«Il treno dei bambini» di Viola Ardone

Quattro parti che animano quasi quattro romanzi diversi, e solo alla fine ci accorgiamo che la storia è una sola, che ha il segno e la struttura simili a quelli di Pickpocket di Robert Bresson… Una storia quadripartita che solo alla fine si riannoda…

Una storia quadripartita che narra con efficacia la croce e delizia dell’emigrazione avvitandola insieme allo strazio psicologico di una alienazione di affetto dovuta alle terribili circostanze postbelliche e alla fame conseguente alla vita metropolitana del dopo-bombardamenti e che si riconcilia solo quando è troppo tardi e quando il mondo, dopo 50 anni, è di molto cambiato…

La differenziazione dello stile dell’io-narrante è tremendamente ingenua nella prima parte, esageratamente incantata nella seconda, onirica nella terza e desolante nella quarta…
La cosa affascina e incoraggia ad andare avanti…

La riflessione, come in Robert Bresson, non c’è, ma questo è un bene: la riflessione è lasciata al lettore davanti ai fatti, in ogni caso narrati dall’io-narrante e quindi per forza passibili di stramberie, di iperbolica candidezza infantilissima, e anche di autoindulgenza quasi sciocca…

…ma gli stati d’animo sono questi, e vengono sciorinati bene…

e la riflessione, in effetti, rimane a noi…

la riflessione, mai fatta, sull’emigrazione interna, e quindi mai possibile sull’emigrazione esterna (quella del Padrino) o, meno che mai, su quella che da noi proviene dall’esterno (quella immigrazione che oggi fa tanto paura ai benpensanti moderati leghisti)

Una riflessione che questo libro aiuta a fare come Green Book aiuta a pensare al razzismo: in un modo basic e naive, ma completo di tutto, di tutte le circostanze, interne a una mente che sfilaccia i ricordi, che riannoda le impressioni, e che non sa spiegare, come in effetti non si riuscirà mai a spiegare, la necessità della partenza uguale a contraria alla impossibilità della partenza, o, in altri termini, alla permanenza di qualcosa della “partenza” anche quando la “destinazione” diventa la nuova casa e famiglia…

Una lettura forse per bambini, ma forte di contenuti da somatizzare…

Addenda:
Giovanni Rinaldi ha individuato molte fonti (storie personali raccolte da tesi di laurea, resoconti memoriali, studi giornalistico-storici) di questo romanzo, più o meno “rubate” e “rielaborate” dall’autrice, con una ottima rendicontazione testuale dei luoghi in cui il calco della fonte è più evidente… Il suo lavoro è leggibile sul suo blog in due parti: la prima e la seconda
Né Einaudi né Viola Ardone hanno dichiarato (in un qualsiasi disclaimer paratestuale) le “derivazioni” scovate da Rinaldi…
magari non l’hanno ritenuto utile: in fin dei conti Einaudi e l’intero gruppo Mondadori non credo che siano degli sprovveduti a livello legale: se hanno pubblicato senza disclaimer vuol dire che si sentivano pienamente legittimati a farlo e totalmente al sicuro da qualsiasi azione legale di “furto di proprietà intellettuale”…
Inoltre, sapere che le storie raccontate nel libro sono frutto di una ricerca su quanto effettivamente successo, per me è fonte di ulteriore interesse e non mi squalifica in alcun modo il lavoro di Ardone… perciò ho letto con molta curiosità la rendicontazione di Rinaldi: sapere cosa, degli eventi narrati, è vero e cosa no aiuta a immergersi ulteriormente in quel sempre affascinante connubio tra reale e fittizio che è un vero e proprio oceano di emozioni e di “possibilità” intellettuali fornito ogni volta dalla capacità “culturale” di elaborazione encefalica umana!
Un oceano dove nuotare è faticoso ma assai salutare!

Addenda 2:
apprendo che Einaudi/Mondadori, dopo le evidenze di Rinaldi, nella nona ristampa del libro hanno messo paginate intere per dichiarare le fonti…
…la cosa mi rende felicissimo (anche se rende la mia copia ebook obsoleta, uffi: ma vabbè! magari il kindle è passibile di aggiornamento!)

Obbligatorio leggere il consiglio di lettura di Keep Calm and Drink Coffee, e il suo sunto magnificamente chiarificatore su tutta la vicenda Ardone/Rinaldi!

20 risposte a "«Il treno dei bambini» di Viola Ardone"

Add yours

    1. Non ho mai letto nulla di Connelly, e, nonostante ne senta parlare benissimo (pur in contrapposizione con un Jeffrey Deaver spesso vincente), non ne sento alcuna curiosità: i gialli, molte volte, non mi comunicano un bel niente…

    1. Molto interessante!
      Una cosa simile venne fuori anche per «Acciaio» di Silvia Avallone (Rizzoli, 2010): l’autrice (almeno così si vociferava a Piombino in quegli anni) descrisse nel romanzo, come fatti “frutto di fantasia”, incidenti veri occorsi alle acciaierie di Piombino: i familiari delle vittime degli incidenti lessero nel romanzo, spacciato come fittizio, quel che successe ai loro cari realmente…
      Qui si va certamente oltre, con i veri e propri “calchi testuali” da lei individuati…
      Ma si sa: il “prestito/furto”, in Arte, è all’ordine del giorno!
      Perciò è sempre bene sottolinearlo e renderlo palese! (la cosa non toglie nulla al “talento” del “ladro” o “rielaboratore” ma garantisce almeno un po’ di visibilità al “derubato”!)

      1. I più talentuosi “ladri” o “rielaboratori”, parlo dei grandi scrittori, non temono però di esplicitare quanto lavoro di ricerca, documentazione e ispirazione c’è dietro i loro testi, e normalmente citano le fonti su cui hanno lavorato, coloro che li hanno aiutati in aspetti e su temi specifici e, in ultimo, ringraziano. Non mi interessa la visibilità, mi interessa il riconoscimento della fatica fatta per permettere ad altri di fare Arte, liberamente, ma anche eticamente. Grazie per l’attenzione. ciao

      2. grazie per l’Addenda. In realtà Einaudi/Mondadori non sono certo sprovveduti a livello legale, ma superprotetti, sia a livello legale che mediatico. Però, è bastata una mia lettera di diffida per far apparire due intere pagine di fonti e indicazione di autori specifici dalla nona edizione (italiana) in poi. Ma quello che più conta per il colosso è il silenzio. Per cui ti ringrazio di aver rilanciato il mio “approfondimento” che verte più sul versante dell’etica che della letteratura.

      1. Invece occorre sicuramente aggiornare correttamente.
        In effetti sono varie le cose che colpiscono leggendo, e sicuramente una di queste è la accuratezza con la quale viene descritto questo viaggio: un contesto del quale io non ero a conoscenza e che ho scoperto con molto interesse anche relativamente alla ricchezza di particolari.

  1. Oltretutto, la citazione delle fonti specifiche da cui sono tratte non solo le informazioni di contesto storico, ma anche personaggi, aneddoti, caratteri e intere frasi, andava fatta con onestà, scrivendo “ho scritto questa storia ispirandomi liberamente a:
    Invece, si è preferito, prima nascondere e negare, poi di fronte alle lettere legali e alla sotterranea polemica tra gli addetti ai lavori, pubblicare una “bibliografia” (dalla nona ed. in poi). Questo solo in Italia, perché nel resto del mondo e negli ebook, non c’è nulla di nulla e sono in tanti, soprattutto all’estero a domandarsi come mai non ci sia un minimo di informazione storica più attenta al contesto e alle fonti.
    Ma vendono, tanto, e questo è quello che interessa. Noi siam qui a mettere lo smalto ai criceti!

    1. Non ci sono veri autori. La storia collettiva può essere raccontata da tutti. Prima di me lo hanno fatto altri (che cito doverosamente). Ognuno aggiunge un po’ della propria curiosità, della propria passione e della fantasia (se scrive fiction). Rimane il lato etico della questione: in un libro che, paradossalmente parla della solidarietà tra le persone più indifese e povere, l’autore’, forte delle spalle coperte dall’importante casa editrice che lo propone, finge che tutto quello che scrive e inventa sia farina del proprio sacco. Ribadisco: a me bastava un Grazie (che andava esteso ai miei testimoni, alcuni dei quali viventi, Americo in primis). Forse l’opera Einaudi ci avrebbe guadagnato, non perso. Ma hanno preferito perdere da una parte per guadagnare di più dall’altra (sull’onda della storia “sconosciuta” e “scoperta”).

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