Favolacce

Arrivo dopo Hovistounfilm e Ultimo spettacolo, ma prima devo fare una premessa di glossario…

Che nel senso comune favola e fiaba vogliano dire la stessa cosa, e che la loro etimologia sia tecnicamente la stessa (che ha semplicemente a che fare con il verbo latino parlare), è assodato e non “sbagliato”, visto che si sta parlando di storie inventate, ma a livello teorico favola e fiaba sono sostanzialmente diverse…

La favola è brevissima e ha per protagonisti, al 90%, gli animali…
È stata “impressa” in scrittura abbastanza precocemente (nel tempo mitico in cui scrivano anche Omero o Esiodo) e già in quella precoce forma scritta è circolata dappertutto, subendo ben poche variazioni “regionali”…
Data la loro brevità, le favole si imparano a memoria senza problemi, per questo l’oralità le ha scalfite pochissimo, tanto che le favole si trovano, in senso proprio, quasi tutte, e quasi tutte nella medesima forma, già nella raccolta di Esopo, in quella di Fedro (che presenta pressoché le stesse identiche favole di Esopo pur scrivendo quasi 600 anni dopo), nei fabliaux e in diversi “romanzi” medievali (una favola esopica è nei Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer degli ultimi anni ’80 del 1300), e nella raccolta di Jean de la Fontaine (ultimata nel 1694), praticamente senza *nessuna variante* considerevole…

La fiaba è un racconto più lungo, con protagonisti, al 90%, gli esseri umani…
Solo pochissime fiabe si sono “impresse” nel tempo in cui si scrissero le favole, le tragedie o i poemi epici occidentali… La maggior parte di loro è circolata, e continua a circolare, in forma orale, con centinaia di versioni diverse…
Di alcune fiabe c’è traccia in Egitto, alcune sono testimoniate dalle Mille e una notte, che però è un testo complesso, che solo al 2% può dirsi antico
La fiaba comincia a essere trascritta davvero solo negli anni ’50 del 1500 (nelle Piacevoli notti di Francesco Straparola), ma ancora in modo albeggiante… Il primo trascrittore importante, quello che ne ha trascritte davvero tante di fiabe, è stato Giambattista Basile (nel suo Cunto de li cunti, uscito in due parti nel 1634 e nel 1636)…
Esistono altre grandi raccolte di fiabe, nate come repertori “regionali” (le fiabe francesi, tedesche, russe, inglesi), ma assurte, col tempo, a pretesa “onnicomprensività” (Charles Perrault, 1668-1679; Jakob e Wilhelm Grimm, 1812-1857; Aleksandr Afanas’ev, 1855-1873; Andrew Lang, 1889-1913), ed esistono innumerevoli repertori rimasti regionali (la raccolta di Italo Calvino delle Fiabe italiane del 1956, per esempio, ma assolutamente incensibili sono le raccolte composte a cavallo tra Sette e Ottocento, due per tutte quelle di Musäus del 1786 e di Hofberg del 1868), che attestano come, spesso, le fiabe circolate in Spagna come in Svezia, nel ‘700 come nell”800, siano, sì, simili ad altre (soprattutto a quelle raccolte da Basile, Grimm e Afanas’ev), ma le varianti siano enormi, assolutamente stravolgenti il senso profondo della storia
Inoltre, la fiaba è stata il terreno di creazione di tutti i poeti e gli scrittori operanti nel complesso stile che si può chiamare Romanticismo e che è perdurato, in Europa (dato che si parla di stile le maglie sono amplissime) dal 1770 al 1959 (e forse perdura ancora oggi vista la presenza di milioni di “artisti” che si definiscono neoromantici)!
Fiabe, sono, quindi, sia quelle “inventate” da Madame d’Aulnoy sia quelle scritte da Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, sia quelle raccontate da Friedrich de la Motte Fouqué sia quelle narrate da Clemens Brentano (che ne ha narrate tantissime!), sia quelle pubblicate da Hans Christian Andersen sia quelle trascritte da Johann Wolfgang Goethe…
Le varianti delle fiabe sono state in qualche modo tassonomizzate tra il 1917 e il 1928 da Johannes Bolte, Jiří Polívka e Stith Thompson, che hanno enumerato migliaia di alterazioni, erose o ampliate da una tradizione orale che continua a sussistere!
La fiaba, quindi, è un organismo complesso assai cangiante rispetto alla “statica” favola
Vedete anche A mille ce n’è

Poi, sì, siccome si parla di storie è facile trovare, in quelle che si presentano come raccolte di *fiabe*, delle favole vere e proprie (Afanas’ev ne trascrive molte, di favole, presenti già in Esopo, nella sua raccolta di fiabe)… ma sono accidenti e dettagli della sanissima contaminazione…
Utile è forse notare che neanche altre lingue europee riescono a trovare una quadra nel designare favola e fiaba, o nel distinguere tra favola e fiaba…
Il tedesco ha Märchen per le fiabe e Fabeln per le favole
L’inglese ha fable per la favola, ed è difettivo per fiabe, che definisce con una perifrasi, fairy tale (cosa che complica non poco, dato che l’uso del termine fairy è assai fuorviante)…
Per il francese, i termini Contes e Fable sono permeabili come il favola e fiaba italiani: Contes sarebbe più fiaba, ma la radice del raccontare, presente anche in italiano [ricordiamo che Basile trascrisse le fiabe come cunti], rende tutto troppo “incerto”… Anche diverse lingue slave usano bajka per le favole e il generico skazki [Afanas’ev raccoglie gli skazki] per i racconti, che però non vengono per niente distinti dalle fiabe… per il francese e per diverse lingue slave, quindi, la fiaba è semplicemente un racconto, come qualsiasi cosa inventata, a fine narrativo, dall’uomo (ma anche il latino non considerava sia favola sia fiaba pure estensioni neanche del raccontare [cioè dell’azione intenzionale di riferire qualcosa a qualcun altro, intendendo la presenza di una mediazione tra realtà e rappresentazione, cioè la presenza di uno che “racconta” o “riferisce”] ma proprio del parlare [quindi semplicemente dell’esprimersi, e ancora più “generalmente”, del comunicare]?)

Fatto sta che, però, oggi, l’uso comune ha reso la favola e la fiaba dei generi più che degli oggetti, e, a partire dagli anni ’90 dell”800 (a partire dalla raccolta di Lang, e anche dal Cuore di De Amicis e dal Pinocchio di Collodi), li ha resi, non si sa perché, DESTINATI AI BAMBINI…
Ma né favolefiabe, prima del 1880s, sono mai davvero state “inventate” o “trascritte” per i bambini…
La loro raccolta era un elevatissimo studio culturale (nel senso della Kultur tedesca), a diletto di gente colta ed erudita (Esopo e Fedro scrivevano per i nobili e i patrizi; Basile scriveva per la corte dei Borbone-Napoli; Perrault e La Fontaine per i Borbone di Francia; i Grimm, Brentano e Hoffmann per l’altissima borghesia tedesca), e la loro composizione era materia letteraria sopraffina (Andersen è considerato tutt’oggi il più grande scrittore della Danimarca)… e anche in ciò che è rimasto orale, si capisce che nelle favole e nelle fiabe si racchiude ciò che è importante per un’intera comunità, non solo per gli “infanti” di quella comunità…
L’aura zuccherosamente neonata che circonda favole e fiabe è una costruzione, a mio avviso mefitica, *recentissima*, presentatasi nel mondo allorquando l’infanzia si è teorizzata come estranea alla vita, cosa che è avvenuta col capitalismo, con i ritmi di lavoro successivi alla Rivoluzione Industriale ottocentesca, quando l’esistenza ha subito una progressiva trasformazione in una officina, cioè durante i diversi livelli di trionfo della borghesia sull’aristocrazia prima (dal 1789) e sul proletariato poi (dal 1848 in avanti)…

A me non riesce mai di parlare di bambini quando parlo di fiabe o favole

Bene!

Tutto questo per dire che Damiano e Fabio D’Innocenzo, quando trattano di questi temi, hanno fatto forse “meglio”, a livello di teminologia, in Dogman (che hanno scritto per Matteo Garrone), invece che qui in Favolacce

Questo perché Favolacce usa il termine in maniera corrotta, perché è un titolo che designa un qualcosa che, invece, somiglia molto di più a una fiaba
E non solo: è un titolo che guarda fin troppo alla destinazione bambinesca, pur nella deformazione…

A parte tutte queste scempiaggini, che naturalmente lasciano il tempo che trovano, i fratelli d’Innocenzo fanno un grosso capolavorino…

Il loro sguardo alternativamente spiante dall’esterno (il quasi soffocamento, la recita dei 10 in pagellina, la storia della piscinetta: sono tutte cose quasi viste da lontano) e vicinissimo (i primissimi piani con la macchina a sfiorare i volti di adulti e bambini; oppure l’insistenza sui dettagli ravvicinatissimi) è sempre deformato (i contorni sono sfuocati nei campi lunghi, e i volti si sfondano nei primissimi piani), ansiogeno, pazzoide e strambo…
Naturalmente è facile riscontrare il nume tutelare di Van Sant o Harmonie Korine, visibili anche nell’acceso impasto cromatico della fotografia di Paolo Carnera o nell’andamento rapsodico, erratico e vagabondo del montaggio di Esmeralda Calabria…
Ma quel nome tutelare corrobora il messaggio con coerenza, con decisione e con un know why impeccabile…
Non si può non gioirne…

Anche nell’intreccio si vedono “tocchi” derivati da Van Sant (soprattutto da Paranoid Park: il diario che c’è ma si mescola di delusione), o anche dai soliti Lynch, Polanski, Kubrick ecc.: una linearità (il diario) che fa percepire un ordine che però è un inganno, un orribile gioco di un destino nonsense, con le implicazioni di “eterno ritorno” che si elencano in Shining, anche se, dato il nichilismo, sono declinate in salsa più simbolista, alla Maeterlinck: quello che era e quello che è (e si diceva anche in ) si toccano per sottolineare ancora di più lo sbaglio crudele rappresentato dall’esistenza (tra le tante somiglianze cinemiste possibili, i cinefili non me ne vorranno se a me, tutto l’espediente del suicidio in cronaca somiglia di più a Pelléas et Mélisande: la bambina che nasce a Mélisande, che forse muore anche di parto, è Mélisande stessa, e Arkel dice anche che Mélisande lascia proprio il posto alla bimba appena nata, e si sa che quella bimba “sarà” la madre, in quel cerchio di tempo finito e conchiuso che è la vita e che la musicazione di Debussy rende perfettamente nel finale, ma che Maeterlinck, nel dramma, aveva inteso anche altre volte: in una scena, le camerierine si mettono a pulire delle “gocce di sangue” che però cadranno, nell’intreccio, solo *dopo*!… e non sto a ripetermi coi vari Vonnegut e Kundera, con i quali vi ammorbo fin troppo!)

È tutto bellissimo, è tutto molto interessante, cólto, ben espresso e ben girato…

Ma, a mio gusto, tutto quanto non arriva al livello di testi analoghi (che vedremo), soprattutto per via di una mancanza di denuncia che a me pesa ogni volta si tratta di nichilismo in questo modo…

Vediamo di spiegarci:
Favolacce constata il nichilismo, e a me va benissimo…

io sono nichilista e sono felice che si designi l’esistenza come uno sbaglio e si palesi la tristezza del condurre questa esistenza nelle sue propaggini societarie difettose, sofferenti e depressoidi…

…ma che l’esistenza è così, si sa…

per cui, per rendere l’ovvio un po’ più interessante, si dovrebbe fare qualcosa di più del semplice percorrerlo o ribadirlo…

Favolacce riesce a essere meglio della Casa di Jack o della Straniera di Claudia Durastanti, per via del suo ottimo comparto visivo e grazie alla sua cultura… e, almeno, non ha l’insofferenza paternalista e furba di von Trier…
…ma non va tanto più in là di The Square nel dirci quello che sappiamo già…
…e, come von Trier, cade nel dramma di intendere il palese come qualcosa che possa commuovere
Far morire tutti e poi dirti che la vita fa schifo è però un ribadire l’ovvio!
E pensare che quell’ovvio possa commuovermi è sbagliato…
…perché quell’ovvio mi «prende per forza» (un po’ come Parasite, che però rappresenta un risultato migliore), ma «prendendomi per forza» mi salta la cultura e mi va alla corteccia (al riflesso condizionato)…
…ma se salta la cultura preferendogli la corteccia commette due errori:
1) annulla le implicazioni visive e letterarie colte che si diceva…
2) la constatazione dell’assurdità della vita dovrebbe essere qualcosa che parla alla ragione e non alla corteccia
…già fin troppi meme e fake news fascistarde parlano alla corteccia senza passare dalla cultura
…perché usare lo stesso canale anche per le cose serie?

Tutta la roba che piace a me è nichilista, ma piange, o si arrabbia
…invece Favolacce, nella constatazione di corteccia, rimane apatico, un po’ come la voce fuori campo di Max Tortora, che, esattamente come il discorso visivo deformante, dice, “documenta”, ma in qualche modo non esprime: c’è tutto, ed è incontrovertibile, ma, come la lettura del diario, o come il simbolismo di Maeterlinck, finisce per spersonalizzarsi, nei suoi dettagli e nei suoi campi lunghi (tutti così oggettivi e quasi mai soggettivi)…
e finisce per farfugliare la sua stessa inutilità…

Finisce che un testo che somiglia molto a Favolacce è September di Woody Allen (’87)… Anche se la tematica è pressoché identica a quella delle Virgin Suicides di Sofia Coppola (’99): ma Coppola (come negli altri suoi film) si appassiona, partecipa (anche quando sembra più asettica, tipo in Somewhere o in Bling Ring, il suo occhio si perde sempre magicamente, estatico, tra il nonsense dell’esistenza che lei “respira” senza lamentarsene)…
I D’Innocenzo, sì, partecipano anche loro, e partecipano anche bene, ma rimangono lì, a dire che è meglio morire…

Anche Claudio Giovannesi (in Fiore, 2016; La paranza dei bambini, 2019) piange lo sfascio del mondo, ma denuncia quello sfascio… I D’Innocenzo presentano e constatano

Buio è ugualmente fiaba, ma è psichico, tutto soggettive, i D’Innocenzo sono tutti oggettivi, dannatamente…

Garrone (il maestro dei D’Innocenzo) piange che le cose vadano così, Favolacce piange, ma insomma…

Killer Joe (di Bill Friedkin, 2011) è ugualmente nichilista ma è anche sardonico, e finisce per essere più interessante…

Mosquito Coast (di Peter Weir, ’86) è ugualmente nichilista ma è più cosmico, e ti fa rimanere peggio…

Lei mi ha fatto notare una componente politica che forse cerca di mediare l’ovvio del nulla constatante:
il padre di Geremia è il più povero e deficiente di tutti i piccolo-borghesi protagonisti, ma alla fine riesce ad andare via dal microcosmo fallace della purulenta periferia e ce la fa a salvare il figlio, e perfino a volergli bene (davanti alla bomba costruita, Elio Germano picchia Alessio, invece il padre e lo zio di Geremia apprezzano il genio e lo vedono già a lavorare alla NASA: i poveracci sono gli unici che cercano di imbrigliare il potenziale dei ragazzini verso qualcosa di non desolante)…
Il padre di Geremia è indicato anche dall’essere l’unico che ha una reazione, quale che sia, davanti all’eterno ritorno simbolista del fatto di cronaca: una reazione designata anche nel visivo (la macchina sottolinea la reazione del personaggio sbandando)…

un livello politico che però non ce la fa a riscattarmi un film sì carino, sì splendido, sì che meriterà tutto quanto (Elio Germano, Barbara Chicchiarelli, Max Tortora e tutti i ragazzini sono davvero da qualsiasi premio, così come i tecnici scenografi), che è di una coerenza interna fantastica, tutta da salutare con gioia…

…ma che, a livello di argomento (e io odio pensare ai film come argomenti, visto che per me i film, come i romanzi per Thomas Hardy, sono impressioni e non argomenti), mi sta antipatico in modo del tutto irrazionale, per ragioni di puro gusto…

A me chi si limita a dire «fa tutto schifo», e si mette a dimostrartelo macchiavellicamente (come fa, certe volte, anche Michael Haneke, oltre ai già citati von Trier e Östlund) in modi che, in fondo, sono perfino compiaciuti (anche se c’è da essere onesti nel dire che i D’Innocenzo non sono per niente compiaciuti come Haneke, von Trier e Östlund), senza reagire, senza buttarla neanche nello psichico (e in Favolacce c’è un buon grado di espressionismo ma per i miei gusti non abbastanza) o nel satirico (come Friedkin o Easton Ellis) o nel ribellistico (magari come Graduate di Mike Nichols o come Fiore di Giovannesi), ma friggendo solo nel ribadimento dell’ovvio, beh, non mi trova mai entusiasta…

…bello, ma non sarà tra i miei SuperUp tra due mesi! [è stato addirittura un Not so Up!: vedere il Papiro relativo, al numero 29]

[…continua in Favolacce e Fiabole]

9 risposte a "Favolacce"

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  1. Non ho visto il film ma mi fa piacere ritrovare nelle tue parole quelle di Neil Gaiman (nel libro Questa non è la mia faccia, raccolta di introduzione e scritti vari) sul fatto che i bambini non fossero il target delle fiabe né delle favole. E lui che coi miti e le fiabe/favole ci va a nozze (ci gioca e li rivisita a suo modo in American Gods, The Sandman, anche in Good Omens) è una vera autorità!

    E in spagnolo ci sono cuento de hadas (solitamente abbreviato con cuento) e fábula, un po’ come in inglese…

    1. Evviva!
      È una constatazione che ho ritrovato in qualsiasi libro “serio” (psicologico, letterario, antropologico) sulle fiabe o le favole che ho letto finora…
      E anche nelle migliori introduzioni ai capolavori della letteratura “fiabesca” (Barrie, Golding, Hoffmann, Andersen ecc. ecc.)
      Mi riempie di gioia che un professionista “pratico” (e non accademico) si trovi d’accordo con quei libri e quelle introduzioni…
      Mi innesca una nuova fiducia nella “comunità scientifico-letteraria” concorde!

  2. Grazie per la condivisione e ancor di più per l’excursus e le precisazioni, che ignoravo!

    Certamente tra fiabe e favole (che in realtà mi vien naturale distinguere nettamente, ma sarò troppo influenzato da Propp), Favolacce mi sembra comunque decisamente più vicino alle seconde, animali a parte. Meno legato a intrecci narrativi (che – sempre colpa di Propp o strutturalisti – penso legati alle fiabe ), quanto a una morale più..vaga e universale? Perdonami il vocabolario ristretto! In ogni caso, queste favolacce se le raccontano da sé anche i “grandi” del film, per cui la memoria storica non è del tutto tradita!

    Scherzi a parte, è curioso che se verso la fine il film m’è un po’ scemato, è – esattamente al contrario dell’impressione descritta nell’articolo sopra – perché diventa più empatico e partecipe, soluzione finale compresa. Un po’ nichilista ci sono anche io, e pure in odor di relativismo, e trovo più sincero l’annichilimento imbambolato e indeciso che quello netto e appassionatamente ragionato dei bambini. Il loro nulla, in fin dei conti, è una specie di certezza.

    P.S. Sempre avventurose le letture musicali e cinematografiche in questo blog!
    Kalos

    1. Che gioia trovare nella blogosfera un altro proppiano!
      Sono fantasticamente d’accordo e insieme non d’accordo con te!
      Potrei spiegare la cosa addirittura in un altro post!

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