili super-mariachi!
Anche questa la “vediamo” nel film

Be my baby delle Ronettes, 1963
Scritta da Jeff Barry, Ellie Greenwich e da quel gonfio assassino di Phil Spector (che la arrangiò tutta per lo studio, moltiplicando gli strumentisti per dare l’idea di una “orchestra wagneriana”: era il suo Wall of Sound), ai tempi in cui forse vessava o forse salvava dalla strada la povera Veronica Bennett, ai tempi sua moglie, Ronnie Spector (discernere tra le fonti che dicono di quanto Spector fosse buono con Ronnie e quelle che provano al contrario di quanto fosse prevaricante è difficile, ma, conoscendo Spector, è più facile abbiano ragione le seconde!), è ancora oggi un must!

You’ve Lost That Lovin’ Feelin’ dei Righteous Brothers, 1964
Ancora Spector e ancora i Righteous Brothers per questa canzone resa celebre anche da Top Gun di Tony Scott (1986)…
Nel doppiaggio, Roberto Chevalier (Tom Cruise) e Massimo Giuliani (Anthony Edwards) la cantano in italiano come Tu non puoi più amarmi
Il film fece giare molto anche la canzone scritta apposta per lui, Take My Breath Away musicata da Giorgio Moroder su testo di Tom Whitlock e incisa dai Berlin, che è il massimo dello “strutto bisunto” degli anni ’80!

I Got You Babe di Sonny & Cher, 1965
Di quelle canzoni amorose che nascondevano litigi e tragedie: si sa che tra Cher e Sonny Bono le cose non andarono così bene (è un eufemismo)

Something Good da The Sound of Music, 1965
Il musical di Richard Rodgers & Oscar Hammerstein II era del 1959, e Robert Wise ci fece il film nel ’65 cavalcando il successo del suo precedente adattamento cinematografico di West Side Story, di 4 anni prima… Per The Sound of Music, purtroppo, Wise, anche se aveva l’assistenza del musicista Irwin Kostal, già presente in West Side Story, non aveva con sé Jerome Robbins, che fu la mente più creativa di West Side Story… Wise risolse la cosa con classe, puntando di più sul film che sul “musical”, facendo uno dei testi più efficacemente antinazisti che un bimbo (il target dichiarato del film è la famigliola americana) possa vedere (l’appena compianto Christopher Plummer che straccia la bandiera nazista, e che duetta col povero Rolf nel cimitero, dicendogli che «è solo un ragazzo» e che non è davvero un nazista, fa sempre piangere lacrime copiose, anche nel sontuosissimo e teatralissimo doppiaggio di Peppino Rinaldi)…
Something Good venne scritta da Rodgers & Hammerstein (ricordiamo che era Rodgers il musicista) apposta per il film del ’65, e là suscita ben poco interesse, anzi, allunga anche troppo il brodo… molto più ispirata la versione intima che Sarah Blasko ha messo a punto nel 2011

When a Man Loves a Woman, 1966
La melassa più ritrita si ha con questa canzone tra le più spiattellose del vastissimo repertorio amoroso…
La scrissero Calvin Lewis e Andrew Wright per Percy Sledge, ma Sledge si lamentò dicendo di aver contribuito così tanto da meritare la menzione tra gli “autori” e il susseguente copyright!
Fece successone la versione bombastica di Michael Bolton del 1991 perché venne inclusa nel film omonimo di Luis Mandoki del 1994, con Andy Garcia e Meg Ryan (ne parla Nonsolocinema)…

Reach Out (I’ll Be There), 1966
Fu scritta da Brian ed Eddie Holland e Lamont Dozier per i Four Tops e fece molto successo anche la versione di Gloria Gaynor del 1975
È interessante perché, invece di un amore carezzevole e dolce, presenta un amore bello barricadero, quasi che gli amanti lottino insieme contro le avversità: intrippante!

Gimme Some Lovin’ dello Spencer Davis Group, 1966
Il credit è del solo Steve Winwood, ma si dice abbiano contribuito assai anche Spencer Davis e Mervyn “Muff” Winwood, il fratello piccolo di Steve…
Costante, tranciante e trascinante!
La si sente un attimo in EDtv di Ron Howard (1999)…

I Want You di Bob Dylan, 1966
Si dice che al momento dell’incisione in studio, venne assunto uno che si improvvisò suonatore di organo senza saperlo suonare davvero… forse è proprio l’organo svampito che dà al pezzo un’aura da giocoso Luna Park che a me piace tantissimo!

Visions of Johanna di Bob Dylan, 1966
Non dovrebbe essere qui poiché è probabile che parli di un adulterio, ma in effetti chi lo sa?
Magari Johanna è morta! O è un sogno d’amore perduto… o forse è la libertà che sfugge affogata dal Vietnam… boh!

Io ho in mente te degli Equipe 84, 1966
Sarebbe You Were On My Mind di Sylvia Fricker del 1962, incisa da tantissimi artisti prima che Mogol e Maurizio Vandelli la sistemassero per l’Equipe 84…
Leggera…

Light My Fire dei Doors, 1967
Momenti lisergici, organo bachiano, tempi “morti” di svilupponi improvvisativi tra Beethoven, Bruckner e Mendelssohn… eh oh…

(Your Love Keeps Lifting Me) Higher and Higher di Jackie Wilson, 1967
Ancora molto simpatica…
È quella che balla la melma di Ghostbusters II di Ivan Reitman (1989) e che fa da tema d’amore al modestamente divertente film con Michael J. Fox For Love or Money (The Concierge) di Barry Sonnenfeld (1993)…
È attribuita a Gary Jackson, Raynard Miner e Carl Smith…

Pugni chiusi dei Ribelli, 1967
Ricky Gianco la scrisse su testo di Luciano Beretta per la voce viscerale di Demetrio Stratos… Non è che sfiguri tanto in mezzo ad altri esempi, per esempio inglesi, di quei tempi…
L’hanno rifatta in tanti, di recente (nel 2014) anche Gianna Nannini…

Una carezza in un pugno di Adriano Celentano, 1968
È attribuita a Gino Santercole & Nando de Luca (musica) e Miki Del Prete & Luciano Beretta (testo), ma non si sa mai con certe canzoni italiane: i discografici, è noto, mettevano spesso i “nomi a caso” pur di avere qualcosa depositato in SIAE (Ladislao Sugar era di quelli che faceva così, e di canzoni ne ha prodotte tantissime; e non scordiamo che tutto il litigio storico tra Celentano e Don Backy, scoppiato proprio nel ’68, si originò esattamente per la questione del nome alla SIAE, che comportava le royalties)!
Forse non la migliore di Celentano, ma una delle più diffuse e più adatte a San Valentino, poiché Celentano spesso parla di adulteri e quindi non è così “pertinente”…

La coppia più bella del mondo di Adriano Celentano e Claudia Mori, 1968
Pare che la musica sia di Paolo Conte, il testo di Luciano Beretta e Miki Del Prete… l’arrangiamento da sagra paesana con quadriglia e corsa coi sacchi lo fece il compianto Detto Mariano, appena morto per Covid…
È facile considerarla una parodia più che una vera canzone d’amore… Il pistolotto cattolico catechista mi ha sempre fatto ridere!

Listening To You, finale di Tommy degli Who, 1969
Non è un finale inequivocabile (Tommy potrebbe essere definitivamente impazzito, e non è che prima stesse bene), e ha in sé un misticismo “chimico” poco rassicurante…
Invece nell’arrangiamento potenziato, preparato per la trasposizione cinematografica di Ken Russell del 1975, e avulso da tutto il poietico, diventa una canzone d’amore spettacolarissima!

Love Story di Francis Lai dal film di Arthur Hiller, 1970
È una musichetta che detesto, da un film che detesto, che però ormai è “immaginario”…

Your Song di Elton John, 1970
Il testo è di Bernie Taupin… Vabbé…
Viene “esagerata” benissimo in Moulin Rouge! di Baz Luhrmann nel 2001…

You’re So Vain di Carly Simon, 1972
Per un San Valentino di vendetta verso gli amanti vanesi!
In molti hanno speculato sull’identità di colui per il quale Simon scrisse questa canzone (i più gettonati sono Warren Beatty e Mick Jagger), trascurando l’effettiva universalità della canzone, sempre viva nel suo ritmo costante e nella sua melodia avvolgente…

Love Theme di Barry White, 1973
Una sorta di spazzatura che però ancora oggi è usata nei posti più ritriti (da Maria De Filippi al Grande Fratello al Boss delle Cerimonie e in altre schifezze)…
Di Barry White va ancora a mille You’re the First, the Last, My Everything, dell’anno dopo, che è pilastro di uno divertentissimo sintagma a graffa di Caruso Pascoski di Francesco Nuti (1988)…

Amore bello di Claudio Baglioni, 1973
Di bene in meglio con questa mattonata di Baglioni (la musica è anche di Antonio Coggio) sempre imprescindibile!

All I Know di Art Garfunkel, 1973
A Garfunkel gliela scrisse Jimmy Webb e, se uno vuole tagliarsi le vene in un San Valentino non corrisposto, è l’ideale!
È nel finale della seconda stagione Nip/Tuck di Ryan Murphy (2004)…

Touch-a, Touch-a, Touch-a, Touch Me da The Rocky Horror Picture Show, 1975
Il Rocky Horror Show fu scritto da Richard O’Brien per il West End di Londra nel 1973: lo show, al Royal Court Theatre e poi la King’s Road Theatre, lo diresse Jim Sharman, il genio che aveva allestito la production australiana di Jesus Christ Superstar nel 1972…
Lou Adler, un vecchio producer americano, lo vide e per puro miracolo contrattò produzioni teatrali americane (a Los Angeles a New York) e, insieme, un adattamento cinematografico con la Twentieth Century Fox, da girare in Inghilterra, agli Studi Elstree di Borehamwood (quelli di Kubrick)… Fu davvero un “miracolo” doppio che la Fox accettò di affidare a Sharman anche la regia cinematografica, a patto che lo seguisse Peter Suschitzky, allora giovane, ma con già molta esperienza blasonatissima alle spalle (per esempio Figures in a Landscape di Losey e Leo the Last di Boorman, entrambi del 1970)… Sharman si portò dietro praticamente tutte le maestranze teatrali (la costumista Sue Blane, lo scenografo Brian Thomson, l’arrangiatore Richard Hartley) e quasi tutti gli attori (la Fox volle protagonisti americani, Barry Bostwick e Susan Sarandon) e girò quello che fu un musical dalle scelte visive minimali ma sicure, che si instradarono moltissimo (insieme a quelle descritte nei 38 momenti cardine del rapporto tra cinema e musica) nel sistema visivo-musicale cinematografico…
Un prodotto ottimo che però fece flop: gli ci volle un lustro prima di diventare il cult che oggi conosciamo…
E, come tutti i cult, è difficile capirci davvero qualcosa, poiché il cult, si sa, deve essere sgangherato e sgangherabile (Umberto Eco docet)…
La trama non la si comprende ma si “percepisce”, e ci riconosciamo anche diversi snodi assai “drammatici”… e, certamente, quello che rimane è una sorta di “tema di fondo”, cioè il “sogno” di una liberazione sessuale totale, al di là di ogni gender, supportata dalle componenti weird e queer intrinseche in un sacco di rappresentazioni iconiche consuete e “popolari” quali sono i film horror e fantascientifici degli anni ’40 e ’50… una liberazione sessuale i cui ingredienti sono le immagini televisivo-cinematografiche che vediamo tutti i giorni e che, secondo O’Brian, contribuiscono e determinano la liberazione… anche se poi la società nega questo fatto, portando a un finale nichilista…
Per un San Valentino di sano sesso libero e felice è davvero adatta la canzone di presa di coscienza della “voglia sessuale” della timida e repressa protagonista, divertentissima!
Per il film, Hartley la arrangia, con classe e umorismo (l’intervento degli archi schierati e quasi mozartiani nella seconda strofa è fenomenale), per una giovane e sensualissima Susan Sarandon!
Nel 2016, Kenny Ortega diresse una non troppo brutta versione para-televisiva, dove questa canzone è cantata da Victoria Justice…
Del film del ’75 parla spesso Tony

Tumbling Down dei Cockney Rebel, 1975
Fu scritta da Steve Harley e prodotta da Alan Parsons, che si valse del geniale arrangiamento dal suo collaboratore più stretto, l’orchestratore Andrew Powell… Powell fa uno dei lavori più inventivi e stimolanti che si possano fare nella musica leggera (anche se simili risultati li raggiunsero anche Neil Young e Jack Nitzsche): a ogni strofa si aggiungono via via sempre più idee e timbri, tra flauti, archi, insolite percussioni e coro… davvero uno spettaocolo!
Non è granché da San Valentino, vista la natura lisergicamente glam, ma vabbé…
La si sente molto rivista da Randall Poster e Michael Stipe in Velvet Goldmine di Todd Haynes, 1998…

You Sexy Thing degli Hot Chocolate, 1975
È stata scritta da Errol Brown e Tony Wilson, ed è stata resa molto famosa da Full Monty di Peter Cattaneo (1997): è per un San Valentino divertente!

Don’t go breaking my heart di Elton John e Kiki Dee, 1976
La musica è di John e le parole, al solito, sono di Bernie Taupin… è ancora simpatica!
A me fece sganasciare dalle risate quando la Disney la usò per i titoli finali di Chicken Little di Mark Dindal nel 2005…

Heroes di David Bowie e Brian Eno, 1977
Eh… oh…
Fu inclusa nell’Elephant Love Medley di Moulin Rouge! di Baz Luhrmann nel 2001…

Dammi solo un minuto dei Pooh, 1977
Come commentare?
In ogni caso uno dei successi più strong di Roby Facchinetti e Valerio Negrini (l’arrangiatore era Franco Monaldi)…
Nel 1999 la rifecero perfino i mitologici Gemelli Diversi

Love is in the Air di John Paul Young, 1978
Scritta da George Young e Harry Vanda, ce la propinano in ogni dove!
La prendono in giro molto bene Rupert Everett (en travesti) e Colin Firth in St. Trinian’s di Oliver Parker e Barnaby Thompson (2007)

Because the Night di Patti Smith, 1978
La scrisse Bruce Springsteen, che poi la “regalò” a Patti Smith che la rese femminile e fantasticamente operaia
Quanto ancora fa piangere!

Wuthering Heights di Kate Bush, 1978
Scritta seguendo perfettamente il romanzo di Emily Brontë ha avuto da Bush una prima incisione nel ’78 e una seconda registrazione nel 1986… ha avuto un mare di cover (anche di Mia Martini in italiano, 1983), tra le quali mi piace sempre quella di Cristina Donà del 2003

You’re the One that I Want da Grease, 1978
Jim Jacobs e Warren Casey scrissero il musical nel 1971; Randal Kleiser ci fece il film nel ’78 ed è per il film che John Farrar scrisse questa canzone, apposta per John Travolta e Olivia Newton-John… fu così iconica da essere poi inclusa anche nelle riprese teatrali…
Insieme con Summer Nights (che era nel musical del ’71 ma anch’essa plasmata dal film) fa parte integrante dell’immaginario: è impossibile farne a meno…

Reality di Richard Sanderson, 1980
Fu scritta da Vladimir Cosma per il film La Boum di Claude Pinoteau, cioè Il tempo delle mele
…o mio dio…

Amoureux solitaires di Lio, 1980
Fu scritta per una Pop-Lolita francesizzante qualsiasi da Jacno ed Elli Madeiros…
È folle, ma augurarsi che la vita diventi un “film perfetto” è sempre una cosa felice!

Up Where We Belong, 1982
Jack Nitzsche e Buffy Sainte-Marie scrissero la musica, Wilbur Jennings scrisse il testo e tutto per una song di un film, An Officer and a Gentleman di Taylor Hackford… La cantarono Joe Cocker e Jennifer Warnes…
Accompagna quello che è forse uno dei migliori finali della storia del cinema (colpevolmente escluso da La mela e il mare), denso di ottimismo della volontà!
È inclusa nell’Elephant Love Medley di Moulin Rouge!

Love Theme da Blade Runner di Vangelis, 1982
Riuscì a essere molto “proverbiale”…
Il film fu ovviamente diretto da Ridley Scott

I Want Candy dei Bow Wow Wow, 1982
La canzone fu scritta nel 1965 da Bert Berns, Bob Feldman, Jerry Goldstein e Richard Gottehrer per gli Strangelovers. Fu Kenny Laguna a rifarla per i Bow Wow Wow in pieno stile anni ’80…
È la versione dei Bow Wow Wow, remixata in chiave strange da Kevin Shields, ad apparire in Marie Antoinette di Sofia Coppola (2006)…
Per un San Valentino bambinescamente peperino!

Candy Girl dei New Edition, 1983
Pare sia stata scritta da Michael Jonzun ed è similare alla precedente…
La si sente in un balletto di Salma Hayek in Dogma di Kevin Smith (1999)…

Total Eclipse of the Heart di Bonnie Tyler, 1983
Fu scritta da Jim Steinman (con tutti i sentimenti buttati fuori, in una maniera così libera e prorompente da far impallidire qualsiasi Čajkovskij; per altro in una cornice fatta di sonaglietti quasi natalizi corredata da colpi sonori uniti alle più esplosive cadenze perfette che fanno piangere ogni volta!) e il video assoprellato di questo mondo e quell’altro senza alcun motivo, essenza vera degli anni ’80, fu diretto da Russell Mulcahy…

Every Breath You Take dei Police, 1983
Fu scritta da Sting con un magnifico ostinato ritmico che ti si insinua proprio under the skin! Ti si appiccicano addosso anche le “strappate” della chitarra elettrica, quasi come le strappate del violoncello della prima gavotta della BWV 1012 di Bach!

I Just Called To Say I Love You di Stevie Wonder, 1984
Fu scritta per una sciocchezza di film che Victor Drai fece dirigere al povero Gene Wilder (The Woman in Red) solo per cercare di lanciare la carriera della propria amante, Kelly Le Brock…
Tra 1984 e 1990 la fecero ascoltare così a nastro da renderla quasi insopportabile…

Pride (In the Name of Love) degli U2, 1984
Fu scritta da Brian Eno e Daniel Lanois, con Bono a scrivere il testo (si dice ispirato a Martin Luther King)…

Evelyn e la magia di un sogno d’amore di Cristina D’Avena, 1985
La sigla italiana, del 1985, dell’anime Maho no Yosei Perusha, diretto da Takashi Anno nel 1984…
Il testo era, come sempre, di Alessandra Valeri Manera e le musiche erano, come quasi tutte le sigle Fininvest di quei tempi, di Giordano Bruno Martelli…
La forza orchestrale di Martelli, con gli ottoni furoreggianti armonico-ritmici, arriva a livelli perfino mahleriani!
L’anime, dal finale assai malinconico, sarebbe da rivedere con attenzione…
Curiosamente fu una delle ultime sigle di Martelli: proprio nell”85, il compositore “ufficiale” delle sigle Fininvest divenne Ninni Carucci…

Devil Man di Riccardo Zara e i Cavalieri del Re, 1985
L’anime sarebbe Devilman e fu diretto soprattutto da Tomoharu Katsumata nel 1972, basato sul coevo manga di Go Nagai…
La sigla è datata 1985 ma è stata pubblicata in un disco solo nel 2003…
Zara, un esperto delle sigle e delle canzoni per bambini (molte ne scrisse per lo Zecchino d’Oro) più vicino a Nico Fidenco che a Martelli e Carucci, con Devil Man fa probabilmente uno dei suoi capolavori, lussuosamente arrangiato e dalla melodia non scontata che esprime sia il numinoso del soggetto sia la facilità del canto…
Il messaggio «come un angioletto su nel cielo volerai se ti innamorerai» è altamente adatto a San Valentino!

Nothing Compares 2 U di Prince, 1985
Prince la scrisse come canzone d’amore molto rhythm & blues per un gruppo chiamato Family…
Nel 1990, Prince concedette i diritti a Sinéad O’Connor (si dice che, durante le trattative, Prince fu assai sessista e sgradevole con O’Connor, ma si vocifera che O’Connor gli abbia risposto per le rime in modo così virulento che i testimoni oggi, ogni tanto, accusano lei di “fallo di reazione”!) che, con Nellee Hooper, la trasformò in una serissima canzone di lutto struggentissima e sublime, di quelle che ti affossano in commozione quasi quanto le arie di Verdi, Donizetti, Bellini, Puccini e Mozart!
Anche il video di O’Connor, diretto da John Maybury, con il primissimo piano della cantante (e siamo poco prima dei primissimi piani tristoni di Jonathan Demme a Jodie Foster in Silence of the Lambs, 1991) è di quelli che fanno piangere!

In Your Eyes di Peter Gabriel, 1986
Rasserenante e stemperante nell’universo atavico nel finale quasi africanista…
Viene usata in una scena del film Say Anything… di Cameron Crowe del 1989… John Cusack la diffonde tenendo uno stereo a cassette enorme con le sue braccia sopra la sua testa, con il volume a mille, apposta per farla sentire all’amata Ione Skye che sta, lontana ma non così lontana, sul letto della sua camera… la carica iconica di quella scena è ancora oggi formidabile, ed è stata citata davvero dappertutto…

Livin’ On a Prayer di Bon Jovi, 1986
Presenta una situazione perfino marxista!
Il coro è impegnato in uno spettacolare semitono sensibilissimo che fa effetti quasi alla Beethoven, Liszt o Strauss!

Who Wants To Live Forever dei Queen, 1986
Scritta da Brian May e arrangiata da Michael Kamen per l’Highlander di Russell Mulcahy, rovescia in tragedia le prime parole di Somewhere di West Side Story (che già di per sé finiva a ramengo), e per chi a San Valentino ha deciso di impiccarsi è un’ottima colonna sonora…

All I Ask of You dal Phantom of the Opera, 1986
Per un San Valentino più piccantino sarebbero da citare le due canzoni che la protagonista Christine canta col suo amore “proibito”, cioè col fantasma, che sono il brano eponimo e The Point of No Return
Ma siccome io sono sentimentale, sono più affezionato al tema amoroso che anima Christine e colui che alla fine sposa, cioè quel “fistullo” (ossia un bellone poco sveglio e un po’ cicisbeo) di Raoul…
Un tema d’amore del tutto mutato dalle atmosfere di The Sound of Music (fonte citata anche dal compositore), che molto mi aggradano…

Si sta naturalmente parlando di The Phantom of the Opera, musical con musiche di Andrew Lloyd Webber e testi di Richard Stilgoe “rivisti” da Charles Hart che Lloyd Webber ha prodotto con Cameron Mackintosh per la regia di Harold Prince e la coreografia di Gillian Lynn per l’Her Majesty’s Theatre di Londra nel 1986… Nell”88 lo spettacolo arriva anche a Broadway, al Majestic Theatre di New York… Lloyd Webber lo scrisse per quella che allora era la sua musa: Sarah Brightman…
Si basò molto su un musical precedente del 1976, realizzato da Ken Hill senza musiche originali, ma solo con adattamenti di famose arie d’opera su cui Hill intervenne ristrumentando e appiccicando i suoi testi…
Inoltre, nel 1974, Brian De Palma e Paul Williams avevano già proposto un adattamento del romanzo di Gaston Leroux (del 1910) in salsa musical: The Phantom of the Paradise
Mentre Lloyd Webber scriveva la sua versione (saccheggiando qua e là, non solo da Rodgers & Hammerstein, ma anche dalla Fanciulla del West di Puccini [presente soprattutto nella Music of the Night], da Wagner [gli accordi d’amore sia della Music of the Night sia della conclusione del musical sembrano quelli del Lohengrin], da Rimskij-Korsakov [la stessa progressione desumibile da Wagner è riscontrabile, forse in modo più lampante all’orecchio, dagli accordi precedenti l’assolo del violino all’inizio della Šecherazada] e, almeno a quanto dice Roger Waters, dai Pink Floyd [vedi la linea del basso di Echoes del 1971, che presenta una progressione discendente congruente con quella dell’ouverture]), stava lavorando a un adattamento di Leroux anche Maury Yeston: si intitolava Phantom… A causa del successo della produzione di Lloyd Webber, il testo di Yeston non riuscì però a trovare produttori fino al 1991, e solo in ambito “provinciale” (Texas, New Mexico, Kansas): arrivò a Broadway (al Westchester Theatre) in sordina nel ’92-’93 e suscitò curiosità solo con un revival del 2007, l’unico che riuscì ad arrivare a Londra, nel 2013, anche se ben lontano dal West End (fu allestito al Crown Theatre di Walthamstow); ebbe però una certa circolazione in molte parti del mondo (Finlandia, Corea, Australia, Estonia)…

Nel 2004, Lloyd Webber in persona produsse, appoggiandosi solo in parte alla Warner Bros. per la distribuzione, l’adattamento cinematografico di Joel Schumacher, traduzione fedelissima dello show di Harold Prince confezionata da enormi professionisti britannici (John Mathieson, Anthony Pratt, Terry Rawlings) ai Pinewood Studios, con cast fresco e giovanile: è dalla colonna sonora del film che evinco i link… Schumacher aveva in mente di fare un film già nell”87, e voleva che a dirigerlo fosse Schumacher, perché fu entusiasta di The Lost Boys! Voleva che la protagonista fosse Brightman, ovviamente, ma appena il film cominciò a essere scritto, Lloyd Webber e Brightman divorziarono, mandando tutto a carte quarantotto: solo 14 anni dopo Lloyd Webber si rimise seriamente a ripensare al film, dopo pochi baluginii nel ’97, quando la Warner propose a Lloyd Webber John Travolta come protagonista…

L’amore è, sigla della trasmissione Fantastico 7 di Pippo Baudo, 1986
La musica era di Pippo Caruso, il testo di Sergio Bardotti… la cantavano Lorella Cuccarini e Alessandra Martines… la regia dello show credo fosse di Gino Landi…
l’anno prima del brano che propongo dopo (cioè Teneramente Licia), Pippo Baudo e la RAI quasi fornivano un paradigma della canzone sentimentalissima, con venature quasi “innodistiche”…
Su YouTube c’è un video che la immortala, e spero che rimanga a lungo…

Teneramente Licia di Cristina D’Avena, 1987
Alessandra Valeri Manera, col patrocinio di Berlusconi, ebbe la folle idea di girare, nei capannoni di Milano 2, un telefilm ispirato all’anime Ai shite Naito di Osamu Sakai del 1983, che in Italia spopolò nel pesante adattamento fatto proprio da Valeri Manera, con attori italiani mascherati apposta per somigliare ai personaggi disegnati…
La protagonista era la povera Cristina D’Avena e Mirko era Pasquale Finicelli…
D’Avena cantava le canzoni ma nei dialoghi era doppiata da Donatella Fanfani, colei che doppiò il personaggio animato nell’anime…
Finicelli c’era solo “in video”: quando cantava era doppiato da Enzo Draghi e quando parlava era doppiato da Ivo De Palma…
A sovrintendere il tutto si prestò il povero regista Francesco Vicario…
Vedere oggi quei telefilm è davvero un’esperienza istruttiva!
Teneramente Licia è la sigla della terza stagione del telefilm, e fu scritta da Carmelo (detto Ninni) Carucci, colui che, intorno al 1985, divenne il “compositore ufficiale” di Cristina D’Avena per i circa 10 anni successivi… Non so immaginare una canzone d’amore più zuccherosamente “pucci pucci” di questa!
Però, attenzione, i suoni di riempimento, con i loro intervalli discendenti fatti apposta, oppure la timbrica del coretto di voci bianche completamente “artefatta”, denotano una sorta quasi di presa in giro totale dello standard “canzone d’amore”, che rendono Teneramente Licia perfino una intelligentissima *parodia*!
Con un altro arrangiamento, magari con Emma solista e Annalisa a fare i coretti, con batterie e tastiere invece dei bambini e degli intervalli discendenti, allora sarebbe *identica* a, e forse anche più ficcante di, molte canzoni odierne…

Le musiche più “amorose” di Orange Road, 1987
Orange Road è un anime che fu diretto da Osamu Kobayashi e aveva le musiche scritte da Shiro Sagisu…
Tra le più adatte a San Valentino io conto:
la musica che accompagna Kyosuke all’inseguimento, in bici, di una Ayukawa in moto (ep. 16);
il super-tema, potentemente anni ’80, che illustra la preoccupazione che Ayukawa parta per gli USA (ep. 12);
il post-moderno Sound of Silence nell’episodio (l’11esimo) che parafrasa The Graduate di Nichols (è un anime ricco di citazioni cinematografiche);
i temi che Madoka suona al sassofono: il primo, il secondo e, soprattutto, il terzo
Orange Road ha una molto complicata puntata di San Valentino (ep. 44): non delle migliori visto quello che l’anime, in fatto di Amore, ha prodotto nelle prime venti, bellissime, puntate!

With or Without You degli U2, 1987
Mi sa che tutti la associano ad alcuni personaggi di Friends… mica è un male!

E ti vengo a cercare di Franco Battiato, 1988
La preferisco di gran lunga alla più popolare Cura
E splendida la rielaborazione di Giovanni Lindo Ferretti e i CSI del 1996

The Best di Bonnie Tyler, 1988
La canzone fu scritta da Mike Chapman, Holly Knight e Desmond Child per Tyler… l’anno dopo, Tina Turner e Dan Hartman la riarrangiarono in modi assai “carichi” (e già era “carica” quella di Tyler!), per una versione che fece molto più successo

Resurrection da The Abyss, 1989
The Abyss fu diretto da James Cameron (ne parla My Mad Dreams e io ne parlo in un mero livello poietico sul sito di Antonio Genna) ed è forse l’unica sua collaborazione col musicista Alan Silvestri…
Resurrection accompagna una delle scene più emozionanti della storia del cinema, plasmata sulla “resurrezione” di Ordet di Carl Theodor Dreyer (1955): in essa una affogata Mary Elizabeth Mastrantonio viene rianimata, a cazzottoni, da un Ed Harris straordinario di urla e disperazione… Cameron (con Mikael Solomon e ben 3 montatori) ammanta tutto di una luce azzurrognola di “paradiso” e, quando si pensa che Mastrantonio sia morta davvero, fa un prodigioso stacco su una ripresa ampia, dall’alto, che, come un frame di Ejzenštejn, è “divisa in due”: a destra (di chi guarda), ci sono i personaggi tristi, a sinistra c’è l’acqua della piscina, luminescente di quell’azzurrognolo di “paradiso”, con giochini di luci e ombre che ogni volta meravigliano e commuovono… una “anima” che guarda dall’alto ed è “divisa” tra la terra e l’acqua paradisiaca… wow…
…mica li fanno più come un tempo!

Beauty and the Beast dal film Disney del 1991
La musica era di Alan Menken, il testo di Howard Ashman, nel film la cantava Angela Lansbury (quella di cui parla Cinemuffin)…
Il film era formalmente diretto da Gary Trousdale e Kirk Wise…
Per la versione italiana dell’arrangiamento per i titoli finali, Piero Carapellucci e Renzo Stacchi si affidarono a Gino Paoli e Amanda Sandrelli
È bene evitare come la morte la maldestra versione di Bill Condon

(Everything I Do) I Do It for You di Bryan Adams, 1991
Scritta da Adams con Michael Kamen e Robert John Lange detto “Mutt” per il film Robin Hood: Prince of Thieves di Kevin Reynolds…
Fece un successone immenso…

A Whole New World da Aladdin, 1992
La musica è ancora di Menken, ma ai testi c’è Tim Rice (Ashman è morto nel marzo del 1991, subito prima che uscisse Beauty and the Beast)…
Nel film (diretto fa John Musker e Ron Clements) la cantano Lea Salonga e Brad Kane…
In italiano, ancora Stacchi e Carapellucci, hanno fatto un testo splendido ma non sono riusciti a legarlo davvero alle immagini del film come succede in originale…
È bene, anche qui, stare lontani dalla versione di Guy Ritchie

Come mai degli 883, 1993
A quei tempi, per chiunque avesse meno di 20 anni, era imprescindibile

Cinque giorni di Michele Zarrillo, 1994
Spararla a tutto volume a San Valentino dopo una relazione finita male è davvero l’ideale per uccidersi!

Can You Feel the Love Tonight da The Lion King, 1994
La musica è di Elton John, il testo di Tim Rice; nel film la cantavano Sally Dworsky e Joseph Williams, con Nathan Lane ed Ernie Sabella… l’arrangiamento complessivo fu tutto quanto di Hans Zimmer…
Il film era diretto da Roger Allers e Rob Minkoff…
Elton John ha detto che la scena d’amore era plasmata su quella di Beauty and the Beast, e quindi era un personaggio “esterno” a cantare la canzone d’amore e non gli innamorati… fu John a insistere perché fossero invece i coinvolti “amanti” a cantare… i comprimari “commentatori” sono rimasti in una “cornice”…
Nella schifezza di Jon Favreau, la canzone è di nuovo riarrangiata da Zimmer, ma stavolta John si è lamentato assai del risultato…

T’appartengo di Ambra Angiolini, 1994
Fu scritta da Stefano Acqua (probabilmente il compositore), da Franco ed Ernesto Migliacci (quasi certamente i parolieri) e un non meglio identificato Assolo…
La permeabilità tra maggiore e minore fa quasi paura (altro che Bartók o Henze!), così come i tremendi imperativi («Adesso giura!»)! Designa davvero un amore da Eros e Thanatos!

Con te partirò di Andrea Bocelli, 1995
Fu scritta da Francesco Sartori (musica) e Lucio Quarantotto (testo) e lanciò Andrea Bocelli a Sanremo…
Fa ridere, ma Bocelli, dopo questa, ha fatto tanto peggio…
Imperdibile, per quantità di trash, la versione remix di Jason Derulo, David Guetta, Nicky Minaj e Willy William del 2018

Saint Tail da Kaito Seinto Teru, 1995
L’anime fu diretto da Osamu Nabeshima e si basava su un coevo manga di Megumi Tachikawa… La musica era di Hayato Matsuo…
È un anime ripetitivo, con abbastanza ridicole incursioni nel cattolicesimo (la protagonista prega prima di agire e ha una complice suora), ma ha degli argomenti: i fondali acquerellati e le numerose sequenze oniriche, oltre che la presenza dei trucchi magici in diegesi, dànno a tutto valenze di rappresentazione e autorappresentazione tutte da vedere, e le storie d’amore presentate sono sanamente giocherellone, sì molto infantili, ma anche pronte alla serietà quando serve!
La musichetta di Matsuo esprime proprio la più felice “stupidera”, ma, nel finale, si abbandona alla maliconia…
In Italia, Nicola “Ryan” Bartolini Carrassi lo intitolò Lisa & Seya

Wannabe delle Spice Girls, 1995
È ancora oggi attribuita alle Spice Girls, nonostante si sappia che la scrissero davvero Matt Rowe e Richard “Biff” Stannard nelle maniere più subdole…
Ai tempi era impossibile non sentirla, almeno di sfuggita, con tutta la sua carica inutilmente ludica e irragionevolmente balzellante…

Canzone di Lucio Dalla, 1996
Il testo era di Samuele Bersani…
È la canzone di cui si parla in La Mécanique du Cœur
Mi ha sempre “intrigato” la natura assai semplice dell’accompagnamento strumentale, quasi da band di strada (sonaglini, chitarrini, tamburi), e l’andamento prettamente ritmico del “basso”: sono cose che fanno della canzone quasi una “marcetta” per l’amore del tran tran quotidiano!

Always Be with You da Kodomo no Omocha, 1996-1998
L’anime, diretto da Akitaro Daichi, con Hiroaki Sakurai e Akira Suzuki a sovrintendere alla maggior parte dei singoli episodi, aveva le musiche composte da Hiroshi Koga, Jun Abe, Keiichi Tomita e Seiji Muto, ma non so chi tra loro abbia scritto Always Be with You… L’anime si basava su un manga del 1994-1998 di Miho Obana…
Quella tra Sana e Hayama (Rossana e Heric nell’edizione italiana di Bartolini Carrassi intitolata Rossana) è una delle love story più tormentatamente appassionanti che si possano vedere, e la canzoncina è struggentissima!

Bella di Jovanotti, 1997
Jovanotti la scrisse con Michele Centonze…
È solo una delle tante canzonette amorevoli di Jovanotti che potrebbero essere adatte, tipo, boh, Serenata rap (1994), Piove (1994), Un raggio di sole (1999), Ti sposerò (2002), Mi fido di te (2005), A te (2008), Baciami ancora (2010, scritta per un brutto film di Gabriele Muccino)…
Diciamo che Jovanotti (quasi più di Vasco) incarna moltissimo, da quasi 30 anni, il business di San Valentino!

Barbie Girl degli Aqua, 1997
Gli autori sono Søren Rasted, Claus Norreen, René Dif e Lene Nystrøm e fu uno dei quei momenti scanzonati degli ultimi anni ’90, del tutto scacciapensieri, che però non trascurano le implicazioni “strambe” dell’evasione, e presentano un mondo pazzoide ed esagerato, ma in fondo molto “sano”: Barbie e Ken, nella canzone e nel loro “Barbie world”, pur matti come cavalli e dalle movenze giocattolose e idiote, sembrano amarsi più di tanti altri considerati “normali”…

My Heart Will Go On di Titanic, 1997
Il vecchio James Horner scrisse la musica su testo di Wilbur Jennings, e questa canzone, cantata da Celine Dion, oltre a gemellarsi col successo del film di James Cameron, vinse anche l’Oscar…
Eh, vabbé…

A.M. 180 dei Grandaddy, 1998
Fu scritta da Jason Lytle…
Con l’augurio di un amore in cui «non si fa niente» ma solo “essere felici” in un ambiente scacciapensieri quasi identico a quello di Amoureux solitaires si passa un San Valentino molto contento…
La si sente in 28 Days Later…, il capolavoro di Danny Boyle del 2002…

I Want To Spend My Lifetime Loving You da The Mask of Zorro, 1998
Ancora Horner con Jennings per il simpatico ma modestissimo film di Martin Campbell su Zorro con Banderas… i cantanti erano Marc Anthony e Tina Arena…
Non fa malissimo, anche se è uguale a mille altre…

Tender dei Blur, 1999
Anche questa è per chi è uscito male da un amore, ma con una sua “consapevolezza”…
Sentire anche la più corta radio edit

L’amour toujours di Gigi D’Agostino, 1999
Si fa presto a liquidarla, ma ha la ripetizione di minimalismo alla Philip Glass e un andamento strambo quasi “sognante”… Non so se accostarla davvero alla tortura, poiché ognuno si diverte come vuole…

Colorblind dei Counting Crows, 1999
Fu scritta da Adam Duritz e Charlie Gillingham con un accompagnamento minimalissimo davvero “sussurrante”…
È la canzone d’amore tra Annette e Sebastian del coevo Cruel Intentions di Roger Kumble…

Higher dei Creed, 1999
La si sentiva nel trailer di Titan AE del povero Don Bluth (2000) e accompagna una scena di The Skulls di Rob Cohen (2000)…
Era simpatica per via del giretto facile ma avvenente della chitarra…
Tanti ci hanno visto un messaggio cristologico, ma i Creed hanno sempre smentito…

Sei ci sarai dei Lùnapop, 2000
Io i Lùnapop non li ho mai sopportati, ma Se ci sarai, scritta da Alessandro De Simone, ha l’immediatezza schietta di un Lied di Schumann, e mi trovo, senza volerlo ma senza alcuna vergogna, a cantarla a squarciagola tutte le volte che mi trovo ad ascolarla!

Sempre di domenica di Daniele Silvestri, 2002
Canzoncina carina…

I’m With You di Avril Lavigne, 2002
Come autori sono accreditati Lavigne, Lauren Christy, Scott Spock e Graham Edwards (i membri dei Matrix), segno che è una canzone costruita dal team manageriale della Arista Records, i primi che misero sotto contratto la 17enne Lavigne per un album intitolato Let Go, contenente 13 tracce… Il booklet dell’album era una rielaborazione fotografica di quelli che sembravano i quaderni di lavoro di Lavigne, con i testi e i ringraziamenti (il primo Lavigne ringraziava era dio, seguita dai genitori) “autografi”, scritti a mano con tanto di correzioni…
Il singolo dell’album più venduto fu Complicated, e adattissimo a San Valentino anche Sk8ter Boi, una archetipica love story tra il teppistello artistoide e la ballerina classica snob…
I’m With You era il pezzo lento, la ballad (per alcuni perfino Power Ballad, come Total Eclipse of the Heart), più scura, più urlata (Lavigne non cantava, era una una record artist: dal vivo faceva schifo), e più arrabbiata: un amore viscerale dei più classici!

Blackout dei Muse, 2003
È speranzosa ma anche “disperante” ed è estraniante perché, quasi come Ravel con La valse, “sfascia” quello che è un valzerino con tanto di chitarrino quasi partenopeo in una bomba di “amore pensierosissimo”…
La si sente in Millions di Danny Boyle del 2004 e fa da strambo tema d’amore al film più idiota del mondo, cioè Southland Tales di Richard Kelly (2006)…

Una regola d’amore di Paolo Meneguzzi, 2004
Fa porre delle domande…

Amandoti di Gianna Nannini, 2004
L’hanno scritta Massimo Zamboni (musica) e Giovanni Lindo Ferretti (testo) per i CCCP Fedeli alla Linea nel 1990 come un tango di balera malinconicissimo…
Gianna Nannini la rifa in salsa più minimalista, alla Steve Reich

Sei nell’anima di Gianna Nannini, 2006
Gianna Nannini ne ha fatte tante più belle, ma Sei nell’anima, nel 2006, venne davvero mandata a nastro dappertutto (insieme all’altro singolo di quell’anno, Io), e per un San Valentino zuccheroso va più che bene grazie al suo tutto sommato equilibrato (se rapportato a quello che ci propinò pochi anni dopo Kekko dei Modà) sentimentalismo…

Fidelity di Regina Spektor, 2006
Garbata e carinissima…
Il video di Marc Webb illustra alla perfezione la tematica del rischio maturo e appagante, se con la persona giusta, di aprirsi all’Amore…

Cuore di Robertina & Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, 2009
Sarebbe Heart, una delle prime canzoni scritte da quelli che poi saranno tra i canzonisti più strong del mondo: Barry Mann & Cynthia Weil (quelli, con James Horner, di An American Tail di Don Bluth, 1986). La scrissero nel 1963 per Kenny Chandler…
Carlo Rossi la tradusse per Rita Pavone nel 1966…
È la versione di Rita Pavone che riecheggia nel film Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli del 2009, però riarrangiata da Max Casacci per Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo e Robertina Magnetti… E questa versione potenzia a mille le caratteristiche della canzone, che diventa una cosa quasi colossale, da lacrime catartiche spettacolari!

Neutron Star Collision (Love Is Forever) dei Muse, 2010
Matthew Bellamy la scrisse, spero facendosi pagare molto caro, per Eclipse di David Slade, il terzo della saga di Twilight
Il film era una cacca, ma la canzone, identica a quelle che Ninni Carucci scriveva per Cristina D’Avena 20 anni prima, e il video tutto fatto di proiezioni, divertono molto!
Slade e la Summit Entertainment coinvolsero i Muse perché Catherine Hardwicke l’avevano già usato in una scena del primo film del 2008, cosa che fece andare molto pubblico in brodo di giuggiole!

Home di Edward Sharpe and the Magnetic Zeros, 2010
Fu scritta da Jade Castrinos e Alex Ebert…
Mica è male!

I See the Light da Tangled, 2010
La musica è di Menken, i testi di Glenn Slater… La cantano Mandy Moore e Zachary Levi…
Tangled fu concepito da Glen Keane e fu diretto da Nathan Greno e Byron Howard…
In ogni caso acchiappa…

Dancing On My Own di Robyn, 2010
Fu scritta da Robyn e Patrik Berger e forse ci vuole per chiunque a San Valentino ha bisogno che i nodi di qualsiasi relazione poco carina vengano al pettine!

Down By the Water dei Drums, 2010
Dal gusto molto retro e davvero “strozzante”…

I remain di Alanis Morissette, 2010
Sì, Morissette ha fatto molte altre canzoni migliori, ma questa (scritta con Mike Elizondo) contribuì molto a rendere gradevole quel filmettino scemo che fu Prince of Persia di Mike Newell…

Arriverà di Kekko dei Modà & Emma, 2011
La scrisse Kekko senza alcun pudore, e con Emma la cantò a squarciagola con le sue vocali lunghissime alla Facchinetti, i suoi strombattuti senza vergogna e le sue facilonerie acchiappa citrulli (il ritmo semplice, la foga del fortissimo del refrain, un sound molto pompato per arrivare subito all’orecchio senza passare dal cervello)… ma non si può dire che non sia efficace, poiché, come Teneramente Licia, può essere intesa o come parodia o come inciso “proverbiale”, da cantare davvero in ogni occasione, anche comica!… e una volta sentito Il Volo, Kekko quasi si rimpiange (ma sto esagerando)…

Tra due minuti è primavera di Annalisa, 2012
Il testo sembra sia di Roberto Kunstler, la musica di Dario Faini su produzione di Dado Parisini…
Annalisa ha la voce che sembra un dolcissimo succo di frutta all’albicocca di fabbrica con frutta 10% minimo: non può non fare almeno tenerezza!
Anche la sbrindellata gaiezza del pezzo sorprende, se si sorpassa il cinismo, cosa, davanti a questo brano, forse impossibile…
Fosse stata cantata da Cristina D’Avena, associata a un cartone animato, sarebbe stata quasi più credibile!

A memoria di Irene Grandi, 2015
Fu scritta da Saverio Lanza e Cristina Donà…
Ha una struttura assai particolare, e suonetti molto insoliti…

Arriverà l’amore di Emma, 2015
È attribuita a Emma e Matteo Buzzanca, ed è riscopiazzata da diverse canzoni di Gianna Nannini, con gli ottoni tranquilli a fare ritmo sorridente…
Luisa Carcavale e Alessandro Guida fecero un video in cui, micio micio, ci misero, pur con faciloneria, alcune istanze pro-gay e sensibilizzanti la violenza sulla donne (pur con il solito problema di riferirsi alle donne invece che ai violenti) che non sono da prendere in giro più di tanto…

The End da Carol, 2015
È la musica di Carter Burwell per il film di Todd Haynes (tratto da romanzo del 1952 The Price of Salt, che Patricia Highsmigh pubblicò con lo pseudonimo Claire Morgan)…
Il film è un tripudio di magnificenza visiva, con una vicenda commoventissima di amore impossibile in pieno stile passion per San Valentino… Burwell fa quello che è uno dei suoi più immensi capolavori strutturando una musica da Novecento storico (a metà tra la Generazione dell’Ottanta italiana, il cromatismo avanguardista atonale [in special modo Busoni], la stilizzazione asciutta [anni ’50] del post-webernismo non darmstadtiano americano [Bernstein, Copland], e uno “strutturalismo” del minimalismo più spinto e aereo [Adams]), sublime per stile e Streben interno…

Tua per sempre di Elisa, 2019
Spesso afflitta da una prosodia “alla san fasò” (nelle sue canzoni, la metrica delle parole segue molto raramente quella della musica: è di quelle che cantano «discotecá»), Elisa, qui con i professionisti Francesco Katoo Catitti, Andrea Rigonat, Taketo Gohara (che con lei sono accreditati alla musica) e Davide Pedrella (a cui è attribuito il testo) raggiungono una canzoncina facile e pucciosa, brillante di suono e molto passionevole…




6 risposte a "Musichine per San Valentino"

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  1. Wow, grazie mille per la citazione! Molte delle canzoni di cui parli nella parte finale del tuo meraviglioso articolo sono in effetti nella mia hit list di canzoni d’amore, da quelle dei cartoni a quelle dei musical (in cima a tutte, come dici tu, c’è proprio Tale as old as time, ovviamente, ma anche Moulin Rouge per me è la colonna sonora dell’amore per antonomasia). Grazie a te però quest’anno nella mia hit list romantica ci saranno anche Papageno e Papagena :)

  2. Chiedo scusa della mia ignoranza in materia di classica ma, a suo modo, poteva starci anche “L’apres-midi d’un faune”? Complimenti come al solito per la narrazione in flusso di coscienza e la citazione di “Amandoti”👍

    1. Certo!
      Per un amore frutto di droghe varie che fanno “interagire” gli amanti con le proprie allucinazioni e li fanno parlare con alberi e fresche frasche è effettivamente l’ideale!
      Quando, nel 1912, Nižinskij coreografò la musica (scritta una ventina d’anni prima), ci mise un sacco di movimenti sessuali (quasi alla Bob Fosse) e interpretò il finale quasi come un burn out del fauno rimbecillito perché respinto dalle ninfe, ma, sotto sotto, felice, masochisticamente, di rimanere con se stesso… estremamente “estetizzante”!

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