Dogtooth

PREAMBOLO

In Heartbreak Ridge, del 1986, Clint Eastwood fa dire a un personaggio (almeno nel doppiaggio della SAS, forse di Fede Arnaud, che intitola il film Gunny: Eastwood è doppiato da Carlo Sabatini, il personaggio in questione, impersonato da Arlen Dean Snyder, è doppiato dal grande Gianni Musy) di appartenere alla generazione militare degli anni ’50-’70 quella che, in una ideale classifica combattiva, è a 1 punto: poiché ha raggiunto un “pareggio” nella Guerra di Corea (1950-1953) e subìto una sconfitta nel Vietnam (’55-’75 con inasprimento dal ’64 al ’73, o giù di lì)…

Non avendo mai visto i tanti film greci di Yorgos Lanthimos, io con lui ero in una situazione di classifica abbastanza simile…
Per me, a livello di puro gusto, Lanthimos aveva ottenuto una vittoria con Lobster (2015, vedi la fine di Let’s go get some payback), una sonora sconfitta nel Cervo sacro (2017) e un “pareggio” in La favorita (2018)…
Non è, per me, quindi, un regista top di gamma

Dogtooth si tira fuori ora ma fa parte della produzione greca da me mai vista, e si intitolerebbe Kynódontas: è stato riesumato da Andrea Occhipinti e Lucky Red così, quasi a caso, in modo a metà tra quando lo stesso Occhipinti tirava fuori i vecchi film di Hayao Miyazaki ottenuti con chissà quali accordi e che distribuiva quando gli pareva con erraticità arbitraria (per un paio d’anni li ha mandati solo 3 giorni in sala intorno al 25 aprile) e quando la Mondadori, dopo il successo del Codice Da Vinci, stampava i vecchi esperimenti di Dan Brown (Angeli e Demoni e La verità del ghiaccio) come se fossero “nuovi” (una 15ina di anni fa)…

Dogtooth risale al 2009, all’alba della crisi economica greca (ammessa da George Papandreou neanche un mese dopo l’uscita ufficiale del film, che però era già stato visto a Cannes 6 mesi prima): vinse un paio di premi a Cannes, e nel 2011 venne candidato all’Oscar per il miglior film straniero, quando la crisi greca ha già dato i suoi frutti più tragici (Papandreou, dimissionario, prende la candidatura all’Oscar di Dogtooth come un simbolo della ripresa nel suo discorso di congedo nel 2011: contento lui)…

Occhipinti lo fa uscire in Italia solo oggi, doppiato da Rodolfo Bianchi…

C’è un motivo di questo ritardo?
Occhipinti l’ha ritenuto un bel ritorno in sala, dato il soggetto, dopo il lockdown?

Non si sa…

Si può solo vedere un film vecchio di 11 anni effettivamente stupendosi di quanto possa essere visto come attuale: i protagonisti sono persone che sono chiuse in casa…
…e che siano chiuse per ragioni simili a quelle rappresentate nel film Room (2015, vedi Biancalana e i sette gnomi, parte III) invece che per una pandemia poco importa…

La vicenda somiglia anche abbastanza al terribile fatto di cronaca di Natascha Kampusch, rapita quando aveva 10 anni da Wolfgang Přiklopil nel 1998 da Donaustadt e da lui tenuta segregata a Strasshof an der Nordbahn (siamo nei dintorni di Vienna) per 8 anni…
o, più direttamente, alla analoga storia di Elisabeth Fritzl, che il padre ha tenuto segregata in un bunker dai 18 ai 42 anni, abusando tremendamente di lei (successe ad Amstetten, tra Linz e Melk, ancora in Austria, tra il 1984 e il 2008: venne fuori, quindi, solo due anni dopo la storia di Kampusch: bel periodino per i media austriaci: chissà se anche loro, allora, avevano cose come Chi l’ha visto o il business della cronaca nera dei pomeriggi TV nostrani: senz’altro sì: senza però scomodare la statistica che, di cose analoghe, l’Italia ne ha regalate e regala in numero ben forte, dai delitti di Alleghe in poi)…

E la vicenda somiglia anche a quella di Buio di Emanuela Rossi (2019)

Una vicenda sgradevolissima del tutto nelle corde di Lanthimos, che la inquadra con una indubbia genialità:
Dogtooth è ripreso con quasi nessun movimento di macchina (saranno sì e no 5 quelli che ho visto alla prima occhiata) e un intenso lavorìo di quadri, di punti macchina che stanno fermi, nel mezzo all’ambiente del profilmico, e che solo per caso sembrano “catturare” quel che fanno i personaggi, tanto da non preoccuparsi se essi escono parzialmente dal frame, soprattutto con la testa (che sparisce spesso in alto), o non sono ragguardevolmente al centro dello sguardo…

I quadri di Dogtooth sono una eccezionale poesia pittorica del processo narrativo effettuato dallo sguardo del film…

I quadri fermi e inattivi, che non si muovono, e rimangono impassibili, nella loro atarassia, anche di fronte ai fuori fuoco, anche quando dell’attore inquadrano solo le cosce (per esempio), o un gomito, e rimangono lì immoti davanti a ogni azione dei personaggi, che ci mostrano solo grazie a un cortese montaggio che, come per miracolo, si sposta sull’azione con un altro frame anch’esso però “mutilo” o ellittico, che molto spesso lascia anch’esso fuori dalla nostra visione “qualcosa di ciò che avviene”, sono qualcosa di effettivamente stupefacente, un qualcosa di grande Arte cinematografica, una unione tra forma del cinema e forma di quel che il cinema “racconta” assolutamente ragguardevole, bellissima, extrastrong…

Il dramma è che tutto questo ben di dio della visione si applica a una velleità di simboleggiare l’astrusità della vita, tra Ionesco e Beckett, che noi in Italia vediamo dopo una ben ampia pletora di paradigmi (The Square, von Trier e compagnia bella), e che si presenta con una cervelloticità (più che pirandelliana) un pochino esagitata…

Il concepire un “giochino” così astruso e violento per simboleggiare una esistenza ugualmente astrusa e violenta, con la catarsi omeopatica, è carino e funziona la maggior parte delle volte (funziona anche in Lobster), ma in certi casi sfocia in quello che sembra solo ludica combinatoria degli orrori, combinatoria che può fare chiunque con eguale scelleratezza efferata…

Anche noi qui possiamo concepire qualcosa di orribile per esprimere il fatto che la vita è orribile…

possiamo concepire 3 persone in balia di 5 orsi rinchiuse in una catapecchia di lamiera in bilico su un ramo di un albero quasi secco nel mezzo del deserto kazako…
L’orso 1 sodomizza le 3 persone con un’asta di microfono ogni 4 giorni;
L’orso 2 defeca sulla faccia delle 3 persone all’alba dei giorni pari;
L’orso 3 abbraccia amorevolmente le 3 persone (in modo, però, un po’ soffocante) all’alba dei giorni dispari;
L’orso 4 affonda gli artigli nelle braccia delle 3 persone a seconda dei decibel prodotti da un furetto della sabbia che si sente nel deserto;
L’orso 5 guarda la catapecchia di lamiera dal basso e fa la guardia perché nessuno scappi…
Ogni 48 ore un aereo militare battente bandiera ivoriana getta viveri e cibo che le 3 persone devono accaparrarsi battendosi l’uno contro l’altro…
Si narra che per uscire da questa situazione si debba avere un solo piede, un riccio di peli irto e setoso sul sopracciglio, e il mignolo congelato…

Questa cosa, secondo voi, alla lunga, risulta efficace, anche se ripresa in modo sopraffino?

Ci sta eh…

Dogtooth è bello, e ne parlo con questa sufficienza solo perché, se confrontato con Buio, mi risulta, a parte la rappresentazione cinematografica, meno ficcante per mille motivi tutti interni al mio gusto
tipo che Buio è archetipico e inconscio dove Dogtooth è perfino “realistico” (stupendi i frame immobili di Dogtooth che, spesso, si staccano dai personaggi così tanto da concentrarsi solo sull’ambiente esterno, sulle geometrie lisce e banali dell’architettura industriale delle fabbriche o sulla desolazione dell’ambiente dei magazzini dei capannoni)…
che Buio è *sociale* partendo dalla mente e dalla fiaba mentre Dogtooth è *sociale* partendo dal naturalismo e dal fenomenico (quello che i personaggi pensano e vedono, in Dogtooth è indicibile, perché il narratore di Dogtooth è del tutto esterno a ciò che avviene)…
che Buio è gangliale (nel senso che mette in scena i meccanismi del pensiero) ma immediato quanto Dogtooth è cerebrale (nel senso di cervellotico) quanto “costruito” (sicché “arriva” un po’ dopo: cioè che c’è da entrarci parecchio dentro per apprezzarlo)…
Buio, attraverso il mito fa riflettere per migliorarsi e crescere (perciò la catarsi funziona) mentre Dogtooth fa sì riflettere ma nichilisticamente constata che migliorare non si può, che così è e che non ci si può fare niente: l’assurdo è immanente e ineliminabile e anche piangere per questo è inutile (e quindi la catarsi, pur cercata, non serve quasi a nulla)…

Ma il mio propendere per Buio non riduce l’interesse per Dogtooth che in tanti, specie in questi tempi cattivisti anti-fiaba (vedi Nolan che per fare una fiaba ha dovuto fare un film di guerra), adoreranno… ed è meglio adorare Dogtooth invece di von Trier, per esempio, o l’Haneke più gretto…

Molti bravi i doppiatori di Rodolfo Bianchi…
mi sono rimasti in mente soprattutto Franco Mannella sul padre e Joy Saltarelli sulla figlia minore…
interessante anche Gaia Bolognesi su Cristina…

7 risposte a "Dogtooth"

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  1. Questo mi manca, ma i miei amici greci fissati col cinema ne parlano benissimo (ma parlando di registi greci è difficile per loro essere obiettivi)! Prima o poi lo recupero!

  2. C’è voluto un sacco di tempo ma alla fine è arrivato anche da noi! Ne sono contento. Comunque una sensazione che mi è rimasta molto forte dopo la visione della pellicola è quella della rabbia, per le bugie create dal padre, per queste persone costrette a vivere in un mondo falso e chiuso come se fossero le persone de la caverna di Platone. Un film che veramente bello e interessante.

  3. Sicuramente è uscito in sala ora sulla scia dei successi recenti del regista (come Memories of Murder riproposto dopo il megasuccesso di Parasite). Ciò detto io l’ho visto all’epoca in lingua con i sottotitoli (avrei preferito il doppiaggio onestamente) e ne rimasi profondamente colpita sia per lo stile e la forma, sia per i contenuti.

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