Mank

Sono tanti anni, se non da Fight Club (che è del ’99) sicuramente da Benjamin Button (2008), che Fincher va in giro a raccontare che l’«autore cinematografico» non esiste e che Citizen Kane è tutto merito di Herman Mankiewicz e Gregg Toland…

L’affermazione, Fincher non se ne accorge, non è sostanziale, perché è una sentenza che è convinta di annunciare che «l’autore cinematografico non esiste», ma concludendo che “in realtà” i veri geni di Citizen Kane sono Mankiewicz e Toland non fa altro che “smentirsi” immediatamente, poiché Mankiewicz e Toland cosa sarebbero se non «autori cinematografici»?

Si dirà: “eh ma non sono registi… e l’enunciato di Fincher si riferiva ai registi”…
mmm… forse…

A me sembra tanto, invece, quelli che dicono «dio non esiste» e poi, per scherzo, trasferiscono dio in qualcun altro… quelli che lunedì dicono «dio non esiste» e martedì già rilanciano «dio è Sting o Bruce Springsteen, o, più in piccolo, Luciano Ligabue», oppure che «Kubrick è dio» e altre sciocchezze…
Facendo così credono di dimostrare che dio non esiste, perché può stare in ogni dove, ma non si accorgono del fatto che se dio può stare in ogni dove, allora il concetto di dio esiste eccome!
…ecco perché io non paragono mai nessuno a dio, neanche Stravinskij, che, nella mia non-religione (quella che si somma al gattolicesimo), è più simile a un Buddha…

Fincher si sforza in tutti i modi di dire che «l’autore cinematografico» non c’è, ma subito dopo semplicemente lo trasferisce da Orson Welles a Herman Mankiewicz, fallacemente certo di stare dicendo «se l’autore cinematografico può essere lo sceneggiatore e non il regista allora l’autore cinematografico non esiste» mentre invece sta in realtà affermando «l’autore cinematografico esiste, solo che non è quello che tutti si pensa ma è un altro: non è che l’autore non c’è, è che è appunto trasferito»…

è come, se ne parla tante volte, i filmetti di oggi convinti di affermare che la narrazione buono/cattivo si disintegra semplicemente *scambiando* i buoni e i cattivi tradizionali… ma come può la narrazione buono/cattivo dismettersi se lo “scambio” non fa che creare, appunto, una nuova narrazione buono/cattivo? [vedi Maleficent]

A parte questo, l’hanno detto tutti, Mank si rileva essere, per Fincher, quello che Ed Wood è per Burton: l’omaggio all’idolo tanto idolatrato, omaggio fatto nei modi e nelle maniere dell’idolatrato…
come l’Ed Wood di Burton è un film di Ed Wood, Mank di Fincher è una sceneggiatura di Herman Mankiewicz, scandita da tutte le “intestazioni” di script all’americana (a ribadire che «il film è la sua sceneggiatura»), con tutti gli stilemi archeologici della visualità degli anni di Mankiewicz (che in Mank vediamo quasi a fine carriera, tra 1930 e 1940) e con tutti i lussi linguistici del sapidissimo, coltissimo e argutissimo inglese usato da Mankiewicz…

Esperimenti simili a Mank sono stati tanti…
Quentin Tarantino sono anche lui 20 anni che campa di archeologia visuale, ma più che a lui, Mank somiglia a discorsi meta-hollywoodiani più “artistici”: oltre l’Ed Wood di Burton fa venire in mente The Aviator di Scorsese (2004), e, naturalmente, fa sovvenire lavori “archeologici” dello stesso Fincher, che ha giocato a ricreare la visualità del passato sia in piccole tessere di Benjamin Button sia in tutto Zodiac (2007)…
Questi titoli, rispetto a Tarantino, non si gingillano in semplice edonismo del reperto, ma si fanno più “post-moderni” in senso nouvellevagueiano (vedi anche la fine del post sulla Straniera di Claudia Durastanti e le note a Allied di Zemeckis): col reperto ci giocano in termini quasi restaurativi dell’uso più che conservativi per la semplice esposizione: Scorsese, Burton e Fincher trattano il reperto archeologico come qualcosa che è «ancora vivo», qualcosa che «si può ancora usare» invece che qualcosa di «ormai morto», da vedere soltanto per capire «com’era in passato»…

La triade cromatica di The Aviator, il bianco e nero di Ed Wood, e i lens flare, gli stacchi secchi, i giochi di fuoco, la profondità di campo, le dissolvenze, le transizioni a tendina o altri modi, i goticismi di Mank non sono ninnolo antico trovato sulla spiaggia come il fossile di un trilobita con il quale il massimo che puoi fare è un fermacarte: è roba viva e vegeta, ancora necessaria a raccontare la vicenda: è roba, anzi, senza la quale la storia quasi non la si riesce a raccontare!

L’unica cosa visiva di Mank un pochino più gratuita è la ricreazione dei «cigarette burns», ma anche quella rientra a pieno titolo in una sorta di poetica di Fincher (c’è costruito molto di Fight Club), tutto il resto, dalla spumosa fotografia (di Erik Messerschmidt, che ha una 20ina d’anni di ottima gavetta alle spalle ma che è da poco in prima linea in prima persona), alla ricreazione ambientale (del fido Donald Graham Burt) è indispensabile per «come si racconta» la vicenda (anche quando la si racconta non così bene, come vedremo)…

Vedere Mank è per certi versi molto piacevole…

  • Gli occhi scintillano negli shots saporosi;
  • Gli attorici vanno giustamente in brodo di giuggiole per le performance di eccellente lustro teatrale proposte da tutti i coinvolti:
    Oldman un po’ gigioneggia, ma è il suo stile…
    Lily Collins è un tripudio di calde intenzioni…
    Arliss Howard è magico nei tic e nella falsità di Louis Mayer…
    Charles Dance spaventa…
    Amanda Seyfried, forse, lavora più di apparenza, in ogni caso ottima, che di vera sostanza, ma acchiappa eccome ugualmente!

…ma è ovvio che, come in tutti i film di Fincher, autore che più di altri ha fatto della parola discontinuità la sua cifra, molte cose facciano un po’ dispiacere per scarsa “misura”…
poiché Mank si rivela, almeno dopo il primo quarto, un film indeciso…

Una volta stabilito che deve essere un film scritto da Herman Mankiewicz, nello stile visivo archeologico di Herman Mankiewicz, Fincher, poi, sembra non sapere come effettivamente andare avanti…

e Netflix, ovviamente, non l’ha aiutato, prediligendo sempre trame fluviali da serialità al posto di trame compatte da operazione singola

Ne esce fuori un rocambolesco romanzone, con tutti i pregi e i difetti del romanzone

  • PRO: ha un godurioso romanticismo di fondo, fatto di passioni tutte da intendere e gustare, negli attori come nella trama…
  • CONTRO: a parte l’acheologia e la pregevolissima fattura visiva, Fincher, come Nolan, opta per un découpage serratamente narrativo, finendo per relegare tutte le magnifiche giochesse di ripresa nell’ambito dell’«illustrativo»…
    Come si diceva in Dunkirk o in Arrival, te regista puoi aver fatto la ripresa “fotograficamente più bella del mondo” ma se tutto quello che si chiede il montaggio è «dove sono?» o «quando sono?» invece di chiedersi «chi guarda?» o «come/cosa guarda?», allora tutto quello che hai fatto è un bel romanzo illustrato, letteratura più che cinema…
    E Mank, data anche la supremazia della *scrittura* nell’idea (un film che deve essere una sceneggiatura di Herman Mankiewicz), è un romanzone con eccezionali illustrazioni, ma mai che ci siano false soggettive, ambiguità di sguardo, polisemie dell’immagine: guai!
    Il suo lusso figurativo è puro pittogramma: fantasmagorico, splendido, ma, ripeto, meramente esornativo…
  • PRO: il cuore si consola nella trama romanzesca, appunto da mélo ricco di personaggi, situazioni, digressioni, sotto-trame, lingua usata “stramba”, letteraria, tutta da interpretare…
    Chiunque adori la letteratura troverà la vicenda di Mank una goduria…
  • CONTRO: è però una goduria che, narratologicamente, fa spesso acqua…
    i personaggi sono troppi, le sotto-trame gratuite, e molti rivoli sono poco sviluppati…
    tutta la denuncia delle fake news destrorse, iniziate da Irving Thalberg e dal povero Shelly, dovrebbe essere il centro del dramma del dualismo Mank/Hearst, ma quella denuncia è nebulizzata in troppi dettagli e si perde…
    dettagli, per altro, quasi a uso esclusivo dei nerd hollywoodiani, con tutti i riferimenti a questa o quella personalità del cinema che magari si nomina e basta, o a situazioni che solo uno storico delle campagne elettorali locali statunitensi potrà cogliere…
    dettagli con sotto-tramette di romance o di crisi familiari ben poco strutturate (il rapporto tra Mank e la Seyfried occupa tanto spazio a mio avviso irregolato; la povera Tuppence Middleton, bravissima, ha tra le mani una “Poor Sara” che è tutto sommato ancillare, anche se ce la fa a portare via parecchio tempo; Joseph Leo Mankiewicz appare come per magia, ogni tanto, innuendo a stragi di rese dei conti tra fratelli che alla fine non ci sono)…
    e nella nebulizzazione dei dettagli il focus va a farsi benedire, tanto che, alla fine, tutto il dramma di dualismo Mank/Hearts quasi non si percepisce…
    • come mai Mank personifica il male in Hearst e non direttamente in Thalberg o Mayer?
    • perché la componente di autocritica si sfilaccia così tanto? In fin dei conti Mank ha fatto parte di quel mondo per anni, e, nonostante si elevasse a intellettuale, egli sapeva, per sua stessa ammissione, di essere soltanto il giullare di una corte da cui mangiava eccome…
      Tutta la scenetta iniziale con il gotha degli screenwriters (Hecht, MacArthur ecc.), Selznick e Sternberg, che dura minuti e minuti, a cosa cacchio è servita se non a contestualizzare una prassi di connivenza tra interessi privati, politica e cinema che, alla fine, è ben più compattata con la vicenda della candidatura di Upton Sinclair?… ma alla candidatura si dà in effetti poco spazio rispetto ai romance con la Seyfried, ai siparietti con “Poor Sara”, e ai resocontoni con Joseph Leo…
      E nella «via di mezzo» del rapporto di Mank con i destrorsi delle major, dei quali fa il giullare ma che odia e vorrebbe denunciare, si intravede una orribile componente autobiografica di Fincher: un Fincher che si sente artista come Mank, che ha lavorato per quelle stesse major, che adesso riferisce come orripilanti e destrorse anche se c’ha comunque lavorato per anni (anche con prodotti professionali ma scarsini), e dice di aver abbandonato in favore di Netflix, pur riconoscendo che Netflix ha, tutto sommato, gli stessi “metodi” delle major: Mank (=Fincher) lascia le major e va a lavorare per Orson Welles (nom de plume della Netflix di Fincher), ma cosa fa Welles, nella narrazione di Mank, se non tirare fuori gli stessi cavilli e contrattini liberticidi (privanti l’«autore» del credit) che tirava fuori Thalberg…?
    • perché la componente politica, con Upton Sinclair ma anche direttamente con Hitler, non è più centrata o centrale?
      Che Hearst sia di fondo nazista è implicato ma mica così palesemente “funzionante”!
  • PRO: tutti i retori dell'”immaginativa”, con Mank aggiungono un altro grande testo con cui trastullarsi, molto simile, s’è detto, all’Ed Wood di Burton (o anche, per certi versi, al Tucker di Francis Ford Coppola: film da riscoprire e molto più nettamente chiaro rispetto a Mank)
  • CONTRO: ma l’Ed Wood di Burton (o il Tucker di Coppola), nella sua (loro) consapevolezza di essere fiction, non commetteva(no) l’errore di essere mortalmente celebrativo(i)…
    Mank è un monumento fin troppo glorificante un uomo che a 50 anni ne dimostrava 75, che beveva come una spugna e che era ludopatico… era sì un grande scrittore, e sarà anche stato buono, nel senso di antinazista, ma cacchio, fargli 2h e 30′ di mélo glorificante, più che una sua sceneggiatura sembra un aneddoto di Poor Sara: Tom Mankiewicz, figlio di Joseph Leo, nato nel 1942 (11 anni prima che Mank morisse), racconta che nei ricordi di Poor Sara (che è morta nel 1985) Mank era sempre e solo il genio e il marito fantastico: sembrava che non avesse mai bevuto una goccia, né avesse mai avuto amanti, né avesse mai fatto una scommessa!

Mank finisce, come ogni cosa MERDflixosa, a fare la solita vecchia propedeuticità:

  • è romanzesco come Victor Hugo…
  • è pittorico come Lee Garmes…
  • ha la trama “poco percepita” come Il trovatore di Giuseppe Verdi (che raccontiamo bene qui e, in relazione alla trama non percepita, qui), che almeno era nichilista e ti scioccava senza celebrare proprio nessuno…
  • ha il disagio del giullare come nel Rigoletto, ancora di Verdi…

ma è anche

  • poco sopraffino a livello di scrittura delle immagini: recupera sì molte profondità di campo, ma nei problemi delle narrazioni odierne riscontrati in Breakfast at Tiffany’s ci casca con tutte le scarpe, e le sue inquadrature, splendide, ancora non raggiungono altri livelli teorici (livelli che, a mio avviso, oggi raggiungono ancora, tra quelli che ho trattato io, Zemeckis quando gli pare, Lynn Ramsay, Pawel Pawlikowski, Neon Demon di Refn, Malick ecc.)
  • alla fin fine ha poco equilibrio tra forma e contenuto:
    a una ottima qualità pittorica e a un importante “decorso” letterario, non corrispondono né vere sostanze di narrazione visiva
    (e c’è narrazione anche in diversi quadri, vedi, che ne so, La giovane in fiamme in riferimento a Hogarth) né effettivo arrosto diegetico…

però è anche vero che, tra quelli che finora ho visto di MERDflix, Mank è senza dubbio il migliore…
non lo candiderei a nessun Oscar, ovvio, in quanto prodotto non cinematografico, ma chi vorrà candidare Messerschmidt, Donald Graham Burt, Lily Collins o Tuppence Middleton (da me già adorata in The Current War, un film che aveva maggiore connubio tra trama e contesto ottocentesco) vabbé, in sé per sé, non commetterà un errore gravissimo…

Altri punti di vista li ho letti in Cinemuffin, in Hovistounfilm e in Frammenti di cinema e ne aggiungerò altri appena li leggo!

12 risposte a "Mank"

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  1. Grazie mille per la citazione! Hai scritto un articolo splendido, come al solito mi insegni tante cose e mi fai riflettere su altre che potrebbero sfuggire. A me, come sai, è piaciuto molto, ma condivido anche tutte le critiche che gli hai mosso e che sono più che ben spiegate e motivate. Per me comunque vederlo è stato davvero piacevole, un tuffo nel passato, come dici tu: forse mi sono crogiolata troppo nell’illusione che il vecchio cinema che tanto amo sia ancora vivo e vitale e non un reperto da museo…

    1. E se Fincher andava alla sostanza di quel cinema, con qualche falsa soggettiva, per esempio, invece che soffermarsi sul solo aspetto figurativo/scrittorio, allora avrebbe fatto assai meglio…
      A parte la fantasmatica prima apparizione di Welles, tutto in Mank è un “quadro” oggettivissimo!
      E se, come è auspicabile, Fincher voleva dimostrare che il cinema classico è ancora vivo, allora perché fermarsi all’illustrarlo invece di innervarlo davvero?: in Citizen Kane o in tutti i film di Lang degli stessi anni, le soggettive ci sono, i flashback hanno più punti di vista che dànno diverse valenze alla visione, rientranti nel logos del cinema di farti chiedere “chi guarda?” e “cosa/come guarda?”; in Mank, invece, i flashback sono solo di Mank, con nessuna polisemia dell’immagine…
      Fincher, alla fine, ha un po’ fatto, m’è sembrato, come Abrams nelle sue coglionate tipo Super8: cita tanto ma cita solo la superficie…
      Fincher ha in più solo la compattezza letteraria, maggior talento pittorico e più capacità di guidare il lato teatrale (scene e attori)… cose che bastano a farmelo piacere molto di più, ma che dimostrano ancora una volta quanto oggi, del passato, si guardi più al ninnolo che al succo…
      In un’operazione simile, cioè The Aviator, Scorsese imbastisce molto più cinema (shot di immaginazione, montaggio allucinato, soggettive pazzerellone), senza rinunciare al teatro (scene, consumi ecc), ma sa che è il cinema e non il teatro al primo posto di un film, non so se mi spiego: e The Aviator mi è parso un omaggio al cinema di quegli anni assai più riuscito di Mank!
      Ma Mank, con tutto il suo estro pittorico, i suoi attori spumosi e la sua forza centrifuga di romanzo ottocentesco, è stato comunque, per me, una bella crepa nel mio muro di idiosincrasia Netflixiana!

  2. Io credo che Dio non si trovi in nessuna cosa o persona, ma in Ligabue proprio non ci avevo mai pensato. Mi hai dato uno spunto di riflessione :)
    A parte questo a me è piaciuto molto, ma forse perché sono un po’ una nerd di quella Hollywood lì.

    1. Ho fatto un discorso simile a proposito di Hail, Caesar dei Coen: tutti i miei “colleghi” hollywoodiani lo adorarono, io lo detestai..
      E riguardo al fatto che cita la superficie invece della sostanza che ne pensi?
      Tu avresti preferito qualche falsa soggettiva in più o sei stata felice anche con questo tipo “scenografico” di rievocazione?

  3. Devo dire onestamente che lo ritengo più un film di “sceneggiatura” che di regia, anche se perché scindere le due cose effettivamente? Ma credo che parta tutto dalla voglia di raccontare quel tipo di periodo, quel tipo di ambiente, quel tipo di personaggi, con quel tipo di sceneggiatura.

    1. Su quello sono molto d’accordo!
      E Fincher ce la mette tutta a fare il film “solo sceneggiatura”…
      ma non rischia di dire che quel periodo fu “privo di sguardo”?
      cosa che è molto falsa: lo stesso «Citizen Kane», l’ipotesto di «Mank», in quanto a sguardo è molto più tosto…
      come mai Fincher, secondo te, ha optato per la “illustrazione” più che su ogni altro aspetto…?
      Boh, sì, forse per ribadire che la “letteratura del cinema”, la “scrittura”, per FIncher è un fattore dirimente (anche perché è un film su uno scrittore)…
      …ma magari è su quello che mi trova poco d’accordo…
      Però, vabbé, il film è suo eh!
      Ahahah!
      ed è stato anche coerente nel comunicarci il suo messaggio (ed essendo un film su uno scrittore il “discorso” è ben posto)…
      a quel punto, però, mi subentra il gusto personale, poiché per me il film è visione prima che scrittura e narrazione per immagini più che illustrazione/pittura…
      ma “non est disputandum”!

  4. Infatti il tuo punto di vista è indiscutibile secondo me, perché è giusto avere le proprie prospettive, le proprie aspettative e ricercarle poi in un’opera che, se le disillude in qualche modo, può provocare anche delle piccole o grandi delusioni.

    1. È lì da qualche parte in attesa di essere visto! E con molta curiosità, perché io, in linea di massima, adoro i film di Beatty (di Lily Collins devo ancora leggere il libro: sono “indietro”, uff!)

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