«Il colibrì» di Sandro Veronesi

Non mi andava granché di leggerlo, ma con lei (e neanche lei l’aveva letto!) se ne parlava, per curiosità: Veronesi l’aveva presentato bene nell’intervista/presentazione, in TV (fatta quando? a luglio? con vigente il distanziamento sociale anche per la troupe della RAI), durante la cerimonia dello Strega (che poi vinse, unico a vincere quel premio due volte insieme a Paolo Volponi [La macchina mondiale, 1965; e La strada per Roma, 1991]: Veronesi aveva già trionfato con Caos Calmo nel 2006), e, vista la, tutto sommato, fiacchezza di uno dei concorrenti (La misura del tempo di Carofiglio), perché, quindi, non indagare ulteriormente…? Magari Il colibrì era davvero *migliore* del romanzetto di Carofiglio…
inoltre, mi sono detto, «ok, proviamo a leggere Il colibrì: in fin dei conti il vincitore stregoso dell’anno scorso, Scurati, era molto bello, sicché perché non dargli una possibilità»…

Non l’ho comprato: La Nave di Teseo vuole la bellezza di 20 euri [sic] per l’edizione cartacea…

L’ho preso nella biblioteca dove lavora lei, e per averlo ho dovuto attendere molto: le prenotazioni erano tante, chiamate dall’eco della vittoria

Quando è giunto, il presagio negativo della Nave di Teseo, e cioè La straniera di Durastanti, non mi ha toccato per niente…

…e invece…

E tirare fuori una sciocchezza di presagi è molto pertinente per parlare del Colibrì
…perché Il colibrì è una coglionata infarcita di tendenze al fogliettone televisivo mescolate con un’ansia ansiogena di fatalismo, superstizione, divinazione del destino, messianismo spicciolo, e diffidenza astiosa verso la psicanalisi…

…ingredienti che, quando va bene, arrivano alla deliranza divertita, quasi lisergica (roba tipo il finale di Tommy degli Who nel film di Ken Russell del 1975), o appunto al fogliettone fitto di travaglio interiore di Raidue (roba alla Gianni Lepre, che di cosette ne ha anche fatte di non inguardabili: Fine secolo, del 1998-’99, per esempio, era carinissimo, e mica brutto era il primo Incantesimo, da Maria Venturi, ancora del ’98), ma quando va male arrivano al ridicolo involontario…

Non è bello parlarne male…

Ha sottotesti molto anti-Salvini, e la cosa mi piace…

È pro-migranti (come tutte le persone sane di mente, cioè ormai la minoranza in questo mondo fascistardo), e la cosa mi sta simpatica…

Cerca di dare input per la costruzione di una società “migliore”, capace di andare al di là dell’impasse dei social network densi di orrori…

Però tutto questo svicola nelle incertezze alla Concita De Gregorio (anche direttamente citata in un articolo), quelle che si spera più che si fa, o quelle del «i giovani sono meglio di noi e ci salveranno, anche se, apparentemente, fanno le stesse cose che facciamo noi»…

E, soprattutto, è davvero un romanzo mixed, tendente al poor

Ti dispiace di affossarlo perché chi ha una predisposizione al fatalismo, al rincorrere i segni e i presagi, potrà davvero adorarlo, e anche per chi non ci crede è da merde non provare empatia per i grandissimi dolori che quel “fatalismo” determina e descrive: e muore quello, e s’ammazza quell’altro, e l’amore a distanza che strazia, e la figlia che inciampa e schianta, e la nipote che brucia [no, non è vero, sto esagerando sarcasticamente], e il fratello che si deprime, e il tumore, e l’amico schiacciato dall’elicottero sull’Aurelia [!?], e la ludopatia, e la maniacalità depressiva della moglie, ecc. ecc….

…tutta roba che potrà benissimo far straziare tutti quanti i sensibili…

…ma farà anche restare perplessi gli altri, i cinici: perplessi quando non divertiti…

perché, ripeto, il ridicolo involontario è pressante…

Il fatalismo è sempre in qualche modo ridanciano, e quando è così insistito ed enorme, schiaccia…
e il fatalismo del Colibrì, in particolare, è fatto di sentenze tipo questa:

«mi’ nonno aveva le ruote, quindi era un Apino [cioè un’Ape Piaggio, un motocarro]… io sono un uomo, e ho le palle, quindi sono un flipper… ed è davvero atroce essere un flipper nipote di un Apino: come si fa? si piagne tutte le volte che l’Apino buca… o ti frustri, tu flipper, tutte le volte che becchi l’Apino in salita, perché ti rallenta, a te flipper che vai tanto veloce… e se io sono un flipper la mi’ figliola cos’è? è una donna, non ha le palle, e quindi non può essere un biliardo, ma si comporta come un biliardo! Come faccio? …e non sarà mica per colpa del mio essere flipper che mi’ sorella s’è affogata? non saranno mica state le mie palle, o le ruote di nonno, a rovinarla e farla suicidare? o magari era mi’ sorella il biliardo, e con le sue palle pesantissime è andata a fondo… ma se il biliardo era mi’ sorella, allora la mi’ figliola che è? Non è che s’ammazza pure la mi’ figliola, vero? non è che affonda anche lei, pur senza palle? Oddio che ansia! C’ho l’ansia! Vado nel panico, ma ho in antipatia la psicanalisi, benché io stesso mi psicanalizzi e psicanalizzi gli altri continuamente, specie quella matta di mi’ moglie, che è una faina… L’ansia monta: e le ruote dell’Apino si spaccano, e allora il biliardo? e la mi’ figliola!? Altra ansia, ansia a mille! Soffocamento per l’ansia, paura, strazio, sciagura… Invece no: perché la mi’ nipote è Gesù, e Gesù è teleologicamente lo scopo sia dell’Apino sia del flipper sia del biliardo, sicché tutto quanto, anche l’ansia è “servita” per fare Gesù… e Gesù che è? è una YouTuber figa che traghetta la gioventù strinata verso un mondo nuovo di avventure e felicità… nonostante l’ansia… nonostante il flipper… nonostante l’Apino… nonostante il biliardo…
…e il fatto che io, flipper, con tutta quest’ansia, la ludopatia, Gesù, la ragazza corteggiata in 40 anni e con cui non sono riuscito a convivere, il mi’ fratello geloso (forse un pallottoliere), abbia in realtà i soldi che mi escano dal culo, abbia per lo meno 4 case tra Firenze e Bolgheri, e mi trastulli di mobili da 20 miliardi, sport costosi e tennis pottaione, non mi rende meno bersaglio di questo fato che mai ammetto di vedere solo e soltanto io, finché, finalmente, non schianto pure io senza aver prodotto una storia che sia una [tra le 50 che ho intrecciato, tra cui quella, risibile, dello iettatore desunta, dichiaratamente, dalla Patente di Pirandello] capace di rimanere nella memoria di un lettore che, oltre che preso per forza con la descrizione dei tumori, non si appassiona a nulla di quel che racconto e anzi, magari ride delle fissazioni del flipper, del biliardo e di Gesù…»

Per cui, dé…

è un libro pesantino…

le elucubrazioni sulla casualità millenarista degli incidenti presentati sono cervelloticissime… e portano a enunciati effettivamente psicanalitici, che cozzano assai con la sbandierata antipatia verso gli psicologi…

le descrizioni dei mobili nelle mail mandate al fratello non finiscono più…

la vicenda della ragazzina amata per tutta la vita ma mai diventata la fidanzata ufficiale (anche perché contesa col fratello) potrà titillare solo chi è passato per storie simili: io non ci sono passato, e quindi tale vicenda in me ha prodotto solo astio riguardante la fissazione, poco sopportabile… perché, di quella ragazza, il protagonista, è fissato più che innamorato, e fa solo venire in mente la famosa e tediosa canzone di vent’anni fa sull’argomento
inoltre, le lettere scambiate con la ragazzina (che alla fine diventa 70enne come il protagonista) sono tra le più astruse e banali del libro: sono ricettacoli di svarionate facilone sui misteri della vita, che scopiazzano da enciclopedie varie, articolini di giornali online, e si arenano nell’aria fritta…

la ludopatia è un mero pretesto per il discorso messianico…

un discorso messianico buttato via, alla fine del libro… assai gratuito… un discorso che si “sporca”, perfino, per il fatto che la descrizione di questo messia è identica alla descrizione che qualunque nonno fa della nipote: che è la più bella, la più brava, la più genialoide, che a 3 anni già parla in pentametri giambici, già legge, già calcola, già fa le equazioni, già concepisce, specula, filosofeggia: chiunque ha pronunciato simili esagerazioni guardando il proprio nipote o figlio… perciò la storia di Gesù forse è un’altra fissazione del protagonista, ma nel romanzo non c’è nessuna istanza obliqua a suggerirlo: nel romanzo c’è *proprio Gesù*…

il balzare nella cronologia, con un capitolo ambientato nel 1961, il successivo nel 2031, il successivo nel 1998, il successivo nel 1976 – una cronologia che riguarda Firenze, Bolgheri, Roma, Parigi, la Slovenia, Monaco di Baviera, l’America – è tutto incentrato sulla vicenda piccolina del protagonista… e se fosse tutto così ok, ma alla fine, per giustificare il Gesù di YouTube che sfrangia i social e anima la gioventù, nell’area di Parigi fa un accenno ai Gilet Gialli…
…viene fuori che quella che sta a Parigi, in 40 anni, ha scritto allo spasimante (certamente malcelatamente corrisposto, anche se forse corrisponde anche il fratello!) solo dei Gilet Gialli e non gli ha scritto, che ne so, del Bataclan, di Notre-Dame bruciata, di Charlie Hebdo, delle Banlieue scassate…

il grimaldello del fatalismo, attento a rendicontare tutti i “simboli” tirati per i capelli per collegare le coincidenze («se mi’ babbo è morto così io allora muoio come il mi’ babbo; e se a zio piaceva la fantascienza allora la fantascienza piace anche a mi’ cugina piccina; e se al gatto piaceva l’erba gatta allora io tiro cocaina» e altre cacchiate così), dimentica di notare che nonno e nipote hanno un neo uguale sulla mano: quel neo non viene descritto quando la nipote nasce, né quando la nipote cresce, ma viene nominato solo quando la nipote diventa Gesù… cioè: nasce a pagina 80, diventa Gesù unificando tutti i presagi assurdi vissuti dalla famiglia in cent’anni, ma che c’ha un neo uguale al nonno lo si dice solo alla penultima pagina senza alcuna conseguenza… mah…

L’erranza rapsodica degli episodi stanca, specie quando incappi in capitoli di 20 pagine descriventi solo i cerebrali farfugliamenti sulle coincidenze più cretine, dimenticando sempre di menzionare l’ambiente di assurdo privilegio in cui vive il protagonista…

e qui magari il discorso era che, nonostante i soldi, i lutti arrivano lo stesso, anche abbastanza atroci, e perciò la ricchezza è ininfluente nella computisteria del destino…

ma se la ricchezza è ininfluente perché certe volte è ostentata? e perché Gesù, nel mondo nuovo, è bene che sia riccone? perché Gesù è uno YouTuber nipote di Paperon de’ Paperoni?

e quando descrive la tragedia dei tumori, perché non menziona il fatto che quella tragedia, pur enorme, l’ha comunque vissuta coi soldi, e quindi senza i drammi di comperare questi o quei medicinali costosi?
La denuncia voleva essere velata e quindi si è nascosta? …boh…

perché non menziona il fatto che, anche nel morire, anche nell’eutanasia, il riccone è privilegiato?
anche questa è una cosa nascosta in sottotesto? …boh…

perché, invece di “denunciare” i privilegi, punta tutto a dirci «anche i ricchi piangono, perché anche i ricchi hanno sofferto quarant’anni non solo perché gli muoiono sorelle, figli, mamme e babbi come a tutti, ma anche perché non sono riusciti a vivere bene con l’amore della loro vita»???

…cioè il dramma dei ricconi è che si sono fissati con una fica per 40 anni senza riuscire a viverci?

è questa la morale?

e questo sarebbe il lutto più grosso, questo sarebbe il dramma del destino? e questo dramma si stempera, niente meno, finendo col dire che questo riccone, che tanto ha sofferto per questa cazzata (che sembra averlo fatto soffrire di più dei lutti stratosferici vissuti), merita perfino di essere nonno di Gesù?

Evidentemente il sale della storia era un altro…

e aveva a che fare col non capire mai un cacchio della propria vita…

o anche con il dramma della testardaggine (la metafora del colibrì, cioè del protagonista che lotta per rimanere dove è mentre tutti gli altri, perfino l’amata ragazzina, vanno via e si muovono, o, perfino, muoiono)…

…ma anche nel dramma della testardaggine qualcosa mi sfugge…

analoghi drammi della testardaggine sono il Batman di Burton e il Barone rampante di Calvino: ma loro di quella testardaggine fanno il centro della scena, e anche il centro del dramma (Bruce Wayne e Cosimo Piovasco di Rondò, ognuno a modo suo, piangono di quello che perdono nel proprio crogiolarsi incessante nel distacco testardo dal mondo), mentre Colibrì, alla fine, morendo pure felice (essendo riuscito a comprarsi le medicine, in quanto riccone), quasi non “piange mai” (nonostante i lutti), anzi è sempre più inorgoglito del suo status… e morendo sembra dire «io, alla fin fine, sono anche stato bene e sono perfino il nonno di Gesù»…
…perciò dove sarebbe il dramma?

Sicuramente, date le mie perplessità, io in questo libro non c’ho capito nulla…

m’ha tramortito le palle… sia quelle del biliardo, sia quelle del flipper…

e mi dispiace molto, perché, comunque, è un libro anti-Salvini, e perché descrive in modo davvero cogente le perdite e i dolori, facendoti stare male, e il fatalismo, facendoti provare una delirante «ansia del karma», che però, quasi subito, diventa senso di colpa, diventa ansia… cioè diventa «cazzo, anche io ho un neo, allora vuol dire che morirò travolto da una betoniera sulla Cassia Bis come mi’ zia che aveva un neo uguale!»

sicché, insomma, è anche un libro che, oltre che annoiarmi, m’ha anche fatto venire le ansie!

maremma cicala!

Almeno i fogliettoni analoghi, anch’essi pieni di morti e lutti, l’ansia non te la facevano venire… anzi, cercavano di essere catartici per l’elaborazione delle disgrazie…

…e l’ansia non te la faceva venire neanche La misura del tempo di Carofiglio, che continua a non dire granché, ma rispetto al Colibrì almeno ha l’umiltà di costruire una storiella, sì inutile, ma consapevole di esserlo, senza Gesù di mezzo…

Più equilibrati di me sono Marisa e Keep Calm and Drink Coffee

8 risposte a "«Il colibrì» di Sandro Veronesi"

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  1. Wow. Ho fatto bene a non comprarlo allora. In realtà ero effettivamente interessato a tutti gli altri in particolar modo Febbre e Almarina. Un’analisi molto ricca e interessante.

  2. Anch’io l’ho preso in biblioteca perché tutto il clamore mediatico attorno al libro non mi aveva convinto

    1. Oggi mi risulta esagerato anche il clamore verso l’imminente adattamento cinematografico di Archibugi con Favino: certe cose sembrano più agglomerati di “media” che altro…

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