La presa della Bastiglia

Momento galvanizzante della Storia, ma via via, col tempo, divenuto sempre più controverso…

Il 14 luglio 1789, un libertarissimo Vittorio Alfieri (1749-1803), con Ippolito Pindemonte (1753-1828), si mise a saltare dalla gioia per l’inizio della rivoluzione libertaria
tre anni dopo vide la tirannia di Robespierre e si trasformò (nei poco più di 10 anni che gli rimasero da vivere) in uno dei più spietati oppositori della Repubblica Francese…

Il vecchio Immanuel Kant (1724-1804) non fu felicissimo della presa della Bastiglia, e non lo furono, ovvio, tutti i fratelli e le sorelle di Luigi XVI (i Borbone, che regnavano, con varie ramificazioni, in Spagna, Napoli, Sicilia, Parma e in una grande porzione dell’America Latina) e tutti i fratelli e le sorelle di Marie Antoinette (gli Habsburg-Lothringen, che erano tantissimi e regnavano su Sacro Romano Impero [Austria, Ungheria, gran parte dei Balcani, Boemia, Moravia, Slesia, Lombardia, Veneto, Friuli ecc.] e, col ramo cadetto, sulla Toscana), costituenti famiglie tutte intrecciate tra loro (non solo Marie Antoinette von Habsburg-Lothringen era moglie di Louis XVI de Bourbon, ma anche sua sorella Marie Caroline von Habsburg-Lothringen era moglie di Ferdinando di Borbone-Napoli, parente di Louis XVI, e reggente, con vari numeri, su Napoli e Sicilia [fu Ferdinando IV di Napoli e Ferdinando III di Sicilia finché non unificò le corone per fare Ferdinando I delle Due Sicilie, nel 1816]), regnanti su molta parte del mondo…

Ci fu la guerra, ci fu Robespierre, la ghigliottina, il Terrore (settembre 1793-luglio 1794) e poi Napoleone…

e, col tempo, ci si accorse che la Presa della Bastiglia, quel momento rivoluzionario, fu il momento in cui tutta la civiltà fino ad allora conosciuta, una civiltà aristocratica, iniziò a diventare una civiltà borghese, con dolorosissimi strascichi…
La Presa della Bastiglia, nella tragica transizione, si polarizzò nella simbologia: per chi “svaniva” era il momento di disfatta del mondo… per chi “sorgeva” era il momento di massima chiarezza, l’inizio di un mondo migliore…

Per chi “svanì” fu facile imputare ai rivoluzionari le tirannie spietate di Robespierre e Napoleone, oltre che la trasformazione del mondo in una fabbrica capitalistica e coloniale inquinante, deprimente, fangosa, in cui lavoravano perfino i bambini e in cui le condizioni dei “più poveri” erano alla mercé del guadagno del dissennato imprenditore borghese…

Per chi “sorse” ci fu il sistematico rinfaccio di secoli e secoli di aristocrazia, anch’essa “sfruttante” il popolo e anch’essa tirannica, e, a suo modo, “capitalista” nello sfruttamento di colonie, certo diverse (non di popolamento) ma ugualmente straziate…

Naturalmente «poggi e buche fanno pari» nei proverbi, ma nella Storia forse no…

A livello microscopico le follie del Terrore e il nonsense bellico-conquistatore di Napoleone stanno lì a dire che la Rivoluzione non fu perfetta e fu un casino

A livello macroscopico, la Rivoluzione aprì sì al più atroce capitalismo borghese ma, per la prima volta, includeva, a livello “filosofico”, nell’esistenza statuale tutti quegli esseri umani di cui l’aristocrazia si era sempre altamente sbattuta le balle fin dall’antichità…

Fatto sta che il passaggio tra aristocrazia e borghesia è stato al centro, o sullo sfondo, di molto di ciò che l’uomo ha prodotto a livello di Arte e Letteratura…
Anche dopo secoli, dopo le Guerre Mondiali, il Fascismo e la Guerra Fredda, la Rivoluzione e la Presa della Bastiglia sono tornati molte volte come simboli dei tanti dualismi (in special modo dualismi politici, ma spessissimo anche dualismi tra ricchi e poveri) che hanno percorso da protagonisti la storia del mondo…

Le vicende biografiche delle persone vissute in quegli anni hanno tutte a che vedere con il dramma anche statuale e burocratico che suscitò la Rivoluzione, soprattutto in termini di committenza: la gente che componeva musica o recitava e scriveva per i Borbone, per esempio, dovette in un attimo adattarsi a comporre musica, scrivere drammi o romanzi per la Repubblica e non fu facile (e.g. Giuseppe Cambini, Ignaz Pleyel, Ferdinando Paër, Joseph Weigl e tutta questa gente ebbe grossi problemi a trovare un guadagno con i teatri statali cioè “reali”, di “corte”, che diventavano teatri statali cioè repubblicani e quindi molto più poveri in risorse e stipendi), e la cosa peggiorò assai quando Napoleone sconvolse tutto a livello europeo, tra passaporti da cambiare (stati nuovi in cui vivere, documenti nuovi da fare, dogane innalzate su confini nuovi, polizia nuova con cui avere a che fare ecc. ecc.), fughe verso lidi più “sicuri” (prima della campagna di Russia del 1812 molti trovarono in Aleksandr I Romanov una “spalla” su cui poggiarsi a livello lavorativo, in special modo a San Pietroburgo), e necessità di “adulare” il regnante di turno onde, in primis, aver salva la vita, e in secundis continuare a lavorare (Giovanni Paisiello, Domenico Cimarosa, Vincenzo Monti e molti altri dovettero giurare “fedeltà” ai regnanti pre-Napoleone prima, a Napoleone poi, e di nuovo dovettero tornare dai regnanti pre-Napoleone sperando in amnistie varie: e loro non erano politici, ma semplici impiegati e lavoranti)…

Lady Oscar (Berusaiyu no Bara), naturalmente, è il testo che maggiormente riflette sul periodo…
Il manga di Riyoko Ikeda è uscito tra il ’72 e il ’73…
ci fece un film Jacques Demy nel 1979…
mentre si faceva il film in Francia, in Giappone, la Tokyo Movie Shinsha produsse il famoso anime, su character design di Shingo Araki e Michi Himeno, che ebbe un serissimo cambio di gestione a metà: il molto più “sanguigno” Osamu Dezaki sostituì Tadao Nagahama… a causa di questo cambio, certo, l’anime cambia: si scurisce, si onirizza (certe puntate hanno tagli di montaggio alla Adriano Celentano), si incupisce nel décors e nel montaggio, ma non è che la gestione di Nagahama non ce la mettesse tutta in fatto di onirismo e montaggio strambo anch’essa… Le musiche erano di Koji Makaino ed erano tutte fatte con suoni clavicembalosi per imitare lo stile galante e lo stile classico del Settecento, ma avevano anche una tristezza quasi Sturmer e intensissimi calchi bachiani in salsa post-moderna (sembrano Karl Jenkins)…
L’anime è arrivato in Italia nel 1982, e fu doppiato dalla stessa compagnia che doppiò il film di Demy: super-attori teatrali a fare da comprimari (Riccardo Garrone fa diverse parti secondarie con nobilissima dizione) e un agguerritissimo stuolo di professionisti più o meno giovani a dare voce ai protagonisti (Cinzia De Carolis, Massimo Rossi, Luciano Roffi, Sergio Luzi, Giorgio Locuratolo ecc.)… purtroppo lo censure alterarono tanto del testo proprio mentre regalavano ottime caratterizzazioni…

Lady Oscar riflette, certo, sulla componente “monarchica” del tumulto, ma finisce per abbandonarsi, con tristezza ma con libertaria consapevolezza, all’istinto rivoluzionario, dalla parte del terzo stato… e come non commuoversi per tale scelta?

Altri, invece, illustrano i nonsense della borghesia e del governo giacobino, focalizzandosi sul Terrore
vedi, per esempio, Dantons Tod di Georg Büchner (1835, ci fece un’opera Gottfried von Einem nel 1947)…
o molti romanzi “monarchici” di Honoré de Balzac (e.g. Une ténébreuse affaire, 1841; Un épisode sous la Terreur, 1842)…
o, magari, Dialogues de Carmelites di George Bernanos (1947), traslato nella magnifica opera omonima da Francis Poulenc nel 1957…

e che questi testi siano, tecnicamente e per lo più, testi reazionari, illiberali, anti-giacobini (soprattutto quelli di Balzac, Bernanos e Poulenc), non deve preoccupare quelli come me che pensano che «la libertà vera ci sarà quando l’ultimo dei re morirà strangolato con le budella dell’ultimo dei preti» (un motto di Jean Meslier [un pensatore che si dovrebbe riscoprire] che si adatta assai bene ai miei sentimenti pro-Révolution), poiché, come genialmente intuisce il teorico del romanzo György Lukácz, tra le pieghe di quei romanzi reazionari ribolle davvero, di riflesso, tutta l’anima della Révolution; in essi scotta, in negativo, il vero ardere della libertà; in loro si odono quegli accenti rinfrescanti di emancipazione che invece risultano quasi “banalizzati” nei canti repubblicani, che sono, perfino, deturpati da accenti loschi di “propaganda”…
Nelle suore uccise nei Dialogues des Carmelites, tutte figlie di aristocratici snob e politicamente stitici, usate da Bernanos e Poulenc come monumento contro gli orrori dei rivoltosi, si sente invece davvero tutta la voglia di riscatto verso quel mondo idiota e moribondo, più di quanto lo si senta nei salterelli innodici canori delle canzonette giacobine (magari scritte dagli svogliati Cambini e Pleyel)… un meccanismo che si verifica anche in certi film, sulla carta americanisti ma de facto documentanti l’idiozia statunitense, di Clint Eastwood…

Alcuni, con grande genialità, hanno cristallizzato benissimo la tragedia del trapasso in sé tra gestione aristocratica e gestione borghese, anche se l’hanno guardata soprattutto focalizzandosi sugli anni dell’era napoleonica, perché più avventurosa e perché la frizione tra le parti in causa e la discontinuità col passato vi risultavano molto più evidenti…
vedi, che so, A Tale of Two Cities di Charles Dickens (1859)…
o The Duel: A Military Tale di Joseph Conrad (1908), da cui Ridley Scott trasse The Duellists nel 1977…
o, naturalmente, Vojná i mir, Guerra e pace di Tolstoj (1865-1869)…
o Rites of Passage di Golding (1980, tante volte ricordato)…
o Goya’s Ghosts di Miloš Forman (2006), molto attento a stigmatizzare le aporie perpetrate proprio da chi si autodefiniva, da una parte e dall’altra, l’unico vero incarnatore della Libertà…

negli anni non sono mancati i grandi affreschi che hanno visto la Rivoluzione dal punto di vista dei regnanti, soprattutto di Maria Antonietta, dal saggio di Stefan Zweig (1932), alla biografia di Antonia Frazer (2001), al film di Sofia Coppola su essa basato (2006)… in tutti questi, la Presa della Bastiglia è un evento neanche “vissuto” davvero dalla corte…

tra la roba più “scolastica”, affrontano il problema Cavaliere e gentiluomo. Saggio sulla cultura aristocratica in Europa (1513-1915) di Mario Domenichelli, Roma, Bulzoni, 2002…
e lo sceneggiato televisivo La Révolution française realizzato per il 200esimo anniversario della Presa della Bastiglia, nel 1989, da una coproduzione italo-franco-anglo-tedesca, diviso in due parti (in tutto 6h) realizzate da Robert Enrico e Richard Heffron su impianto didattico-zeffirelliano con dozzine di volti noti (Brandauer è Danton, Sam Neill è Lafayette, Jane Seymour è Maria Antonietta, Vittorio Mezzogiorno è Marat, Claudia Cardinale è la contessa di Polignac, Christopher Lee è Sanson, Peter Ustinov è Mirabeau ecc. ecc.) e dall’aplomb del tutto “documentativo”…

8 risposte a "La presa della Bastiglia"

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  1. approfondimento molto interessante, come sempre^^
    fa sempre strano come i parenti che governavano praticamente l’intera europa abbiano lasciato i re francesi morire…

    1. bel punto di vista…
      anche se, data la annosa guerra e la internazionale coalizione antifrancese, non m’è sembrato che abbiano lasciato tanto correre…
      senza contare il congresso di Vienna, fatto apposta per “annullare” la Rivoluzione…
      …e poi erano regnanti, gente che ha passato più tempo col precettore privato e con i cortigiani che con gli altri membri della famiglia: non ce li vedo proprio i figli di Maria Teresa d’Austria a giocare insieme mentre mamma e papà (Francesco Stefano) erano impegnanti o nella guerra di successione o nei rituali governativi di corte… e consideriamo anche che già da piccoli i principini erano duchi di qui e conti di là e spesso, già in tenera età, in quei feudi “regnavano” effettivamente e proprio ci si trasferivano! Carlo di Borbone aveva 15 anni quando ereditò il trono di Parma e fino ad allora non so quanto avesse vissuto, per esempio, col padre Filippo V tra Madrid e l’Escorial…
      …anche quella delle “residenze” è una questione: magari alcuni la passavano in un palazzo, altri in un altro…

      però ci sono molti indizi che i regnanti soffrirono molto: Marie Caroline di Napoli si vendicò tantissimo dei napoleonici e condannò a morte tutti quelli che ritrovò durante l’esilio napoleonico all’Elba… e non solo: smosse mari e monti con Pio VII per fare santa Maria Antonietta!

      la “alienation of affection” era propria anche di aristocratici più “piccoli”: Cosima Liszt, figlia di Liszt e della contessa d’Agoult, ancora nel 1840s-’50s, disse di aver visto pochissime volte i genitori durante la sua infanzia, poiché essi erano sempre in viaggio (per tournée e viaggi), e di essere stata allevata dalle balie e poi dalla nonna paterna…

      1. interessante
        se avessi studiato così la storia mi sarebbe interessata di più invece che fare la memoria di date ed eventi importanti

      2. Cosa tremendissima!
        La Storia, specie quella di antico regime, è un crogiuolo di appassionanti gossip: sorpassa qualsiasi soap-opera!
        Ed è galvanizzante connettere quei gossip con tutto il resto dello scibile: Galileo, a Firenze, aveva a che fare con un Granduca di Toscana 11enne; Bach con un genialoide principe prussiano giovanissimo, musicista egli stesso, la cui nonna ebbe una autentica storia d’amore (il palazzo di Charlottenburg a Berlino fu costruito in conseguenza di quella passione); Vasari, a Firenze, dovette vedersela con un Granduca che adorava l’amante e trascurava la moglie, e che fece costruire la grande Villa Demidoff al Pratolino come “capanna degli amanti”: un Granduca così eccentrico che forse venne avvelenato da suo fratello!
        E non parliamo delle corti britanniche, quelle di «Tom Jones» di Fielding, dell’«Uomo che ride» di Hugo e della «Favorita» di Lanthimos! Gente con cui ebbero a che fare Robert Boyle, e sotto il cui regno litigarono Leibniz e Newton per i «diritti di sfruttamento» del calcolo infinitesimale: regnanti che mettevano bocca anche sulla scienza per “questioni di prestigio nazionale”…

        È anche vero, però, che con lo sciagurato poco tempo a disposizione è difficile studiare la storia così, perché così, nel dettaglio, la si può studiare solo quasi «anno per anno», mentre a scuola è già tanto che si vada «secolo per secolo»… ma i romanzi storici servono a questo!
        E Hugo, Conrad, come il «Rinascimento privato» di Maria Bellonci (un mattone di 900 pagine) aiutano molto…
        anche se, alla fine, la confusione è sempre dietro l’angolo: tutte le volte che, per lavoro, trovo una dedica a quella “infanta” di chissà dove, del Sette-, Otto- o perfino Novecento, su qualche spartito dimenticato da tutti e che riesumiamo come una mummia, è un inferno rintracciare di chi cacchio era la figlia!

  2. Meslier era veramente un grande. Temo che comunque con re e preti potremmo cominciare ma non terminare la nostra ricerca della libertà, specialmente nel mondo attuale…

  3. Ho imparato più cose da questo post che in tanti anni di scuola…complimenti!

    Parlando strettamente di cinema, a me è piaciuto molto il film su Maria Antonietta di Sofia Coppola.

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