Undine

È il secondo film che prende in prestito il nome di una delle leggende più frequentate dal Romanticismo per designare un film che non c’entra niente con quella leggenda… era successo con l’Ondine di Neil Jordan del 2009…

La leggenda in questione è quella che si esemplifica in diversi “tratti” e personaggi-simbolo, tra cui:

  • le Ondine
  • le Melusine
  • le Sirene
  • Loreley
  • Rusalka
  • le Villi

roba che è al centro di un mazzo enorme di storie che, dalla classicità in poi, hanno imperato dappertutto (vedi anche Favolacce e Fiabole)…

  • le Sirene dell’immaginario collettivo con la coda di pesce…
  • le Sirene classiche di Omero con le ali d’uccello…
  • le Melusine dei simboli araldici medievali (ce ne sono un sacco nelle cattedrali, soprattutto in Germania)…
  • le Melusine dell’Évangile des quenouilles di Jean d’Arras (1392-1394)
  • la Loreley di Clemens Brentano (1801)
  • la Undine di Friedrich de La Motte-Fouqué (1811)
  • la Undine di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1816)
  • la Loreley di Heinrich Heine (1824)
  • le fanciulle morte nel lago e nei fiumi della Májskaja Noč’ (la Notte di maggio) delle Večerá na chútore bliz Dikán’ki (Veglie alla fattoria di Dikan’ka) di Nikoláj Gógol’ (1827-1832)
  • La Sylphide di August Bournonville e Herman Severin Løvenskiold (1836, basato sulla prima idea di Filippo Taglioni e Jean-Madeleine Schneitzhoeffer del 1832)
  • la traduzione della Undine di Fouqué in russo effettuata da Vasílij Žukóvskij (1837)
  • la Giselle di Adolphe Adam, ideata da Théophile Gautier (1841)
  • la Undine di Albert Lortzing (1845)
  • le Ondine e le Sirene (spesso coi capelli rossi) dei quadri di Arnold Böcklin (1827-1901)
  • la Rusálka di Aleksándr Dargomýžskij (1856)
  • certi aspetti del Lebedínoe ózero (Il lago dei cigni) di Pëtr Čajkóvskij (1877)
  • la Májskaja Noč’ di Nikoláj Rímskij-Kórsakov (1880)
  • la Undine per flauto e pianoforte, op. 167 di Carl Reinecke (1882)
  • Le Villi di Giacomo Puccini (1884)
  • la Loreley di Alfredo Catalani (1890)
  • la Rusalka di Antonín Dvořák (1901)
  • Les Sylphides di Michaíl Fókin su musiche di Frédéric Chopin riorchestrate da Aleksándr Glazunóv (1907-1909)

Tutto questo non c’entra una minchia con questo film, che parte da un premio al Festival di Berlino (all’attrice) e da una pletora di recensioni stra-positive…

…recensioni stra-positive da festival

…recensioni che apprezzano molto l’estetica “adorniana” o “post-baziniana” del «non aggiungere niente: togli togli», «meno c’è meglio è», «più si sente come casuale, crudele, inconoscibile il destino dell’uomo, in un modo più asettico possibile, e più va bene» e roba di questo tenore…

molti premi dei festival blasonati, quando vogliono reagire all’accusa di essere diventati troppo mainstream, premiano film come questa Undine: anodini, simbolisti, rigorosi, fatti con un parco trappismo visivo, che fa intravedere oceani di superfilosofia in stacchi semplicissimi, minuti, minuscoli, composti con inquadrature millimetriche, discrete, che si vergognano di «far vedere», poiché il mondo è «indicibile» e quindi «invisibile», quindi è meglio lasciare “speculare” visivamente su ciò che visibile non è, perciò si sovrabbonda di sogni, visioni, allucinazioni che, però, si negano subito, sennò si diventa onirici, psicanalitici e non va bene: perché anche la psicanalisi è cercare di capire qualcosa, l’esistenza, che capire non si può…

Quando va bene, certe filosofie premiano cose come quelle di Danièlle Huillet e Jean-Marie Straub, ma quando va male tocca a ‘sta roba qui, a questa Undine, che si dimentica quanto la superfilosofia del rigore potrebbe essere ben applicata (vedi Cold War, anche numero 21 del Papiro del 2018/’19) invece di rigurgitare testi asciutti quanto aridi che ci godono a perdere la trebisonda, a trasformarsi in un crogiuolo di sensazioni visive e narrative così tanto raggrumate nei possibili significati (che non ci sono) da arrivare ad annullarsi (la famosa dicitura della cinetica classica: «un corpo non sottoposto a forze, o sottoposto a più forze la cui risultante si annulla, se è fermo sta fermo, se si muove lo fa di moto rettilineo uniforme»)…

Dopo i primi venti minuti, anche piacevoli benché banali, Undine sceglie di “strafare”, di “traboccare” nelle voglie simboliche: sceglie di sovrapporre personaggi e spazi senza però mai “impazzire” come Lynch, ma sempre suggerendo senza intervenire, sempre sbirciando senza partecipare, sempre lì distante per non disturbare un qualcosa che proprio senza partecipazione diventa una maionese impazzita, una crema smontata, una ricotta sfatta, e lascia tutti i simbolismi (il pesce gatto, la macchia di vino) nel puro casuale, nella pura inutilità lisergico-delusionale, con l’aggravante di voler anche, per forza, deprimere, con un sentimento di imminente morte, di pulsione di Thanatos, terrea, sdrucita, sempre immanente senza mai essere minacciosa, poiché è permanente

Tutti discorsi, quindi, di puro luogo comune esistenzialista, architettati in una maglia di rigore visivo che fa contento chiunque ci voglia “mettere del suo” nell’interpretare, ma che, a mio avviso, come in Ozpetek, nasconde la pochezza più trita del topico, della copia di mille riassunti senza senso…

Il fallimento di questo film brucia moltissimo perché il cinema post-COVID sembra interessantissimo!

Hollywood, spaventata dalla non affluenza, sembra assente dai trailer, che presentano solo sanissimi progetti non industriali, quasi tutti europei o mediterranei, tutti interessantissimi, tutti esplorativi di mondi mai toccati dall’industria…

e la sconcezza di un film come Undine, che sulla carta sembra valido ma che invece è una merda, tramortisce la *speranza*, anzi l’*occasione* di vedere finalmente film buoni invece della cacca di catena di montaggio degli studios…

…speriamo che quella *speranza* non si affievolisca davvero…

…poiché se si deve scegliere tra melma di fabbrica e “sopraffino” cinema da Gambero Rosso stellato che però è fuffa, beh, non so davvero come è meglio morire…

da confrontare con Arizona Dream di Emir Kusturica (1993)…

Il doppiaggio di Donato Sbodio è stato effettuato a Torino: professionale e ottimamente fedele alla recitazione smorta dell’originale…

4 risposte a "Undine"

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  1. Ho fatto la mia tesi di laurea sulla figura della sirena come metafora, quindi avevo qualche tenue speranza per questo film… ma da quello che dici pare che proprio non valga la pena,,,

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