Miss Marx

Dopo Raoul Peck con Il giovane Karl Marx, che non era tutto ‘sto granché, Susanna Nicchiarelli prova anche lei a misurarsi con Marx, e riesce a farlo con ottima coerenza, perché prende Marx di sbieco

L’ottica obliqua su Marx, optata da Nicchiarelli, è quella di una delle tre figlie (le uniche sopravvissute dell’infornata dei 7 figli fatti, a cui aggiungere un ottavo illegittimo e “vociferato”), Eleonor (1855-1898), impersonata da Romola Garai (nata nel 1982: dovrebbe leggersi ‘ghéri’), attrice che tra 2000 e 2010, insieme a gente come Bryce Dallas Howard (nata nell”81) e Zooey Deschanel (nata nell”80), sembrava destinata a chissà quale carriera da star (Garai, tra 2006 e 2009, partecipava a 3 o 4 film all’anno, tra cui anche produzioni grosse), ma che invece, come le altre, ha avuto “allori” quasi interamente televisivi…

La figlia di Marx è usata da Nicchiarelli per un suo, sempre ottimo, discorso sulla coerenza della libertà tra pubblico e privato: come si fa a essere comunisti e libertari in pubblico se in privato, al contrario, siamo meschini e paternalisti, vecchi, arcaici, padronali e, perfino, reazionari?

Tutte le contraddizioni di Marx, di Engels, di Eleonor Marx, del suo amante Edward Avelin, e degli stessi operai (tutti bisognosi di diritti, ma, in quanto sfruttati, non accettano tutti di buon grado la lotta contro un padrone che li affama se, con quel padrone, possono venire a patti all’interno di un sistema che, non conoscendo altro, ritengono perfino accettabile per campare) sono tutte sviscerate in un film di un’oretta e cinquanta, che non scorre benissimo, ma che appassiona, tenendo come perno centrale, ovviamente, Reds di Warren Beatty (1981: le premesse di equilibrio tra pubblico e privato sono identiche), ma attingendo a un sacco di altre fonti (il primo fantastico movimento di macchina su Garai è come quello di John Ford su John Wayne in Stagecoach, del ’39, ed è un rovesciamento del Kubrick di A Clockwork Orange, ’71), fonti che sintetizza e tèsse benissimo scenicamente (scenografia, trucco e parrucco sono magistrali, e davvero splendida la fotografia millimetrica, precisa e pittorica di Crystel Fournier, una delle più interessanti cinematographer di questi tempi, già con Nicchiarelli in Nico, 1988), eccezionalmente a livello di arco vitale del personaggio, e fantasticamente per quel che riguarda la cultura e il look del film (carinissimi gli accenni a Ibsen, al teatro [anche in Reds c’era, a questo scopo, lo Eugene O’Neill di Jack Nicholson] e all’origine del cinema, tra caleidoscopi e Théâtre Optiques)…

Il discorso è politicamente galvanizzante (quanto è difficile predicare bene e razzolare meglio quando ci s’ha il padre di dubbia moralità, quando si ha a che fare con disperati che guardano di buon occhio il lavoro dei figli di 8 anni perché, comunque, portano soldi, e quando si ama un uomo che arringa al socialismo alle masse ma in casa è un vero e proprio patriarca, e, siccome lo si ama, non si riesce a lasciarlo), e strutturato con una serie di metamonologhi (in cui Eleonor declama direttamente, quasi guardando in macchina), ritmati da musica pianisitica di metà ottocento (Chopin, Liszt) rifatta in salsa rock (da Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo), che chiamano in causa la Comune di Parigi (esistita dal 18 marzo al 28 maggio 1871: una diciassettenne Eleonor era stata amante di uno dei maggiori comunardi, tra 1871 e 1880), la situazione disastrosa delle donne e degli operai, la tragedia personale dell’Erlebnis sentimentale, amicale (gli amici socialisti che ripiegano nella piccolo-borghesia), e toccano anche il sistema letterario “romantico” di riferimento del Socialismo (Shelley libertario vs Byron idealmente reazionario), con ottima fascinazione, con trascinante entusiasmo, e con felicità espressiva cinematografica ottima (in uno dei paragoni che si possono fare più “ovviamente”, cioè appunto col film di Mary Shelley, egualmente ottocentesco, dall’ottica femminile e sociale, Nicchiarelli esce assai vincente)…

Ma non tutto è bello…
I suggerimenti metacinetografici e metateatrali dei caleidoscopi e delle recite teatrali finiscono un po’ in nulla…
…e la concatenazione delle scene appare perfino casuale, cosa che inficia di molto sullo scorrimento (la giustapposizione degli episodi, casuale, gira come una ruota quadrata)…

Inoltre, un discorso da fare è anche sul percorso autoriale di Nicchiarelli, figura oramai frequente del cinema italiano, e ottima regista di sinistra (Cosmonauta è carinissimo), ma che sembra, nella sua subìta ghettizzazione nell’essai, un po’ abituata a discorsi sì artistoidi e nutrienti ma forse poco adatti a “comunicare” davvero a un pubblico “di massa”…

In ogni caso è un film piacevole, istruttivo e vivo, fatto di facce fantastiche (un casting di comparse davvero magistrale: sembra Leone, Carpenter, Alan Parker o William Friedkin) e attori passionosi, densissimo di salutare ideologia presente e pratica, che non tace il risvolto critico e negativo della pur sacrosanta lotta (Nicchiarelli obbedisce alla filosofia critica che si legge, anche, in Proletkult: l’illuminare il risvolto negativo della lotta per i diritti rende quella lotta effettiva, materiale, immediata e autentica: un sistema di autenticismo da confrontare con Pride di Matthew Warchus del 2014, numero 22 di Psych!) e quindi risulta molto più felice dell’annacquato resoconto “scolastico” di Raoul Peck…

Nicchiarelli affida il doppiaggio a Fabrizia Castagnoli, che affibbia una ispirata Chiara Colizzi a Garai, uno straordinario Simone D’Andrea su Patrick Kennedy, e gli autorevoli Marco Mete e Gianni Bersanetti su, rispettivamente, Engels e Marx…

2 risposte a "Miss Marx"

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