La tag di Lovecraft

Tante grazie a Cose Preziose che mi ha nominato, e tanta felicità che Tony abbia elaborato il tutto!
E io arrivo a postare il tutto per il Tanabata! Diciamo che è un periodo adeguato!

Ecco le regole:

  1. Ringrazia sempre il blog che ti ha nominato!
  2. Posta la foto in alto come immagine del post.
  3. Rispondi alle domande spiegando anche il motivo.
  4. Nomina sempre cinque blogger.
  5. Divertiti.

Partenza:

Un’opera sugli orrori dell’oceano:

Senza pensarci dico la trilogia To the Ends of the Earth di William Golding… il primo e il terzo capitolo (Rites of Passage, 1980; Fire Down Below, 1989) non tanto, ma il secondo (Close Quarters, 1987) illustra il momento in cui i marinai puliscono la chiglia dalla fanghiglia di bivalvi e alghe che intacca e appesantisce la nave, procedura complicatissima e pericolosa: quando la cima “pulitrice” esce dall’acqua per mostrare la putritudine informe della massa di sporcizia, ogni personaggio riflette in essa i propri fantasmi mentali: pauroso! [la trilogia è stata tradotta in italiano da Pier Francesco Paolini e Mario Biondi per la Longanesi/TEA intorno al 2002, vedi Libri e librini]
Ho però un secondo posto, cioè Il capitano Jens Munk di Thorkild Hansel (mi risulta essere stato pubblicato da Actes Sud a Parigi già nel 1989, e non ho idea di quando sia effettivamente uscito in Danimarca, ma la Iperborea di Milano lo fa curare da Carola Scanavino credo solo nel 2001): libro storico, documentato, ma insieme narrativo di una sciagurata spedizione alla ricerca del «passaggio a Nord Ovest», sopra il Canada, per raggiungere l’Asia, nel primo trentennio del ‘600…

Un’opera sulla profanazione della sicurezza familiare:

Mi viene A History of Violence di Cronenberg, 2005, in cui la minaccia è tangibilissima e turba assai l’equilibrio della famigliola americana così finta da fare schifo…

Un’opera sul contrappasso:

Se7en di David Fincher, 1995 (ne ha parlato Sam Simon): un classico della rielaborazione del “mito” dei sette peccati, puniti con crudeltà…
Meglio lui di, che ne so, quella melassa di What Dreams May Come del povero Vincent Ward, 1998, tanto pittorico e bello visivamente quanto annacquato in fase di scrittura…

Un’opera sull’arroganza della scienza:

Mi viene sempre in mente Frankenstein di Mary Shelley, 1818, l’archetipo dello scienziato a cui scappano di mano le invenzioni…
Però il “mito” è forse quello dell’Apprendista stregone, che porta a Paul Dukas (vedi Musiche per Halloween) e a robetta come The Lawnmower Man di Brett Leonard, 1992, che ne è una presentazione agli albori della realtà virtuale informatica dei computer…
Ma mi viene anche 2001: A Space Odyssey di Kubrick, 1968: scienza, logica, cosa producono se non HAL 9000, delirio, morte (il primo “utensile”, l’osso, serve giusto per uccidere), paura, e replay in forma sempre più “gigante”?

Un’opera la cui musica è in grado di esaltare le tue emozioni:

Tantissime…
Dirò Elektra di Strauss, 1909 (è nelle Musiche per Halloween), perché mi slurpano ogni volta i suoi temi minacciosi perorati però con un andamento bacchico danzante!
E quando la “libertà” giunge, è essa stessa tragica, anche se galvanizzante: un tripudio di emozioni contraddittorie!
Come bonus elenco due anime così alla «boja d’un giuda» perché hanno una fantasmagorica musica personaggio: proprio la colonna sonora è viva e vivida ed elemento fondante del discorso di quegli anime, come il montaggio e la sceneggiatura… quei due anime sono Orange Road di Osamu Kobayashi (1987) con musica di Shiro Sagisu, e Cowboy Bebop di Shin’ichino Watanabe (1998) con musica di Yoko Kanno: spettacolari testi proponenti un sacco di problemi e “ricette di vita” in cui spesso molta delle riflessione viene lasciata alla musica…

Un’opera sulla prigionia dell’immortalità:

Senza dubbio Zardoz di John Boorman, 1974… Gli immortali che, alla lunga, diventano o apatici o rinnegati, e che anelano soltanto il caro vecchio “divenire” (esso stesso “barbarico”: quando i Brutals arrivano a fare carneficina non scherzano affatto, e l’esistenza di Connery e Rampling, fatta di ciclica consunzione, e di vita che si rinnova come una routine anche abbastanza triste e folle, ritmata dalle tristezze “fugate” del secondo movimento della Settima di Beethoven, non è che sia “consolante”… il “divenire” è uno schifo, ma quello c’è), per cessare una società assurda, prevaricante e strambissima, beh, fanno riflettere eccome!
Al secondo posto dico Věc Makropulos di Leóš Janáček (1926): Emilia Marty ha l’elisir di lunga vita e non invecchia mai, ma, alla fine, stanchissima dell’eterno ritorno (perché le situazioni, tra innamorati, sotterfugi e bugie, oramai si susseguono indistinte), è felicissima (in uno stupendo tema a piena orchestra) di morire in un sospiro di sollievo “naturale”: la ragazzina a cui ha affidato la ricetta dell’elisir, innamorata ricambiata del suo futuro marito, decide di gettare la ricetta nel fuoco: e il fuoco, felicione, in musica, conclude l’opera: formidabile! (il film The Age of Adaline con Blake Lively, 2015, non è che una ricopiatura dell’opera di Janáček, a sua volta basata su una pièce del geniale Karel Čapek, un autore da riscoprire!)

Un’opera sull’insanità mentale:

Tralasciando roba famosa come Peter Pan (di Barrie, 1911) e i libri di Alice di Carroll (1865 e 1871, tutti in Libri e librini), o la Salome di Strauss (nella Musiche per Halloween), a livello medico direi The Man Who Mistook His Wife for a Hat di Oliver Sacks, 1985 (ci fece anche un’opera Michael Nyman)…
Però sarebbero più da dire Il trovatore di Verdi (1853), Primal Fear di Gregory Hoblit (1996), What Ever Happened to Baby Jane? di Robert Aldrich (1962), Suddenly Last Summer di Joseph Leo Mankiewicz (da Tennessee Williams, 1959) e Bug di William Friedkin basato su Tracy Letts (2006)…
Trovatore (grande protagonista di questo blog, numero 15 di Operas II) ammazza per via della vendetta completamente da manicomio di Azucena; Primal Fear intontisce tutte le volte per la concezione sopraffina del colpo di scena; Baby Jane “disturba” per le sequele di problematiche mentali che presenta; Suddenly Last Summer, riferendosi a omosessuali buttati in manicomio (e vittime anche di strani culti: potremmo mettere questo film anche nella domanda apposita!), fa riflettere molto su cosa voglia dire “malattia” mentale; Bug è un immenso capolavoro disperato di Friedkin, che finisce nel nulla del fuoco dopo aver illustrato la desolazione della marcia società…
E sui problemi mentali, credo, i Batman di Burton (1989 e 1992) hanno tantissimo da dire! Per non parlare di Arkham Asylum: A Serious House on Serious Earth di Grant Morrison e Dave McKean (1989)!
E Misery di Rob Reiner/Stephen King (1990) dove lo mettiamo?
Siccome ne ho dette tante, non posso aggiungere Wozzeck di Alban Berg (1925), già nelle Musiche per Halloween

Un’opera sull’orrore accettabile in nome dell’arte:

Mah…
Mi viene in mente quella brodaglia di La vita che vorrei di Giuseppe Piccioni, 2004, che parla di due attori che, pur di fare performance buone, ingannano e fingono nella vita privata…
Roba simile a quella scemenza di The Family Fang di Jason Bateman (2015)…
Poi, non so, roba come Das Parfum di Patrick Süsskind, 1985… o come Manhunter di Michael Mann, 1986: storie di assassini che si ritengono artisti… ma non so proprio se vale…

Un’opera sulla paura del buio:

Mi viene Lost Highway di David Lynch, 1996-’97: Peter Deming ottiene dei neri che fanno davvero orrore…
Sarebbe da dire anche A kékszakállú herceg vára di Bartók (1918), immersa nel buio e traumatizzante di terrore… o Erwartung di Schoenberg, 1924, ambientata in una notte da far star male (sono tutte e due nelle Musiche per Halloween)…

Un’opera sulla vita di un profeta:

Stranger in a Strange Land di Robert Heinlein, 1961 (io ho letto la ipertrofica traduzione di Marco Pinna [Roma, Fanucci, 2012] sulla versione non “editata” dall’editore Putnam di New York: non so se è migliore della versione standard degli anni precedenti, perché certi episodi girano un po’ a vuoto): il protagonista è un umano-marziano, incarnazione di neo-Gesù, che però alla fine si rivela essere una personificazione dell’Arcangelo Michele, che sta nella zona “cristiana” del Paradiso interstellare… Un po’ pacchiano e splatter (il Gesù ha comunque la sua chiesa pansessuale, il suo bel sacrificio sanguinolento e la sua bella cenetta cannibalesca a base dei suoi resti presso i suoi, pochi ma convintissimi, adepti), ma non si legge male…

Un’opera sulla ricerca di un pezzo d’arte:

Mi vengono in mente solo sciocchezze: i Legal Eagles di Ivan Reitman, 1986; e Vibes di Ken Kwapis, 1988…
nel primo Daryl Hannah cerca i quadri del padre, delineando una commediola scema a cui lo script-doctor Tom Mankiewicz cercò di dare una forma che venisse incontro alle voglie idiote di Robert Redford, che aveva accettato di partecipare al film perché spinto dal suo agente ma non aveva letto per niente lo script originale (di Jim Cash & Jack Epps jr.), che comunque la Columbia non gradiva (e l’aveva comprato solo per onorare un accordo col sindacato degli screenwriters)… Reitman girò quasi a parditempo molte scene di incastri onde mantenere il film in vita, mentre Redford faceva “scioperi” dal set, e poi ha montato tutto abbastanza malamente con Mankiewicz e ben 3 montatori (tra cui il fido Sheldon Kahn)… Però, in italiano, grazie al lavoro “comico” della CDC, con Barbetti a fare Redford, Emanuela Rossi a fare Debra Winger, e Micaela Esdra a dare un tono ambrato a Daryl Hannah, il film fa ridere…
in Vibes, idem, la CDC (con Michele Gammino, Isabella Pasanisi e Ferruccio Amendola) butta in comico una storia cretina, finanziata da Ron Howard, in cui un gruppo di sempliciotti sensitivi va in Perù alla ricerca di una città al cui centro c’è una piramide di energia…
Un po’ più carino In Trance di Danny Boyle (2013), in cui però la ricerca del pezzo d’arte (rubato) è sfondo di un’altra vicenda: Boyle gira con un godurioso divertimento, che a me incanta ogni volta, anche se il film è un po’ affastellato e dispersivo: in ogni caso gratifica con un fantastico nudo full frontal di Rosario Dawson…

Un’opera su strani culti:

Mad Max Beyond Thunderdome di George Miller e George Ogilvie, 1985… Sia il culto del Thunderdome a Bartertown, sia il post-moderno fatto religione dei ragazzi del Captain Walker, destano meraviglia!
Al secondo posto Angel Heart di Alan Parker e William Hjortsberg, 1987, immerso nei riti voodoo più drammaticoni, tra sdoppiamenti di identità e false personalità “inventate”, col protagonista che finisce per «cercare se stesso» (come Sofocle): bene dé!…
Al terzo, il Codex Seraphinianus di Luigi Serafini (1981), effettivamente misterico nelle sue forme fantasiose: è affascinante arrendersi al fatto che è fatto a caso, anche se una chiave sembra esserci (ma non c’è!) [tra parentesi, non si sa se si riferiscono a culti, ma roba come il Manoscritto di Voynich, o le Enigma Variations di Edward Elgar, di cui un giorno dovrò parlare a mille, «strane e misteriche», «esoteriche» nel senso etimologico del termine, lo sono a mille!]

Un’opera sulle violenze domestiche:

Big Little Lies di Jean-Marc Vallée e David E. Kelley (dal romanzo di Liane Moriarty, opzionato da Reese Witherspoon per HBO e poi pagato e confezionato anche da Nicole Kidman), 2017: è uno dei testi definitivi sulle violenze domestiche: aggiornato, “metafisico” e “metavisivo” (i ricordi che sono ricordi collettivi resi con un caleidoscopio di frammenti immaginosi), è davvero un portento…
Medaglia d’argento per Juste la fin du monde di Xavier Dolan, 2016, in cui le violenze, però, ci si immaginano!

Un’opera sulla decadenza di una città:

Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny di Brecht & Weill, 1930… C’è tutto: follia, depravazione e strazio…
Sennò Rapa Nui di Kevin Reynolds, 1994, ma è noiosissimo…
Mi vengono in mente anche Sin City di Rodriguez/Miller, 2005, più “psicologico”, e il meraviglioso Satyricon di Petronio (ultimi anni del I secolo d.C.), la cui graeca urbs non si identifica, ma decaduta lo è di certo!

Un’opera su un mistero da risolvere:

Picnic at Hanging Rock di Peter Weir, 1975: c’è il mistero, e c’è da risolverlo, ma, genialmente, non si risolve! Non si risolve il mistero dell’entropia e della metafisica: c’è poco da fare (hai voglia a sentire il coccoloso secondo movimento del concerto per pianoforte n. 5 di Beethoven in sottofondo!)

Un’opera la cui trama ruota attorno a un pozzo:

The Ring di Gore Verbinski, 2002… Banale, ma il pozzo c’è…
Più interessante l’episodio Thanksgiving, il nono della seconda stagione di Amazing Stories (serie finanziata da Steven Spielberg), diretto da Todd Holland nel 1986… nel pozzo ci sono entità che non si vedono, ma che sono alquanto fameliche…

Un’opera la cui trama ruota attorno alle stelle:

The Man in the High Castle di Philip K. Dick, 1962, non ha a che vedere con le stelle, ma con gli oroscopi a caso dell’i-ching sì… disorienta e fa riflettere con le sue realtà sovrapposte che si “incrinano” a vicenda…
Oppure A Brief History of Time di Stephen Hawking, 1988, un classico della divulgazione scientifica…
O Contact di Zemeckis (dal romanzo di Carl Sagan), 1997, debole ma girato splendidamente…
O Lost in the Stars di Kurt Weill, 1949, su un prete che è così teologico da dimenticare la vita vera…
Intorno alle stelle, o meglio, sulla scoperta dei satelliti di Giove, ruota anche Leben des Galilei di Bertolt Brecht, lavorato più volte dal ’38 al ’56: splendida riflessione che poteva stare anche nelle opere sull’arroganza della scienza (è in Libri e librini)… e che dire di Die Harmonie der Welt, l’opera che Paul Hindemith ha tratto dalla vita di Johannes Kepler nel 1957 (vedi numero 29 di Symphonies)…?

Un’opera la cui trama ruota attorno al razzismo:

Naturalmente To Kill a Mockingbird di Harper Lee, 1960: l’ho scoperto troppo tardi e nella traduzione, bellissima ma anziana, che Amalia D’Agostino Schanzer fece per Giangiacono Feltrinelli nel 1962, e che Feltrinelli dette in concessione a Livio Garzanti (il secondo Garzanti con nome Livio, il primo fu il nonno, padre dell’Aldo che fondò la casa editrice), nello stesso anno… Io ho comperato una ristampa del 1971, vecchissima e consumata, in una bancarellina dell’usato…
La traduzione fu condotta quando la cultura americana non era nota in Italia: Halloween non si sapeva cosa fosse, non si conoscevano i termini “edili” oggi in uso (Lodge, Loft ecc.), e non si sapeva niente di come fosse suddivisa l’educazione scolastica statunitense… Nonostante tutto la traduttrice azzecca molto bene il tono, ma leggere la nuova traduzione di Vincenzo Mantovani, che Feltrinelli ha promosso nel 2017, è effettivamente “diverso”…
Il buio oltre la siepe è senza dubbio una base fantastica per la comprensione dell’assurdità del razzismo, e conquista a mille!

Un’opera la cui trama ruota attorno alla solitudine:

Le descrizioni della solitudine più tristi che, finora, abbia mai letto sono in un paio di racconti di Der Spiegel im Spiegel di Michael Ende, 1984 (è nei Libri e librini): «Scusami non posso parlare più forte» (cap. 1) e «Un pesante drappo nero» (cap. 5)… nel primo si descrive proprio la vita di un tale isolato in un mondo altro, che ha le corde vocali atrofizzate perché non parla mai con nessuno, e si perde nelle sua mente… nel secondo un ballerino in posa, pronto a danzare, dietro a un sipario che non si apre mai ma che potrebbe aprirsi da un momento all’altro, e lui non sa se aspettare, all’infinito, o se rinunciare, mentre non sa cosa immaginarsi per spiegarsi la ragione del ritardo nell’apertura del sipario: lo spettacolo c’è ancora? ci sarà? oppure è solo, sono tutti morti, c’è stata una catastrofe? lo spettacolo c’è mai davvero stato? o c’è e potrebbe iniziare da un momento all’altro?: attendere o rinunciare?
Potrei dire anche testi più “religiosi”, tipo Padre Sergij di Lev Tolstoj (1911), che però non è così solo… o Ostrov di Pavel Lungin (2006)… tutti santocchi che rimuginano sul senso di colpa e sul senso del mondo, che ogni tanto qualcuno lo incontrano, spesso anche nel delirio…
Come Cose Preziose potrei attingere dalle canzoni: da Creep dei Radiohead (1993), da Message in a Bottle di Sting & The Police (1979) e da (Sittin’ On) The Dock of the Bay di Steve Cropper & Otis Redding (1968): tutte iconiche rappresentazioni della solitudine…
Potrei, allora, buttarla sulla Voix Humaine di Jean Cocteau (1930), che Francis Poulenc ha messo in musica nel 1958: una donna al telefono: non si sa con chi parla e udiamo solo quello che dice lei, ed è, via via, sempre più triste… parla davvero con qualcuno?
E, ovviamente, En attendant Godot di Samuel Beckett (1953), l’archetipo dell’assurdo di due personaggi soltanto, solissimi in mezzo all’assurdità del desertico mondo post-atomico…
Ricordiamoci anche che Giulietta degli Spiriti di Fellini (1965) finisce da sola coi suoi fantasmi psichici…
Implicazioni di “solitudine” ce l’hanno anche due classici con Al Pacino: in Godfather, part II di Francis Ford Coppola (1974), Michael Corleone briga e mena per la “famiglia” e finisce da solo, seduto in giardino, vecchio decrepito, a guardare il nulla; in Scarface di Brian De Palma (1983) Tony Montana si trova in vasca, con montagne di schiuma e cocaina, a dire «non ho bisogno di nessuno», dopo che ha sbraitato con socio e amante, sempre rei di qualcosa, sempre rimproverati e sempre disprezzati dal boss che ha tutto senza avere davvero niente…

Un’opera ispirata allo stile e alle opere di Lovecraft:

Non sposso che rispondere come Cose Preziose dicendo In the Mouth of Madness di Carpenter, 1994…
Molto meglio quello di ciò che mi viene in mente dopo di lui, cioè quella gran cacchiata di The Skeleton Key di Iain Softley del 2005…
“Lovecraftiani” sono anche alcuni ottimi lavori di Sam Raimi (Evil Dead, 1981 e Army of Darkness, 1992, citano il Necronomicon)…
Proverò a dire anche il film televisivo Le porte dell’inferno di Umberto Lenzi (1989), sul mostro nascosto che viene fuori, e con diversi stilemi che Coppola, nel suo Bram Stoker’s Dracula (1992), copiò a mille (e.g. il sangue come cera che sgocciola dalle candele)…
…e anche La chiesa di Michele Soavi (1989), anche quella con al centro il mostro ctonio che viene fuori (in qualche modo connesso anche con la domanda sugli strani culti)…

Vabbé, ne ho sempre dette più di una, ma meglio abbondare… anche perché tante le avevano già dette o Tony o Chicco…

Chi nomino?

Chi ha nominato Tony? Aspetta un attimo…
…e Chicco?

Ok!

Allora vediamo:
Raffaella (che tanto non lo fa, l’ha già detto che ne fa troppi)
Delirium (che sarà interessantissimo, con tutte le saghe mitiche!)
Elena & Laura (che avranno già nominato in 18)
e l’Allegro pessimista

12 risposte a "La tag di Lovecraft"

Add yours

    1. Aahahah,
      ha giovato molto lo sgradevole fatto di non essere riuscito a “concludere un cacchio” a livello «utilitaristico» per moltissimi anni; il ché ha agevolato assai l’esplorazione e l’accumulazione di “studi” e “svaghi”…
      ed è una consolazione dolceamara (come la sinfonia dei Verve con l’inciso dei Rolling Stones)

  1. Hai un po’ barato e ne sono contento! Quanti spunti! Philip Dick di The Man in the High Castle è un’ottima risposta, tra le tante! E anche te un Carpenter ce l’hai infilato! :–D

    E poi Dolan che ho appena scoperto col suo ultimo film e che voglio esplorare, Miller col terzo Mad Max (ammetto di preferire il quarto), In Trance che mi manca, Se7en di cui ti ringrazio per il link… fantastico anche Kubrick messo lì (mi viene in mente ora che sulla solitudine The Shining ci stava tutto)!

    1. Ho commesso il gravissimo errore di dividere la stesura in più giorni (a causa di varie incombenze lavorative): la cosa ha permesso di rifletterci a lungo, venendo meno alla componente istintuale propria dei tag…

      1. In realtà hai fatto bene! Anche io rileggendo penso a mille altri film che avrei potuto scrivere (uno su tutti: The Fisher King sulla follia mentale)! :–)
        Però forse ho fatto bene a farlo d’istinto, sennò non avrei finito più!

      2. Lo è! Io ammetto di editare mie recensioni vecchie che mi capita di rileggere e che trovo obbrobbriose…

      3. Davvero!
        Quando nelle statistiche vedo che hanno raggiunto un articolo vecchio vado a vedere quante sciocchezze c’erano scritte e cerco di rimediare in tutti i modi!

      4. Ahahah! Faccio lo stesso! X–D

        Pensando anche: chissà cosa penseranno di questo blog!, come se a qualcuno importasse davvero o ci fosse una reputazione da difendere! :–D

        Anche se deh, alla fine mi ci sono appassionato di brutto!

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