«La misura del tempo» di Gianrico Carofiglio

Ho dato una seconda possibilità a Concita De Gregorio, sicché l’ho data anche a Carofiglio, anche lui, in questa seconda chance che gli concedo (come con De Gregorio) impegnato in un libro pubblicato dalla mia adorata Einaudi…

Leggo La misura del tempo, candidato al Premio Strega…

La competizione allo Strega forse si spiega poco se si considera che Scurati, quando ha vinto, l’ha fatto con un libro molto serio… Carofiglio scrive invece un libretto… Ma c’è da ricordare che Scurati vinse davanti a Claudia Durastanti, al confronto della quale Carofiglio è un capolavorissimo…

mah…

il “favorito” per lo Strega sembra comunque essere (ma i pronostici sono tutti delle idiozie) Sandro Veronesi per Il colibrì (della Nave di Teseo, quella che ha portato avanti Durastanti l’anno scorso, cioè la casa editrice dei transfughi di quella Bompiani “catturata” da Mondadori che sono scappati prima dell’assimilazione con Giunti: e Scurati è di quella Bompiani rimasta con Giunti [vedi anche le Musiche per le epidemie]… ma lo Strega non la considererà la stessa Bompiani e non sembrerà una seconda vittoria di fila della stessa casa editrice, qualora dovesse avverarsi il pronostico su Veronesi: si considereranno compagnie diverse come Disney e Marvel… e si considereranno compagnie diverse anche Rizzoli, Einaudi e Mondadori, anche se, invece, sono tutte, per certi versi, la stessa cosa… mah… certe logiche industriali, di quelle che si sa ma si fa finta di non saperlo, e, soprattutto, non lo si dice per discrezione o pudore o perché contano di più i “titoli” sui quaderni di computisteria rispetto a chi li maneggia, non credo che le capirò mai)…

…ma non credo di avere voglia di leggere Il colibrì di Veronesi… di sicuro non in tempi brevi… [invece l’ho letto solo due mesi dopo, eccolo qui]

Tornando a bomba: La misura del tempo è un libretto, in cui Carofiglio rigurgita tutti gli stilemi e gli odiosi manierismi del Bordo vertiginoso delle cose… la solita Bari, il solito protagonista (fiacca ombra autobiografica) stanco della vita ma estremamente saccente, alle prese con un passato incompreso, e affetto da patologie sconosciute (oltre all’insonnia e alle allucinazioni) che lo fanno indulgere in citazioni a caso, verbatim, di grandi romanzi o grandi filosofi…

Ovvio che quando il protagonista cita Tristram Shandy, Elias Canetti, la procedura penale, o perfino I promessi sposi (che, ricordo, per cortocircuiti “liberali” e “borghesi” risalenti ai 1860s ma non si sa per quale effettivo motivo tecnico, è imposto per obbligo ministeriale nell’insegnamento di tutte le scuole superiori italiane: evidentemente, nei 1860s erano convintissimi che l’intera società, appena nata, dell’Italia unita si sarebbe dovuta plasmare sulla religione, sulla tematica della redenzione, e sul bislacco storicismo presentato dai Promessi sposi… e ok… ma oggi? la società è la stessa di allora?) si considera l’unico (assunto che, soprattutto riguardo I promessi sposi, è assurdo) che li conosce, l’unico che li apprezza, l’unico che li sa

Ma vabbé…

Nel Bordo questo atteggiamento era molto più tragico, molto più paternalista e, soprattutto, molto più gratuito e compiaciuto…
Nella Misura del tempo, per fortuna, certe citazioni o chiamate in causa (Canetti e Sterne) hanno una finalità diegetica: fanno parte del racconto… perciò non siamo davanti allo sfoggio odioso di un narcisista della sua stessa erudizione: o meglio, lo siamo, ma stavolta, dietro al narcisismo, c’è almeno una giustificazione narrativa…

E grazie a questa giustificazione, i verbatim, gli aneddotelli, i riassunti e i Bignami di Manzoni, Canetti, Foster Wallace, delle enciclopedie, o anche dei film (si cita Runaway Train di Andrej Končalovskij), acquistano un senso preciso… cioè: Tristram Shandy si cita proprio per giustificare le numerose divagazioni della Misura del tempo, Canetti lo si cita per parlare di incertezza come incerto è l’esito della Misura del tempo, le enciclopedie e Foster Wallace si citano per corroborare l’ansia di dubbio e di inconoscibilità della realtà che la Misura del tempo intende esemplificare (o paradigmare)…

Il tirare fuori quegli autori non è, quindi, semplice monologo a supporto di nulla (come nel Bordo), ma è humus su cui poggia lo show dell’incertezza, e la ineluttabilità dell’inconoscenza, che La misura del tempo esprime benino, tra una lungaggine e l’altra, e tra un personaggio inutile e l’altro…

Anche le peggiori divagazioni, pur completamente slegate dalla trama, grazie alla loro brevità, non disturbano troppo lo scorrere abbastanza veloce dell’intreccio, fatto, come il Bordo, del dualismo tra presente e passato, ma, a differenza del Bordo, con un presente molto stringente… Nel Bordo la vicenda presente era una cavolata, e la trama del passato era una sbobba: nella Misura del tempo il presente è lineare, “singolare” (senza fronzoletti), e il passato lo corrobora, lo supporta, lo sostiene

Il processo che si svolge al presente, con tutti i dettagli al punto giusto, “riecheggia” nelle considerazioni sul passato, e si proietta su tutti i discorsi, sulle divagazioni, sui film, sui filosofi e sulle enciclopedie e sul loro incentrarsi sulla inconoscibilità di ogni cosa…

Perché il processo si basa sull’esistenza del ragionevole dubbio, che è l’istanza legale dell’inconoscibile, e coinvolge persone che condividono un passato certamente inconoscibile, perché evanescente, vago, ai limiti del sogno

Non solo: il processo ha anche implicazioni sulla menzogna che contribuisce al massimo sia all’inconoscibilità della vita, sia alla determinazione del ragionevole dubbio legale, sia al torbidare il passato…

La misura del tempo è fatto di tutti questi accenni al dubbio, alla menzogna e all’inconoscibile, che sono riferiti con saccenza e paternalismo da un personaggio saccente, che però si mette in guardia e ammonisce continuamente tutti quanti rispetto all’esistenza del dubbio, della menzogna e dell’inconoscibile…
…ed è divertente vedere quel personaggio spocchioso, che stigmatizza tutti come dall’alto, essere vittima lui stesso di quello che ammonisce, essere vittima lui stesso dell’inconoscibilità e che casca come una pera cotta in tutte le menzogne e in tutti i ragionevoli dubbi che vuole instillare, oltre che finire vittima proprio di quel passato che lui stesso sa di ricordarsi male!

Ed è anche divertente il constatare come il processo penale raccontato, un processo penale su cui si basa gran parte del contratto sociale italiano (e lì forse c’è da riflettere quanto I promessi sposi divengano “obbligatori” anche oggi, nel loro narrativizzare la disillusione su qualsiasi “giustizia” che non sia divina), si riveli del tutto assurdo, puro sfoggio di competenza, puro esercizio del niente (come esercizio del niente sono le erudizioni del protagonista saccente o come sono niente e fumo negli occhi tutte le divagazioni che [come una testimonianza processuale appunto su un dubbio che poi porta al niente] si sciorinano)…

Finisce che questa Misura del tempo, pur noiosissimo (anche se per fortuna brevissimo) e prevedibilissimo, esibisce molto bene, con dimostrazioni esponenziali del suo messaggio nei suoi tanti rimandi, riflessi e metafore, una ottima coerenza di senso, una ottima costruzione di enunciato e di “denuncia”, e ce la fa bene a far passare il suo logos, arrivando a una smascherazione che proprio mentre conferma tutto il nostro (e del protagonista) *saperlo già*, ci fa riflettere che quella consapevolezza ci risulterà sempre inutile, come inutile è l’esistenza, perché noi (e il protagonista), pur sapendo tutto, sappiamo proprio anche che sebbene lo si sappia non ci si può comunque fare nulla!
E comunque ci si casca come pere cotte: nell’inganno, nella menzogna e nel nulla… e proprio perché si sa che sempre nel nulla cadremo continuiamo eternamente a caderci…

è una riflessione non brutta da fare in questi anni…
una riflessione che io connetto con altri autori… autori che, nella sua saccenza, purtroppo Carofiglio non cita, e cioè Balzac (l’assurdità del processo, o il processo come agone narrativo di due diegesi che si contrappongono, è comunicata in modo simile a come si fa nel finale di Une ténébreuse affaire di Balzac [Paris, Souverain et Lecou, 1841: lo tradusse in italiano anche Pierluigi Pellini per la Sellerio nel 1996: Un caso tenebroso]) e Clint Eastwood (Midnight in the Garden of Good and Evil, 1997: un film di cui dovrò parlare prima o poi)…

La candidatura allo Strega, ripeto, è esagerata, ma in questi tempi è bello vedere un (falso) sicuro di sé (sicuro di sé a chiacchiere e nelle intenzioni intime) cadere come un sacco di patate proprio sulle cose che sa che succedono ma non si accorge che gli stanno proprio accadendo sotto il naso…

Oggi che i dibattiti sui social sono fatti con gare tra i più “eruditi” ed “esperti”… Tutti si dànno degli ignoranti a vicenda, e citano, a corroborare la loro supremazia intellettuale, ognuno testi validissimi a supporto del loro argomento… roba del tipo «io so tutto sui gender studies, perché ho letto questo libro», oppure «io so tutto sul Comunismo, perché ho letto quest’altro» ecc. ecc.
E oggi che la contrapposizione bipolare sembra connaturata: se critichi anche solo un aspetto di A vuol dire che parteggi per B… e via discorrendo…

Difatti oggi si sta scoprendo che tutto il colonialismo (che non voglio fare il saccente ma credo essere stato un fenomeno assai complesso), tutto il razzismo (anche quello fenomeno complicato) e tutto il sessismo sono tutti, senza eccezione, da addossare a Indro Montanelli, a George Washington o a Cristoforo Colombo… gente, per altro, morta e stramorta, ma a cui sono state dedicate diverse statue: statue che, secondo le scoperte di oggi, si dovrebbero tutte buttare giù… ma solo quelle: le piramidi no, le ziqqurat no, le colonne del duce no: perché piramidi, ziqqurat e colonne si riferiscono a società morte mentre il colonialismo razzista e sessista di Colombo, Washington e, soprattutto, di Indro Montanelli (il più cattivo di tutti) è vivo e vegeto, e l’unico modo di estirparlo è togliere le statue dedicate a Colombo, Washington e Montanelli… e se dici il contrario, se dici il solito «sono fenomeni complessi; non è solo colpa loro; nella Storia il più pulito c’ha la rogna; ci sarebbe da occuparsi di questioni più urgenti e gravi» o se dici l’odiato «c’è da contestualizzare» arriva quello con il manuale di procedura penale dell’Abissinia stampato nel 1916 e ti dice che quello fatto da Montanelli era stupro già nel ’16, oppure quello con l’epistolario di Washington con tutte le frasi razziste sottolineate, e quello con il diario atroce di Colombo e con gli scritti di Bartolomé de las Casas a comprovare che Colombo era considerato schiavista anche nel 1504…
O arriva anche quello ad accusarti di benaltrismo, quello che ti dice «tu, difendendo Montanelli e Colombo sei qui a farci perdere tempo davanti a George Floyd che è morto! Davanti al nero morto tu ci dici di smettere di buttare giù i simboli che hanno determinato l’uccisione di George Floyd! E ci dici di concentrarci su scuole ed educazione che avranno effetto tra decenni quando c’è da agire hic et nunc! E l’agire hic et nunc è dismettere tutti quei simboli che hanno ispirato il razzismo, e solo quelli che hanno influsso sul presente, non quelli antichi ormai passati in cavalleria!»

Per cui il discorso è questo:
ammazzano i neri…
…e la colpa è di Montanelli…

come si risolve la cosa?
buttando giù la statua di Montanelli!
tutto il resto è benaltrismo

…senza dubbio, una volta distrutte tutte le statue di Montanelli, Washington e Colombo (ma non piramidi, Marco Aurelio e ziqqurat, perché quelle sono antiche [e poco importa che fosse stato l’imperialismo di Marco Aurelio a ispirare proprio l’imperialismo di Mussolini e Montanelli; o che l’imperialismo di Marco Aurelio fosse ispirato al gigantismo delle piramidi e degli ziqqurat: facendo così si fa appunto benaltrismo in loop nicciano]) i neri, *SENZA DUBBIO*, smetteranno di essere ammazzati…

…è ovvio…

Io la statua a Montanelli non gliel’avrei fatta e credo che per un personaggio così sgradevole la gambizzazione sia stata perfino poco… ma io sono stalinista e si sa (e non so davvero se, all’atto pratico, sarei effettivamente capace di “gambizzare” io stesso o “condannare” davvero qualcuno, anche se questo fosse la peggio merda: forse sono Stalin ma non Lavréntij Bérija che, tra l’altro, si dice, fosse di opinioni molto più liberali di quelle di Chruščëv!), come si sa che la Storia non si redime (e forse ha sbagliato anche Manzoni, che ci hanno propinato a forza, a parlare della Storia proprio come metafora di conversione alla religione)…
in ogni caso che si crede di fare imputando al solo Montanelli (che è solo uno degli innumerevoli stronzi ormai, per fortuna, morti a cui qualcuno, per motivi appunto storicizzati, oggi o ieri, ha dedicato una statua) tutto il dramma? [su tutto questo vedi anche Favolacce e Fiabole]
Che si crede di fare ergendo Montanelli a simbolo del mondo marcio in cui viviamo?
Ovvio che Montanelli ha tutte le carte in regola per simboleggiare appunto lo sfacelo della nostra società (e quindi la sua statua era fuori luogo), ma siccome era un personaggio così miserrimo merita davvero di essere proclamato simbolo universale di ingiustizia?
E sovrapporre un segno “negativo” al segno, secondo tanti, positivo che fu la statua ha davvero una ragione dietro?
Il simbolo ha davvero bisogno di segni?
La East Side Gallery a Berlino è un simbolo positivo? Ma è simbolo tremendo di un negativo!
La statua di Montanelli lo glorifica? O potrebbe essere essa stessa un monumento al negativo che fu quell’uomo con la sua mentalità?
Alla fin fine, imbrattare la statua e annullare tutte le statue passate che oggi non ci piacciono, e farlo per simboleggiare una voluta liberazione, in che risulterà?
…forse in un mondo senza simboli… che sarà migliore?
proprio sicuri?
non sussiste alcun ragionevole dubbio sulla consistenza di questa convinzione?
non si farebbe bene a riflettere sulla nullezza del mondo, cadente sempre nell’inconoscibile?
non si farebbe bene a riflettere che, come sempre, anche in questo caso si sta cadendo come pere cotte in quei capitomboli in cui si sa da sempre che cascheremo?

In tempi come questi, La misura del tempo, cioè un breve, noioso ma non atroce, apologo sul dubbio e sulla incertezza, anche divagato alla Sterne (e stavolta i personaggi e le situazioni inutili, pur presentissimi, occupano molto meno spazio rispetto al Bordo, e alcuni corroborano bene il delineamento di un personaggio non proprio attendibile [visto che non dorme e che parla col suo punching ball] oltre a rimandare al nulla del dubbio [le tante divagazioni fanno dubitare appunto su quali puntare effettivamente l’attenzione: le divagazioni esprimono benissimo, pur annoiandoci, la complessità dell’esistenza di cui il romanzo sta parlando]), non fa male…

In quest’ottica si sopporta meno tutta una componente di senilità che nel romanzo è presente: m’è sembrata meno attuale
Meno male che anche quella componente senile aggiuntiva è sfondo invece di essere (come sono analoghe componenti del Bordo) distraente o troppo aggettante…

Alla fin fine, pur non trovandolo meritevole di qual si voglia premio, ho trovato La misura del tempo perfino utile per sfuggire a una società che produce, tutti i giorni, cose simili:

24 risposte a "«La misura del tempo» di Gianrico Carofiglio"

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    1. Allora è proprio impossibile leggerli: soprattutto «Il bordo vertiginoso delle cose», mentre lo leggi, senti proprio la sua voce che “lo narra” (non so se mi spiego) [e nel «Bordo», Carofiglio proprio dichiara egli stesso questo fatto! dice proprio «i miei libri sembrano me che parlo!»]

      Io invece fui molto deluso dal «Bordo» proprio perché lui mi sta molto simpatico, e speravo di trovarlo capace di scrivere un bel libro… ma il «Bordo» non m’è sembrato un bel libro…
      Questa «Misura del tempo», invece, è migliore!

      1. ihihihihih!
        Troppo generoso, visto che sia Durastanti sia Concita De Gregorio mi hanno stomacato… Scurati però l’ho adorato, e non mi è dispiaciuto nemmeno questo Carofiglio (né Anna di Ammaniti): nel mio target limitatissimo, forse il 35% di “positivi” lo raggiungo! Ahahah!

  1. Avevo intenzione di leggere qualcosa di Carofiglio, ma solo per curiosità. Da quello che riporti, il fatto stesso che faccia inutile citazionismo me lo fa apparire come un saccentone. Di solito il citazionismo a vanvera, specie nella narrativa, va di pari passo alla Mancanza di idee e creatività.

    1. Guarda, ne ho letti solo due di Carofiglio, e ti assicuro che usa il citazionismo proprio come dici tu: «per mancanza di idee»… in un libro (il «Bordo vertiginoso delle cose») questo comportamento l’ho detestato, qui l’ho trovato molto più “giustificato” dal messaggio generale della trama (una pochezza chiamiamola “funzionale”)…
      Quando usa il citazionismo in TV, la percentuale effettiva tra l’utilità funzionale della citazione e lo sfoggio saccente si aggira intorno al 50%-50%…
      Ma, ripeto, lui di libri ne ha scritti tanti e io ne ho letti solo due, sicché che ne so…
      Fatto sta che in TV mi risulta molto simpatico… nei libri molto meno!

      1. Nick ti dirò: quando appare in Tv a me non dispiace (però a moltissimi risulta antipatico). Gli darò una chance di lettura evitando i libri che hai citato. ;-)

      1. Mah, non saprei. È rimasto celebre il caso dei Wu Ming che si fecero comprare (e ottennero) il quarto posto. Sicuramente del marcio c’è un po’ ovunque, la meraviglia forse sta nell’alone di autorevolezza che nonostante tutto rimane.

      2. Sì sì, sapevo di Wu Ming!
        E so anche di un sacco di altre “giochesse” in altri premi, da Sanremo, agli Oscar, al campionato di calcio di serie A…
        Anche io, concordo, conferisco ai premi una “etichetta” di Zeitgeist documentabile, che serve a posteriori, più che un merito vero e proprio… come, che ne so, la copertina di un magazine famoso: se ci sei vuol dire che hai solcato quel tempo, non vuol dire che sei il più sveglio né il più bravo, ma il più “chiacchierato” in quel momento, una cosa, in ogni caso, da vagliare e “archiviare”…
        Non so se mi sono spiegato…
        I premi, cioè, non costituiscono “valore” ma servono a capire «di cosa si parlava» quando sono stati celebrati…

    1. Io sono di quelli che lo adora in TV ma ho avuto problemi con un suo libro (il «Bordo»: questa «Misura del tempo» l’ho retto meglio)… sono quindi un “bastian contrario”?

      1. Già al secondo letto (che è proprio l’ultima avventura di Guerrieri) è migliorato, ciò promette bene… Ma ha palesato anche una drammatica ‘maniera’, che invece promette male…
        Non c’è che da procedere e stare a vedere!

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