«Almarina» di Valeria Parrella

Parliamoci subito chiaro: è quello effettivamente più letterario del Premio Strega 2020, quello scritto con più consapevolezza scrittoria e stilistica…

Non solo salta, come diversi altri candidati, dal presente al passato, ma fluisce consustanzialmente tra passato, presente e futuro, con periodi caratterizzati da una affascinante “prosodia” poetica, quasi musicale, e composti di apodittici aforismi a metà tra Gadda e Hugo…

È una lettura effettivamente arricchente, che ha una trama che è solo pretesto per sviscerare anime, menti, convolvoli di pensieri e osservazioni… una trama che è solo discorso (una “trama”, cioè, che palesa solo come la si racconta e non *cosa racconta* in sé: come certi canovacci di Alan Moore)

Ma, un po’ come Cuarón, tutta questa consapevolezza si arena in una storia (la vicenda in sé) che agguanta poco…

Prima di tutto ci sono squilibri tra diverse componenti…

La tragedia dell’inadeguatezza dell’istituzione, affogata nella burocrazia, dovrebbe essere il piatto principale, e senza dubbio lo presenta e “cucina” meglio di quella piattezza di Tutto chiede salvezza (e anche di certe parti analoghe della Misura del tempo), però lo impastrocchia anche con il dramma interiore della protagonista, risultando in un avvitamento carpiato poco felice: la calibratura tra particolare (la donna vedova che nel lavoro “plasma” e affronta i suoi orrori pregressi arrivando, come molti di questa sestina streghesca, a “ricriticare” la sua intera vita) e universale (il lavoro sconcio e squalificante ottenebrato dalla burocrazia opprimente oltre che dalla stessa filosofia tout court del fondamento carcerario che, in Italia, fa acqua da tutte le parti perché origina casini invece che risolverli, essendo deviato in punizione e in colpa) aggruma molto poco e la struttura apodittica dei paragrafini pointillisti, che compongono i soli 3 capitoli, la peggiora ancora di più, aprendo il fianco di tutto il romanzino alla eterogeneità del frammentario…
Parrella è brava a cercare molte forze centripete che riportino tutto all’unitario (cioè le cose leitmotiviche come certi ricordi, pensieri, frasi e questioni che ritornano molto bene e compattano abbastanza efficacemente più costrutti possibile) ma le trova effettivamente solo nel 60% dei casi, abbandonando il 40% del romanzo (che è un romanzino piccolino e quindi il 40% si vede tantissimo) allo schizzo, alla raccolta di scarabocchi e pensierini…

Ma è soprattutto la poca chiarezza di «quello che si vuole dire» che non rende Almarina il capolavoro che invece è a livello stilistico…

La tragedia della burocrazia ha un finale che vorrebbe essere liberatorio e anarchico, ma manca di quella anticchia di assurdità che, con materiale “burocratico” simile, riesce a plasmare Michail Bulgákov, per esempio, tipo nella Diavoleide e nel Maestro e Margherita, o Terry Gilliam in Brazil, o anche quella gran cagata di Jupiter Ascending delle Wachowski (che non si sa per quale motivo piaccia tanto al Frusciante)…

Diavoleide, Maestro e Margherita e Brazil avevano una calibratura tra particolare e universale migliore, oltre che la capacità di giungere alla tragedia senza trascurare le componenti satirico-grottesche al di là di quelle psicosomatiche e interiorizzanti… perché se la burocrazia è solo psicosomatica, come in Almarina, allora si fa presto a dire «vabbé, lìberati pure dalla burocrazia, e fai anche bene: ma più che altro sembra che non sia la burocrazia a farti male, ma il lutto, perciò, più che predicare l’abbandono della burocrazia dovresti andare da uno specialista dello stress post-traumatico»…
Diavoleide, Maestro e Margherita e Brazil sono dicotomie NON SOLO tra burocrazia e psiche, ma anche tra burocrazia e società (è qui il loro migliore livellamento tra particolare e universale), mentre Parrella rimane vittima dell’antinomia io/stato, senza prevedere alcunché che sia società o contratto sociale
…e difatti scade nel semplicismo del tipo «le regole non si dovrebbero applicare e si dovrebbe fare l’anarchia NON perché l’anarchia sia sana ma solo perché IO, in questo preciso momento, ho bisogno, per cazzi miei psichici, di vivere al di là di quella regola precisa: e se lo scardinamento di quella regola lede i diritti di altri chi se ne frega! È una norma per me ingiusta e quindi *per me* va tolta…»
…la cosa, intendiamoci, non sarebbe brutta di per sé, solo se si facesse vedere, appunto come Bulgákov o Gilliam, il lato “assurdo” della faccenda, far vedere come quell’assurdo produca sofferenza… invece no, non lo si fa vedere perché c’è da illustrare il dramma del lutto subìto, del sessismo subìto e di quella litigata che mamma ci fece a 3 anni e che ci annacquazzì il cervello…

Un compromesso migliore, su queste tematiche, l’aveva raggiunto anche John Le Carré, nel Constant Gardner (2001), che fu portato sullo schermo in modo non brutto da Fernando Meirelles (2005): il motto di questo film/romanzo «non possiamo salvare tutti ma possiamo salvare uno solo qui e ora» è anche in Almarina, ma meno armonizzato e meno vissuto…
…questo perché Meirelles e Le Carré dànno a quel motto la giusta collocazione di pietanza principale, senza alambicchi “autobiografici” né pretese artistoidi…

…invece Almarina confeziona quel motto facendolo diventare una buona intenzione alla Frate Indovino, pur caricandola di orpelli e festoni altisonanti nello stile, nel discorso… cose che stonano e fanno somigliare Almarina, quando va bene, all’ultimo Pasolini (vedi il progetto di Porno-Teo-Kolossal ricostruito da Abel Ferrara nel suo Pasolini del 2014), comunque impillaccheratissimo, e quando va male a Cloud Atlas (riecco le Wachowski): quattr’ore e mezzo di virtuosismi tecnici (che in Almarina sono la grazia e la qualità della scrittura) per dire «siamo contro lo schiavismo e in questo siamo una goccia nel mare, ma il mare è fatto di gocce»… una cosa che si poteva dire con ben altro estro e ben altra sintesi… e se si deve parlare di sintesi in Almarina, che non arriva alle 125 pagine ed è stilisticamente bellissimo, allora qualcosa è andato storto…

Altro esempio “simile” ad Almarina è stato Sulla mia pelle di Alessio Cremonini (anche al numero 5 del Papiro del 2018/’19): bellissimo ma che rischiava di “arrivare” poco…

Il succo della vicenda ha anche qualcosa in comune con Tutta colpa del paradiso di Francesco Nuti (1985) che, zitto zitto, e nella ovvia imperfezione, alla fine finiva pure peggio di Almarina e ti lasciava con maggiore inquietudine burocratica (anche grazie ai barboni-punk, alla Notte si fa fina, e alla Sinfonia di rumori sentita fuori dall’albergo da Novello Novelli)!

Però, torniamo a parlarci chiaro e più “oggettivamente” possibile…
Almarina è un capolavoro di libro, bello denso, letterariamente eccelso e con trovate stilistiche da Nobel…

…però tutta questa confezione di extra-lusso, e da effettivo premio letterario, racchiude forse uno di quei brillanti piccolissimi e preziosissimi che tieni nel cassetto perché fa più figura, e gratifica di più lo sguardo, lo zircone pagato 7 euri [sic]

11 risposte a "«Almarina» di Valeria Parrella"

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  1. Valeria è il nome della persona più intelligente che abbia mai conosciuto. Se un giorno avrò una figlia la chiamerò così, perché sarà di buon auspicio.
    A proposito di libri, ultimamente sto in fissa con Michael Connelly: hai mai letto un suo romanzo?

    1. Nella varietà dei diversi casi della vita, molto divertenti, si chiamano Valeria un paio delle persone più altezzose, vanesie e culturalmente impreparate che abbia mai conosciuto… ma si chiama Valeria anche la splendida compagna di Conan… e anche una carissima amica d’infanzia… per cui, per me, il nome è una X del Totocalcio…
      Non ho mai letto nulla di Connelly, e, nonostante ne senta parlare benissimo (pur in contrapposizione con un Jeffrey Deaver spesso vincente), non ne sento alcuna curiosità: i gialli, molte volte, non mi comunicano un bel niente (ma sono esistite ed esistono le dovute eccezioni: un po’ come le Valerie)

      1. Una cosa clamorosa che mi ero scordato di dire nel commento precedente: Jupiter Ascending mi è piaciuto un casino! :) Il suo punto di forza è senza dubbio l’estetica: è un film visivamente stupendo dal primo all’ultimo minuto. In particolare i tanti combattimenti finali in mezzo al regno in fiamme mi sono piaciuti un casino: sia per la bellezza del regno, sia per la scarica di adrenalina che mi hanno fatto provare. Certo, i capolavori della fantascienza sono altri (Snowpiercer, Seven Sisters, Ghost in the Shell nella versione con la Johansson eccetera), ma ad avercene di film così. Grazie per la risposta! :)

      2. Se facevano 3h di sequenza di inseguimento tra i grattacieli di Chicago allora mi piaceva, ma a me trucco, parrucco e una splendida Mila Kunis, tutte cose solo da “guardare senza sguardo”, come una cartolina, dopo poco annoiano: per me è stato come vedere una sfilata di moda: un’arte che non comprendo…

      3. Mila Kunis ha recitato anche in uno dei film più divertenti nella storia del cinema, Get over it: è una commedia semplicemente perfetta. Purtroppo non l’hanno mai distribuita in dvd, quindi la puoi beccare solo in vhs su ebay.
        Nel mezzo tra Get over it e Jupiter Ascending Mila Kunis ha fatto altri 2 film degni di nota, Third Person e Blood Ties – La legge del sangue. Quest’ultimo in particolare è un film indimenticabile – e la cosa non mi stupisce, perché è stato scritto da un regista e sceneggiatore da urlo come James Gray: ho visto tutti i suoi film, e non mi ha mai deluso. Lo conoscevi già?

      4. In effetti negli ultimi film è peggiorato un po’, quindi anche se a me è piaciuto capisco che Ad Astra possa averti nauseato. Prova altri suoi film come I padroni della notte e Two Lovers: vedrai che cambierai idea su di lui da così a così. Grazie ancora per la piacevole chiacchierata! :)

  2. Un articolo interessante su uno dei libri candidati al Premio Strega che in realtà mi ha colpito di più. Però concordo con te quando dici che ha una struttura narrativa lodevole ma che in certi punti si perde e non riesce a parlare degli argomenti centrali. E questo è un vero peccato. Mi ha fatto piacere il paragone che hai fatto con Maestro e Margherita, un paragone azzeccato per spiegare cosa non va in Almarina.

      1. Sì l’ho letto e l’ho apprezzato molto. Una storia molto interessante in cui l’autore rivede la sua vita con un occhio molto maturo a mio avviso.

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