«Tutto chiede salvezza» di Daniele Mencarelli

È brutto iniziare così, perché sembra davvero che a me non piaccia niente e che sia solo un cinico sadico che gode a divertirsi sul buttare cacca sui libri che legge, ma Tutto chiede salvezza è un libro mortalmente noioso…

Non lo so se potrà innescare un meccanismo di sana identificazione catartica nei giovani che hanno la stessa depressione del vivere del protagonista… perché la depressione del protagonista è vista più che indagata, è osservata da lontano più che sentita…

Mencarelli (che, come Bazzi, scrive in prima persone senza neanche un nom de plume) è un io-narrante sicuro e certo: quello che vede lui succede ed è successo… i suoi periodi sono consequenziali e logici… le molte aperture ai sogni e alle supposizioni sono sciorinate comunque in modo positivo, cioè siamo proprio sicuri che esistono: Mencarelli è come un cronista avviluppato in quello che racconta (un po’ come Roberto Saviano)… ma la verve che mette nel descrivere quello che gli accade viene meno proprio quando deve parlare di se stesso…

parlare della propria depressione è in effetti difficile, e ci sono diversi modi per *dare le parole* all’affossamento psicofisico e nichilista (per esempio l’approccio “americano” del Catcher in the Rye o di On the Road)… Mencarelli ripete sempre che è triste perché non vede salvezza, è triste per la vita stessa…

È difficile considerarlo “migliore” o più interessante di Leopardi, per esempio (del semplice Canto notturno)…

Perché la semplice enunciazione del “sono depresso, la vita per me non ha senso poiché non c’è salvezza” sciorinata in un resoconto ripetitivo di 7 giorni/capitoli al Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) appare un po’ pochino per reggere in un libro…

…un libro che vive di tutti i cliché “manicomiali” dell’ultimo arrivato con cui però tutti quanti (perfino gli infermieri) si confidano, dei “segreti da manicomio” («non andate oltre la porticina perché c’è il cattivo») che si disvelano (e li scopre solo l’ultimo arrivato, ovvio), delle ovvie amicizie che nascono e dell’ovvio climax di violenza che ricorda a tutti quanto, nei “manicomi”, i depressi convivano con i maniaci…

più carina è la storiella collaterale del protagonista che si scopre causa della “pazzia” di un altro paziente, ma è un attimo che vola via senza sviluppo, poiché Mencarelli è più interessato a descrivere, tutte le volte come se fosse la prima volta, le stesse persone… dicendo le stesse cose!
I ricci di quello, il bipolarismo dell’altro, la goffaggine del terzo, la catatonia del quarto, e l’inquietudine del quinto: tutte cose che Mencarelli ripete praticamente uguali in tutti e 7 i capitoli…
e se lo scopo era farci percepire la noia che lui stesso prova nel reparto TSO ci riesce ampiamente!
se invece, nella ripetizione, voleva cogliere anfratti dei drammi delle “follie” altrui, beh, quello che ottiene sono solo testicoli che finiscono alle ginocchia…

Per qualche ragazzino millennial Tutto chiede salvezza potrà anche essere interessante: è scritto come un sussidiario, è un racconto liscio e piano, e dà nozioni su come è tragica la situazione di “gestione della psiche” in Italia (tra medici menefreghisti, infermieri luridi, miseria, mancanza di soldi e di empatia, e una completa e diffusa indifferenza), con tanto di shock quando il medico non si ricorda il nome del protagonista: cose che un non millennial forse sa già…

E un non millennial, magari, trova l’intreccio risaputo, prevedibile, una semplice, appunto, enunciazione constatante che ha lo stesso valore del dire «oggi piove, governo ladro»…

perché un discorso chiamiamolo “cosmico”, nonostante le continue invocazioni della “salvezza” (perfino in termini teologici), Mencarelli non lo fa…
Un discorso “cosmico” nel senso di dare alla depressione o un valore sociale (la depressione come malattia del mondo post-liberista) o un valore privato (s’è detto che Mencarelli non è Leopardi e quindi non sa come esprimere il suo dolore) o semplicemente nell’indagare la depressione, nei suoi aspetti più stronzi (arrivando, magari, al parossismo di altre “malattie” come quelle di Burroughs o del suddetto Salinger), o magari “politici” (come, magari, One Flew over the Cukoo’s Nest) non si tenta neanche… lo si tenta in fugacissimi momenti, quando i pazienti si chiedono «cosa è malattia e cosa è semplicemente parte peculiare del mio carattere: essere gay è la malattia o sono semplicemente io?»: una cosa interessante, che però dura una singola pagina!

Tra l’altro, un libretto che racconta solo e soltanto “cosa mi è successo”, liscio come l’olio e senza fronzoli speculativi su altro, aiuta davvero a identificarsi e a empatizzare?
Non ci vorrebbe, per identificarsi e empatizzare, qualche perizia in più, qualche amo da lanciare, a livello letterario, a qualche lettore/ascoltatore che magari ha nei ricordi Rumble Fish, Birdy o Girl, Interrupted (i classiconi del genere, che tutti conoscono) e che quindi non è che si accontenta del raccontino, scritto benino da bimbo bravino, ma forse anche banalino?…

La candidatura allo Strega non me la spiego in alcun modo, a meno di non aprire il premio a tutti i diari dei ragazzini di 20 anni depressi…

m’ha tramortito le palle

Vedi Keep Calm and Drink Coffee per una opinione molto più equilibrata…

19 risposte a "«Tutto chiede salvezza» di Daniele Mencarelli"

Add yours

  1. Da come ne parli sembra effettivamente una storia di cui sappiamo tutti i momenti e gli avvenimenti. Purtroppo è anche vero che la depressione ti porta a quei livelli e ti impedisce di fare le cose e di vivere. Dalla tua recensione mi pare di capire che il romanzo ti sia quasi sembrato vuoto.

    1. Ma potrebbe essere anche fatto apposta eh: una “vuotezza patologica d’animo” espressa su carta… ma, in tal caso, ci sono molti altri esempi migliori, vedi la stessa “Mery per sempre” (per rimanere in Italia)…

  2. Non è raro che lo Strega sia vinto da alcuni autori non particolarmente migliori, ma di questo libro avevo letto recensioni positive, curioso leggere qui il contrario!

      1. Nah, questione di gusti 😄 io non posso dir nulla perché nemmeno l’ho letto. Leggevo infatti anche recensioni negative rispetto al Colibrì di Veronesi…

      2. Oh… diciamo che per le grandi letture, secondo me, conviene affidarsi ad autori del passato piuttosto che ai tanti, troppi, contemporanei 😕

      3. Io alternavo questi del premio Strega (mi manca solo Almarina, spero di parlarne settimana prossima) con i racconti di Tolstoj (Tempesta di Neve, Denaro falso, Felicità familiare): il confronto è arricchente, ma sempre a favore di Tolstoj. Ma, senza pregiudizi, Febbre di Bazzi merita lo stesso: non è Tolstoj ma merita!

  3. La frase finale è chiarissima! X–D

    Ma non è che lo Strega è come gli Oscar e, suppongo, molti altri ricchi premi e cotillon? Ovvero: bisogna davvero usarli come sinonimo di qualità? Io penserei di no…

    1. No, seh!
      Come si diceva nei commenti sotto «La misura del tempo» di Carofiglio, i premi sono solo una blanda misurazione di uno “Zeitgeist” che serve più a posteriori, per “Storia” e documento e per null’altro…
      E sono stato felicissimo di leggerli tutti questi candidati, proprio per vedere quanto lo “Zeitgeist” sia sempre problematico, anche se sempre affascinante da esplorare…

  4. Devo dire che per quanto riguarda il mancato approfondimento sono d’accordo. Sappiamo molto più sui suoi compagni di camera che su di lui. Arriva il senso di colpa nei confronti della famiglia, ma il male di vivere alla fine è lasciato all’immaginazione.
    Sarebbe stato sicuramente di aiuto per altri aprire una finestra sulla sua mente, ma in realtà non è facile. Dobbiamo dargli l’attenuante dei vent’anni? Mah! Dopo l’immagine della madre come figura salvifica dell’infanzia, rimane tutto incompiuto, come la poesia troncata.
    Come ti ho già scritto per Il colibrì, anche in questo caso il mio approccio è stato alla ricerca di qualcosa che potessi imparare.
    A me ad esempio la “storiella collaterale” è sembrata più una forzatura, no, non trovo la parola adatta forse.

    1. A una collega è piaciuto molto perché «non aveva alcuna familiarità con l’argomento», mentre invece io, nei film citati (Cuculo, Birdy, Ragazze interrotte o Il Grande cocomero ecc.), ho visto più “roba”: tanta da farmi concludere, forse semplicisticamente, che Mencarelli non era al loro livello… almeno nei parametri del mio gusto…
      Mi successe una cosa simile con i primi film di Muccino (soprattutto «Come te nessuno mai»): una mia amica poco cinematografica mi disse: “Come te nessuno mai è l’*unico* film che parla di disagio adolescenziale”, e io, fan di John Hughes o di Lindsay Anderson, mi sentii un pochino male… ma tutto sta sia all’orizzonte di attese sia al perimetro che ognuno ha presente…
      Io, per esempio, ignaro dei miracoli di molta musica leggera, sento una sciocchezza gradevole di Jovanotti e la definisco, senza pensarci, “buona musica”, e quando lo faccio, i miei amici esperti di Queen, Beatles e Led Zeppelin (gruppi di cui io ho sentito sì e no tre note), mi ridono in faccia!

      1. Sì, senz’altro il perimetro definisce, ma il bello è proprio uscire dal proprio orticello!
        Ad esempio questo confronto mi piace moltissimo perché mi dona la possibilità di rivedere tutto da una prospettiva diversa, è questa è ricchezza.
        Gli esempi che hai citato sono di tutto rispetto, e a me non era nemmeno venuto in mente il paragone, tanto siamo lontani. In effetti se vogliamo questo libro è “buonista” forse perché su determinati temi siamo “predisposti” diversamente.
        Su Muccino sorvolo :D … scherzi a parte mi impegno a pretendere di più dalle letture, ma tu ASCOLTA GLI AMICI! :)
        Non perderti il rock: è salvifico.

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