«Ragazzo italiano» di Gian Arturo Ferrari

Gian Arturo Ferrari ha lavorato con Paolo Boringhieri e poi alla Rizzoli, a Einaudi, a Sperling & Kupfer, a Piemme, ed è stato addirittura direttore della Mondadori…

come editore, cioè come producer, ha seguito bestsellers grossi come Gomorra di Saviano e La solitudine dei numeri primi di Giordano…

e dopo 30 e passa anni di carriera sente il bisogno di parlare di quello che gli è avvenuto nella vita… di quello che gli è avvenuto fino ai 15-17 anni…

e per avercelo raccontato lo nominano anche al Premio Strega…

o come mai?

perché è da tanto che l’intellighenzia letteraria italiana è prigioniera di una immensa idiozia concettuale, simile a quella che affligge certi attori…

…in diverse scuole di teatro continuo a sentire l’antica scemenza che «l’attore esprime emozione soprattutto con gli occhi»… oddio che stronzata!

e tra i libristi, i letteristi, vige la analoga sciocchezza che «non si può scrivere se non delle cose che si conoscono intimamente»…

…e cosa si conosce intimamente?

«l’unica cosa che conosciamo intimamente…
…siamo noi stessi…»

ed ecco la maledizione…

l’anatema

il tragico dolore della letteratura italiana…

I 3 dei 6 libri candidati al Premio Strega che ho finora letto (Colibrì, Misura del tempo e questo Ragazzo italiano; e anche almeno uno dei candidati dell’anno passato, cioè la detestata Straniera) sono tutti aborti purulenti di banalissimo autobiografismo spicciolo… come se il vero, quello che è stato vissuto davvero, fosse in qualche modo, non si sa perché, interessante invece che mortalmente banale, visto che, quello che è successo agli autori, statisticamente, è successo anche a tutti gli altri abitanti del mondo e della Storia (in quanto esseri umani)… e come se il fare subire agli altri quello che hai vissuto tu fosse per gli altri motivo di arricchimento, di giubilo, pretesto di sana immedesimazione invece che di atroce noia…

Queste vite autobiografiste potrebbero, certo, essere interessanti, se parlassero di cose che non si vedono quotidianamente, occorse in posti di cui si parla meno nella masterfiction dei media
Vita e destino di Vasilij Grossmann (1905-1964), per esempio (di cui dovrò parlarvi), è sì autobiografico, ma parla dell’antisemitismo in Ucraina, Russia e Bielorussia sullo sfondo della polarizzazione atroce tra nazisti e stalinisti, durante l’assedio di Stalingrado: non è una cosa che possa dirsi vissuta, né tanto meno, è una cosa che si sente tutti i giorni nelle TV fascistarde odierne, né che viene rappresentata nelle americanocentriche serie TV di Merdflix… è una lettura, quindi, nel bene e nel male, arricchente (comunque la si pensi)…
Il mio scrittore preferito, Tolstój, è il principe dell’autobiografismo: Jásnaja Poljána (con vari nom de plume) troneggia in tutti i suoi romanzi, così come la steppa russa, il rapporto con la campagna e con i servi, la necessità dell’istruzione (lui che fu “maestro elementare” dei suoi pastori), le avventure giovanili nell’esercito, il difficile rapporto con la persona amata (l’adorata, ma in vecchiaia “patita” moglie), e la diffidenza per l’ufficialità della religione ortodossa… almeno, però, quegli spunti autobiografici si attestano su mondi che sono tutti da esplorare e vivere (i cosacchi, gli Urali, il Caucaso, la steppa, lo zarismo, e gli albori del comunismo: negli ultimi romanzi, Tolstój accenna con chiarezza al clima che sta per innescare la rivoluzione del 1905), e vengono, con la maestria del grande scrittore, proiettati, in maniera gigantesca, in archetipi intramontabili e imprescindibili, necessari, universali: non è che Anna Karenina e Vronskij *sono* Tolstój e la moglie, ma sono ispirati a loro, si poggiano su di loro come fondamenta, ma sono edifici molto più grossi, ben al di là di ciò che microscopicamente e banalmente è stato [non so se mi spiego]; e così è anche per Nechljudov in Resurrezione, e per i protagonisti di Diavolo o La tempesta di neve: sono Tolstój ma non lo sono, così come Tolstój è Chadží-Murát ma non lo è “davvero”, essendo Chadží-Murát realmente esistito: sono proiezioni che esulano a mille dal semplice, limitato e arido contesto vissuto da Tolstój, così come esulano dal vissuto il Vittorio Alfieri, il Benvenuto Cellini, il Giacomo Casanova, e il Carlo Goldoni delle loro autobiografie: essi sono personaggi di una storia colossale, che abbraccia la Storia maiuscola: sono emblemi che “usano” l’autobiografia solo come pretesto…
Discorso simile, ovviamente, si potrebbe fare per Marco Aurelio e il suo Τὰ εἰς ἑαυτόν, l’antigrafo di tutti quanti i detti e vero grande capolavoro dell’autobiografismo *sano* (occhio alla sua “imitazione”, cioè alle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: per un equivoco storico, Yourcenar attribuisce al rozzo Adriano pensieri e spessori filosofici che invece aveva Marco Aurelio)…
Nella Hollywood odierna, uno sceneggiatore importante, Eric Roth, ha usato l’autobiografia *sana* per scrivere due grossi successi, Forrest Gump (di Bob Zemeckis, 1994) e Benjamin Button (di David Fincher, 2008), tutti e due pretese di autobiografie ma tutti e due aventi per scopo effettivo il parlare dei cambiamenti tra i diversi Stati Uniti (da sud a nord e da est a ovest) durante gli anni cogenti della Storia (e io ho molto a noia Forrest Gump: diciamo pure che lo detesto)…

Nelle letterezza italiota, l’autobiografia è intesa solo come autobiografia: non è un pretesto, è lo scopo…

Alla fin fine, la Misura del tempo, in confronto agli altri 2 streghisti letti, risulta essere il meno peggio, perché, almeno, è ambientato a Bari (uno sfondo possiamo dire inusuale e non granché battuto: e Carofiglio è stato discreto nel trattalo, visto che una ambientazione non battuta non salva, per esempio, La straniera, localizzato per un po’ in Basilicata ma comunque una merda)….

Colibrì e Ragazzo italiano, invece, sono ambientati nel caro-vecchio Centro-Nord: Colibrì principalmente in Toscana, Ragazzo italiano in Emilia, nell’hinterland milanese, e a Milano…

Ragazzo italiano racconta una vita passata tra l’Emilia e Milano…

Quando?

Ovviamente nel secondo dopoguerra, per forza… E, badiamo bene, non quello della gente “che non ce l’ha fatta” ed è morta di fame (quelli di cui, nel tempo immediatamente precedente, si è occupato Lucarelli nell’Inverno più nero), né quello dei contadini mezzadri costretti all’ignoranza, no no…
Ovviamente è il secondo dopoguerra della piccola borghesia, quella che, sì, poteva anche morire di fame sulle prime (come tutti a quei tempi), ma che poi, col duro lavoro, ce l’ha fatta a sfruttare l’ascensore sociale che solo in quegli anni e in quel milieu geografico ha davvero funzionato, sull’onda del breve miracolo economico

Ragazzo italiano è quindi l’ennesima vita di colui «che ce l’ha fatta», come ce l’hanno fatta tutti coloro in condizioni simile alle sue… è quindi una vita uguale a mille altre, come se ne sono lette uguali da 60 anni… le vite che narrava Italo Calvino (con un occhio e uno stile per lo meno unici e critici), che narrava certo post-neorealismo… in un “paesaggio di passaggio”, geofisico come sociale, tra il rurale e l’industriale, passaggio che ci hanno già raccontato tutti quanti, perfino Adriano Celentano…

non si sa perché Gian Arturo Ferrari, professionista in pensione, genio dell’editoria, esperto saggista, abbia creduto che questa vita e quel paesaggio raccontati migliaia di volte si meritassero un’ulteriore lettura, un ulteriore racconto, un’ulteriore disamina…

…e disamina è un termine da preferire rispetto a racconto, perché Ferrari, appunto saggista, ha una prosa non spiacevole, chiara, liscia e cullante, ma narrativa no di certo, e incalzante men che meno!

Ferrari ha scritto un sussidiarino su come si viveva tra il 1946 e il 1964… o meglio: come i piccolo-borghesi vivevano in quel periodo, nel posto che più di ogni altro sarebbe stato favorito dal boom economico, dalla ricostruzione e dai favori politici… con tutto il solito armamentario di lenta immissione nel quotidiano delle “comodità”, degli elettrodomestici e delle automobili, già illustrato in decine di migliaia di documentari (la RAI sembra non parlare d’altro nei suoi programmi di “Costume e Società”, e lo fa perché il suo magazzino di filmati è per l’appunto zeppo di roba girata in quel periodo: la RAI comincia a trasmettere nel 1954 ma ha in sé diverso magazzino del L’Unione Cinematografica Educativa, LUCE, che filmò moltissimo)…

Il problema di Ferrari è che, nella sua voiceover onnisciente e distante, ricorda sempre quel che è accaduto al di là della vita del suo personaggio (che è lui), e ciò cozza non poco con la pretesa di sguardo minuscolo a vedere solo e soltanto la vita del personaggio…

Il modello sembra essere l’illustre Mondo di ieri di Stefan Zweig, ma Zweig è Zweig, è un io-narrante e mica parla della sua vita: testimonia e documenta esattamente la società austro-ungarica dal 1880 al 1940, dai baffoni imperiali al nazismo, mica esprime un vissuto personale…
Nel Mondo di ieri mica si racconta di nonni, zii, cugini, fratelli, pronipoti, cognati, professori, maestri, insegnanti, presidi e compagni di banco inutili…
…mica si parla delle prime barbe, delle prime cottarelle spiccie, degli innamoramenti dementi e banali…
in Ragazzo italiano gran parte delle pagine è dedicato proprio al “diventare uomini”, alle prime polluzioni notturne, ai primi bacetti, o all’amore adorante per nonna, al conflitto atroce con babbo, alla pietà dolente per mamma, ai debitelli accumulati quando c’era la mezzadria tra zia e zio, al professor Carlo, al bidello Biagio, alla vicina di casa Cinzia…
…tutta gente che occupa almeno uno dei tantissimi capitoli quasi autoconclusivi del libro, che determinano uno scorrimento intermittente e tortuoso dell’«andazzo», che nella terza parte (l’ultima) mostra la corda, diventa noiosissimo, prima di una ottima ripresa all’ultimissimo capitolo…

…nell’andamento farraginoso, tutta questa gente è inquadrata dal narratore pseudo-onnisciente in modo totale, come se quella gente potesse funzionare da metonimia di tutta le gente simile, cioè di tutta la gente del Centro-Nord coinvolta in vicende simili…
…e purtroppo è così!

Nei racconti di ognuno dei nonni e delle nonne di chi ha vissuto quel periodo in quei luoghi ci sono gli stessi aneddoti e gli stessi personaggi stereotipi visti da Ferrari (invece di Milano, per esempio, nei racconti dei miei nonni, dei fratelli dei nonni e dei cugini dei miei nonni, c’era Torino), per cui la metonimia è fin troppo risaputa, fin troppo già vista, fin troppo ritrita…

si potrebbe obiettare che, nel panorama dei giovani e dei millennials, così come il Muro di Berlino equivale alle Guerre Puniche o il Fascismo alle Crociate, anche e soprattutto il secondo dopoguerra è lontano, remoto, incompreso e poco interessante, sicché farglielo vedere con gli occhi “bassi”, focalizzandosi su un coetaneo, un ragazzino, immergendoli quanto più si può nel vissuto, e facendo loro conoscere le cose sotto forma di romanzo sarebbe l’ideale…

il casino grosso è che Ragazzo italiano, pur fregiandosi del complemento del titolo “romanzo”, romanzo non è per nulla!

il narratore onnisciente e distante è anche troppo sapientone per essere un vero narratore, e somiglia di più alla voce fuori campo proprio di quei documentari RAI che migliaia di volte hanno parlato del periodo che si sta trattando…
e la vita del protagonista, in quanto autobiografia, è troppo “documentaristica” per essere “diaristica”…

Finisce che in Romanzo italiano si dicono le cose in un modo che lascia tutti scontenti:
chi vuole un romanzo detesterà i ragionamenti sociologici, cronistorici, storiografici, extra-diegetici, che sono innumerevoli, praticamente sono preponderanti…
…chi a essi si appassiona, invece, si tramortirà le palle con gli inserti romanzeschi dei primi amori, dei drammi amicali e della saga familiare…
…e anche se ci si appassiona agli spunti sociologico-demografico-storici del narrato, la pelle si tramortiscono lo stesso, perché, anche senza intralci molesti da romanzo, la “trattazione” socio-tecnica, siccome non abbiamo tra le mani un saggio, è orrendamente manchevole, sotto tutti i punti di vista!

E non solo: Ragazzo italiano, col suo narratore onnisciente che butta là cose che il millennial non può sapere, senza impegnarsi mai a spiegarle, è ovvio che si riferisce ai coetanei di Ferrari, non certo ai millennials!

Una velleità di somiglianza potrebbe essere, oltre a Zweig, anche l’Insostenibile leggerezza dell’essere, dove Kundera trovò la quadra tra i tormenti personalistici dei protagonisti e la Storia tremenda di Dubček come di Pol Pot…: ma Kundera parla di esistenzialismo, in lui la trama è dichiaratamente accessoria, la filosofia è vasta e coinvolgente, e l’intreccio postmoderno denota uno stile scrittorio che non è la blanda e coccolosa prosa di Ferrari, sempre consequenziale, sempre garbata e cortese, e quindi scolastica e addormentante, e del tutto priva di qualsivoglia filosofia

perché la Weltanschauung di Ferrari, alla fine, è quella che, forse, intenderebbe “criticare”…
la Weltanschauung del «laurà, laurà», e «laurà» anche se si vive in un mondo in cui con la cultura non si mangia, e in cui si fa il Liceo Classico solo per ascensore sociale, con solo pochissimi che lo fanno per “vocazione classicista”…
una Weltanschauung che opprime da sempre l’Italia, e che giustamente, nella prima e nella seconda parte di Ragazzo italiano, è stigmatizzata come atroce…
Due terzi di Ragazzo italiano parlano di un’Italia cattiva, divisa in classi sociali immutabili (sopravvissute a fascismo e guerre) e immiscibili, falcidiata dai pregiudizi, dalle apparenze (quando il protagonista si scopre una simil-calvizie tratta la cosa come uno dei drammi più atroci della sua vita, perché «gli altri lo vedranno calvo»!), fatta di piccoli centri che si odiano (il protagonista mezzo emiliano è detestato dai brianzoli dell’hinterland milanese), di piccoli gruppi di persone che si detestano, di nuclei familiari che guerreggiano tra loro…

E vedere stigmatizzata questa Italia, al contrario glorificata dai documentari RAI come l’Italia più bella mai avuta, l’Italia democristiana bigotta ma ordinata, organizzata ed economicamente “miracolata”, e perfino modernizzatrice, è abbastanza una gioia nelle prime parti di Ragazzo italiano

…poi però il protagonista cresce e lo vediamo che, senza tremore alcuno, né senza un minimo di dubbio o autocritica, né “disperazione”, aderisce a quell’Italia ad merdam, perché l’Italia è quella, e c’è poco da fare…
…e si diventa adulti e quindi c’è anche noi da «laurà», magari «laurà» anche nella cultura, portando la logica del profitto anche nella cultura, e quindi guardando con sospetto le albeggianti lotte comuniste, avendo al contempo anche a noia i cattolici (come nel passato, nel terrore, si poteva essere forse stati “antifascisti”, ma apertamente partigiani mai!)…

alla fine del romanzo, insomma, il protagonista diventa parte di quel solito magma, appunto fieramente piccolo-borghese, di chi sta in mezzo, il centrismo, il famigerato moderatismo, e lo diventa nonostante le sofferenze subite in una famiglia piccolo-borghese e nonostante le ristrettezze assurde dell’impianto vitale piccolo-borghese, che vive solo per lavorare, con la sola speranza, per “guadagnare di più”, di essere notato da qualche riccone o qualche aristocratico, durante il cursus honorum scolastico di una scuola NON vista come arricchimento personale o come indispensabile «strumento di vita», ma vista solo e soltanto come arrampicamento sociale, come fonte di una rete di relazione grazie alla quale si ha la sola e unica possibilità nella vita per non fare il mestiere del genitore… mestiere che comunque, data la filosofia del profitto “comune”, si finisce, in qualche modo, per fare lo stesso!
…e la cosa drammatica è che, alla fine, finisce, come moltissimi altri nati in quegli anni, a RIMPIANGERE la mezzadria, l’infanzia di stenti, le scuole scrause, e perfino le crudeltà subite… con la critica che scolora, atrocemente, in elegia topica, banalissima, che sfocia nei soliti e immancabili «com’era bella Milano nel 1949: misera ma senza automobili!», «com’era bello il mondo senza lavatrici», «com’era bello quando coi ricconi non si aveva a che fare mai, mentre ora, per guadagnare, gli si deve leccare i piedi», e, naturalmente, «com’era meglio quando si stava peggio!»

Si salva da questa melma (essendo quella del protagonista una delle tante vite che vediamo oggi in TV, le vite degli individui che vanno ospiti dalla D’Urso e da Del Debbio, e che hanno votato, indifferentemente, Berlusconi, Renzi, Grillo e Salvini, sempre nostalgiche della Prima Repubblica, della DC come di Craxi, a vaneggiare di un “governo” esile, agile, guidato come un’impresa magari da qualche conventicola massonica, basta che funzioni e che ci lasci «laurà» e «guadagnà» soldi che poi per tirchieria non spenderemo mai, ma «guadagnà» anche nella cultura [e quindi con i soliti bestsellers grezzi], senza troppe pippe filosofiche) solo l’ultima pagina, in cui il protagonista, afflitto da uno dei tanti “primi amori” (Ferrari tratta come “primi amori” sia quelli delle elementari, sia quelli delle medie, sia quelli del liceo, e nell’ultima pagina descrive quello dell'”estate della maturità”), con chiarezza capisce che diventerà un qualunquista o un post-democristiano, ma, con l’amata ragazzina, non rinuncia a trattenere con sé gli ultimi giorni di felicità, gli ultimi giorni di infanzia, di passione che avrà con lei, prima del grigiore del «laurà»…

Capiamoci…
un obbrobrio non è…
e forse è anche più scorrevole e lucido di quella mattonata lisergica che è Il colibrì

…però, boia… arrivare in fondo è difficilissimo!
E imbarazzante è constatare che è l’inno dei boomers, che non farà altro che allontanare, con la sua “critica” che diventa ben presto “elegia”, ancora di più i millennials dalla complessa e crudele Storia che l’Italia ha vissuto e continua a vivere…

6 risposte a "«Ragazzo italiano» di Gian Arturo Ferrari"

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      1. Dopo il confronto impietoso che hai fatto coi vari Zweig e Tolstoj stavo per andare a insultarlo a casa sua! Allora mi trattengo, via! :–)

  1. Certo che tu quando dici di picchiare forte… non ho letto Ragazzo italiano, ma sono d’accordo che certi libri, scritti da un certo tipo di scrittori, sono terribilmente banali e pallosi. Non è lo scrivere di sé… è come lo si scrive!

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