Les Misérables

Nel periodo di lockdown, la mia sala cinematografica di fiducia (a due passi da casa), annunciò la sua partecipazione agli incassi di una grande operazione di streaming di questo film francese del 2019, già candidato all’Oscar per il miglior film straniero (con Dolor y Gloria: la vittoria pleonastica di Parasite, vincitore anche del titolo di miglior film “normale”, ha però reso assurdità la competizione), che sarebbe dovuto andare nelle sale, in italiano, il 12 marzo, a lockdown appena iniziato…

Un sacco di piattaforme di cinema streaming legale (MioCinema, MyMovies, ComingSoon e roba così) non vollero rinunciare a una sorta di distribuzione e, accordandosi con i singoli esercenti, stabilirono uno streaming al prezzo standard (tra 7 e 7,50 euro), i cui incassi erano da “elargire” al singolo esercente selezionato dall’utente: io ho potuto indicare il mio cinemino dietro casa tra una lunga lista di sale suddivise a livello “georeferenziato” (io, per esempio, con l’IP della mia connessione, vedevo solo le sale della Toscana e precipuamente quelle di Firenze aderenti, ed erano molte, quasi tutte quelle del circuito Europa Cinemas, che a Firenze sono praticamente il 90% di quelle che non sono interne ai grandi multisala di Medusa e UCI)

Guardo questo film, però, con molto ritardo rispetto all’operazione streaming suddetta, e con molto ritardo apprendo che Les Misérables è un gonfiaggio di un cortometraggio girato dallo stesso regista Ladj Ly nel 2017…

Fatto sta che lo guardo, facendolo diventare, a tutti gli effetti, il primo film autentico, che finirà nello striminzito Papiro del 2019/’20, a tre mesi di distanza dall’ultimo di quel Papiro, cioè Dark Waters

Per quel che riguarda la distribuzione classica, a rimpolpo dell’ormai imminente Papiro, spero di attingere alle arene estive, visto che Firenze le sta annunciando in un numero del tutto identico a quelle proposte negli anni passati, privi di emergenze e virus… e le sta annunciando come attive già dai prossimi giorni (per esempio già dalla settimana prossima)… staremo a vedere…

Parlare di questo film ci riporta alle teorie del 6 e dei 10 espresse nel Papiro del 2018/’19 e in Green Book

È un film benintenzionato e programmatico, quasi fin troppo scoperto nei suoi buoni propositi perfino “governativi”…
Non sarebbe, d’istinto, da annoverare tra i 10…

Ma invece non è così…

In questi ultimi periodi, di film così, dalle buone intenzioni “governative”, non se ne sono visti pochi: penso all’Insulto (di Ziad Doueiri, 2017) o a Cafarnao (di Nadine Labaki, 2018), o anche alla Notte di 12 anni (di Álvaro Brechner, 2018) o, perfino, al Cliente (di Asghar Farhadi, 2016)…

La tentazione di connetterlo a Cafarnao è grossa, visto il coinvolgimento dei ragazzini e l’apologo sulla loro educazione presentato, in superficie, da entrambi…
Ma Nadine Labaki ha optato per argomenti di visione un po’ più “radicali”…

Sicché L’insulto è forse il film che somiglia di più a Les Misérables
vi troviamo la stessa voglia documentaristica, zeppa di shot dall’alto a osservazione del caos irrisolvibile (che Labaki usava anche in Cafarnao), e la stessa ottima drammaturgia (in sceneggiatura) di modulazione delle dicotomie, espressa e chiarificata forse fin troppo nei dialoghi, tanto da apparire “scontata”, che però si riscatta con un eccellente finale sospeso, che rimane realistico, senza sfociare nella fiaba

Ladj Ly ha però una troupe, e sfoggia uno sguardo, un tantinello più effervescente di quello di Doueiri…
Pur restano molto lontano (quasi anni luce più indietro) rispetto a Nadie Labaki (che riflette sulla crudele scopofilia vergognosa dell’Occidente), Ladj Ly, rispetto a Doueiri, “spizzica” con più forza il suo sguardo oggettivo ai danni del réportage dichiarato…

Il réportage c’è, ma c’è anche Ladj Ly a organizzarlo con costanza e sistemazione in modo da renderlo chiaro onde rappresentarlo al pubblico…

Per capirsi: è tutto un happening, come se la troupe non sapesse quello che accade, ma invece la troupe sa tutto, e sceglie di abbassarsi a livello dei personaggi per la maggior parte dei frames, ma qualche volta si vede che la macchina da presa è al sicuro, e più che subire, è lì che guida l’azione…

La cosa si vede, certamente, dagli shots dall’alto (che non sono neanche così “innocenti”, visto che fanno comunque parte dell’happening essendo agiti dal drone presente nell’azione presentata), ma si vede soprattutto dal fatto che, molte volte, pur nel caos e nel bel mezzo dell’azione, la macchina riesce ad arrivare prima dei personaggi… riesce a incocciare quello scambio tra fuoco e fuori-fuoco adatto alla chiarezza di comprensione di quel che accade da parte dell’audience… Ladj Ly è lì, in mezzo a tutto, ma sa dove piazzarsi per rendere quel tutto non un resoconto «a doppio cieco» (in cui né personaggi né macchina da presa sanno quel che avverrà), ma proprio una narrazione
Ladj Ly è lì con i personaggi ma sa che solo con un’anticchia di finzione quei personaggi e quelle situazioni border line (tra molotov e sassi tirati addosso) risulteranno ancora più efficaci: con quelle anticchie di finzione, quel border line sarà ancora più *immersivo*, ancora più aggettante verso l’occhio e la corteccia dello spettatore, ancora più *avviluppante* il cervello dell’audience, che, con quei minimi tocchi di visione fittizia, si sentirà davvero parte di quel che accade, molto più di quanto si sentirebbe se la visione fosse piattamente documentaristica (quello che accade alla sballonzolante, e vomitante, Vendetta di un uomo tranquillo)…

Vediamo di spiegarsi:
Ladj Ly opta per alcune giochesse, certo estranee al documento, ma sopraffine per la narrazione e l’immersività dell’azione…
Per esempio:
i cambi di fuoco puntuali mostrano fatti e persone in modo che una “focalizzazione zero” non avrebbe mai potuto mostrare…
il gioco tra zoom-in e zoom-out tra le varie “parti” di quel che accade (c’è qualcuno che scruta, insieme ai personaggi, quel che avviene) sistema l’azione…
l’uso dei teleobiettivi *enfatizzano* gli inseguimenti come non si sarebbe potuto fare optando per l’happening puro (spettacolari i momenti in cui inseguiti e inseguitori, uno dietro l’altro, sembrano vicinissimi schiacciati dal teleobiettivo, sembrano proprio attaccati, come se le effettive distanze fossero annullate, ma in questo modo si crea molta più suspence rispetto a una ripresa di réportage, una suspence *fittizia* e *artificiale* perché si sente la tensione dell’inseguimento con accorgimenti [il teleobiettivo] fatti apposta per efatizzarla, e che non sussisterebbero nell’happening)…
il caos avvolgente (e avvoltoio) che avviluppa i poliziotti è ripreso con stupefacenti shots circolari, che passano in mezzo alla folla urlante, proprio tagliandola, immergendovisi dentro, creando insieme sia il sentimento che quel caos lo si osserva (girando come gli avvoltoi) per sguardo senza poterci fare nulla e anche approfittandosene per “mostrarlo”, sia la sensazione di essere acchiappati dentro i gorghi circolari e girovaganti di quel caos, che ci ghermisce come una circolare forza centripeta dentro al suo nefasto nucleo di rivolta!
Bellissimo!

Finisce che anche nelle scene meno concitate, Ladj Ly dichiara di essere lì per mostrarti e poi finisce per essere lì per narrarti: è, insieme, sia ancorato al personaggio sia esterno al personaggio… è sia più alto sia al livello del personaggio…
Con riferimento a quel che si diceva per Scurati, Ladj Ly è più come Wu Ming e Lucarelli o Verga… anche se quel modo di narrare, con l’intervento dell’autore nella diegesi, richiama, in piccola parte, quel Victor Hugo di cui Ladj Ly sta parafrasando la filosofia sociale, con tanti riferimenti puntuali ai suoi personaggi (è facile scovare Gavroche in Issah e Jean Valjean in Ruiz; più difficoltà avrei a identificare il rettissimo anche se disfunzionale Javert con Chris)…

Ladj Ly non fa come Scurati: non si allinea a Hugo nelle modalità, e opta per una configurazione alla Wu Ming, pur volendo, come anche Scurati, raggiungere la stessa immersività emotiva…

Ed è una gioia vedere queste mescolanze di filosfie diegetiche, poiché, tutte queste tecniche narrative descritte in Scurati o Wu Ming, sono pur sempre un semplice aggiornamento di quanto fatto dai grandi classici…
(e Hugo non era un semplice aggiornamento delle immedesimazioni di Sofocle, Apollonio Rodio e Virgilio? e poi Ariosto, Cervantes, Lessing ecc.? — infatti è sempre imbarazzante parlare di certe soluzioni *geniali* quando poi si schifano i modelli di quelle presunte genialità: ma è così in tutto quanto: per quanto io capisca che molta della musica che a me piace, quella composta dopo il 1790, sia figlia della musica galante del primo settecento e degli esperimenti fatti prima, da Gesualdo come da Monteverdi, fino alla polifonia del ‘400 che io aborro, e fino, perfino, al canto liturgico “gregoriano” che io *detesto* completamente, non riesco a non aborrire e a non detestare i precedenti o ad amare meno i successivi… ma come si fa? è così…)
Per cui, dé, bene!

Al cinema, i risultati di Ly sono simili alle filosofia della visione narrativa di tanti film recenti…
Ly somiglia soprattutto alla genialità di Spielberg (Saving Private Ryan), e certamente di Cuarón (Children of Men)… e ha molto a che fare con il sistema visivo sfoggiato da Neill Blomkamp in Elysium (che optava per meravigliose false soggettive provenienti dalle spalle dei personaggi, come se la macchina fosse uno zaino del personaggio)…

Ma forse uno dei veri padri di Ly è il primo Pawel Pawlikowski: in My Summer of Love, che però ha una maggiore carica cromatica espressionista e un’apertura più smaccata a quello che si potrebbe chiamare l’onirico (simile a quello di The Beguiled di Don Siegel), si trova una mescola tra happening e narrazione simile a questa usata da Ly per scopi meno inconsci e più action

Per questa mescola, Les Misérables è forse cinematograficamente più attraente del pur ottimo L’insulto

E con questa mescola, Ly rappresenta perfettamente l’ammonimento della trama:

Sembra finita bene, con i tormenti morali lasciati là dove devono stare (nei cuori degli agenti di polizia), ma il raisonneur senza macchia, mediatore efficace tra le varie forze in campo — ha agito come un Io tra i belligeranti istinti dell’Es (i rivoltosi) e le impositive e castranti forze del Super-Io (i poliziotti violenti) –, il Jean Valjean eroico e razionale, si trova lì in prima persona, nel finale, a dover decidere…

Le sue teorie, le sue buone intenzioni, le sue mediazioni e i suoi sani compromessi arrivano ormai tardi, fuori tempo massimo?
L’entropia del caos è oramai ingovernabile, a causa delle nostre colpe pregresse insanabili? [quelle che si vedono ma che non si capiscono, e che ci cadono sempre tra capo e collo, come succede nel Trovatore di Verdi, nei film di Cronenberg, in quelli di Carpenter?]
E certi colpi di spugna o certe amnistie, fatte per “annullare le vendette” e che sono così radicate nella cultura francese, sono davvero possibili? (la Francia è riuscita a concepire l’Editto di Nantes del 1598 così come la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nel 1789: cose entrambe adorate e “santificate” ma, alla lunga e nizzole e nazzole, sempre disattese nei fatti dalla società capitalistica o perfino da quella socialista)
La polveriera sociale, in Francia e nel mondo, così è, e così sempre sarà? Una polveriera che se ne fregherà sempre delle teorie buone o aggiustative perché quelle teorie sono sempre un semplicizzare una complicatezza che invece è sempre irriducibile?
E quella complicatezza non si riduce proprio perché siamo ipocriti nel concepire sopraffini editti e dichiarazioni ideali proprio quando, nei fatti, li tradiamo per guadagno? [anche qui c’è un’áncora nel Trovatore: siamo tutti buoni nel voler la pace al di là delle nostre colpe, ma le nostre colpe eccole qui, che picchiano quando noi le abbiamo quasi dimenticate!]

Il narratore Ly, che ha rimpolpato l’happening con l’efficacia della narrazione, che ha narratologizzato il réportage, come i suoi grandi maestri (Hugo), nel finale ci dimostra che quella mediazione tra reale e raccontato, non era puro ninnolo tecnico, ma era necessaria allegoria della scelta finale, della domanda fondamentale finale, della questione insolubile del finale…
Tra happening e racconto si riesce a trovare una mescola, anche se ogni componente rimane a sé: ma tra idealismo e realtà la mescola è possibile?
Le buone intenzioni bastano a renderla possibile?

Non si sa…

Certo, quella dicotomia “risolta” tra happening e racconto presente nel film rimane lì come monito: ci fa riflettere sulla volontà effettiva di mediare il caos, al di là delle dichiarazioni e delle utopie, e al di là delle nostre colpe…

Il film stesso propone una soluzione parziale ai fattori della rappresentazione congruente alla necessità, terribile, di dover scovare una simile soluzione, magari essa stessa parziale ma per lo meno fattuale, anche tra i fattori distruggenti e autodistruggenti della società…

Il parlare di buoni sentimenti, forse non basta più… perché oggi siamo nella condizione del Jean Valjean raissonneur di Ladj Ly: armati di bene teorico, ma travolti dal male pratico…

E come si fa?

Non si sa…

Ma senza dubbio c’è da affrettarsi a pensare a una soluzione, priva di quelle teorie, forse ormai logore anche se nobili e auspicabili, che sappiamo incorrere in tradimenti pratici…

c’è da inventarsi qualcos’altro, e alzare lo sguardo (come il drone di Ladj Ly), se non si vuole essere riacchiappati nel gorgo centripeto del caos (come accade alle riprese circolari del film)…

…ed è geniale che Ladj Ly (al contrario del tarallucci e vino, comunque non malvagi, dell’Insulto), lasci a noi tutti, a noi audience che siamo stati avviluppati, avvolti e anche meravigliati dai circoli delle riprese mescolanti happening e narrato, il disagio di scegliere cosa fare…

Scegliamo bene…

e per queste implicazioni tra narrato, documentato e sociale, Les Misérables forse merita un 10 e lode…

un 10 e lode che forse si era guadagnato, come Dolor y Gloria, un trattamento più equo ai vari premi americanisti, di quell’America oggi in ginocchio proprio perché alla questione drammatica, proposta come denuncia dello status quo da Les Misérables, ha scelto molto bene da che parte stare, eliminando qualsiasi mediazione e scegliendo la guerra, come sempre succede in situazioni simili (e anche nel Trovatore di Verdi, la scelta della vendetta e della guerra civile è sempiterna)

…e non ci siamo ancora stancati di predicare bene e razzolare male?

…forse no…

forse non possiamo stancarci, perché manco ci rendiamo conto dell’antinomia e del problema, avviluppati come siamo nel gorgo centripeto del nostro caos, ormai amatissimo, perché non si riesce a concepire altro…

e olé

Osservate anche quel che dice Hovistounfilm

ADDENDA:
inutile ribadire il metacinematografico…
Il ragazzino che muove il drone (la componente per nulla innocente della mescola visiva tra happening e fiction di Ladj Ly) simboleggia che è il *cinema* il luogo giusto per incarnare e proporre queste allegorie appunto di mescola tra le insolubili istanze sociali…
Quel ragazzino guarda, come il cinema, la scelta che il Jean Valjean So-Tutto-Io etico sta facendo proprio ispirata o proposta dalla mescola del cinema…

Un cinema che guarda se stesso e quel che ha prodotto come monito per la società…

3 risposte a "Les Misérables"

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  1. Forse uno degli articoli più interessanti per quanto riguarda I Miserabili che ho letto in questo periodo. Un’analisi interessante soprattutto del modo in cui Ladj Ly sia esterno agli eventi e in certi casi invece vi partecipi. Un’analisi interessante di un film interessante.

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