Buio

Secondo film proposto dalla piattaforma MioCinema per gratificare di una distribuzione ufficiale film “fermi” ai box a causa del lockdown

Sono arrivato tardi per vederlo all’interno del piano che faceva arrivare un po’ degli incassi al mio cinema di fiducia dietro casa: è costato solo 4,50€ (o cifre simili), andati tutti all’appaltatore dello streaming e alla distribuzione… inoltre, il player era sì buono ma peggiore di quello proposto per Les Misérables

c’è di buono, però, che Buio si è rivelato un entusiasmante capolavoro…

Emanuela Rossi non è effettivamente una neofita
il suo nome s’è già visto nei dietro le quinte (tra ottimizzatori, produttori associati, assistenti alla regia, registi di seconde unità) di diverse produzioni, soprattutto televisive…

Buio l’ha scritto con Claudio Corbucci, che di roba ne ha scritta tanta, sia per RAI sia per Mediaset (Carabinieri, La squadra, Nassiriya, Quelli della speciale e, ultimamente, L’amica geniale: è curioso sapere che è stato tra gli assistenti di produzione di Terry Gilliam durante Baron Munchausen, girato quasi in toto in Italia nel 1987-’88, con Michele Soavi a sovrintendere a diverse scene)…
Corbucci era stato il suo principale in Non uccidere (2015-2017), di cui Rossi gestiva diverse unità secondarie…

A plasmare il video, Rossi chiama Marco Graziaplena, una vecchia e scaltrissima volpe dell’audiovisivo: ha lavorato per moltissimi prodotti televisivi e per molti videoclip musicali, e ha partecipato alle seconde unità europee di diversi film hollywoodiani…

Nel dare il tono alla recitazione c’è un solido Valerio Binasco…

Con questi ottimi professionisti di know how, Emanuela Rossi racconta la sua storia, che è un vero trionfo di know why

Se Buio fosse stato girato in Norvegia o a Kuala Lumpur sarebbe già in vetta alle classifiche dei “film del decennio” che oggi vanno tanto di moda (ne vedo quasi una al giorno su Twitter: nessuna include praticamente mai un film che abbia incassato meno di un tot: risultano perciò classifiche dei film di massa, non dei film di per sé: se, in musica, si optasse per un discrimine simile, nei “compositori del decennio” avremmo, per esempio, Luigi Arditi e Riccardo Pick-Mangiagalli al posto di Giuseppe Verdi e Igor’ Stravinskij)…

Buio si potrebbe descrivere come il figlio ideale di Mustang (di Deniz Gamze Ergüven, 2015, numero 19 di Jiminy Cricket) e di un altro gradissimo film off the charts ovvero You Were Never Really Here (A Beautiful Day) (di Lynne Ramsay, 2017, se ne parla anche nell’Elogio di EVA, e nelle recensioni di Dogman e The Square oltre che al numero 36 del Papiro del 2017/’18)

È un effettivo trionfo del fiabesco inteso come lo intendono Bettelheim e Clarissa Pinkola Estés: un garbuglio di inconscio e di psiche…

Un garbuglio che esprime e rende palese, passando dal particolare dei gangli nervosi all’universale della società, un grosso problema: il patriarcato

In Buio si vedono tutti i drammi di una mente, e quindi di una società, oppressa dal patriarcato

E, en passant, si afferma che il patriarcato è un comportamento che permane, e continua a fare danni, al di là del genere (il gender) dell’agente…
Posso essere di qualsiasi genere (e l’umanità, purtroppo, di generi ne ha biologicamente solo due, pur avendo infiniti generi culturali possibili e fattuali, con buona pace di J.K. Rowling, il genio che da una parte ha svezzato molte persone con Harry Potter e dall’altra persiste nel dire che i transgender non debbano avere alcun diritto perché, secondo lei, “non esistono”), ma se mi *comporto* secondo i dettami del patriarcato, allora sono un patriarca

Buio vive di queste espressioni e di queste visualizzazioni

Buio ci va *vedere* la mente oppressa dal patriarcato e ci fa vedere quanto sia inutile “sostituirsi” al patriarca se poi ci si comporta come tale…

e finisce per farci vedere come si riesca a comportarci diversamente, pur con tutti i disastri e le “deficienze” (i dolori) che, nel frattempo, una vita di patriarcato ha provocato…

La mente oppressa dal patriarcato è la mente della sola protagonista, Stella: è quella mente che ci mostrano i frame splendidi di Rossi e Graziaplena…
In un turbine di ricordi e immaginazioni, di allucinazioni e di “sbagli”, noi-pubblico vediamo solo quello che vede (e “stravede”) Stella… ma, con un gioco di parole, vediamo anche quando lei non riesce a vedere
Con lei vediamo gli accecamenti del sole (che accecano pure noi) e vediamo attraverso le lenti, ostruenti lo sguardo, che porta lei…
Vediamo, con lei, le cose con un’ottica focale parzialissima, ben poco “nitida”…

Vediamo la mente di Stella …
ed è una mente oppressa dal patriarcato
una mente affranta che non è regolare:
vediamo davvero quello che vediamo?
la successione degli eventi che la mente oppressa ricostruisce è attendibile? veritiera?
Era Stella ad avere la coscia ferita? O era la madre, anche lei oppressa dal patriarcato…?
C’era davvero il sangue accanto al frigo? O è una gigantizzazione della paura dovuta all’oppressione?
Stella ha davvero aperto, nuda, l’abbaino della soffitta?
E la casa è in fiamme davvero?
O è Stella, con le sue sorelline, che fa un gioco con le candele a commemorare la fine dell’oppressione?
E il padre insanguinato nella vasca da bagno, nell’acqua rossa?
C’era?
O è simbolo di qualcos’altro?

Noi, con Stella, vediamo tutto, ma non capiamo niente…
Perché il patriarcato non si sconfigge comprendendo, si sconfigge sentendo, provando il dolore che quelle immagini ci suggeriscono, quelle immagini che sono spesso un cinema proiettato per noi anche sulle mura dell’antro-caverna rinchiuso illuminato da luci artificiali (il famoso mito della caverna di Platone, quello del Conformista, oppure il set di Prince of Darkness, tanto per rimanere ai post recenti), e che sono immagini che feriscono, che sanciscono la nostra condizione di oppressione, la nostra necessità di rivalsa, una rivalsa però tarpata dalla nostra manchevolezza fisica, manchevolezza che proprio l’oppressione ci ha “provocato”…
Magrolini, creduloni anche un po’ bigotti, e perfino muti!: il patriarcato ci ha ridotto così, attraverso anni di squalificazione, di schiacciamento, di blateranti bugie e di ignobili ricatti (spesso di natura economica)…
E ci ha, spesso, anche messo uno contro l’altro! Facendoci, perfino, comportare noi stessi come patriarchi pur di mantenere il fittizio e bieco “favore” presso il vero patriarca oppressore!

Un trattamento così duro da averci rimbecillito, ma che ha creato ricordi, immagini, segni di ciò che è avvenuto, o che forse non è avvenuto e non importa!
perché quelle immagini e ricordi ci urlano comunque contro, ci fanno male e soprattutto ci fanno sentire, provare, percepire il dolore della nostra oppressione!

La mamma, il passato, le ferite, le voglie di libertà, i sogni: sono veri o forse no, ma si sentono tutti, ci piombano addosso e ci implorano di agire, di scappare via, di dare fuoco a tutto (o far affogare tutto, o, perfino, restituire le pugnalate!), e di provare a fare qualcos’altro: qualcosa che non sia il patriarcato, qualcosa che sia diverso
Un diverso da costruire anche se è durissima, anche se forse solo per sogno (si va via in pigiama, come i dormienti), anche se portiamo ancora addosso le atrocità di quanto ci hanno fatto…
…anche se c’è il disastro più grosso di noi ad attenderci, in una società di patriarcato che si sta sfaldando in un tumulto metereologico…
…anche se siamo pugnalate, pugnalate come la mamma…
…o forse la mamma non c’era, eravamo già noi, a subire un pugnalamento periodico, noi come la mamma e come tutte le donne…

Tutto questo discorso è costruito su una splendida teoria di neon, di colori che svettano dall’oscurità, di un arredamento stralunatissimo (di Massimo Santomarco e Maria Assunta Di Marco), di rap bimbettaro (Mastica plastica di Dexa), di canzoncine anni ’80 (la Reality del Tempo delle mele), di illustrazioni surrealissime di Nicoletta Ceccoli, di uno stillicidio stritolante di simbologie che manco John Boorman (dalla porta di casa simil-vagina [che ha visto lei] alla visione delle stelle, come Stella è la protagonista, appunto proiettate, come il cinema, col planetario: le stelle che si vedono come dopo la morte di Tyrell in Blade Runner, o dopo l’uccisione di Darkness in Legend: tutte e due liberazioni, vedi qui — e le stelle del planetario, così finte, sono però le stelle del cielo fintissimo che dovrebbe essere l’effettivo cielo sopra la testa di Stella: ma il cielo è il planetario, il finto è il vero, nell’espressione visiva fittizia che invera la condizione, e la visione, precaria dell’oppresso: il cielo immaginato da Stella è la storia che simboleggia il vero)…

Un film che sono 94′ (inclusi i titoli finali) di succulenta diegesi mitica, potentissima, che sembra quasi il Barbablu di Bartók e Béla Bálazs (numero 11 delle Musiche per Halloween), e 94′ di cinema tra i più tosti, tra i più psichici, tra i più interiori, tra i più scopici delle nostre pulsioni…
Un cinema che ci ammonisce ad agire mostrandoci i danni che il nostro comportamento patriarcale ha sulle nostre idee e le nostre anime…

Fantastico

unico difetto è l’associare, come al solito, la musica classica agli psicotici!

una versione, secondo me peggiore, di Buio è Dogtooth di Yorgos Lanthimos, cronologicamente precedente (2009) ma distribuito in Italia dopo (nel 2020)

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