«Febbre» di Jonathan Bazzi

Stava già simpatico sulla carta…

Editore piccolino (la Fandango di Domenico Procacci, azienda produttrice di molti “oggetti” culturali – film, dischi, TV – che nel 1998 si addentra nell’editoria soprattutto con fumetti, e comincia a fare sul serio nell’ambito librario nel 2005, quando affida la direzione a Edoardo Nesi), spiccante rispetto ai colossi dei concorrenti nella sestina (di cui la metà erano dello stesso gruppo editoriale, Mondadori, dei quali due esponenti del marchio Einaudi)

Autore giovane

Ripescato dai meccanismi di salvaguardia adottati nella consapevolezza che in Italia comandano le conventicole e gli amici degli amici, e perciò si abbisogna di quote fatte apposta per far rientrare sotto i riflettori quella povera gente che se lo meriterebbe ma che gli amici degli amici soffocano attirando tutta l’attenzione su di loro…
Febbre è in sestina, che si solito è cinquina, solo perché il regolamento dello Strega dice che se un piccolo editore non entra in cinquina, perché gli snob votano solo gli snob amici loro, cioè i manager dei grandi gruppi editoriali (che sono sì e no 4 e non di più), invece di chi se lo merita, allora la cinquina diventa sestina con un sesto titolo preso per forza dal catalogo di un piccolo editore, un titolo che ha ottenuto più voti dai proponenti, anche se quei voti erano solo 2…
un meccanismo scemo, senza dubbio, ma evidentemente l’unico in grado di limare, almeno un poco, la rete dello snobismo e del conformismo dei grossi gruppi… un meccanismo paragonabile completamente alle quote rosa: quelle secondo cui, siccome i capi partito le donne non le candidano mai (se non le dementi o le cognate, cugine e badanti, come faceva Berlusconi che faceva ministre le sue “animatrici” private solo e soltanto per la loro avvenenza: e oggi gli unici ruoli femminili politici importanti sono le deficienti di destra, vedi la Meloni a livello nazionale e la Ceccardi in Toscana, che come minimo la settimana prossima vince solo perché il concorrente è un «uomo antipatico»; le cose non vanno così bene neanche nella pseudosinistra renziana, dove ai vertici c’è stata una che ha fatto le leggi apposta per la banca dei genitori) allora c’è da forzarli a candidarle chiunque esse siano (anche quindi se sono dementi o nepotiste)…
io le ho detestate le quote rosa, ovvio, ma oggi, visto che tanto le donne non vengono candidate mai (in barba agli studi che vorrebbero il leader ideale donna, aperta alla libertà sessuale, ambientalista e giovane, come Sanna Marin), il forzare le candidature comincia a sembrarmi il «male minore»…

Alla presentazione a luglio del suo romanzo, Bazzi era una visione interessante e “attraente”: un “bambino” timido, simile ai giovani che vedi per strada, reale, concreto, effettivo, molto diverso dai signori “alti”, quasi nobili, abbastanza attempati, tutti vestiti come a un matrimonio, che lo circondavano in sestina: Bazzi lo potevi vedere in giro, mentre gli altri, compresa Valeria Parrella (l’unica donna, appunto), li potevi vedere solo nei salotti, agli eventi glamour, ai buffet ricconi, alle convention aristocratiche…

Leggendo Febbre, la differenza tra Bazzi e gli altri si vede subito a livello letterario…

perché se gli altri (escluso Carofiglio) hanno dato alla loro vita un senso di certezza della testimonianza, anche abbastanza tronfia (Ferrari) o santorale (Veronesi), Bazzi ammette in maniera truce che quello che lui dice non è *successo* (che quello che dicono è *successo* davvero lo dicono gli altri, suggerendo che quello che è successo a loro è Storia d’Italia o storia dei ricconi tutti e quindi il loro romanzo è narcisismo del «la mia vita è *esemplare*»), quello che Bazzi dice è solo quello che si *ricorda*!

Bazzi parla della sua vita ben consapevole del Principio di Indeterminazione, e ci costruisce sopra una impressione di esperienza più che una esperienza vera… un sogno di vita più che un’autobiografia vera…

Carofiglio è quello che più aveva tentato una cosa simile, ma Bazzi va oltre, perché, rispetto a Carofiglio, si immerge a mille nell’obliquità della sua narrazione nuotando in un problematico Io-Narrante franto e delusionale, che si muove tra passato e presente (come molti altri di questa sestina, che sembra aver decretato che gli unici romanzi “belli” sono quelli che rimbalzano tra quello che è e quello che è stato in una confezione autobiografica) senza sapere esattamente dove andare…
Febbre non è il resoconto blasonato e consapevole di quello che è stato (magari anche con la presunzione di rappresentare un monumento di metonimia eterna per tutti gli altri), ma è la slabbrata rappresentazione di quello che al protagonista È SEMBRATO!

Un protagonista, per altro, che invece di glorificarsi, autoassolversi e “giustificarsi” nella sorta di «bilancio benevolo» del romanzo (come fa Veronesi), si autorappresenta come ingestibile, antipaticissimo, negativo, che ripete le sue impressioni/pregiudizi/mantra all’infinito, che si crogiola nell’autodistruzione disperante, che non tace i suoi errori e le sue fisse idiote, che non nega la sua natura demente, clueless, imbecille e narcisista…
Una autorappresentazione ricca di parzialismi della percezione, che indica con precisione ciò che il protagonista pensa che sia invece di quel che è, senza alcuna pretesa di dire il vero, di testimoniare un’esperienza, ma solo con l’idea di comunicare una percezione, di esemplificare cosa succede a livello mentale più che a livello effettivo/ambientale/empirico…

Se gli altri (Ferrari e Veronesi) hanno la malcelata idea etnologica di evidenziale cosa è stato davvero vivere nei loro ambienti, con la velleità (soprattutto Ferrari) di essere letti come documentari, Bazzi è più dalle parti di Golding e Palahniuk: Febbre parla del within, della mente più che dell’ambiente, e riflette a mille come il vivere nell’ambiente abbia determinato (o sia stato plasmato dal) il rattrappimento della psiche e appunto della percezione…

La cosa di parlare di mente più che di documentario interessa a mille perché la materia di Bazzi è quella che più delle altre abbisognerebbe proprio di un documentario, di una guida, di una testimonianza!

Il documentare i ricconi di Bolgheri degli anni ’80-’90 (Veronesi) o le “cenerentole” dell’hinterland industriale milanese del 1946-1965 (Ferrari) non è che rappresenti qualcosa di nuovo o di arricchente
mentre Bazzi parla di cose che la masterfiction relega a macchiettistico fumetto cattivista, o a fiction televisiva sopra le righe…
le cose di cui scrive Bazzi necessiterebbero davvero di un riflettore adeguato…

Rozzano, la violenza domestica, la desolazione della periferia, l’essere gay in un milieu omofobo, l’essere attratti per innumerevoli problemi di “anamnesi” dal sesso occasionale, l’essere sieropositivi, il giringirare tra infettivologi, medicinali, cocktail di pillole, ricerche su internet sotto l’effetto Dunning-Kruger, e l’essere invischiati nei terribili Five stages of grief (in primis dal primo, il Denial, e dal quarto, la Depression): non sono cose che si leggono sui giornali (se non nelle ridicole ricostruzioni fatte da fuori della cronaca nera più annacquazzita, quella dei TG di Mediaset in cui i servizi sono montati come un episodio di CSI là dove si dovrebbe stare vedendo del giornalismo), non sono cose consolanti, non sono cose tipo «a 14 anni mi sono fatto una canna ma il mio problema più grosso di oggi è che la mia fidanzatina idealizzata delle medie la dà a mio fratello e io mi struggo perché voglio stare a Bolgheri, sposato con una maniaca depressiva, invece di andare a cercarla a Parigi perché io sono convinto, per lutti pregressi, che è meglio stare fermi invece che muoversi, e questo stare fermi mi rende, non si sa perché, un eroe», e non sono cose tipo «mi hanno discriminato perché avevo la nonna emiliana, e mio babbo non mi voleva bene e mia mamma era una chioccia, ma alla fine sono arrivato a eccellere nello studio grazie all’ascensore sociale garantito dal boom economico tale per cui quel boom io lo rimpiango dimenticando quasi le discriminazioni e l’alienazione dell’affetto»…

quelli di Bazzi sono drammi sociali negati dal quotidiano ma effettivamente strazianti, che Bazzi fa riaffiorare NON nell’elegia o nel narcisismo dell’«avercela fatta», ma li esprime per il DANNO che hanno fatto nel profondo…

Rispetto agli altri, Bazzi AMMETTE che quei traumi sono stati traumi davvero, e non dà la carezzina finale dell’avercela fatta, né si erge come exemplum di una vita coerente o di una purezza di sguardo oggettivo… Bazzi trasmette le LESIONI MENTALI del suo vissuto… un vissuto che noi intravediamo soltanto dalle sue percezioni sballate proprio a causa di quel vissuto!
e lo intravediamo anche tra i meandri di una psiche che non è amichevole, che è anch’essa narcisista, ma non come lo è Veronesi, traslato in superomismo (ricordiamoci che Veronesi si immagina meritevole, perfino, di essere nonno di Gesù), narcisista nel senso patologico del termine, e con la consapevolezza di essere patologico!
Bazzi è malato di malattie sociali indeterminate e irrisolvibili (le social diseases di West Side Story, ancora virulente e mai risolte dopo più di 60 anni), che nella sua scrittura/mentalità si sviscerano evidenziando le cicatrici e le sgradevolezze dei sintomi, che Bazzi non tace…

Bazzi non si erge a paladino degli oppressi di Rozzano né dice che la sua “esperienza” è tavoletta votiva di preghiera e di identificazione di tutti i giovani rozzanesi malmenati, ma afferma con brutalità il suo strazio, e disegna, in rivoli di paragrafi stralunati e frammentari, le conseguenze, in un costrutto stilizzato e astratto, espressionista, di quello che la social disease ha determinato…

Bazzi riferisce, storpiandole, le sue malattie mentali, i suoi traumi e piange di non averci potuto fare niente, ammettendo anche di non riuscire a ricordarsi cosa effettivamente è avvenuto, e quindi optando per un mix “amniotico” o “anestetizzato” di ricordi fallaci e di immaginazione, finendo per scenografare una Rozzano dell’anima che però coincide proprio con l’immaginario CSI di Studio Aperto…
In questo modo Bazzi determina anche un’altra condanna: la condanna della masterfiction: il miscuglio tra memoria e fantasia che si plasma su quello che si è visto o voluto vedere più che su quello che si è vissuto, e sfocia nella devastata constatazione di vivere in una bolla di immaginazione collettiva alimentata dalla depressione: l’immaginazione collettiva della brutalità vissuta ed elaborata solo a livello inconscio nel voler primeggiare a tutti i costi, o nel soffocamento dei sentimenti che alla fine si riescono a esprimere solo se accompagnati alla violenza, alla clandestinità, al rischio… Bazzi finisce per vivere quella vita che si vede in Studio Aperto solo perché senza rappresentazione di sé non si esiste!
Ma quella rappresentazione di sé è influenzata appunto da quello che di te dicono gli altri: il *pensarti così* sembra afflitto dal *così ti pensano*…
perciò il protagonista finisce per fare quello che vede fare e che si immagina di fare, constatando che non riesce a fare altro, costatando che è così perché così ci si immagina, finendo per dire così è
Bazzi finisce per lordarsi macchettisticamente, alla Studio Aperto, solo perché così riesce a interpretare, e a concretizzare con l’azione, la sciagura e il dolore vissuti…

…e su tutto questo aleggia l’HIV, la sola cose che riporta tutto alla realtà, una realtà che però aleggia sopra un Erlebnis di subconscio, un vissuto immaginato che infatti, nel Denial dei Five stages of grief, riporta alla sonnolenza della Depression e ancora al sognato, all’onirico, che ripropone, esagitata, la stessa patologica voglia di primeggiare a tutti i costi e il solito soffocamento tossico dei sentimenti che la masterfiction vissuta di Rozzano aveva già in prima istanza determinato…

la realtà dell’HIV, quindi, non fa che iperbolizzare o dopare qualcosa che c’era di già, c’era di già nella social disease della periferia violenta, camorrista e spacciatrice, un HIV quindi che, pur reale, è agente di obliquità, e sancisce, di nuovo, che non si può esistere senza ricordare o immaginare, e quindi si è prigionieri di fiction, siano esse masterfiction o private immaginazioni, e quindi solo una fiction, il romanzo, rende reale di nuovo quell’HIV che da solo risultava unico appiglio a ciò che realmente c’era, un appiglio che si è difatti negato col Denial e la Depression, ma che alla fine è paradossalmente la sola speranza di uscire dal mix atroce di social disease

cerco di spiegarmi meglio, per Bazzi, il trauma dell’HIV diventa catarsi e metonimia NON di una condizione da rendere come exemplum per gli altri, ma una catarsi interiore che, dopo i drammi del Denial e della Depression, riesce a far effettivamente guarire il protagonista dalle mefitiche secche della social disease che lo avviluppavano nel mix di impossibilità di discernimento tra ricordo e immaginazione (o un mix mefitico tra reazione alla violenza affondando nei gorghi dell’autodistruzione)… e questo guarire si ha proprio perché l’HIV è catarsi omeopatica, e ha prodotto esso stesso un identico mix tra ricordo e immaginazione (e tra delusioni psicotiche), stavolta però in senso appunto terapeutico, capace di fare anabasi, capace di scrollare il protagonista verso una consapevolezza di quello in cui è invischiato – la social disease – e delle sue conseguenze – il dramma di non distinguere vero dal falso che comunque persiste, ma che almeno si ammanta di cognizione, di ammissione, di certezza: «non so quel che succede, ma almeno lo ammetto! e la malattia so che è vera! e questa certezza mi aiuta!»

un discorso simile a quello fatto da Carofiglio, però immerso in un milieu letterario-sociale molto più intrippante…
Le disperazioni discriminatorie, la descrizione delle violenze subite, come quelle delle violenze perpetrate, il terrore, la vergogna, la sciagura della coazione a ripetere della social disease (la mamma che ripete i suoi schemi relazionali distruttivi, o il protagonista che cerca incessantemente qualcosa in cui primeggiare al di là della prigione del guadagno rozzanese fatta di discriminazione e di prevaricanza nonnista), la prevaricazione del patriarcato e del bullismo, il vivere sempre sotto minaccia, le consequenziali slabbrature adolescenziali (nell’ultimo terzo del romanzo, Bazzi si descrive come uno degli adolescenti più odiosi che possano esistere, ma eminentemente da manuale: scorbutico, soffocante e insieme sfuggente, ossessionato, autolesionista, incapace di comunicare, pazzoide, scemo, ottuso, ma con la volontà di eccellere per ottenere le attenzioni che tanto anela), i drammi di dover vivere una sessualità “marginale”, sempre osteggiata, sempre picchiata, da vivere sempre di nascosto, sempre “vergognandosi” (cose che sfociano in un terribile senso di onta, di persecuzione, di «colpa dell’aver amato e di amare») sono cose descritte da Bazzi in un modo spettacolare…
Bazzi è immediato nel suo seguire le impressioni e i ricordi immaginati, e tagliente nel disvelare i particolari sordidi ed effettivi, sempre conditi da quell’aura del rimembrato in modo strambo, sudicio, squallido, che costruisce un affasciante «espressionismo del ricordo» il quale, data la sua componente artistica, individuale, particolare, minima e “interiore”, va molto al di là delle pretese cronachistiche (che vorrebbero pretenziosamente essere universali) di Ferrari e sorpassa la comodità di Carofiglio, per avvicinarsi a discorsi più strong, appunto ai miei amati Golding (soprattutto Free Fall, che è l’archetipo della doppia condotta tra passato e presente che alla fine si mescolano, vedi Libri e librini), al Fight Club di Palahniuk (paradigma di paragrafi sbrindellati), alla canzone Chandelier di Sia (eccezionale testo della coazione a ripetere della patologia sociale che induce il narcisismo), al film Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi (anch’esso “inceppato” nel dramma di non poter esprimere ricordo se non con l’immaginazione), a Where the Wild Things Are di Spike Jonze (in cui vediamo una catarsi omeopatica simile a quella imbastita da Bazzi), ad altri grandi testi di gay “problematico”, tipo Cruising di Friedkin o Windows di Gordon Willis (entrambi del 1980)…
inutile è anche dire che l’obliquità consapevolmente fictionosa di Bazzi sorpassa di tantissimo la banalità particolaristica anch’essa sedicente “esemplare” del Tempo di guerra di Concita De Gregorio, che non fa che enumerare luoghi comuni nella speranza che siano di identificazione per qualcuno: Bazzi non cerca identificazione particolare ma catarsi, mentre De Gregorio fa il contrario: cerca di acchiappare tutti nell’identificazione di una vicenda così privata da non poter interessare proprio nessuno!

Alla fine, intendiamoci, Bazzi non dice che l’HIV è una liberazione e che si starebbe meglio se tutti fossimo malati…
né dice che c’è un lieto fine di rivalsa o di riappacificamento con quello che è stato, col passato immaginato e col quartierino che ti ha trattato male (cioè le puttanate che dicono Ferrari e De Gregorio)…

Dice soltanto che c’è da trovare un modo per esistere in un mondo irrisolvibile di strazi idioti determinati da menti sceme, e da situazioni sociali drammaticamente “inevitabili” nelle società post-industriali e nelle «società della visione»… e quel modo ognuno lo deve trovare nei meandri del suo labirinto inestricabile tra sogno, ricordo e delirio immaginato…
un modo da trovare, forse, anche grazie a lutti e malattie, da riconoscere come entità “amichevolmente” vere nel cosmo magmatico dell’irrealtà della mente…

Febbre parla di emarginazione…
non nega l’obliquità dell’arte…
fa catarsi…
non è camomilla consolante, né monumento di una vita degna di essere vissuta

Traslandoli in Arte del ricordo e del sogno parla di tragedie sociali, di incubi sessuali, di sconcezze familiari, di disperazioni affettive con cui sarebbe bene fare i conti invece di adagiarci nella bambagia delle famiglie perfette inesistenti ma non si sa perché imperanti nell’orizzonte audio-visivo-editoriale odierno (forse per l’ansia di offrire “modelli” buoni da contrapporre ai soliti cattivisti, vedi La casa di Jack e The Professor and the Madman)…

tutto questo rende Febbre un eccelso capolavoro del nostro tempo, capace davvero di parlare ad adolescenti e ragazzini come ad adulti dormienti tra i due cuscini del lavoro sicuro e del guadagno: agli uni proporrà un sincero sistema di catarsi di consapevolezza, per gli altri sarà un opportuno modo di uscire da quella comfort zone imbambolante che fa ritenere un amore non corrisposto la tragedia più immensa che possa capitare…

vedere anche Keep Calm and Drink Coffee

9 risposte a "«Febbre» di Jonathan Bazzi"

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    1. L’ultimo terzo del libro è faticoso, ma il resto è così interessante ed esaltante (di quella frammentarietà che acchiappa, proprio come una “saga”, o come il fascino del frammento, come certi testi dell’antichità) che in effetti lo si “beve”…

  1. Oh ecco: scusa, ieri sera da cellulare non riuscivo a commentare … chissà perché.
    Tengo veramente a ripetere i miei complimenti per questa analisi super accurata!
    Come ho già scritto, io non conosco praticamente nulla dei Premi Strega e tutto è un po’ iniziato leggendo Il Colibrì dunque mi è piaciuto moltissimo anche il parallelo che hai fatto tra i due libri.
    E poi mi sono davvero fatta una cultura.
    Grazie!

      1. Diciamo che ho preso le cose positive. Fondamentalmente il primo pensiero è stato associarlo a Forrest Gump, però ho voluto cercare di andare oltre e mi sono ritrovata a riflettere sull’immobilismo da un punto di vista diverso rispetto a quello che avevo sempre avuto.

      2. Beata te!
        Io non sono riuscito a trovarci granché di buono se non una poetica inclusiva: l’ho trovato anche involontariamente umoristico!

      3. Ecco il concetto di “involontario” forse è un po’ assimilabile alla mia idea di Forrest Gump …
        Ti dirò che mi capita spesso di leggere libri che le mie amiche hanno adorato e di non ritrovarmici, per questo forse ho l’abitudine di chiedermi il motivo del successo per “gli altri” e di sforzarmi di vedere oltre, se sia giusto o meno, non lo so.

      4. Capisco!
        A me capita molto con i film: mi trovo a detestare film che gli altri adorano e quindi concludo che sono io che non li capisco!

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