The Prom

Tante suggestioni per questo filmetto della minchia che, sotto sotto, mi ha lasciato rimuginare in molti minuti di riflessione… alla fine sembravo il Petunia cat, tanto ero immerso nelle elucubrazioni…

L’ultima volta che mi era successo era addirittura per 1917

I. ONIRISMO O PSEUDO-REALISMO

Quasi sempre i musical hanno avuto i momenti di song e balletto completamente onirici: Busby Berkeley (vedi qui, qui, e, marginalmente, qui), poi Donen e Minnelli (vedi ancora qui e La La Land) esemplificano bene questi momenti: la canzone che è puro spettacolo, un a sé del tutto fuori sia dalla realtà, sia, spesso, dalla stessa diegesi (come un’aria di Metastasio)…

I.1 WEST SIDE STORY

West Side Story, soprattutto nei momenti girati da Robbins, comincia a rendere permeabili i balletti e la vita non ballante: i personaggi si mettono proprio a ballare come se niente fosse… Alla fine Robbins, e poi soprattutto Wise, riammantano di un certo onirismo, o almeno di realismo magico, One hand, one heart (con il negozietto che si fa chiesa), Somewhere (col cromatismo dei vetri della cameretta di Maria, strutturati da Fapp, che rimembrano, in piccolo, certi a sé sognati berkeleyani) e Cool, che tornano a essere girati in studio (mentre le prime canzoni sono tutte en plain air)…

I.2 TRE COMPORTAMENTI NEGLI ANNI ’60-’70

Il comportamento di West Side Story inaugura una stagione triadica del musical, continuativa per tutti gli anni ’60 e ’70 (vedi anche quanto detto in The Greatest Showman)…
Per capirsi:

  • C’erano musical in cui la sequenza musicale e cantata, molte volte, era sì agita in ambienti reali e senza particolari strambosi e anti-realistici, ma era anche condotta con una grandeur di per sé abbastanza “stranita” (My Fair Lady, The Sound of Music, Hello Dolly, Camelot)… Sono musical della via di mezzo
  • C’erano musical in cui tornava, bella pesante, la conduzione dell’a sé stra-onirico, sia in prodotti particolari (Mary Poppins e altri film a tecnica mista Disney) sia in musical più tradizionali, davvero molto più ritornanti alle idee di Berkeley (cioè i film di Bob Fosse, che, però, de facto, di musical cinematografici effettivi ne ha fatti solo 3, Sweet Charity, Cabaret e All That Jazz)…
  • E c’erano musical totalmente “realisticosi” in cui ballavano/cantavano del tutto e in cui gli attori che ballavano/cantavano erano ripresi esattamente come fossero attori che *parlavano*, con solo qualche giochessa, messa al punto giusto, che riflettesse sulla situazione (vedi Godspell o Jesus Christ Superstar o l’Hair di Miloš Forman)

I.3 I MUSICAL BALLATI DEGLI ANNI ’80

Per un attimo, con A Chorus Line di Attenborough (1985), si torna alla conduzione via di mezzo, tra “reale” e inserti “straniti” da realismo magico
ma poi, negli anni ’80, arriva il musical ballato (vedi il famoso trittico di Footloose, Flashdance e Dirty Dancing), con prestiti dal videoclip, che complica le cose, anche se, nizzole e nazzole, la loro conduzione è spesso più simile a quella di Jesus Christ Superstar che a quella di Bob Fosse: non è che in Dirty Dancing le sequenze ballate siano così “oniriche”: sì, lo sono, in quanto sintagmi a graffa (vedi i commenti a The Current War), ma non è che ballino dentro a fontane colorate o si mettano a volare come, invece, in Berkeley poteva succedere (o anche in certi onirismi di Hello, Dolly)

I.4 GLI ANNI ’90 E ’00 DELLE CONTAMINAZIONI

Negli anni ’90 i musical esistono solo nei classici Disney e sono onirici

Poi diventano nostalgia in certi telefilm (Ally McBeal e Once more, with feeling di Buffy [settimo episodio della sesta stagione, scritto e diretto da Joss Whedon]), conservando una sorta di via di mezzo

Poi tornano alla grande con Moulin Rouge! e gli epigoni di Fosse (cioè il Rob Marshall di Chicago, Nine e Into the Woods; e l’Adam Shankman di Hairspray) indugiando di molto nell’onirico…

Rimane più via di mezzo, anche se più improntato nel, per quanto possibile, “realistico” (alla Jesus Christ Superstar), il televisivo High School Musical di Kenny Ortega (2006), cioè del coreografo di Dirty Dancing, che è rimasto nel sistema dei musical ballati anni ’80…

Un regista che si è dedicato al musical ultimamente, Tom Hooper, è stato “realistico” nei Misérables (2012) e onirico in Cats (2019), un film che è stato così subissato da critiche negative da non riuscire quasi a essere effettivamente distribuito…

Totalmente onirico è un musical che è andato per la maggiore due anni fa, cioè Rocketman di Dex Fletcher…

E solo alcuni musical, o meglio, alcuni film di argomento musicale, hanno carpito una via di mezzo anche teorica, sul ruolo della finzione nel discorso diegetico (come faceva Jesus Christ Superstar)… vedi, a questo proposito, la serie Cinemusica, dedicata a filmetti basati sulla vita delle rockstar tra 1964 e 2001, soprattutto i post su The Commitments, Almost Famous e Walk the Line

II. RYAN MURPHY

Intanto il musical ha ibridato certi linguaggi ed è diventato quasi di prammatica, nei film come nella pubblicità, come nelle serie… influenzando parecchia gente, da Tim Burton, a Spielberg (tra poco esce il suo nuovo West Side Story) a tanti altri che ora non mi vengono in mente e che potrei aggiungere con un edit

e qui arriva Ryan Murphy…

che è un pazzoide e che ha attinto parecchio dal musical sia in modo tangenziale in Popular (1999-2001), sia sostanziale in Glee (2009-2015)…

Popular mi piacque: lo considero un super-capolavoro (e c’erano, mi sembra, anche alcuni Proms rappresentati o sognati in certe puntate)…
Glee lo detestai: un coacervo del peggiore arrivismo condito da istanze “prevaricanti” simili ai talent di Maria De Filippi (quelli in cui sgomiti tutti contro tutti per “vincere”, anche se, dei vincitori, se ne ricordano sì e no due su 25…)

Sempre poco al top gli altri “oggetti” proposti da Murphy:
di Nip/Tuck (2003-2010) si guardano solo le prime due stagioni, il resto è cacca…
Running with Scissors (2006) è un po’ inutile: rappresentazione quasi documentaria di tante psicosi senza effettivo costrutto…
Eat Pray Love (2010) non l’ho visto, come non ho visto le altre sue serie, che di successo, in ogni caso, ne hanno fatto tanto…

Nelle cose che ho visto di Murphy ho notato spesso un indulgere sulla componente stramboide che finiva per travalicare, per sovrastare, il vero senso dei suoi prodotti…

III. THE PROM

Un pazzoide come Murphy, coi soldi di MERDflix, in questo Prom, fa una cosa molto stramba…

III.1 VERO E FINTO
  • In primis ha la decenza di chiamare a inquadrare chi ci capisce, cioè Matthew Libatique, quello che ha reso sopportabile quella melassa senza sguardo che fu A Star is Born
  • ha l’accortezza di chiamare gente che sa recitare (tutti gli attori, anche quelli più giovani, sono davvero ottimi)…

ma si schianta di molto sulle modalità di gestire il finto

Che tutto il cinema sia finto si sa, e io lo ribadisco da sempre…

è ovvio che i film sono *finti*…
come è ovvio che sulla dialettica tra vero e finto (propria anche del teatro), gente come Spielberg (e rieccolo: vedi qui e qui) riesca a dare il suo meglio, anche con discorsi belli pregni di “etica”… sulla scorta di Spielberg, per esempio, si muovo molti altri: tra cui il Murder on the Orient Express di Branagh; o gente come Carpenter o Gilliam, o i recenti Knives Out, Guerre stellari o Loro 2, tanto per non andare tanto lontano (e per non appesantire con altre centinaia di esempi che potrei fare, dai più balsonati con Dreyer ai più truci con Dario Argento ecc. ecc. ecc.)…

e sulla dialettica tra vero e finto, e su un certo distacco tra quello che si vede e quello che si dice, un recente Woody Allen ha costruito un capolavorino con Wonder Wheel, in cui la scrittura in sceneggiatura quasi si contrapponeva a una scrittura della luce (di Vittorio Storaro), una luce che palesava il fittizio di certi comportamenti teatrali dei personaggi…

III.2 LA PRIMA PARTE: TUTTO FINTO

Murphy e Libatique, sulle prime, sembrano raggiungere l’equilibrio di Allen e Storaro, proponendo un musical fintoso, alla Berkeley o alla Fosse (direttamente citato in sceneggiatura: il personaggio di Kidman è un’attrice che fa l’understudy e, alla fine, diventa parte principale per la Roxie Hart di Chicago), “deviato” soprattutto sui colori antirealistici, fotonici e teatralosi…
…e la loro configurazione conquista non poco…

Per una buona metà The Prom funziona…
Ovvio, sì, ci sono tutti i punti deboli di tutti i musical, anche teatrali: c’è troppi personaggi, troppe canzoni, c’è troppe vicende sovrapposte (una per ogni personaggio) che allungano il brodo troppo (e finisce che The Prom dura quasi 135 minuti grossi come case: è il difetto di tutti i film MERDflix: il durare troppo perché contano sulla visione comoda in poltrona, visione da stoppare e pausare quando si vuole, o “gratificata” di quel tempo morto fatto apposta per andare a pisciare e lavare i piatti senza che si perda granché), ma vabbé, alla fin fine, regge… [ricordo che The Prom è basato su una fonte di Broadway del 2018 di Bob Martin (book), Chad Beguelin (lyrics) & Matthew Sklar (music): le canzoni non mi hanno certamente entusiasmato, ma erano comunque meglio di altra roba odierna]

III.3 LA PARTE CENTRALE
III.3.1 Meno finto

quando poi si arriva a una pausa nella diegesi, nella parte centrale classica del racconto, quando tutto sembra perduto (la trita parte centrale delle fiabe con la morte simbolica centrale e compagnia cantante), in cui la promozione dei diritti umani sembra otturarsi, Murphy e Libatique sembrano un attimo pausare la gestione fintosa per approdare a lidi più alla High School Musical… La canzoncina centrale Love Thy Neighbor, agita in uno shopping mall, rimane priva dei cromatismi onirici che hanno avuto quasi tutte le altre canzoni prima di lei…

III.3.2 La vicenda di Meryl Streep tra attrice vera e personaggio idealizzato

Non solo…
Nella vicenda di quella che è forse la vera protagonista, cioè Meryl Streep (anche se si potrebbe discutere su quale dei tanti personaggi abbia maggiore rilievo: sono deuteragonisi a mio avviso di pari livello sia le giovinastre amorose [le attrici giovani: Jo Ellen Pellman e Ariana DeBose] sia il bisognoso di riappacificazione edipica [James Corden]: del tutto ancillari e inutili, invece, sia Kidman sia Rannells) si dice anche una cosa molto complessa: che l’attrice, nella vita reale narcisista, cinica e affettivamente a pezzi, si dovrebbe conformare molto di più ai personaggi che interpreta, cioè idealiste attiviste, altruiste, benevole e apertissime alle relazioni…
Meryl Streep, lì lì, dice «ma cacchiate dite?: se anche io che sono narcisista riesco a interpretare bene le altruiste vuol dire che sono una grande attrice e coglioni voi che credete nelle puttanate che vedete a teatro pensando che chi interpreta si “uguale” all’interpretato!»… ma poi si fa convincere, e comincia a ispirarsi di più agli ideali che ha fino ad allora solo recitato (l’altruismo, l’avvicinarsi all’amore ecc.)…
Una vicendina di “connubio” tra vero (l’altruismo da agire nella vita reale) e finto (quell’altruismo che si interpretava solo a teatro)…

III.3.3 I McDonald’s

Al centro si illustrano anche certe abitudini dell’America profonda, fatta solo di shopping mall, di ristorantini in franchise schifosi, di product placements (durante la immancabile scena di vestizione per il Prom, si vedono i marchi di MAC messi lì per pubblicità; si fa pubblicità anche alla catena del ristorante Applebee), di McDonald’s sullo sfondo, e di cristianesimo bigotto e intollerante…

III.4 IL FINALE

La diegesi, poi, arriva alla svolta, alla Resurrezione (gli scolastici direbbero al ritorno con l’elisir), dove i diritti umani trionfano, sono tutti felici e contenti, e tutto va a meraviglia… ed è lì, nel finale, che The Prom si inceppa…

Si inceppa perché, da quando la protagonista accetta di unire vero e finto, ideale e reale, Murphy e Libatique, al contrario, riprendono una configurazione totalmente onirica… Ricominciano le luci antirealistiche, i colori esagitati, fotonici e teatralosi…

Nella scrittura visiva, per capirsi, non si attua alcun connubio tra vero e finto, ma si ritorna del tutto al finto

…e il trionfo dei diritti umani è agito in un’inondazione di viola, di coloretti psichedelici da discoteca, e in ambienti palesemente baloccanti di scenografie teatrali…

il trionfo dei diritti umani sembra avvenire *solo* in teatro, solo per finta, solo in sogno…

come interpretare tutto ciò?

Murphy vuole dirci

  • che nel mondo dei McDonald’s e del fondamentalismo cristiano l’accettazione dei gay può avvenire solo in sogno?
  • che in un film MERDflix si può far vedere sì il trionfo dei gay ma solo se esso è traslato in fintezza, ribadendo che è “impossibile” o “possibile solo a teatro”?
  • che si accontenta l’America bigotta con un lieto fine in crinoline teatrali come vuole la tradizione berkeleyana ma intanto la si prende in giro perché quelle crinoline, invece del matrimonio etero (come succedeva in Berkeley) glorificano l’unione gay? [una cosa alla Frank Capra che non me la sento affatto di attribuire a un Murphy che, per pura idiosincrasia personale, non reputo all’altezza]
  • che l’unione gay non esiste e non può esistere, ma è solo un sogno scemo?
  • che, nelle speranze, vedendo il trionfo dell’unione gay a teatro/film (nell’ultima sequenza onirica) si ispiri una benevolenza nella vita vera, anche nell’America dei McDonald’s?
  • che, come accade per il personaggio di Meryl Streep, ci vorrebbe più connubio tra il fintissimo del film/teatro e il vero della vita reale?
    Cioè che quello che in The Prom si propone come finale fintoso dovrebbe invece ispirare una tolleranza LGTBQ+ nella vita reale grazie a una catarsi teatrale?…
    Cioè The Prom, nel finale, propone quella catarsi che vivono i fan del personaggio di Meryl Streep? Ossia vedere l’amore libero in finto aiuterebbe l’Americaccia bigotta ad accettare l’amore libero in vita?
    Una interpretazione non male, poiché anche nella canzone Love Thy Neighbor gli studentelli rimbecilliti dal bacchettonismo si convincono come per magia alla tolleranza solo ascoltando la canzoncina, agita, per altro, senza alcun onirismo! E quindi a maggior ragione il vedere il trionfo dell’amore arcobaleno nel finto del finale sancirebbe ancora di più la magia dell’arte che catartizza e ispira alla “liberazione” il pubblico che vede…

Mah…

io non ho capito…

così come non ho capito cosa voleva dire Mendes in 1917 facendo un film con la Prima Guerra Mondiale esemplificata con scenografie fatte apposta (e molto bene) per assomigliare a un modellino/diorama, e una fotografia iperbolica fatta apposta (e benissimissimo) per apparire del tutto finta e costruita…
Voleva forse dire che la Prima Guerra Mondiale è stata finta?
Se Mendes avesse messo la fintezza in diegesi, facendo entrare in causa un cinegiornale, per esempio (come fanno sia Kubrick in Full Metal Jacket sia Coppola in Apocalypse Now), non era meglio? [e il cinegiornale, guarda caso, è usato ottimamente da Branagh nel Murder on the Orient Express]
Avrebbe ricentrato il problema della fintezza calibrandolo in diegesi… [vedi anche quanto detto nel Papiro dell’anno di 1917, al numero 24]

E se Murphy avesse chiamato in causa il metateatro, palesando, che ne so, la fintissima palestra finale di The Prom come il palcoscenico del nuovo musical di Meryl Streep e James Corden, stavolta salutato dalle critiche benevole come finti=attivi e inclusivi (là dove all’inizio erano stati stroncati proprio perché narcisisticamente finti=aridi e vuoti), non sarebbe stato il suo messaggio più efficace?

Perché così, con il finto a rimanere lì, volante, aleggiante e alla fin fine “annullante” in cacchiatella di sogno quello che voleva essere un lieto fine stra-arcobaleno per gli LGBTQ+, The Prom finisce con una sorta di amaro in bocca… magari non voluto, ma, almeno per me, bello pesante…

ALTRI TESTI

Io sono vecchio e a The Prom preferisco il maggiore equilibrio tra vero e finto che vedo in Mike Nichols, per esempio in roba, solo per fare un paragone con un testo il più possibile analogo, tipo The Birdcage

Sono vecchio e non ho granché mai amato i film sui Prom, se non i classici di John Hughes e Howard Deutch, cioè Pretty in Pink (’86) e Some Kind of Wonderful (’87)…

Anche se, ovviamente, ho adorato Carrie di Brian De Palma (’76)…

Non è vero che il film di Buffy, the Vampire Slayer di Fran Rubel Kuzui del 1992 sia tutto da buttare… proprio la scena del Prom, con una Kristy Swanson più che bellissimissima, irreale, goduriosissima, e con tutta l’estetica plasticosa e poppettara anni ’90, è ancora tutta da guardare…

Il Prom c’è anche alla fine del primo Twilight (di Catherine Hardwicke, 2008) non m’ha detto granché…

Anche se non sono un fan, m’ha preso di più il Prom natalizio, lo Yule Ball, di Harry Potter and the Goblet of Fire di Mike Newell (2005), ritmato da un ottimo valzer di Patrick Doyle…

Ad alcuni Prom (o Homecoming) televisivi mi riconosco affezionato per pura nostalgia…
per esempio quello di Veronica Mars (di Rob Thomas, 2004-2007), che però non mi ricordo bene qual è, bisogna che controlli (sistemerò il riferimento con un edit)…
mi ricordo molto male anche i Prom e gli Homecomings di Beverly Hills, 90210 (1990-2000), serie, attenzione, che io non ho per niente adorato… mi sovviene il Prom con Donna che ha il vestito ingestibile: in italiano Oreste Baldini, a doppiare Steve/Ian Ziering, scherza che dentro a quel vestito c’è la Banda Bassotti! Non mi ricordo se è lo stesso Prom in cui Brenda si concede a Dylan… C’era anche una gustosa presa in giro proprio di Carrie, con Andrea che si sognava di andare ad ammazzare tutti al Prom: spassosissimo!
La serie Buffy, the Vampire Slayer (di Joss Whedon, 1997-2003), che amo, ha invece una puntata Prom abbastanza fiacca (20esima della terza stagione, diretta da David Solomon)… e poco carino anche l’Homecoming (quinto episodio della stessa stagione, diretto da David Greenwalt)…

…e, comunque, anche se non c’entra niente con The Prom, un salutone a Phil Spector, controverso, assassino, ma geniale!

8 risposte a "The Prom"

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  1. Devo ancora vederlo, ma lo farò di certo, come sai amo i musical, però per la prima volta i vita mia ho scrupoli etici davanti a un musical (genere che adoro con tutta me stessa, e anzi complimenti per il meraviglioso excursus che hai fatto!): ho letto un’intervista a Murphy in cui si accaniva con chiaro odio e risentimento con le persone che, da giovane, lo hanno discriminato perché omosessuale, con un tono davvero cattivo che non mi è piaciuto per niente. Vero che bisognerebbe sempre scindere la persona dall’artista, ma io non sempre ci riesco (Charlie Sheen mi farà sempre ridere mentre non riesco più a vedere niente di Woody Allen). Inoltre è da un po’ di tempo che ho notato una tendenza a Hollywood che ritengo controproducente, e la si trova incarnata proprio nella serie Hollywood di Murphy (oltre che in alcuni più recenti film di Tarantino o nel musical Hamilton per esempio): quella raccontare il passato non per come è stato ma per come vorremmo che fosse. Lo trovo pericoloso a lungo andare: come capire il presente (e cambiare il futuro) se non si conosce il passato per come è stato, per quanto brutto possa essere stato? Scusa il lungo commento, ancora complimenti per il tuo post, vedrò The Prom in ogni caso ma l’amaro in bocca lo sento già adesso…

    1. Io capisco molto bene e da “musichista classico” il drammone della scissione tra artisti e umani c’è stato molto precocemente: praticamente tutti i supertop tra i musicisti del Novecento, molto famosi anche oggi, hanno avuto a che fare, chi più chi meno, col nazismo, e andare “caso per caso” è abbastanza sfiancante (e le letture odierne, di cui dovrò parlare, di “Vita e destino” di Grossman e della “Torre” di Tellkamp, ampliano ancora di più l’atrocità della riflessione e del “digerimento del passato”)…
      Hamilton è lì: e lo devo vedere…

      Tra l’altro oggi vedo anche io un problema, cioè la crisi della “narrazione degli eroi” molto cara al mondo anglosassone…
      Se finora i buoni e i cattivi erano ben delineati, oggi che le cose sono complesse (roba del tipo che la democrazia americana l’hanno implementata i massoni razzisti e i massoni razzisti devono essere cancellati dalla Storia, perché ci sono i buoni e i cattivi senza mezzi termini e allora tutto quello che hanno fatto i cattivi è merda, anche la democrazia!), in molti non sanno come fare…
      I filmetti ghiozzi che fanno il twist tra buoni e cattivi nelle fiabe (“Once upon a time”, “Maleficent” e altre sciocchezze) cercano di somatizzare tutto questo, senza riuscire però a sfuggire, ancora, alla narrazione “buoni e cattivi”, perché, anche se il “cattivo” è spostato da un personaggio all’altro, il “cattivo” c’è sempre…
      …e nella sempiterna visione tra “buoni” e “cattivi”, che non si riesce a schiodare, e che sembra, per l’angloamericano, l’unico “organon” culturale, allora, per leggere la realtà ibridata e melmosa dell’oggi (che sempre è stata così, ma oggi sembra più melmosa proprio per la crisi del “velo buoni/cattivi”), c’è solo da giocare con le trasformazioni e i trasferimenti di quella componente “cattiva” che non si riesce davvero a comprendere a causa della dicotomia narrativo-esistenziale (a livello di masterfiction) che ha col “buono”…
      …e dopo che s’è trasformato da cattivi a buoni maghi e maghe, biancanevi e belle addormentate, e davanti, comunque, a imbecilli razzisti che governano senza nessun discernimento critico, l’ultimo terreno del twist buoni/cattivi rimane il passato, che si cerca di “reinterpretare” quasi per assolversi: lo si racconta sotto certi “punti di vista” (magari inventati o narrativamente edulcorati) per autoconvizione che non c’è stata complicità/connivenza da parte di quelli che, per deviazione, devono essere “buoni”, nella strutturazione della situazione attuale, ma solo incomprensione e traviamento da parte di quelli che sono “cattivi”…
      sicché Trump che si rifà al passato schiavista non è colpa nostra che s’è votato per paure guadagnose, ma è colpa proprio del passato schiavista, e non è vero che durante il passato schiavista s’era di molto d’accordo con lo schiavismo, no, noi siamo i “buoni”, sicché il passato schiavista non c’era, o se c’era c’era perché già allora c’erano i cattivi, cioè c’era gente che obbligava i “buoni” ad avere schiavi! E quindi Trump non ha il diritto di appellarsi al passato schiavista perché quel passato schiavista non era, e lo fa sembrare lui in quanto “cattivo”, e noi “buoni” vi dimostriamo che il passato schiavista non è mai stato se non nelle fumisterie di Trump, un presidente che è colpa nostra ma non è vero! Anche che Trump sia presidente non è colpa nostra: che lo abbiano votato è una bugia di Trump: Trump si è votato da solo! E tra poco ve lo dimostreremo con un musical sulle elezioni in cui i voti arriveranno magicamente a causa dei cattivi, che saranno i russi, Cambridge Analitica e altre cose che ci sono state ma che verranno fagocitate nella narrazione del buoni vs cattivi onde assolvere i “buoni” che diranno «non è colpa nostra se Trump ha il 50% della massa: Trump non ha mai vinto perché vince sempre il bene, anche nei twist, sicché Trump ha vinto a causa dei cattivi! e noi non c’entriamo niente, perché noi cantiamo e balliamo presentando il passato sotto un punto di vista di twist tra buoni e cattivi onde passare sempre per buoni!»
      e così all’infinito…

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